--O pazzi, o fratelli nostri amatissimi, seguitemi!... Noi c

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=I MANIFESTI=

=DEL=

=FUTURISMO=

LANCIATI DA

MARINETTI--BOCCIONI--CARRÀ

RUSSOLO--BALLA--SEVERINI

PRATELLA

M.me DE SAINT-POINT--APOLLINAIRE

PALAZZESCHI

MOVIMENTO FUTURISTA

diretto da F. T. MARINETTI

=POESIA=

F. T. MARINETTI--PAOLO BUZZI--A. PALAZZESCHI--E.

CAVACCHIOLI--CORRADO GOVONI--LIBERO ALTOMARE--LUCIANO FOLGORE--G.

CARRIERI--G. MANZELLA-FRONTINI--MARIO BÉTUDA--AURO D'ALBA--ARMANDO

MAZZA--DINAMO CORRENTI--FRANCESCO CANGIULLO--GIOVANNI

PAPINI--ARDENGO SOFFICI--TAVOLATO--GUGLIELMO JANNELLI.

=PITTURA=

U. BOCCIONI--C. D. CARRÀ--L. RUSSOLO--G. BALLA--G. SEVERINI--A.

SOFFICI, ecc.

=MUSICA=

BALILLA PRATELLA

=SCULTURA=

UMBERTO BOCCIONI

=AZIONE FEMMINILE=

la poetessa VALENTINE DE SAINT-POINT

=ARTE DEI RUMORI=

LUIGI RUSSOLO

=ANTIFILOSOFIA=

GIOVANNI PAPINI

Direzione del movimento futurista:

=CORSO VENEZIA, 61--MILANO=

_MARINETTI._

=Fondazione e Manifesto del futurismo.=

_Pubblicato dal "Figaro" di Parigi il 20 Febbraio 1909._

Avevamo vegliato tutta la notte--i miei amici ed io--sotto lampade di

moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime,

perchè come queste irradiate dal chiuso fulgòre di un cuore elettrico.

Avevamo lungamente calpestata su opulenti tappeti orientali la nostra

atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi della logica ed

annerendo molta carta di frenetiche scritture.

Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti, poichè ci sentivamo soli,

in quell'ora, ad esser desti e ritti, come fari superbi o come

sentinelle avanzate, di fronte all'esercito delle stelle nemiche,

occhieggianti dai loro celesti accampamenti. Soli coi fuochisti che

s'agitano davanti ai forni infernali delle grandi navi, soli coi neri

fantasmi che frugano nelle pance arroventate delle locomotive lanciate a

pazza corsa, soli cogli ubriachi annaspanti, con un incerto batter

d'ali, lungo i muri della città.

Sussultammo ad un tratto, all'udire il rumore formidabile degli enormi

tramvai a due piani, che passano sobbalzando, risplendenti di luci

multicolori, come i villaggi in festa che il Po straripato squassa e

sràdica d'improvviso, per trascinarli fino al mare, sulle cascate e

attraverso i gorghi di un diluvio.

Poi il silenzio divenne più cupo. Ma mentre ascoltavamo l'estenuato

borbottìo di preghiere del vecchio canale e lo scricchiolar dell'ossa

dei palazzi moribondi sulle loro barbe di umida verdura, noi udimmo

subitamente ruggire sotto le finestre gli automobili famelici.

--Andiamo, diss'io; andiamo, amici! Partiamo! Finalmente, la mitologia e

l'ideale mistico sono superati. Noi stiamo per assistere alla nascita

del Centauro e presto vedremo volare i primi Angeli!.... Bisognerà

scuotere le porte della vita per provarne i cardini e i

chiavistelli!.... Partiamo! Ecco, sulla terra, la primissima aurora! Non

v'è cosa che agguagli lo splendore della rossa spada del sole che

schermeggia per la prima volta nelle nostre tenebre millenarie!...

Ci avvicinammo alle tre belve sbuffanti, per palparne amorosamente i

torridi petti. Io mi stesi sulla mia macchina come un cadavere nella

bara, ma subito risuscitai sotto il volante, lama di ghigliottina che

minacciava il mio stomaco.

La furente scopa della pazzia ci strappò a noi stessi e ci cacciò

attraverso le vie, scoscese e profonde come letti di torrenti. Qua e là

una lampada malata, dietro i vetri d'una finestra, c'insegnava a

disprezzare la fallace matematica dei nostri occhi perituri.

Io gridai:--Il fiuto, il fiuto solo, basta alle belve!

E noi, come giovani leoni, inseguivamo la Morte, dal pelame nero

maculato di pallide croci, che correva via pel vasto cielo violaceo,

vivo e palpitante.

Eppure non avevamo un'Amante ideale che ergesse fino alle nuvole la sua

sublime figura, nè una Regina crudele a cui offrire le nostre salme,

contorte a guisa di anelli bisantini! Nulla, per voler morire, se non il

desiderio di liberarci finalmente dal nostro coraggio troppo pesante!

E noi correvamo schiacciando su le soglie delle case i cani da guardia

che si arrotondavano, sotto i nostri pneumatici scottanti, come solini

sotto il ferro da stirare. La Morte, addomesticata, mi sorpassava ad

ogni svolto, per porgermi la zampa con grazia, e a quando a quando si

stendeva a terra con un rumore di mascelle stridenti, mandandomi, da

ogni pozzanghera, sguardi vellutati e carezzevoli.

--Usciamo dalla saggezza come da un orribile guscio, e gettiamoci, come

frutti pimentati d'orgoglio entro la bocca immensa e tôrta del vento!...

Diamoci in pasto all'Ignoto, non già per disperazione, ma soltanto per

colmare i profondi pozzi dell'Assurdo!

Avevo appena pronunziate queste parole, quando girai bruscamente su me

stesso, con la stessa ebrietà folle dei cani che voglion mordersi la

coda, ed ecco ad un tratto venirmi incontro due ciclisti, che mi diedero

torto, titubando davanti a me come due ragionamenti, entrambi persuasivi

e nondimeno contradittorii. Il loro stupido dilemma discuteva sul mio

terreno.... Che noia! Auff!... Tagliai corto, e, pel disgusto, mi

scaraventai colle ruote all'aria in un fossato....

Oh! materno fossato, quasi pieno di un'acqua fangosa! Bel fossato

d'officina! Io gustai avidamente la tua melma fortificante, che mi

ricordò la santa mammella nera della mia nutrice sudanese.... Quando mi

sollevai--cencio sozzo e puzzolente--di sotto la macchina capovolta, io

mi sentii attraversare il cuore, deliziosamente, dal ferro arroventato

della gioia!

Una folla di pescatori armati di lenza e di naturalisti podagrosi

tumultuava già intorno al prodigio. Con cura paziente e meticolosa,

quella gente dispose alte armature ed enormi reti di ferro per pescare

il mio automobile, simile ad un gran pescecane arenato. La macchina

emerse lentamente dal fosso, abbandonando nel fondo, come squame, la sua

pesante carrozzeria di buon senso e le sue morbide imbottiture di

comodità.

Credevano che fosse morto, il mio bel pescecane, ma una mia carezza

bastò a rianimarlo, ed eccolo risuscitato, eccolo in corsa, di nuovo,

sulle sue pinne possenti!

Allora, col volto coperto della buona melma delle officine--impasto di

scorie metalliche, di sudori inutili, di fuliggini celesti--noi, contusi

e fasciate le braccia ma impavidi, dettammo le nostre prime volontà a

tutti gli uomini _vivi_ della terra:

Manifesto del futurismo.

1. Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine

all'energia e alla temerità.

2. Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi

essenziali della nostra poesia.

3. La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa,

l'estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo,

l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo

schiaffo ed il pugno.

4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di

una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da

corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti

dall'alito esplosivo.... un automobile ruggente, che sembra correre

sulla mitraglia, è più bello della _Vittoria di Samotracia_.

5. Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui

asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul

circuito della sua orbita.

6. Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e

munificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi

primordiali.

7. Non v'è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non

abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia

deve essere concepita come un violento assalto contro le forze

ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo.

8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!.. Perchè dovremmo

guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte

dell'Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo

già nell'assoluto, poichè abbiamo già creata l'eterna velocità

onnipresente.

9. Noi vogliamo glorificare la guerra--sola igiene del mondo--il

militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertarî,

le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie

d'ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e

contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.

11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o

dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle

rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore

notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune

elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano;

le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i

ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti

al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che

fiutano l'orizzonte, le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano

sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e

il volo scivolante degli aereoplani, la cui elica garrisce al vento

come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.

* * * * *

È dall'Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di

violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il

«_Futurismo_», perchè vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida

cancrena di professori, d'archeologhi, di ciceroni e d'antiquarii.

Già per troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi

vogliamo liberarla dagl'innumerevoli musei che la coprono tutta di

cimiteri innumerevoli.

Musei: cimiteri!... Identici, veramente, per la sinistra promiscuità di

tanti corpi che non si conoscono. Musei: dormitorî pubblici in cui si

riposa per sempre accanto ad esseri odiati o ignoti! Musei: assurdi

macelli di pittori e scultori che vanno trucidandosi ferocemente a colpi

di colori e di linee, lungo le pareti contese!

Che ci si vada in pellegrinaggio, una volta all'anno, come si va al

Camposanto nel giorno dei morti.... ve lo concedo. Che una volta

all'anno sia deposto un omaggio di fiori davanti alla _Gioconda_, ve lo

concedo.... Ma non ammetto che si conducano quotidianamente a passeggio

per i musei le nostre tristezze, il nostro fragile coraggio, la nostra

morbosa inquietudine. Perchè volersi avvelenare? Perchè volere

imputridire?

E che mai si può vedere, in un vecchio quadro, se non la faticosa

contorsione dell'artista, che si sforzò di infrangere le insuperabili

barriere opposte al desiderio di esprimere interamente il suo sogno?...

Ammirare un quadro antico equivale a versare la nostra sensibilità in

un'urna funeraria, invece di proiettarla lontano, in violenti getti di

creazione e di azione.

Volete dunque sprecare tutte le vostre forze migliori, in questa eterna

ed inutile ammirazione del passato, da cui uscite fatalmente esausti,

diminuiti e calpesti?

In verità io vi dichiaro che la frequentazione quotidiana dei musei,

delle biblioteche e delle accademie (cimiteri di sforzi vani, calvarii

di sogni crocifissi, registri di slanci troncati!...) è, per gli

artisti, altrettanto dannosa che la tutela prolungata dei parenti per

certi giovani ebbri del loro ingegno e della loro volontà ambiziosa. Per

i moribondi, per gl'infermi, pei prigionieri, sia pure:--l'ammirabile

passato è forse un balsamo ai loro mali, poichè per essi l'avvenire è

sbarrato.... Ma noi non vogliamo più saperne, del passato, noi, giovani

e forti _futuristi_!

E vengano dunque, gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate!

Eccoli! Eccoli!... Suvvia! date fuoco agli scaffali delle

biblioteche!... Sviate il corso dei canali, per inondare i musei!... Oh,

la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere e stinte su quelle

acque, le vecchie tele gloriose!... Impugnate i picconi, le scuri, i

martelli e demolite, demolite senza pietà le città venerate!

* * * * *

I più anziani fra noi, hanno trent'anni: ci rimane dunque almeno un

decennio, per compier l'opera nostra. Quando avremo quarant'anni, altri

uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino,

come manoscritti inutili.--Noi lo desideriamo!

Verranno contro di noi, i nostri successori; verranno di lontano, da

ogni parte, danzando su la cadenza alata dei loro primi canti,

protendendo dita adunche di predatori, e fiutando caninamente, alle

porte delle accademie, il buon odore delle nostre menti in putrefazione,

già promesse alle catacombe delle biblioteche.

Ma noi non saremo là.... Essi ci troveranno alfine--una notte

d'inverno--in aperta campagna, sotto una triste tettoia tamburellata da

una pioggia monotona, e ci vedranno accoccolati accanto ai nostri

aeroplani trepidanti e nell'atto di scaldarci le mani al fuocherello

meschino che daranno i nostri libri d'oggi fiammeggiando sotto il volo

delle nostre immagini.

Essi tumultueranno intorno a noi, ansando per angoscia e per dispetto, e

tutti, esasperati dal nostro superbo, instancabile ardire, si

avventeranno per ucciderci, spinti da un'odio tanto più implacabile

inquantochè i loro cuori saranno ebbri di amore e di ammirazione per

noi.

La forte e sana Ingiustizia scoppierà radiosa nei loro occhi.--L'arte,

infatti, non può essere che violenza, crudeltà ed ingiustizia.

I più anziani fra noi hanno trent'anni: eppure, noi abbiamo già

sperperati tesori, mille tesori di forza, di amore, d'audacia, d'astuzia

e di rude volontà; li abbiamo gettati via impazientemente, in furia,

senza contare, senza mai esitare, senza riposarci mai, a perdifiato....

Guardateci! Non siamo ancora spossati! I nostri cuori non sentono alcuna

stanchezza, poichè sono nutriti di fuoco, di odio e di velocità!... Ve

ne stupite?... È logico, poichè voi non vi ricordate nemmeno di aver

vissuto! Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la

nostra sfida alle stelle!

Ci opponete delle obiezioni?... Basta! Basta! Le conosciamo.... Abbiamo

capito!... La nostra bella e mendace intelligenza ci afferma che noi

siamo il riassunto e il prolungamento degli avi nostri.--Forse!... Sia

pure!.... Ma che importa? Non vogliamo intendere!... Guai a chi ci

ripeterà queste parole infami!..

Alzate la testa!...

Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra

sfida alle stelle!...

_MARINETTI._

=Uccidiamo il Chiaro di Luna!=

_Aprile 1909._

1.

--Olà! grandi poeti incendiarî, fratelli miei futuristi!.... Olà! Paolo

Buzzi, Palazzeschi, Cavacchioli, Govoni, Altomare, Folgore, Boccioni,

Carrà, Russolo, Balla, Severini, Pratella, D'Alba, Mazza! Usciamo da

Paralisi, devastiamo Podagra e stendiamo il gran Binario militare sui

fianchi del Gorisankar, vetta del mondo!

Uscivamo tutti dalla città, con un passo agile e preciso, che sembrava

volesse danzare cercando ovunque ostacoli da superare. Intorno a noi, e

nei nostri cuori, l'immensa ebrietà del vecchio sole europeo, che

barcollava tra nuvole color di vino.... Quel sole ci sbattè sulla faccia

la sua gran torcia di porpora incandescente, poi crepò, vomitandosi

tutto all'infinito.

Turbini di polvere aggressiva; acciecante fusione di zolfo, di potassa e

di silicati per le vetrate dell'Ideale!... Fusione d'un nuovo globo

solare che presto vedremo risplendere!

--Vigliacchi!--gridai, voltandomi verso gli abitanti di Paralisi,

ammucchiati sotto di noi, massa enorme di obici irritati, già pronti per

i nostri futuri cannoni.

«Vigliacchi! Vigliacchi!... Perchè queste vostre strida di gatti

scorticati vivi?... Temete forse che appicchiamo il fuoco alle vostre

catapecchie?... Non ancora!... Dovremo pur scaldarci nell'inverno

prossimo!... Per ora, ci accontentiamo di far saltare in aria tutte le

tradizioni, come ponti fradici!... La guerra?... Ebbene, sì: essa è la

nostra unica speranza, la nostra ragione di vivere, la nostra sola

volontà!... Sì, la guerra! Contro di voi, che morite troppo lentamente,

e contro tutti i morti che ingombrano le nostre strade!...

«Sì, i nostri nervi esigono la guerra e disprezzano la donna, poichè noi

temiamo che braccia supplici s'intreccino alle nostre ginocchia, la

mattina della partenza!... Che mai pretendono le donne, i sedentarî,

gl'invalidi, gli ammalati, e tutti i consiglieri prudenti? Alla loro

vita vacillante, rotta da lugubri agonie, da sonni tremebondi e da

incubi grevi, noi preferiamo la morte violenta e la glorifichiamo come

la sola che sia degna dell'uomo, animale da preda.

«Vogliamo che i nostri figliuoli, seguano allegramente il loro

capriccio, avversino brutalmente i vecchi e sbeffeggino tutto ciò che è

consacrato dal tempo!

«Questo v'indigna? Mi fischiate?... Alzate la voce!... Non ho udita

l'ingiuria! Più forte! Che cosa? Ambiziosi?... Certamente! Siamo degli

ambiziosi, noi, perchè non vogliamo strofinarci ai vostri fetidi velli,

o gregge puzzolente, color di fango, canalizzato nelle strade antiche

della Terra!... Ma «ambiziosi» non è la parola esatta! Noi siamo

piuttosto dei giovani artiglieri in baldoria!... E voi dovete, anche a

vostro dispetto, abituarvi al frastuono dei nostri cannoni! Che cosa

dite?... Siamo pazzi?... Evviva! Ecco finalmente la parola che

aspettavo!... Ah! Ah! Bellissima trovata!... Prendete con cautela questa

parola d'oro massiccio, e tornatevene presto in processione, per celarla

nella più gelosa delle vostre cantine! Con quella parola fra le dita e

sulle labbra, potrete vivere ancora venti secoli.... Per conto mio, vi

annuncio che il mondo è fradicio di saggezza!...

«È perciò che noi oggi insegnarne l'eroismo metodico e quotidiano, il

gusto della disperazione, per la quale il cuore dà tutto il suo

rendimento, l'abitudine all'entusiasmo, l'abbandono alla vertigine....

«Noi insegnamo il tuffo nella morte tenebrosa sotto gli occhi bianchi e

fissi dell'Ideale.... E noi stessi daremo l'esempio, abbandonandoci alla

furibonda Sarta delle battaglie, che, dopo averci cucita addosso una

bella divisa scarlatta, sgargiante al sole, ungerà di fiamme i nostri

capelli spazzolati dai proiettili.... Così appunto la calura di una sera

estiva spalma i campi d'uno scivolante fulgòre di lucciole.

«Bisogna che gli uomini elettrizzino ogni giorno i loro nervi ad un

orgoglio temerario!.... Bisogna che gli uomini giuochino d'un tratto

la loro vita, senza spiare i biscazzieri bari e senza controllare

l'equilibrio delle _roulettes_, stando chini sui vasti tappeti

verdi della guerra, covati dalla fortunosa lampada del sole.

Bisogna,--capite?--bisogna che l'anima lanci il corpo in fiamme, come un

brulotto, contro il nemico, l'eterno nemico che si dovrebbe inventare se

non esistesse!....

«Guardate laggiù, quelle spiche di grano, allineate in battaglia, a

milioni.... Quelle spiche, agili soldati dalle baionette aguzze,

glorificano la forza del pane, che si trasforma in sangue, per sprizzar

dritto, fino allo Zenit. Il sangue sappiatelo, non ha valore nè

splendore, se non liberato, col ferro o col fuoco, dalla prigione delle

arterie! E noi insegneremo a tutti i soldati _armati_ della terra come

il sangue debba essere versato.... Ma, prima, converrà ripulire la

grande Caserma dove voi pullulate, insetti che siete!... Ci vorrà

poco.... Frattanto, cimici, potete ancora tornare, per questa sera,

agl'immondi giacigli tradizionali, su cui noi non vogliamo più dormire!»

Mentre volgevo loro le spalle, io sentii, dal dolore della mia schiena,

che troppo a lungo avevo trascinato, nella rete immensa e nera della mia

parola, quel popolo moribondo, coi suoi ridicoli guizzi di pesce

ammucchiato sotto l'ultima ondata di luce che la sera spingeva alle

scogliere della mia fronte.

2.

La città di Paralisi, col suo gridìo di pollaio, coi suoi orgogli

impotenti di colonne troncate, con le sue cupole tronfie che

partoriscono statuette meschine, col capriccio dei suoi fumi di

sigaretta sopra bastioni puerili offerti ai buffetti.... scomparve alle

nostre spalle, danzando al ritmo dei nostri passi veloci.

Davanti a me, ancora distante alcuni chilometri, si delineò ad un tratto

il Manicomio, alto sulla groppa di una collina elegante, che sembrava

trotterellare come un puledro.

--Fratelli,--diss'io--riposiamoci per l'ultima volta, prima di muovere

alla costruzione del gran Binario futurista!

Ci coricammo, tutti fasciati dall'immensa follia della Via Lattea,

all'ombra del Palazzo dei vivi, e subito tacque il fracasso dei grandi

martelli quadrati dello spazio e del tempo.... Ma Paolo Buzzi, non

poteva dormire, poichè il suo corpo spossato sussultava ad ogni istante

alle punture delle stelle velenose che ci assalivano da ogni parte.

--Fratello!--mormorò--scaccia lontano da me codeste api che ronzano

sulla rosa porporina della mia volontà!

Poi si riaddormentò nell'ombra visionaria del Palazzo ricolmo di

fantasia, da cui saliva la melopea cullante ed ampia della eterna gioia.

Enrico Cavacchioli sonnecchiava e sognava ad alta voce:

--Io sento ringiovanire il mio corpo ventenne!... Io ritorno, d'un passo

sempre più infantile, verso la mia culla.... Presto, rientrerò nel

ventre di mia madre!... Tutto, dunque, mi è lecito!... Voglio preziosi

gingilli da rompere.... città da schiacciare, formicai umani da

sconvolgere!... Voglio addomesticare i Venti e tenerli a guinzaglio....

Voglio una muta di venti, fluidi levrieri, per dar la caccia ai cirri

flosci e barbuti.

La respirazione dei miei fratelli dormenti fingeva il sonno di un mare

possente, su una spiaggia. Ma l'entusiasmo inesauribile dell'aurora

traboccava già dalle montagne, tanto copiosamente la notte aveva

dovunque versato profumi e linfe eroiche. Paolo Buzzi, bruscamente

sollevato da quella marea di delirio, si contorse, come nell'angoscia di

un incubo.

--Li udite i singhiozzi della terra?... La Terra agonizza nell'orrore

della luce!... Troppi soli si chinarono al suo livido capezzale! Bisogna

lasciarla dormire!... Ancora! Sempre!.. Datemi delle nuvole, dei mucchi

di nuvole, per coprire i suoi occhi e la sua bocca che piange!

A queste parole il Sole ci porse dall'estremità dell'orizzonte, il suo

tremulo e rosso volante di fuoco.

--Alzati, Paolo!--gridai allora.--Afferra quella ruota!... Io ti

proclamo guidatore del mondo!... Ma, ahimè, noi non potremo bastare al

gran lavoro del Binario futurista! Il nostro cuore è ancora pieno di un

ciarpame immondo: code di pavoni, pomposi galli di banderuole, leziosi

fazzoletti profumati!... E non abbiamo ancora scacciate dal nostro

cervello le lugubri formiche della saggezza.... Ci vogliono dei

pazzi!... Andiamo a liberarli!

Ci avvicinammo alle mura imbevute di gioia solare, costeggiando una

sinistra vallata, ove trenta gru metalliche sollevano stridendo, dei

vagoncini pieni d'una biancheria fumigante, inutile bucato di quei Puri,

lavati già da ogni sozzura di logica.

Due alienisti comparvero, categorici, sulla soglia del Palazzo. Io non

avevo fra le mani che uno smagliante fanale d'automobile; e fu col suo

manico di lucido ottone che inculcai loro la morte.

Dalle porte spalancate, pazzi e pazze scamiciati, seminudi, eruppero a

migliaia, torrenzialmente, così da ringiovanire e ricolorare il volto

rugoso della Terra.

Alcuni vollero subito brandire, come bastoni d'avorio, i campanili

lucenti; altri si misero a giuocare al cerchio con delle cupole.... Le

donne pettinavano le loro lontane capigliature di nuvole con le acute

punte di una costellazione.

--O pazzi, o fratelli nostri amatissimi, seguitemi!... Noi costruiremo

il Binario sulle cime di tutte le montagne, fino al mare! Quanti

siete?... Tremila?... Non basta! D'altronde la noia e la monotonia

troncheranno in breve il vostro bello slancio.... Corriamo a domandar

consiglio alle belve dei serragli accampati alle porte della Capitale.

Sono gli esseri più vivi, i più sradicati, i meno vegetali! Avanti!... A

Podagra! A Podagra!...

E partimmo, scarica formidabile di una chiusa immane.

L'esercito della follia si avventò di pianura in pianura, colò per le

valli, ascese rapido alle cime, con lo slancio fatale e facile d'un

liquido entro enormi vasi comunicanti, e infine mitragliò di grida, di

fronti e di pugni le mura di Podagra che risuonò come una campana.

Dopo avere ubbriacati, uccisi o calpestati i guardiani, la gesticolante

marea inondò l'immenso corridoio melmoso del serraglio, le cui gabbie,

piene di velli danzanti ondeggiavano nel vapore delle urine selvatiche e

oscillavano più leggiere che gabbie di canarini fra le braccia dei

pazzi.

Il regno dei leoni ringiovanì la Capitale. La ribellione delle criniere

e il voluminoso sforzo delle groppe inarcate a leva scolpivano le

facciate. La loro forza di torrente, scavando il selciato, trasformò le

vie in altrettanti tunnel dalle vôlte scoppiate. Tutta la tisica

vegetazione degli abitanti di Podagra fu infornata nelle case, le quali,

piene di rami urlanti, tremavano sotto la impetuosa grandinata di

sgomento che crivellava i tetti.

Con bruschi slanci e con lazzi da _clowns_, i pazzi inforcavano i bei

leoni indifferenti, che non li sentivano, e quei bizzarri cavalieri

esultavano ai tranquilli colpi di coda che ad ogni istante li gettavano

a terra.... Ad un tratto, le belve si arrestarono, i pazzi tacquero,

davanti alle mura che non si muovevano più....

--I vecchi son morti!.... I giovani sono fuggiti!.... Meglio così!...

Presto! Siano divelti i parafulmini e le statue!... Saccheggiamo gli

scrigni colmi d'oro!... Verghe e monete!... Tutti i metalli preziosi

saranno fusi, pel gran Binario militare!...

Ci precipitammo fuori, coi pazzi gesticolanti e le pazze scarmigliate,

coi leoni, le tigri e le pantere cavalcate a nudo da cavalieri che

l'ebbrezza irrigidiva contorceva ed esilarava freneticamente.

Podagra non fu più che un immenso tino, pieno di un rosso vino dai

gorghi spumosi, che colava veemente dalle porte, i cui ponti levatoi

erano imbuti trepidanti e sonori....

Attraversammo le rovine dell'Europa ed entrammo nell'Asia, sparpagliando

lontano le orde terrorizzate di Podagra e di Paralisi, come i seminatori

gettano la semente con un gran gesto circolare.

3.

A notte piena, eravamo quasi in cielo, su l'altipiano persiano, sublime

altare del mondo, i cui gradini smisurati portano popolose città.

Allineati all'infinito lungo il Binario ansavamo su crogiuoli di barite,

di alluminio e di manganese, che a quando a quando spaventavano le

nuvole con la loro esplosione abbagliante; e ci sorvegliava, in cerchio,

la maestosa ronda dei leoni che, erette le code, sparse al vento le

criniere, foravano il cielo nero e profondo coi loro ruggiti tondi e

bianchi.

Ma, a poco a poco, il lucente e caldo sorriso della luna traboccò dalle

nuvole squarciate. E, quando ella apparve infine, tutta grondante

dell'inebriante latte delle acacie, i pazzi sentirono il loro cuore

staccarsi dal petto e salire verso la superficie della liquida notte.

Ad un tratto, un grido altissimo lacerò l'aria; un rumore si propagò,

tutti accorsero... Era un pazzo giovanissimo, dagli occhi di vergine,

rimasto fulminato sul Binario.

Il suo cadavere fu subito sollevato. Egli teneva fra le mani un fiore

bianco e desioso, il cui pistillo s'agitava come una lingua di donna.

Alcuni vollero toccarlo, e fu male, poichè rapidamente, con la facilità

di un'aurora che si propaga sul mare, una verdura singhiozzante sorse

per prodigio dalla terra increspata di onde inattese.

Dal fluttuare azzurro delle praterie, emergevano vaporose chiome

d'innumerevoli nuotatrici, che schiudevano sospirando i petali delle

loro bocche e dei loro occhi umidi. Allora, nell'inebbriante diluvio dei

profumi, vedemmo crescere distesamente intorno a noi una favolosa

foresta, i cui fogliami arcuati sembravano spossati da una brezza troppo

lenta. Vi ondeggiava una tenerezza amara.... Gli usignuoli bevevano

l'ombra odorosa con lunghi gorgoglii di piacere, e a quando a quando

scoppiavano a ridere nei cantucci giocando a rimpiattino come fanciulli

vispi e maliziosi. Un sonno soavissimo vinceva lentamente l'esercito dei

pazzi, che si misero a urlare dal terrore.

Irruenti, le belve si precipitarono a soccorrerli. Per tre volte,

stretti in gomitoli balzanti, e con assalti uncinati di rabbia

esplosiva, le tigri caricarono gli invisibili fantasmi di cui ribolliva

la profondità di quella foresta di delizie.... Finalmente, fu aperto un

varco: enorme convulsione di fogliami feriti, i cui lunghi gemiti

svegliarono i lontani echi loquaci appiattati nella montagna. Ma, mentre

ci accanivamo, tutti, a liberar le nostre gambe e le nostre braccia

dalle ultime liane affettuose, sentimmo a un tratto la Luna carnale, la

Luna dalle belle coscie calde, abbandonarsi languidamente sulle nostre

schiene affrante.

Si udì gridare nella solitudine aerea degli altipiani:

--Uccidiamo il chiaro di Luna!

Alcuni accorsero alle cascate vicine; gigantesche ruote furono inalzate,

e le turbine trasformarono la velocità delle acque in magnetici spasimi

che s'arrampicarono a dei fili, su per alti pali, fino a dei globi

luminosi e ronzanti.

Fu così che trecento lune elettriche cancellarono coi loro raggi di

gesso abbagliante l'antica regina verde degli amori.

E il Binario militare fu costruito. Binario stravagante che seguiva la

catena delle montagne più alte e sul quale si slanciarono tosto le

nostre veementi locomotive impennacchiate di grida acute, via da una

cima all'altra, gettandosi in tutti i precipizi e arrampicandosi

dovunque, in cerca di abissi affamati, di svolti assurdi e d'impossibili

zig-zag.... Tutt'intorno, da lontano, l'odio illimitato segnava il

nostro orizzonte irto di fuggiaschi.... Erano le orde di Podagra e di

Paralisi, che noi rovesciammo nell'Indostan.

4.

Accanito inseguimento.... Ecco scavalcato il Gange! Finalmente il soffio

impetuoso dei nostri petti fugò davanti a noi le nuvole striscianti,

dagli avvolgimenti ostili, e noi scorgemmo all'orizzonte i sussulti

verdastri dell'Oceano Indiano, a cui il sole metteva una fantastica

museruola d'oro.... Sdraiato nei golfi di Oman e del Bengala, esso

preparava perfidamente l'invasione delle terre.

All'estremità del promontorio di Cormorin, orlato di una poltiglia di

ossami biancastri, ecco l'Asino colossale e scarno la cui groppa di

cartapecora grigiastra fu incavata dal peso delizioso della Luna....

Ecco l'Asino dotto, dal membro prolisso rammendato di scritture, che

raglia da tempo immemorabile il suo rancore asmatico contro le brume

dell'orizzonte, dove tre grandi vascelli s'avanzano immobili, con le

loro velature simili a colonne vertebrali radiografate.

Subito, l'immensa mandra delle belve cavalcate dai pazzi protese sui

flutti musi innumerevoli, sotto il turbinìo delle criniere che

chiamavano l'Oceano alla riscossa. E l'Oceano rispose all'appello,

inarcando un dorso enorme e squassando i promontorî prima di prender lo

slancio. Esso provò lungamente la propria forza, agitando le anche e

ripiegando il ventre sonoro fra le sue vaste fondamenta elastiche. Poi,

con un gran colpo di reni, l'Oceano potè sollevare la propria massa e

sormontò la linea angolosa delle rive.... Allora, la formidabile

invasione cominciò.

Noi marciavamo nell'ampio accerchiamento delle onde scalpitanti, grandi

globi di schiuma bianca che rotolavano e crollavano, docciando le

schiene dei leoni.... Questi, allineati in semicerchio intorno a noi,

prolungavamo da ogni parte le zanne, la bava sibilante e gli urli delle

acque. Talvolta, dall'alto delle colline, guardavamo l'Oceano gonfiare

progressivamente il suo profilo mostruoso, come un'immensa balena che si

spingesse innanzi su un milione di pinne. E fummo noi che lo guidammo

così fino alla catena dell'Imalaia, aprendo, come un ventaglio, il

formicolìo delle orde in fuga che volevamo schiacciare contro i fianchi

del Gorisankar.

--Affrettiamoci, fratelli miei!.... Volete dunque che le belve ci

sorpassino? Noi dobbiamo rimanere in prima fila malgrado i nostri lenti

passi che pompano i succhi della terra.... Al diavolo queste mani

vischiose e questi piedi che trascinano radici!... Oh! noi non siamo che

poveri alberi vagabondi! Vogliamo delle ali!.... Facciamoci dunque degli

aeroplani.

--Saranno azzurri! gridarono i pazzi--azzurri, per sottrarci meglio agli

sguardi del nemico, e per confonderci con l'azzurro del cielo, che,

quando c'è vento, garrisce sulle vette come un'immensa bandiera.

E i pazzi rapirono mantelli turchini alla gloria dei Budda, nelle

antiche pagode, per costruire le loro macchine volanti.

Noi ritagliammo i nostri aeroplani futuristi nella tela color d'ocra dei

velieri. Alcuni avevano ali equilibranti e portando i loro motori,

s'inalzavano come avoltoi insanguinati che sollevassero in cielo vitelli

convulsi.

Ecco: il mio biplano multicellulare a coda direttiva: 100 HP, 8

cilindri, 80 chilogrammi.... Ho fra i piedi una minuscola

mitragliatrice, che posso scaricare premendo un bottone d'acciaio....

E si parte, nell'ebbrezza di un'agile evoluzione, con un volo vivace,

crepitante, leggiero e cadenzato come un canto d'invito a bere e a

ballare.

--Urrà! Siam degni finalmente di comandare il grande esercito dei pazzi

e delle belve scatenate!... Urrà! Noi dominiamo la nostra retroguardia:

l'Oceano col suo avviluppamento di schiumanti cavallerie!... Avanti,

pazzi, pazze, leoni, tigri, e pantere! Avanti, squadroni di flutti!... I

nostri aeroplani saranno per voi, a volta a volta, bandiere di guerra e

amanti appassionate! Deliziose amanti che nuotano, aperte le braccia,

sull'ondeggiar dei fogliami, o che indugiano mollemente sull'altalena

della brezza!... Ma guardate lassù, a destra, quelle spole azzurre....

Sono i pazzi, che cullano i loro monoplani sull'amaca del vento del

sud!.... Io intanto, sto seduto come un tessitore davanti al telaio e vo

tessendo l'azzurro serico del cielo!.... Oh! quante fresche vallate,

quanti monti burberi, sotto di noi!... Quanti greggi di pecore rosee,

sparsi sui declivi delle verdi colline che si offrono al tramonto!....

Tu le amavi, anima mia!... No! No! Basta! Tu non godrai più, mai più, di

simili insipidezze!... Le canne colle quali un tempo facevamo delle

zampogne formano l'armatura di questo aeroplano!... Nostalgia! Ebbrezza

trionfale!... Presto avremo raggiunti gli abitanti di Podagra e di

Paralisi, poichè voliamo rapidi ad onta delle raffiche avverse.... Che

dice l'anemometro?... Il vento che ci è contrario ha una velocità di

cento chilometri all'ora!... Che importa? Io salgo a duemila metri, per

sorpassare l'altipiano.... Ecco! Ecco le orde!... Là, là, davanti a noi,

e già sotto ai nostri piedi!... Guardate, laggiù, a picco, fra gli

ammassi di verdura, la tumultuante follia di quel torrente umano che

s'accanisce a fuggire!... Questo fracasso?... È lo schianto degli

alberi! Ah! Ah! Le orde nemiche sono ormai cacciate contro l'alta

muraglia del Gorisankar!... E noi diamo loro battaglia!.... Udite? Udite

i nostri motori come applaudono?... Olà, grande Oceano Indiano, alla

riscossa!»

L'Oceano ci seguiva solennemente, atterrando le mura delle città

venerate e gettando di sella le torri illustri, vecchi cavalieri

dall'armatura sonora, crollati giù dagli arcioni marmorei dei templi.

--Finalmente! Finalmente! Eccoti dunque davanti a noi, gran popolo

formicolante di Podagrosi e di Paralitici, lebbra schifosa che divora i

bei fianchi della montagna... Noi voliamo rapidi contro di voi,

fiancheggiati dal galoppo dei leoni, nostri fratelli, e abbiamo alle

spalle l'amicizia minacciosa dell'Oceano, che ci segue da vicino per

impedire che s'indietreggi!... È soltanto una precauzione, poichè non vi

temiamo!... Ma voi siete innumerevoli!.... E potremmo esaurire le nostre

munizioni, invecchiando durante la carneficina!... Io regolerò il

tiro!... L'alzo a ottocento metri! Attenti!... Fuoco!... Oh! l'ebbrezza

di giocare alle biglie della Morte!... E voi non potrete carpircele!...

Indietreggiate ancora? Questo altipiano sarà presto superato!... Il mio

aeroplano corre sulle sue ruote, scivola sui pattini e s'alza a volo di

nuovo!... Io vado contro il vento!.... Bravissimi, i pazzi!...

Continuate il massacro!.... Guardate! Io tolgo l'accensione e calo giù

tranquillamente, a volo librato, con magnifica stabilità, per toccar

terra dove più ferve la mischia!

«Ecco la furibonda còpula della battaglia, vulva gigantesca irritata

dalla foia del coraggio, vulva informe che si squarcia per offrirsi

meglio al terrifico spasimo della vittoria imminente! È nostra, la

vittoria.... ne sono sicuro, poichè i pazzi lanciano già al cielo i loro

cuori, come bombe!...: L'alzo a cento metri!... Attenti!... Fuoco!... Il

nostro sangue?... Sì! Tutto il nostro sangue, a fiotti, per ricolorare

le aurore ammalate della Terra!... Sì, noi sapremo riscaldarti fra le

nostre braccia fumanti, o misero Sole, decrepito e freddoloso, che tremi

sulla cima del Gorisankar!..»

_BOCCIONI, CARRÀ, RUSSOLO, BALLA, SEVERINI_

=Manifesto dei pittori futuristi.=

_11 Febbraio 1911._

Agli artisti giovani d'Italia!

Il grido di ribellione che noi lanciamo, associando i nostri ideali a

quelli dei poeti futuristi, non parte già da una chiesuola estetica, ma

esprime il violento desiderio che ribolle oggi nelle vene di ogni

artista creatore.

Noi vogliamo combattere accanitamente la religione fanatica, incosciente

e snobistica del passato, alimentata dall'esistenza nefasta dei musei.

Ci ribelliamo alla supina ammirazione delle vecchie tele, delle vecchie

statue, degli oggetti vecchi e all'entusiasmo per tutto ciò che è

tarlato, sudicio, corroso dal tempo, e giudichiamo ingiusto, delittuoso,

l'abituale disdegno per tutto ciò che è giovane, nuovo e palpitante di

vita.

Compagni! Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze

ha determinato nell'umanità mutamenti tanto profondi, da scavare

un'abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri

della radiosa magnificenza del futuro.

Noi siamo nauseati dalla pigrizia vile che dal Cinquecento in poi fa

vivere i nostri artisti d'un incessante sfruttamento delle glorie

antiche.

Per gli altri popoli, l'Italia è ancora una terra di morti, un'immensa

Pompei biancheggiante di sepolcri. L'Italia invece rinasce, e al suo

risorgimento politico segue il risorgimento intellettuale. Nel paese

degli analfabeti vanno moltiplicandosi le scuole: nel paese del dolce

far niente ruggono ormai officine innumerevoli: nel paese dell'estetica

tradizionale spiccano oggi il volo ispirazioni sfolgoranti di novità.

È vitale soltanto quell'arte che trova i propri elementi nell'ambiente

che la circonda. Come i nostri antenati trassero materia d'arte

dall'atmosfera religiosa che incombeva sulle anime loro, così noi

dobbiamo ispirarci ai tangibili miracoli della vita contemporanea, alla

ferrea rete di velocità che avvolge la Terra, ai transatlantici, alle

_Dreadnought_, ai voli meravigliosi che solcano i cieli, alle audacie

tenebrose dei navigatori subacquei, alla lotta spasmodica per la

conquista dell'ignoto. E possiamo noi rimanere insensibili alla

frenetica attività delle grandi capitali, alla psicologia nuovissima del

nottambulismo, alle figure febbrili del _viveur_, della _cocotte_,

dell'_apache_ e dell'alcoolizzato?

Volendo noi pure contribuire al necessario rinnovamento di tutte le

espressioni d'arte, dichiariamo guerra, risolutamente, a tutti quegli

artisti e a tutte quelle istituzioni che pur camuffandosi d'una veste di

falsa modernità, rimangono invischiati nella tradizione,

nell'accademismo e sopratutto in una ripugnante pigrizia cerebrale.

Noi denunciamo al disprezzo dei giovani tutta quella canaglia

incosciente che a Roma applaude a una stomachevole rifioritura di

classicismo rammolito; che a Firenze esalta dei nevrotici cultori d'un

arcaismo ermafrodito; che a Milano rimunera una pedestre e cieca

manualità quarantottesca; che a Torino incensa una pittura da funzionari

governativi in pensione, e a Venezia glorifica un farraginoso patinume

da alchimisti fossilizzati! Insorgiamo, insomma, contro la

superficialità, la banalità e la facilità bottegaia e cialtrona che

rendono profondamente spregevole la maggior parte degli artisti

_rispettati_ di ogni regione d'Italia.

Via, dunque, restauratori prezzolati di vecchie croste! Via,

archeologhi affetti di necrofilia cronica! Via, critici, compiacenti

lenoni! Via, accademie gottose, professori ubbriaconi e ignoranti! Via!

Domandate a questi sacerdoti del vero culto, a questi depositari delle

leggi estetiche, dove siano oggi le opere di Giovanni Segantini:

domandate loro perchè le Commissioni ufficiali non si accorgano

dell'esistenza di Gaetano Previati; domandate loro dove sia apprezzata

la scultura di Medardo Rosso!... E chi si cura di pensare agli artisti

che non hanno ancora vent'anni di lotte e di sofferenze, ma che pur

vanno preparando opere destinate ad onorare la patria?

Hanno ben altri interessi da difendere, i critici pagati! Le

esposizioni, i concorsi, la critica superficiale e non mai

disinteressata condannano l'arte italiana all'ignominia di una vera

prostituzione!

E che diremo degli _specialisti_? Suvvia! Finiamola, coi Ritrattisti,

cogl'Internisti, coi Laghettisti, coi Montagnisti!... Li abbiamo

sopportati abbastanza, tutti codesti impotenti pittori da villeggiatura.

Finiamola con gli sfregiatori di marmi che ingombrano le piazze e

profanano i cimiteri! Finiamola con l'architettura affaristica degli

appaltatori di cementi armati! Finiamola coi decoratori da strapazzo,

coi falsificatori di ceramiche, coi cartellonisti venduti e cogli

illustratori sciatti e balordi.

Ed ecco le nostre conclusioni recise: Con questa entusiastica adesione

al futurismo, noi vogliamo:

1. Distruggere il culto del passato, l'ossessione dell'antico, il

pedantismo e il formalismo accademico.

2. Disprezzare profondamente ogni forma di imitazione.

3. Esaltare ogni forma di originalità, anche se temeraria, anche se

violentissima.

4. Trarre coraggio ed orgoglio dalla facile taccia di pazzia con

cui si sferzano e s'imbavagliano gl'innovatori.

5. Considerare i critici d'arte come inutili o dannosi.

6. Ribellarci contro la tirannia delle parole: _armonia e buon

gusto_, espressioni troppo elastiche, con le quali si potrebbe

facilmente demolire l'opera di Rembrandt e quella di Goya.

7. Spazzar via dal campo ideale dell'arte tutti i motivi, tutti i

soggetti già sfruttati.

8. Rendere e magnificare la vita odierna, incessantemente e

tumultuosamente trasformata dalla scienza vittoriosa.

Siano sepolti i morti nelle più profonde viscere della terra! Sia

sgombra di mummie la soglia del futuro! Largo ai giovani, ai violenti,

ai temerarî!

_BOCCIONI, CARRÀ, RUSSOLO, BALLA, SEVERINI_

=La pittura futurista.=

Manifesto tecnico.

_11 Aprile 1910._

Nel primo manifesto da noi lanciato l'8 marzo 1910 dalla ribalta del

Politeama Chiarella di Torino, esprimemmo le nostre profonde nausee, i

nostri fieri disprezzi, le nostre allegre ribellioni contro la

volgarità, contro il mediocrismo, contro il culto fanatico e snobistico

dell'antico, che soffocano l'Arte nel nostro Paese.

Noi ci occupavamo allora delle relazioni che esistono fra noi e la

società. Oggi invece, con questo secondo manifesto, ci stacchiamo

risolutamente da ogni considerazione relativa e assurgiamo alle più alte

espressioni dell'assoluto pittorico.

La nostra brama di verità non può più essere appagata dalla Forma nè dal

Colore tradizionali!

Il gesto per noi, non sarà più un _momento fermato_ del dinamismo

universale: sarà, decisamente, la _sensazione dinamica_ eternata come

tale.

Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido. Una figura non è mai

stabile davanti a noi ma appare e scompare incessantemente. Per la

persistenza della immagine nella retina, le cose in movimento si

moltiplicano, si deformano, susseguendosi, come vibrazioni, nello spazio

che percorrono. Così un cavallo in corsa non ha quattro gambe: ne ha

venti e i loro movimenti sono triangolari.

Tutto in arte è convenzione, e le verità di ieri sono oggi, per noi,

pure menzogne.

Affermiamo ancora una volta che il ritratto, per essere un'opera d'arte,

non può nè deve assomigliare al suo modello, e che il pittore ha in sè i

paesaggi che vuol produrre. Per dipingere una figura non bisogna

_farla_: bisogna farne l'atmosfera.

Lo spazio non esiste più: una strada bagnata dalla pioggia e illuminata

da globi elettrici s'inabissa fino al centro della terra. Il Sole dista

da noi migliaia di chilometri; ma la casa che ci sta davanti non ci

appare forse incastonata dal disco solare? Chi può credere ancora

all'opacità dei corpi, mentre la nostra acuìta e moltiplicata

sensibilità ci fa intuire le oscure manifestazioni dei fenomeni

medianici? Perchè si deve continuare a creare senza tener conto della

nostra potenza visiva che può dare risultati analoghi a quelli dei raggi

X?

Innumerevoli sono gli esempi che dànno una sanzione positiva alle nostre

affermazioni.

Le sedici persone che avete intorno a voi in un tram che corre sono una,

dieci, quattro, tre; stanno ferme e si muovono; vanno e vengono,

rimbalzano sulla strada, divorate da una zona di sole, indi tornano a

sedersi, simboli persistenti della vibrazione universale. E, talvolta

sulla guancia della persona con cui parliamo nella via noi vediamo il

cavallo che passa lontano. I nostri corpi entrano nei divani su cui ci

sediamo, e i divani entrano in noi, così come il tram che passa entra

nelle case, le quali alla loro volta si scaraventano sul tram e con esso

si amalgamano.

La costruzione dei quadri è stupidamente tradizionale. I pittori ci

hanno sempre mostrato cose e persone poste davanti a noi. Noi porremo lo

spettatore nel centro del quadro.

Come in tutti i campi del pensiero umano alle immobili oscurità del

dogma è subentrata la illuminata ricerca individuale, così bisogna che

nell'arte nostra sia sostituita alla tradizione accademica una

vivificante corrente di libertà individuale.

Noi vogliamo rientrare nella vita. La scienza d'oggi, negando il suo

passato, risponde ai bisogni materiali del nostro tempo; ugualmente,

l'arte, negando il suo passato, deve rispondere ai bisogni intellettuali

del nostro tempo.

La nostra nuova coscienza non ci fa più considerare l'uomo come centro

della vita universale. Il dolore di un uomo è interessante, per noi,

quanto quello di una lampada elettrica, che soffre, e spasima, e grida

con le più strazianti espressioni di dolore; e la musicalità della linea

e delle pieghe di un vestito moderno ha per noi una potenza emotiva e

simbolica uguale a quella che il nudo ebbe per gli antichi.

Per concepire e comprendere le bellezze nuove di un quadro moderno

bisogna che l'anima ridiventi pura; che l'occhio si liberi dal velo di

cui l'hanno coperto l'atavismo e la cultura e consideri come solo

controllo la Natura, non già il Museo!

Allora, tutti si accorgeranno che sotto la nostra epidermide non

serpeggia il bruno, ma che vi splende il giallo, che il rosso vi

fiammeggia, e che il verde, l'azzurro e il violetto vi danzano,

voluttuosi e carezzevoli!

Come si può ancora veder roseo un volto umano, mentre la nostra vita si

è innegabilmente sdoppiata nel nottambulismo? Il volto umano è giallo, è

rosso, è verde, è azzurro, è violetto. Il pallore di una donna che

guarda la vetrina di un gioielliere è più iridescente di tutti i prismi

dei gioielli che l'affascinano.

I manifesti del futurismo · 第 1 / 12 段