Torniamo, per prima cosa, alla storia italiana del secolo decimosesto,
non già a studiarla da scienziati nella sua corrente larga e profonda,
e neppure, da geografi descrittori, nel suo corso lungo e vario, ma
come viaggiatori che a diporto ne ammirino questa o quella veduta
ne' luoghi più belli. E qui, poi che me la sono assunta, ho da far
subito la parte pedantesca del cicerone, avvertendovi che non dovete
aspettarvi più di quanto il nostro cammino ci possa dare; il che
vuol dire che non potremo considerare come materia poetica buona pe'
contemporanei tutto quel pittoresco e direi bizzarro che oggi appare
a noi ne' costumi, nel linguaggio, nelle idee stesse talvolta, di tre
e quattro secoli fa. Pittoresco e bizzarro soltanto perchè lontano:
mero effetto di prospettiva. Nulla, per ciò, che possa dilettar noi,
per descrizione ricca e vivace di cose aliene dalle solite che abbiamo
intorno, come, ad esempio, ci diletta _La leggenda de' secoli_ di
Victor Hugo. Apriamola a caso. “Quando passa il reggimento degli
Alabardieri, l'aquila dalle due teste, l'aquila dall'artiglio rapace,
l'aquila d'Austria, dice: Ecco il reggimento de' miei alabardieri che
si fa innanzi superbo. I pennacchi loro fanno accorrere a' balconi le
belle: ed essi se ne vanno tutti d'un pezzo, protendendo la punta delle
ghette, d'un passo sì preciso, senza mai ritardarlo o affrettarlo, che
par di vedere tante forbici che si aprano e che si chiudano. Ed oh che
bella musica, calda e soldatesca! le trombe rivibrano dal suolo; le
risate orgogliose trionfanti che il soldato è costretto a soffocare
in cuor suo quando marcia, muto, compresso nelle file, ne sfuggono
e si liberan su da' campanellini metallici del cappello cinese;
rumoreggia il tamburo con fasto orientale, e mette un fremito sonoro
dalla fascia d'ottone sì che par di sentire nella sua voce chiara e
gaia tintinnare allegramente gli zecchini della paga. La fanfara si
spande in un fruscìo di svolazzi.„ Voi li avete già riconosciuti: è la
guardia imperiale degli Svizzeri, il reggimento del barone Madruzzo,
i nipoti di quelli che cent'anni prima combatterono a Marignano; ma a
nessuno nel 1515, dopo Marignano, poteva venire in mente di descrivere
in versi gli avi, e a nessuno nel 1615 i nepoti, come la _Leggenda
de' secoli_, appunto perchè leggenda, ha fatto con la sua baldanza
mirabile. Gli Svizzeri allora non erano un pretesto a sfoggiare colori
ed armonie imitative! Per contrario, quel che importava a' poeti
del Cinquecento, quando rimavano di politica, non corrisponde più, o
rare volte, al sentimento nostro: amavano e odiavano, benedicevano e
maledicevano uomini e avvenimenti, che a noi sono ormai soltanto nomi
e date storiche, se pur ce ne rammentiamo o se per virtù di ricerche
erudite riusciamo, dove essi non fecero che accennare, a veder chiaro.
La poesia politica d'ogni tempo ha pertanto in sè una doppia ragione
di non piacere ai posteri; i quali sono indotti a chiederle ciò che
essa non può dare, e si rifiutano dal sentire ciò che essa desiderò
far sentire. Soltanto l'eccellenza dell'arte è balsamo che mantiene,
se non la vita, le apparenze della vita; se non la storia, è il
monumento della storia; ma, per l'appunto, i grandi poeti non amano di
solito mischiarsi tra i confratelli minori, pronti sempre a inneggiare
quando sperano che l'occasione esterna dia ai versi loro la voga che
chiederebbero invano all'intimo pregio.
Non ci indugiamo, detto questo, in altre considerazioni che facilmente
se ne dedurrebbero, e guardiamo la storia. La quale ripensata nella
successione inevitabile delle cause e degli effetti (quale è di
rado indovinata da' presenti, ed appare invece palese ai posteri) è
tutta un'alta materia poetica; ma i contemporanei non possono neppur
ripensarla, perchè la vivono. Guardiamola, dunque, soltanto in quello
che a loro stessi dovè sembrare singolarmente poetico, o poteva.
Comincia il secolo, e quasi subito, nel settembre 1502, Baiardo,
il cavaliere senza nè macchia nè paura, combatte a Trani un torneo
d'undici contro undici, Francesi e Spagnoli, e rimasto con un compagno
solo tien testa fino a sera contro sette avversarii; l'anno dopo, nel
febbraio, a Barletta son tredici contro tredici, Italiani e Francesi,
e vincono i nostri; Luigi XII di Francia entra a Milano nel 1509 tra
più di mille cavalieri, coperti sopra le armi d'un saione di broccato
d'oro, egli tutto di bianco; passano tre anni, e i soldati francesi
gavazzano nella magnanima Brescia, che si è difesa, com'ella sa,
disperatamente, e per castigo se ne spartiscono a elmi pieni l'oro
e le gemme; Baiardo, che vi è rimasto ferito, si fa confortare la
convalescenza da letture e da canzoni sul liuto, e nell'accomiatarsi
largheggia alle giovinette che nel compiacquero, i ducati d'oro offerti
a lui dalla gentildonna onde era stato ricovrato, in premio ch'ei
l'avesse salvata dalle ingiurie del sacco; a Marignano, Francesco I
gli s'inginocchia dinanzi e vuole esserne armato cavaliere, ed egli
trae la spada, gli batte tre colpi sulla spalla, lo consacra cavaliere,
esclama: “Oh spada mia ben avventurata, poi che hai dato l'ordine di
cavalleria a sì bello e sì possente signore! certo ch'io ti avrò come
reliquia, nè più t'impugnerò se non contro Turchi, Saracini e Mori!„;
ferito a morte nel passo della Sesia, sentendosi compiangere dal duca
di Borbone, lo rampogna: “Non io, signore, devo esser compianto, che
muoio da uomo dabbene; voi compiango, che portate le armi contro il
principe, la patria, il giuramento„; re Francesco, a Pavia, ferito
nel volto e nella mano, e scavalcato, si arrende al vicerè, da cui in
atto reverente è accettato prigione in nome dell'imperatore, e subito
scrive a sua madre: “Tutto è perduto fuor che l'onore e la vita ch'è
salva„; e il successore di lui, Enrico II, tosto che sale sul trono,
invia a quell'imperatore il primo araldo del Reame, che gl'ingiunga
di recarsi in Francia, a giorno e luogo fissato, per adempiervi gli
officii di Pari di Francia, come conte di Fiandra ch'egli era, al che
Carlo V risponde, vi si troverebbe con cinquantamila uomini a fare il
dover suo. Ma questi, può dirsi, son atti di persone, non pubblici
fatti: certo è, a ogni modo, che furono in sè stessi poesia e la
mostrano viva. Che se diamo un'occhiata ai fatti pubblici, ecco la
ribellione di Genova nel 1507 contro i Francesi, e il re che v'entra
trionfalmente, e innanzi alla porta sguaina la spada, nel vanto:
“Genova la superba, io t'ho domata con le armi!„ e le seimila donzelle
che gli si fanno incontro, vestite di bianco e con l'olivo in mano, a
gridargli pietà, e le forche piantate per ogni dove; ecco la difesa
di Padova nel 1509, e il bastione donde Citolo da Perugia ributta
gl'imperiali deridendoli con la gatta famosa per la canzone che, un
anno fa, vi citai; ecco nel '11 la breccia della Mirandola per la
quale entra il vecchio pontefice Giulio II; ecco nel '12, la battaglia
di Ravenna, innanzi alla quale monsignor Gastone di Foix manda a don
Raimondo di Cardona “lo insanguinato guanto della battaglia, che fu da
lui ricevuto con lietissimo volto„, e dove don Raimondo mantiene con
suo danno la promessa fatta ai Francesi di non cominciare la zuffa fin
che non avessero passato tutti quanti il fiume; nel '13 Marignano, la
battaglia de' giganti, per tre giorni e tre notti, in cui re Francesco
assetato attinge acqua ch'è più sangue che acqua; e gli orrori, e gli
strazii del sacco di Roma, nel '27; e il duello del '29, in cospetto
a tutta Firenze assediata, combattuto “con una spada e un guanto
di maglia corto nella mano della spada, senza niente in testa, arme
veramente onorata e da gentiluomo„ come scrive il Varchi; e poi nel
'55 le gentildonne di Siena che, partendosi in tre schiere distinte
ciascuna d'un suo colore, aiutano le difese e cantano nel lavoro le
lodi di Siena e di Francia. La Francia, che proprio allora aveva in
Luisa Labé uno strano soldato, _le capitaine Loys_; fuggita a sedici
anni di casa, e andata all'assedio di Perpignano, dove ella che sapeva
sonare di liuto, e le dolcezze dell'italiano e dello spagnolo, combattè
bravamente a lancia e spada. “Chi mi avesse veduta allora, mi avrebbe
tolta per Bradamante o per l'alta Marfisa, la sorella di Ruggiero.„
Così l'epopea cavalleresca viveva ancora, pure in quelle che potrebbero
parere non altro che fantasie di cantastorie.