Questo ribrezzo, misto e accresciuto d'orrore, appare più manifesto
a chi legga i racconti di Roma, la città nostra, la città santa,
messa a ruba da' Tedeschi luterani e dagli Spagnuoli cristiani che
fecero peggio di loro. Eppure le terzine della _Romae lamentatio_, le
ottave della _Presa e lamento di Roma_, il _Successo di Pasquino_, che
parlò allora sul serio, e gli altri componimenti di quella occasione,
narrando, piangendo, invocando, non toccano l'animo: non mai poeta ebbe
materia più pietosa di quella, e non fu mai meglio palese che la poesia
delle cose non basta di per sè a far poesia d'arte, quando l'artefice
non l'accolga nella mente sua, non la scaldi sì dà liquefarla in
massa rovente e fumante, non la getti allora entro le forme pure dello
stile e del metro, e poi non vi lavori attorno a polirla con l'opera
paziente del martello e della lima. L'assalto alle mura, predetto da
un predecessore di David Lazzaretti “uno di vilissima condizione del
contado di Siena, d'età matura, di pelo rosso, nudo e macilento„,
che a forza di profezie s'era fatto mettere in carcere; la morte del
Borbone; l'irrompere de' Cesarei nel grido — Spagna Spagna, Impero
Impero, ammazza, ammazza! —; il ripararsi tumultuoso del papa e de'
cardinali in Castel Sant'Angelo; uno, più morto che vivo, cacciatovi
dentro per una finestra, un altro tiratovi su con funi in un corbello;
gl'incendii, il sacco, gli strazii per tutta la città; vivono anche
oggi in qualche pagina del Cellini, del racconto di Luigi Guicciardini,
in altre scritture di contemporanei, e fanno raccapricciare. La
efferatezza umana, nella sede maggiore della religione di Cristo,
cristiani contro cristiani, trionfò. Ma se dagli storici si passa a'
poeti, per orrore che i casi abbiano in sè, è difficile non sorridere:
Fu ucciso un sacerdote, ahi gente rea!
Per non voler a un asino vestito
Dar l'ostia sacra che all'altare avea.
Un altro fraticel, ch'era fuggito,
Gli fur l'orecchie tronche e tronco il naso;
Poi fatto gli è mangiar caldo arrostito.
Ahi sorte rea, ahi sfortunato caso!
Soltanto il Berni e il Guidiccioni piansero Roma degnamente. Il Berni,
che anche nella satira politica è miglior poeta che nelle buffonerie,
sia che vituperi papa Adriano VI con tanta veemenza, sia che derida
papa Clemente VII con tanta malizia, rammentò nel rifacimento
dell'_Orlando_ come “allo spagnolo, al tedesco furore, a quel d'Italia
in preda Iddio la dette„; il Guidiccioni ne meditò con gravità accorata
le vicende dal sommo imperio d'un tempo all'estremo della presente
miseria:
Questa, che tanti secoli già stese
Sì lungi il braccio del felice impero,
Donna delle province, e di quel vero
Valor, che 'n cima d'alta gloria ascese,
Giace vil serva...............
Gli altri tutti riuscirono troppo inferiori all'impresa; e,
certo, non cercheremo poesia, ma soltanto un gioco, che non ha
il merito dell'arguzia e neppure quello della novità, nel _Credo_
composto allora, intercalando le frasi del Credo latino, in terzine
d'endecasillabi, a mo' di serventese. Dal Medio Evo in poi, le orazioni
del popolo nostro furono cucinate a quel modo in tutte le salse; e il
_Pater noster_, da che i Francesi calarono in Italia sulla fine del
Quattrocento, a quando i Milanesi cacciarono nel 1848 gli Austriaci,
seguì in sì fatte parafrasi tutti i nostri dolori:
Vègnino a casa nostra
Cum gran manaze
Che paren lupi rapaze,
Et ni mangiano
_panem nostrum._
Se questa fosse anchora
Una volta in septimana,
Ne parerebe cosa vana.
Ma questo è
_quotidianum!_
Così ne' primi del Cinquecento si lagnavano i depredati dai Francesi; e
un po' meglio in un'altra forma del genere stesso:
Quando lor vèneno in le terre nostre
Tanto pietosi et honesti se fano
Che pareno con soi officioli in mano
_Santificetur._
Poi che in casa sono arrivati
Pareno orsi e leoni descadenati;
Biastemano como cani rinegati
_Nomen tuum._
Poi subito comentiano a gridare:
“Baliate le claves del granare,
Et quella de la casa et del solare
_Adveniat._„
Fan poi de' nostri ben tal masaria,
Questa crudel et perfida genia,
Che in un giorno se consumaria
_Regnum tuum._
Ma giova confortarci ripensando che, alla preghiera de' Veneziani nei
primi decennii del Cinquecento:
Tutta l'Italia bella ha desipato
Questa gente crudel, acerba e dura:
Fa' che 'l tuo soccorso, o Dio increato,
_Adveniat!_
risponde quella italiana del 1848 esaudita:
_Non ci lasciar cadere in tentazione_
Ma rinforza in noi tutti e cuore e mente,
E vincerem nel dì della tenzone
Sicuramente:
_Tu scampaci dal male_ e dai Tedeschi:
Deh salva l'infelice Lombardia
Dall'aulico consiglio e da Radetski,
_E così sia._
I gerghi barbarici, di cui il _Pater noster de' Lombardi_ ci ha
dato un'eco, e che da Gian Giorgio Alione erano più per disteso
rappresentati facendo parlare uno svizzero di quelli di Marignano:
My passer la montagne,
My mater Mont Cerviz,
My brusler la champagne,
My squarcer fior de liz,
My pigler San-Deniz,
My scacer Roy Francisque,
My voler jusqu'à Paris;
Tout spreke a la todisque;
questi gerghi, che anche qui in Firenze risonarono contro i Lanzi
ne' canti carnascialeschi, si stringevano poi, Tedeschi e Spagnoli,
intorno, alla città dove più pura suona la lingua d'Italia. Chi
credesse di trovare nella poesia nostra, colta o incolta, un sospiro
per la passione che Firenze sofferse, resterebbe deluso. _Il Lamento
di Fiorenza qual supplica la santità del papa ad unirsi con essa
lei, con invocazione di tutte le potenze cristiane_ è una delle
solite filastrocche d'invocazioni; e un altro poemetto, _L'assedio
di Fiorenza_, non fa che spiegare in rima l'occasione per la quale
si venne ai patti che lo seguono in prosa, con espresso rimando:
“Come vedrete qui nei patti scritti.„ Se qualcuno disse alcun che di
meno insulso, fu non in lode di Firenze eroica, sì in lode de' suoi
conquistatori. E quando invece delle canzoni e dei capitoli d'arte
pensata piacesse a noi ascoltare un umile popolano, un drappiere,
Lorenzo de' Buonafedi, che pur dette un capitolo all'assedio, lo
udiremmo lamentarsi soltanto del gran caro de' viveri e rallegrarsi che
fosse cessato: è un pover uomo, costui, che, riflettendo alle paghe
scroccate a danno del popolo, esclamava in versi: “Cosa da dargli
un pugno in su quel muso!„; e non si peritava di confessare, quando
furon chiesti ai cittadini gli ori e gli argenti “Io fui di quei che
non v'andai altrimenti„, nè altro dell'assedio rammentò se non che in
quella carestia “le veccie molle furno un buon boccone„.
E delli gatti non vo' ragionare;
E' topi, si toccava il ciel col dito.
Onde, ora che “d'ogni cosa per tutto, si trova — A tutte l'ore per ogni
confino„ concludeva: “Viva il Settimo Clemente — Col nostro Duca ch'è
di grande affare!„ Ma costui era un nemico de' Piagnoni: orbene, se si
prenda _L'assedio di Firenze_, poema di Mambrino Roseo, che vi militò
pe' Fiorentini, neppur là ci sarà dato trovare nulla che sorpassi
una narrazione pedestre. Perfino la morte del Ferrucci vi è accennata
senza un grido in cui si senta l'anima del poeta. Un grido di poesia
nell'assedio vi fu; ma, gittandolo, Claudio Tolomei imprecò a Firenze
ch'ei voleva distrutta, e così ne supplicava l'Orange:
Volta l'artiglieria tutta alla terra,
E fa' sentir le grida fin al cielo
Dell'uno e l'altro sesso insieme misto.
Cade Firenze, e il duca Alessandro la padroneggia con licenza
ostentata: Lorenzino lo uccide ferocemente; e non manca _Il pietoso
lamento che fa in sè stesso Lorenzo Medici_, maledicendo la colpa sua
e volendo per forza riparare all'Inferno donde il diavolo lo respinge;
e neppure manca _Il lamento del duca Alessandro Medici_, che dice
addio, per filo e per segno, a tutti i parenti e gli amici, e a tutte
le città e terre del suo bel ducato. Li daremmo tutt'e due volentieri
que' capitoli, e più altri per giunta, in cambio della canzone che
Biagio di Montluc, il forte campione di che la Francia soccorse Siena,
attesta aver udito dalle gentildonne senesi in lode della patria sua,
mentre lavoravano alle fortificazioni. “Vorrei per averlo e metterlo
qui (scriveva poi ne' suoi _Commentarii_) poter dare il miglior
cavallo ch'io mi abbia„; noi, con que' _Lamenti_, ce la caveremmo a
troppo miglior patto! Un contadino di Monsummano, che sapeva comporre
ottave, ma scriverle no, inveì contro la minacciata repubblica, quasi a
dispetto che altri ne avesse cantata nel '26 la vittoria su' Fiorentini
con versi tanto migliori de' suoi: _La guerra di Camollia_ è uno,
infatti, de' migliori componimenti narrativi di quel tempo. Ma il
valore non bastò, nel '55, contro gli imperiali e i ducali:
Se mi volto al Pastor Santo
Non ne vorrà udir novella,
Tal che fo dirotto pianto
Giorno e notte meschinella;
D'altro già non si favella
Che di Siena in ogni luoco;
Ognun grida sangue e fuoco
Contra me disconsolata.
Sono Siena sconsolata.
Quello di Piero Stronzi fu l'ultimo sforzo della libertà italiana: gli
esuli fiorentini e senesi si spensero o si assoggettarono; e mancò
con loro non dirò il sentimento nazionale, che era allora soltanto
in un'aspirazione vaga di pochi, più letteraria che politica, ma
l'amore all'indipendenza repubblicana, sopravissuto in Firenze e in
Siena con nobile tenacia. Ciò spiega perchè scarseggino le poesie, che
sembrerebbero dover abbondare, di nostalgia, di disperazione, in chi
ripensava la terra natale. Due soli sonetti possono essere raffrontati
con quello bellissimo in cui un trecentista, Pietro de' Faitinelli,
prometteva a sè stesso, se mai gli avvenisse rientrare nella sua Lucca,
di baciarne gli uomini per le vie, di baciarne le mura, piangendo
d'allegrezza; e sono, l'uno di Galeazzo da Tamia, che esclamava:
Oh felice colui che un breve e colto
Terren tra voi possiede e gode un rivo,
Un pomo, un antro!....
l'altro, di Luigi Alamanni che, dopo sei anni d'esilio, si affacciava
dalle Alpi nevose all'Italia, per rivederla almeno.
Il fato d'Italia era nel '55 ormai compiuto. Quando Siena stava
per cadere, uscì un quadro allegorico in cui una figura di donna
piangente, l'Italia, scrittovi sopra _Italia fui_, è circondata dai
simboli delle varie sue regioni, insidiate o afferrate dai “fieri
Oltramontani„, galli francesi, orsi tedeschi, veltri spagnoli: sola
Venezia, in alto del quadro, resta intatta. E l'augurio che già vedemmo
espresso dall'Olivieri torna qui in mente, e se ne intende meglio il
valore, come rispondente all'ammirazione degli Italiani oppressi, per
chi sapeva difendersi. Tanto piacque quella stampa, che nel 1617 la
riprodussero; e il padre Lancellotti, grande encomiatore dell'_Hoggidì_
a dispetto di tutto e di tutti, se ne arrabbiava, affermando che i
tempi erano anche in ciò, come in tutto il resto, mutati in meglio. Ma,
a dir vero,
..... il Turco crudel che d'hora in hora
Per la discordia de' principi adopra
Sempre a mio danno et quasi mi divora,
di che l'Italia si era doluta nel '54, aveva continuato, anche dopo
Lepanto, a minacciarla, e i fieri Oltramontani, o le fiere che fossero,
a dilacerarla.