Nemmeno le declamazioni volgarmente rettoriche di Liberi pensatori
da strapazzo valsero a scemare l'orrore e il ribrezzo di quegli
_auto-da-fè_, ne' quali la sinistra fantasia di Filippo e de' suoi
toccò, colla squisitezza de' tormenti e colla scenica atrocità
dell'apparato, per così dire, il sublime della ferocia. “La coscienza
umana, esclama uno scrittore cattolico francese, non se ne consolerà
mai!„ Ma col suo Sovrano che, in pericolo d'affogare, faceva voto al
Dio delle misericordie,, se lo avesse tratto salvo al lido di Spagna,
d'immolargli il più splendido _auto-da-fè_ che avesse fino a que'
giorni fatto fremere le viscere della Umanità, ardisce contendere
in efferatezza il suo Duca d'Alba; il quale, spedito nelle Fiandre
ribelli,
.... il general perdono,
Tutti escludendo, ai Batavi bandisce,[2]
e dal suo “Tribunale di sangue„ manda in pochi mesi al patibolo 17
000 vittime, costringendo all'eroismo della disperazione e inalzando
alla grandezza di un'epica perduranza e di favolosi combattimenti quel
_gueux_, che nel principio s'erano mostrati sì cautelosi, e preoccupati
delle loro comodità ed interessi. Dicono che quando su due pali ferrati
vide infisse le teste dei Conti di Egmont e di Hornes, già fidi e cari
amici di Carlo V, copertisi di gloria per Filippo II a San Quintino
ed a Gravelines, anco il Duca, nel lutto universale, piangesse; ma
le lacrime non gli vietarono di proseguire implacato la mostruosa
opera sua; sinchè, più che il grido d'Europa, più che la voce della
coscienza, la manifesta inefficacia di cotali mezzi non ebbe indotto
Filippo a sostituirgli il Requesens, che all'aperta brutalità faceva
seguire ipocrita e ormai non creduta dolcezza.
La Parte cattolica che, aggredita, reagì prima; che, cullatasi nella
fiducia ormai più volte secolare di un incontrastato dominio, rimbalzò
con tutte le energie della stupore, del terrore, della indignazione,
contro chi veniva a sturbarnela; che, nella difesa delle proprie
dottrine e in quella, pur troppo non meno acre, dei proprî interessi
temporali, procedette con tanto più inesorata, energia, quanto più
era convinta di provvedere per tal modo alla salute eterna di que'
medesimi, a' quali faceva fronte, la Parte cattolica, dico, porta in
generale la maggiore, anzi presso i più, l'unica odiosità di quelle
scene di sangue. Cattolico, io deploro, più che non possa qualsiasi
Libero pensatore, che il Cattolicesimo abbia stimato potersi e doversi
difendere nel modo, in che s'avvisarono di difenderlo Filippo, il
Granuela, il Duca d'Alba, e altrettali; deploro che allora (come
oggi, del resto) tanta scoria terrena si mescolasse allo zelo di
certi difensori ed apologisti; ma, nel vero, i Cattolici, maggioranza
numerica ed aggrediti, fecero quello che, dov'erano maggioranza,
facevano i Dissidenti aggressori.
Il rogo, sul quale Calvino fece ardere Michele Servet, può parere poca
cosa (al Servet non pareva certo) di fronte alle migliaia accesine
dall'Inquisizione; ma Scrittori protestanti deplorano quel pazzo furore
iconoclasta, che, indarno contrastato dallo stesso Principe d'Orange,
sino dal principio della sollevazione spinse alla devastazione delle
chiese cattoliche e al sangue i Calvinisti fiamminghi. Alla Dieta di
Spira si era dovuto espressamente sancire che, ne' paesi ove dominava
il Protestantesimo (ove cioè era Protestante il Capo dello Stato, qual
che si fosse poi la credenza dell'universale o della maggioranza), non
si vietasse da loro la Messa a' Cattolici. Alla Dieta di Augusta, dove
Ferdinando I d'Habsburgo si dimostrò il più sincero amatore di pace, e
fautore di reciproca tolleranza (o che così sentisse, o che così gli
dettassero la tema de' Turchi e la brama di ricuperar l'Ungheria), i
Protestanti non si mostrarono meno acri a oppugnare che i Cattolici a
sostenere il _Riservato ecclesiastico_, vietante il passaggio de' beni
ecclesiastici dalla Confessione cattolica alla dissidente, per mutata
Fede del titolare. Nella stessa Dieta i Luterani non furono men fermi
de' Cattolici a escludere dalla pacificazione religiosa i Calvinisti,
i Sacramentarî, gli Anabattisti odiatissimi, gli Utraquisti di Boemia.
Ferdinando adoperavasi bensì a fermare il principio che, negli Stati
ecclesiastici dell'Impero, officialmente cattolici, fosse guarentita
contro le persecuzioni del Principe la coscienza dei Dissidenti, che
potevano anco divenir maggioranza o quasi totalità; ma i Casisti sì
dell'una che dell'altra parte, i quali, secondo l'espressione d'un
nostro Cronista, “cominciarono a interpretare„ si trovarono, d'accordo,
beati loro! Cattolici e Dissidenti, su questo unico punto: che a'
professanti Fede diversa da quella del proprio Sovrano restasse la
invidiabile libertà di vendere i proprî beni, ed andarsene altrove.
Le persecuzioni d'Elisabetta contro i Cattolici inglesi eran tali,
che Filippo II osò raccomandarle maggior tolleranza. Non è detto se
proponesse ad esempio sè stesso!
E per un pezzo e in più luoghi ad un tempo si proseguiva collo stesso
sistema, e co' criterî medesimi. Pel trionfo de' suoi _Indipendenti_
il Cromwell percuoteva di colpi non meno aspri i _Cavalieri_
aristocratici, che i _Livellatori_ ultra democratici; ma, più che
questi, desolava con sistematiche devastazioni la cattolica Irlanda, le
cui miserie datano dal Governo di questo alleato del Re Cristianissimo.
In Svezia Erick XIV perseguitava i Cattolici; a Mosca Ivan IV concedeva
bensì la erezione di un tempio Calvinista e d'uno Luterano, ma il furor
popolare imponevasi anco al _terribile_, che doveva farli trasferire
a due _verste_ fuor di Città; le Carte costitutive di quelle colonie
nord-americane, nelle quali i Dissidenti inglesi si rifuggivano dalla
tirannide dello Stato, e della sua Chiesa officiale (established
Church), consacravano solennemente la più esclusiva intolleranza
religiosa.
V'era in Europa, dopo la pacificazione d'Augusta, una Confessione di
più; che i Principi potevano abbracciare senza esser messi al bando
dell'Impero, al bando del Diritto pubblico; ma che poi un Suddito
potesse professare altra Fede da quella del suo Sovrano senza farsi
ribelle, non si voleva ammettere; i diritti della coscienza religiosa
individua di fronte allo Stato, la incompetenza della Società civile
a conoscere in materia di Fede, l'obbligo dello Stato di restringere
al campo sociale e politico l'azione propria, erano lungi dal venire
riconosciuti.
Ove peraltro ambizioni e cupidigie politiche si trovassero, come
in Francia, in più intimo accordo coi risentimenti cattolici; ivi,
segnatamente se vi soffiava dentro lo spirito di Filippo II, l'odio
proruppe più atroce. Dopochè, a Parigi, il supplizio dell'onesto e
saggio Consigliere Anne Dubourg, predicatore di tolleranza, aveva, il
23 dicembre 1559, contrassegnato lugubremente il cominciamento delle
influenze dei Guisa, l'aperta guerra religiosa divampava nel 1562,
per mano dei Guisa stessi, colla gratuita, spietata strage di Vassy.
Nello stesso anno i compagni del Calvinista Ribault, recatisi, per
consiglio del Coligny, a colonizzar la Florida, v'eran sorpresi dallo
spagnuolo Mendez de Aviles, e impiccati tutti quanti colla scritta:
“Non come Francesi, ma come Calvinisti.„ Per Filippo II, nel Piemonte
non anco restituito al suo Duca, il Governatore Spagnuolo di Milano
faceva strage di quei Valdesi, che dovevan più tardi sentir l'ira,
non meno feroce, di Luigi XIV. Della Saint-Barthèlemy, cui non scema o
accresce orrore qualche centinaio di morti che gli Scrittori dell'una
parte scemino quelli dell'altra accrescano al noverò, consigliatori e
inspiratori, furono, questo è certo, Filippo II e il suo Duca d'Alba.
L'uno e l'altro potevano ben ravvisare un degno loro discepolo in quel
Duca di Feria, che' da Milano, eccitando al Sacro Macello (19 luglio
1520) contro i Grigioni i Cattolici di Valtellina, sperava assicurare
con quello alla Spagna l'ambita conquista della Valle superiore
dell'Adda. Loro degnissimo alunno quel Bedmar, la cui congiura contro
Venezia non è chiaro, qualora avesse sortito i suoi micidialissimi
effetti, se sarebbe servita a incremento massimo della dominazione
spagnuola in Italia, o ad ingrossare di tanta e tal preda lo Stato
indipendente, che il Vicerè di Napoli Ossuna sognava di procurare a
sè stesso (1618). Il Governo Veneto, decadente già, ma non peranco del
tutto degenere, represse l'insano tentativo con maggiore agevolezza e
prontezza, che non lo stesso Governo, genovese, allorchè questo, dieci
anni più tardi, ebbe a sfatare l'oscena congiura di quel Vachero, con
cui si direbbe incredibile che fosse entrato in accordi tal uomo, quale
era Carlo Emanuele.