CONFERENZA
DI
GUIDO MAZZONI.
_Signore e signori,_
I germi della poesia sono come quelli de' fiori, che il vento leva su
in alto e lascia ricadere qua e là, dove vanno vanno: de' fiori e della
poesia i germi non mancano mai, ma spesso cadono dove non troveranno
terriccio ed acqua ed aria quanto basti: i più non attecchiscono
neppure; pochi crescono sì, ma gracili e pallidi; delle migliaia uno
solo riesce un bel fiore, gioia a vederlo. Un anno fa, quando ebbi
l'onore di parlarvi sulla lirica del secolo decimosesto, anche a costo
d'incappare nella censura d'irriverente dispregiatore, dovei mostrare
come quella lirica fu generalmente, con le sue tante eleganze di
stile e di suono, vuota e fredda: parlandovi quest'anno della poesia
politica in quel secolo stesso, non mi sarà dato mutare, valga quel
che può valere, il mio giudizio. Ma voi rammenterete forse, perchè un
anno passa presto, che dal coro delle voci artificiosamente educate
a cantare tediose melodie, ne distinguemmo alcune poche, fresche o
robuste, che cantarono per conto proprio di dolore e d'amore, della
patria e di Dio; rammenterete forse che io chiusi la mia lettura con
le strofette in lode dei Venzonesi perchè seppero nel 1509 ricacciare
indietro dalla Chiusa i Tedeschi del duca di Brunswick; porgendo loro
le munizioni, durante la battaglia, una gentildonna che fuse a tale
uopo, come ebbe poi a fare pel Perseo il Cellini, le scodelle di stagno
delle sue cucine. Fiore di campo, quelle strofette; pur mi valsero, con
qualche altro esempio, ad attestare che talvolta la poesia proruppe
dai fatti nel verso. E così ci accadrà oggi, di non poter vantare
capilavori, e di dovere anzi riconoscere che troppa fu la sproporzione
tra la bellezza della materia e gli artefici, tra la poesia de' fatti
e quella de' versi: nondimeno, oltre l'utile che si ha sempre dal
vedere in che modo l'arte rispecchiò la vita, alcun che di meglio che
mediocre, sia pur poco, io confido non sarà per mancarci.