nello scopo, ma ne’ mezzi stessi oramai di sua politica. Egli aveva
fino allora corteggiato Alessandro; ed ora ei sacrificò quell’alleanza
e quell’amicizia alla stoltezza del suo sistema continentale contro ad
Inghilterra, volle sforzarvi Alessandro che si ribellò alla prepotenza,
e ne seguí la guerra. Ed egli avea corteggiati i polacchi; ed ora ei li
sacrificò, non li restaurò per riguardi ad Austria, posseditrice d’una
lor provincia. Poi, aggiugnendo errori ad errori, fece [24 febbraio,
14 marzo] due trattati d’alleanza con Prussia ed Austria, prendendo
un trentamila uomini soli a ciascuna, e cosí lasciandosele a spalle
quasi intiere e mal affette, anzi frementi. Era colmo di disprezzo
delle passioni, degli interessi, delle opinioni altrui: ma fu insieme
colmo d’inganno. Ei disse e credette far un’irruzione dell’Europa
occidentale contro all’orientale, della civiltá contro alla barbarie;
ma la civiltá, l’indipendenza stavano allora per Russia; e cosí questa
vinse. Napoleone (trattenuto oltre all’intento a Parigi da un primo
di quegli accidenti del cielo che mostrano piú chiaramente il dito di
Dio, dal timor di una carestia) passò il Niemen [23 giugno]; entrò
a Vilna [28], a Vitepsk [28 luglio], a Smolensko [17 agosto], dopo
combattimenti e battaglie via via crescenti quanto piú avanzava. E cosí
combatté la maggiore alla Moscowa [7 settembre]; e la vinse, ed entrò
a Mosca [14].--Ma lá, presso all’Asia, fu il termine di sua fortuna.
Né soli noi, pochi sorviventi di quella generazione, ma le generazioni
nuove sanno e sapran gran tempo fin da fanciulli, tutti i fatti di
quella quasi epopea de’ giganti moderni: l’incendio di Mosca, gl’indugi
di Napoleone, sue speranze di aver pace; sua partenza [19 ottobre],
la ritirata di quelle turbe d’eroi intimoriti, l’inverno precoce, il
cielo nemico, i campi nevosi, le vie perdute all’innanzi, segnate
addietro da’ morti e morenti; i cosacchi, le orde asiatiche spingenti e
taglianti l’allungata fila; l’eroismo di Ney e tanti altri; Napoleone
impavido, e che chiamava demoralizzati coloro che per lui soffrendo,
non soffrivano come lui. Al settimo dí della ritirata, quando erano
intiere per anco le divisioni, fu la battaglia piú ordinata che
ancor vi si facesse, quella di Maloiaroslavetz [24 ottobre]. E fu
vinta, tanto almeno da prolungar la ritirata, dall’armata d’Italia
capitanata dal viceré. Ai 28 novembre i resti passarono la Beresina,
combattendo ancora, disperdendosi poi. Napoleone fuggí l’irremediabile
calamitá, e fu a Parigi [18 dicembre]. Gioacchino Murat re di Napoli
indugiò qualche tempo a raccozzar i rimasugli; ma un decimo forse dei
cinquecento e piú mila uomini che avean passato il Niemen. Perironvi,
proporzionatamente piú che degli altri, i meridionali, i fratelli
nostri; tu vi perivi quasi fanciullo ancora, ed osservato pur per
valore da quei vecchi guerrieri, o Ferdinando mio, cresciuto all’arti,
alle lettere, ad ogni bellezza, ad ogni amore, a quel d’Italia, per
cui non moristi; per cui, del tuo nome, di tua virtú, di tua gioventú,
di tua bellezza moriva un altro poi, anche piú mio.--Ed anch’egli,
Gioacchino, lasciò poco appresso quella trista e quasi inutile
ritirata; e rimase il comando al viceré d’Italia, il quale ordinolla
come poté, e condussela per tutto l’inverno tra il 1813 e il 1814 fino
all’Elba. Prussia intanto s’era sollevata, venuto il tempo, contro
all’oppressore di lei, statole piú grave che a nessun altro. Austria,
sempre piú indugiante, s’era solamente ritratta dall’odiato alleato,
ed armava e minacciava: e cosí Germania tutta, a fianco, a spalle
dell’esercito francese. Questo fu il bel tempo di Germania, quand’ella
seppe valersi dell’occasione per rivendicarsi in indipendenza; quando
seppero unirsi a ciò principi e popoli; quando i principi seppero
promettere concessioni, e i popoli fidarsi a quelle promesse, che
non è vero sieno state, ed anche meno sien per essere, inadempiute
tutte. Gli spagnuoli pure avean ciò saputo, e v’aveano avuto tanto piú
merito, che era assente e mediocre il principe loro. Gl’italiani soli
nol seppero; e perciò i figli loro rimangon l’ultima fra le nazioni
della cristianitá europea; ché in quegli anni di cui narriamo furono
poste le fondamenta di quell’edifizio europeo restaurato che ancor
dura.--Ai 15 aprile 1813, Napoleone ripartí di Parigi per riprendere
il comando della grande armata; e pari militarmente o superiore a
se stesso, vinse al 1º maggio russi e prussiani in gran battaglia a
Lutzen; addí 20 e 21 a Bautzen. Fecesi tregua, trattossi pace, non fu
possibile niun accordo; si ricominciò la guerra, unita ora Austria alla
crescente alleanza contra Francia. Addí 27 agosto, russi, prussiani
ed austriaci assalgono Napoleone in Dresda, e sono vinti, respinti;
e vi muor Moreau, mal venuto dall’esilio d’America a porsi tra le
file dei nemici di suo paese. Ma vinto e preso pochi dí appresso
Vandamme con un grosso corpo francese in Boemia, e riaffollandosi gli
eserciti alleati contro a Napoleone, ei poté sí tenerli a bada alcun
tempo; ma soverchiato finalmente dal numero, fu sforzato a ritrarsi.
E concentrato l’esercito a Lipsia, fu vinto ivi in una battaglia di
tre dí [16, 17, 18 ottobre]. Questo fu il fine, questa la piú bella
battaglia della grande armata. Alcuni di que’ panegiristi che cercando
vanti falsi trascuran i veri, e guastan cosí fin le glorie degli eroi,
vantano la grand’armata quasi non vinta mai; se non dalle stagioni,
dal vento o che so io. Fu vinta essa, ma non dal vento, fu vinta dal
numero de’ nemici, dagli abbandoni degli alleati, dalla spossatezza
propria; fu vinta, magnificamente perdurando, che è la piú grande delle
glorie militari, politiche, umane. Ed io intendo rivendicare parte di
quella gloria per li nostri italiani che lá perirono, numerosi, prodi,
fedeli, degni di lor maestri di guerra. Sventuratamente, i superstiti
credettero essere stati sacrificati da questi, dietro a un ponte rotto
nel ritirarsi; e se n’accese lor ira, ed io scrittore li udii pochi dí
appresso a Magonza. E questo ed altri disprezzi che credettero aver
sofferti da Napoleone o dal viceré, furono causa dello scostarsi gli
animi di molti principali dell’armata d’Italia da que’ due principi,
e dell’abbandonar l’ultimo pochi mesi appresso mal generosamente, mal
utilmente. L’Italia di quei tempi non seppe né respingere i Napoleonidi
come gli spagnuoli, né scuoterli a tempo come i tedeschi, né serbarli
quando sarebber diventati italiani. E cosí, dubitando, chiacchierando,
tumultuando e non operando all’occasione, ella perdette questa che
fu pure delle piú belle. Se gl’italiani avesser saputo non guardar
addietro ma all’innanzi, non a vendetta ma a perdonare, dimenticare,
ed alle occasioni riunirsi a coloro che le tengono in mano, gran tempo
è che sarebbero indipendenti. Quando il sapranno?--Ad ogni modo, dopo
la gloriosa ma finale sconfitta di Lipsia, si ritirarono i francesi
poco men disordinati che in Russia, attraverso Germania sollevata, e
vinsero un’ultima volta ad Hanau [30 ottobre] i bavaresi che tagliavano
il passo. Passati, si raccolsero dietro al Reno, e Napoleone tornò a
Parigi. Intanto, era tornato il viceré al regno d’Italia fin da dopo
Lutzen, Gioacchino a Napoli dopo Lipsia. E il primo avea raccolto
un esercito di francesi e italiani, e portatolo oltre ai limiti del
regno nelle province illiriche, fin sulla Sava e la Drava [agosto].
Ma ivi pure era un forte esercito nemico; ne erano da tutte parti. E
cosí, il franco-italico ebbe a ritrarsi ricalcando addietro lentamente
quella via, corsa avanzando tante volte da pochi anni; dalle Alpi
all’Isonzo, al Tagliamento, alla Piave [11-31 ottobre], e finalmente
all’Adige e Verona [9 novembre]. E lí si fermava, ed indi riusciva a
vincere una volta ancora a Caldiero [15]; e lí intorno perdurava poi e
guerreggiava tutto quell’inverno. Non cosí Gioacchino; il quale, giunto
a Napoli [5 novembre], trattò con gli alleati nemici di Napoleone,
e ragunando un esercito napoletano, occupava Roma, Toscana, Ancona,
Bologna, lasciate da’ francesi; mentre una squadra inglese veleggiava
minacciando e tentando sbarchi sulle coste di Toscana [dicembre]. E
parlava Gioacchino d’indipendenza italiana; e di essa pure gli inglesi.
Ma gl’italiani non badavano al primo; ché la generosa parola, per farsi
ascoltare e trarsi addietro gli animi e le braccia, vuol esser bandita
generosamente da uomini generosi; né era tale certamente Gioacchino
in quel momento, che tradiva Napoleone suo creatore. E quanto agli
inglesi, essi, per vero dire, fin dal giugno dell’anno addietro, avean
fatto dare una costituzione rappresentativa simile alla loro in Sicilia
da re Ferdinando; cosicché Carolina, nemica di tali novitá, se n’era
fuggita per Costantinopoli ad Austria, e re Ferdinando avea lasciato il
governo a suo figliuolo. Ma, fosse colpa degli inglesi dispregiatori
talora ed offensori de’ popoli che beneficano, o degli italiani
pregiudicati contro di essi per le continue calunnie mosse loro da
Napoleone e da’ francesi di que’ tempi, o che in somma non fosse
entrato bene ancora il gran pensiero negli animi italiani, il fatto
sta che non si mossero questi nemmeno a quel grido d’indipendenza. I
tempi, anche vicini, sono talora diversissimi tra sé. Corsi pochi anni,
quel grido sollevò l’Italia intiera: corsi pochi altri, ella, forse pur
intiera, combatterà.--Finalmente, addí 20 dicembre 813, gli alleati
passarono il Reno, entrarono in Francia; guardinghi e quasi tementi,
principi e generali; ebbre di trionfo e vendetta (ma almen vendetta
dopo la liberazione) le popolazioni straniere; massime le germaniche
affollate in quegli eserciti. I francesi, spossati da ventidue anni di
guerra, non difesero la loro indipendenza sotto al signore, come avean
fatto nuovi e liberi. Napoleone partí a’ 25 gennaio 1814 da Parigi;
combatté e vinse ogni dí per due mesi con cuore, con mente indomita,
con arte degna del giovane generale del 1796. A Brienne, a Champaubert,
a Montmirail, a Vauchamp furono giornate famose. Ma scemavano via
via sue file, stringevasi suo campo di guerra intorno a Parigi; e si
rinnovavano, all’incontro, s’accavallavano gli eserciti stranieri, e
lo stringevano. Al fin di marzo ideò portarsi a spalle degli alleati,
correr Francia orientale, raccogliervi le guarnigioni lasciate
colá, e l’armata d’Italia. Ma fu preso egli sul tempo: gli alleati
precipitarono su Parigi, e addí 30 vinsero sotto alle mura facilmente
re Giuseppe e Marmont, e addí 31 entrarono. E cosí cadde quell’uomo, di
cui niuno potrá mai nascer piú grande per facoltá naturali, militari
ed anche politiche; cadde, per l’error solo di non aver fondata sua
potenza, addentro, sulla libertá, di fuori, sulla indipendenza delle
nazioni; cioè, dentro e fuori, sull’amore interessato dei popoli.
Vantossi egli, vantarono gli adulatori di sua sventura, che egli pure
fosse caduto per quel caso imprevedibile di fortuna, quell’inverno
precoce, quel vento settentrionale di Russia. Ma il cader per un
caso, per un vento, mostrerebbe tanto piú che erano poco profonde le
fondamenta di sua potenza. E poi, non è vero nemmen questo. Anche
Napoleone cadde dopo una perduranza militarmente magnifica. Ma la
perduranza, che serve sempre alle nazioni perché elle si rinnovellano,
non serve sempre a un esercito che non si può rinnovellare, e non serve
mai a un uomo che non sappia aver seco una nazione. Inutile sarebbe
poi moltiplicar qui particolari e date, piú o men vergognose a quella
nazione vicina nostra. La severitá è piú ingrata allo scrittore che a’
leggitori; né a ciò è obbligato se non per la patria. Del resto, tutte
le nazioni s’assomigliano quando s’avviliscono; e s’avviliscon tutte,
quando (colpevoli od anche incolpevoli) elle son cadute in braccio
a’ stranieri. Il senato, conservatore dell’imperio, lo distrusse [2
aprile]. Napoleone abdicò [11], fu portato via. Rientrarono i Borboni,
Luigi XVIII.--E intanto, in Italia, il viceré avea continuata sua
bella difesa: Gioacchino suo brutto avanzarsi. Il primo, combattendo
e talor vincendo contra piú forti, s’era ritratto non piú che da
Adige ad Adda e Taro, in due mesi. Il secondo, dichiaratosi contra
il viceré, s’avanzava a Piacenza. Un corpo inglese era sbarcato a
Livorno [6 aprile]. Finalmente giunte le nuove di Parigi, firmavasi un
armistizio [16 aprile], per cui le truppe francesi s’incamminarono a
lasciar Italia. Rimaneva il governo italiano, il senato a Milano. Addí
20 deliberava; e molti volean re Eugenio Beauharnais. Una sommossa di
quegli uomini che non badano a perder la patria per isfogar un’ira,
una vendetta o una invidia, empiè le vie, spaventò il senato, uccise
Prina ministro delle finanze. Dio perdoni a tanta (per non dir altro)
stoltezza! Certo, niuna fu maggiore mai. Dicono che il viceré non era
amato, per alcune parole dette contro agli italiani; forse quelle
parole furono scusate in quel dí. D’allora in poi fu finito il regno
d’Italia, lasciato all’occupante. Gli austriaci entrarono a Milano
[28]. Murat rientrò a Napoli [2 maggio]. Vittorio Emmanuele re di
Sardegna (succeduto per la rinuncia di Carlo Emmanuele IV, 22 giugno
1802) sbarcò in Genova [12 maggio], entrò in Torino [20]. Pio VII
a Roma [24]. E addí 30 fu firmato il trattato di Parigi, per cui,
restituito il regno di Francia negli antichi limiti, fu restituita
casa Savoia ne’ suoi Stati continentali, salvo una porzione di Savoia
lasciata allora a Francia; Parma e Piacenza date a Maria Luisa
imperatrice e al re di Roma suo figliuolo; Modena, a Francesco arciduca
d’Austria, erede di Ercole Rinaldo ultimo duca Estense, morto duca
del Brisgau [-1803]; restituita Toscana a Ferdinando III; restituiti
gli Stati pontifici al papa; lasciati Murat in Napoli, Ferdinando IV
in Sicilia; lasciata restaurarsi, ma temporariamente, la repubblica
di Genova; occupate da Austria e l’antica sua provincia di Lombardia,
e Venezia giá datale in compenso di quella stessa, or del Belgio;
data l’isola d’Elba in sovranitá e quasi in ischerno a Napoleone.
I trattati, gli eventi del 1815 mutarono poi tutto ciò in parte,
ampliarono casa Savoia di quasi tutti i paesi oltre Alpi lasciati giá a
Francia, e del magnifico acquisto di Genova; passarono l’ereditá futura
di Parma e Piacenza al duca di Lucca, e quella di Lucca a Toscana
giá ingrandita dell’Elba; restaurarono in Napoli Ferdinando IV, e
confermarono ad Austria il regno lombardo-veneto. Ma giá questi fatti
appartengono a un periodo di tempo, il quale appunto non fu piú di due
preponderanze combattute, ma di una sola piú largamente, piú unitamente
stabilita che mai; un periodo che incominciò dunque peggiore del
precedente, ma che non sappiamo come né quando finirá. Ed ai tempi non
adempiuti, non si può dar nome, né luogo forse, nelle storie generali.
36. Le colture di quest’ultimo periodo [1700-1814].--Ora, passando
da tante e tali rivoluzioni di popoli e d’imperii alle vicende delle
lettere, delle scienze e delle arti, scema un’ultima volta il nostro
discorso. Perciocché vano è l’illuderci di noi scrittori, che ci
vantiamo troppo sovente di diriger noi i secoli e loro eventi, che
siamo in realtá molto piú sovente diretti da essi. Certo che ne’ tempi
tranquilli, cioè quando posan le guerre e la politica, importanti
possono essere gli eventi letterari, possono allora servire ad
apparecchiare i politici e militari. Ma questo, per veritá, è quanto
dire che importano gli eventi letterari, quando non ne sono altri
piú importanti; è dire che dobbiamo servire a quelli con modestia
personale, colla coscienza di non essere se non apparecchiatori,
coll’intento fermo di servire all’apparecchio. E qui poi di nuovo
abbiamo a dir insufficiente l’opera degli scrittori settecentisti,
posciaché non apparecchiarono se non ciò che vedemmo di politica e
guerra italiane. Ma qui pure abbiamo ad ogni modo a lodare e forse
a invidiare l’opera di quegli ultimi avi e padri nostri.--Risorsero
nel secolo decimottavo tutte le colture italiane indubitabilmente.
E due cause, due motori ne appariscono: l’indipendenza accresciuta
addentro, e l’impulso venutoci dal resto d’Europa, della cristianitá;
o piuttosto le due cause si congiunsero in ciò, che la caduta della
signoria spagnuola fin da’ primi anni del secolo ci diede occasioni di
ricever gli impulsi della politica e della coltura universali. Tale
è, per dono di Dio, la costituzione della cristianitá, che avendo
essa (anche la parte errante di lei) un solo Dio, un solo vangelo,
una sola virtù, ella non può avere se non una sola coltura, o, se si
voglia, parecchie colture somigliantissime; e che, chi si sforza di
tenerle disgiunte, o, peggio, nemiche, farebbe opera empia se non la
facesse vanissima; e che, a malgrado di costoro, le colture nazionali
diventano di secolo in secolo men diverse, piú simili, piú identiche,
piú una. Così fu fin da’ primi secoli della cristianitá: meravigliosa
è l’unitá della coltura de’ padri greci e latini; meravigliosa quella
degli stessi secoli barbari e scolastici. La coltura italiana,
innalzandosi di gran lunga sopra l’altre, rimase in ciò per quattro
secoli diversa dall’altre senza dubbio; ma questa quasi esclusivitá fu
propria dell’etá del risorgimento e non si può riprodurre. Giá vedemmo
che nel secolo decimosesto e nel decimosettimo la coltura italiana
si comunicò, si diffuse nelle tre colture, spagnuola, francese,
inglese: e fin dal principio del secolo decimottavo incominciarono
tutte queste a rifluire sull’Italia. Ed influì poi, benché piú tardi e
meno, la coltura tedesca, non sorta essa se non molto indirettamente
e parzialmente dall’italiana, non sorta se non alla metá di questo
secolo decimottavo, con Lessing, Moeser, Winckelman, Eulero, Kant,
Wieland, Goethe, Schiller. L’unitá della coltura cristiana si mantenne
dunque, si manterrebbe anche senza la stampa; ma, sorto, come pur
volle Iddio, questo potentissimo, questo umanamente invincibile mezzo
di unitá, ella s’unificò e s’unifica sempre piú, quanto piú venne e
viene allargandosi e moltiplicandosi questo mezzo. Ancora, venne e
viene aggiungendosene un altro: la facilitá, la moltiplicitá de’ viaggi
tra l’una e l’altra nazione cristiana, dell’orbe intiero. Stampa e
viaggi crebbero notevolissimamente nel secolo scorso; stampa e viaggi
crescono incomparabilmente a’ nostri dí. Quanto poi all’Italia del
secolo decimottavo, si vede da tutte le memorie, che dal principio di
esso e lungo esso s’accrebbe via via l’andare e venire di stranieri
colti in Italia, e massime di colti italiani al di fuori; e che
lo splendore delle colture nostre crebbe via via nella medesima
proporzione. E quindi non ci sará giá possibile notare separatamente
tutti i nostri uomini di lettere o di scienze che vissero piú o meno
fuor d’Italia; perciocché sarebbe poco men che notare tutti quelli che
avremo a nominare.--E prima, della poesia fu detto da alcuni storici
letterari che ella risorse fin dal cader del secolo decimosettimo,
per opera dell’accademia degli Arcadi allora istituita [1690]. Ma,
come a molti, cosí a me paiono gli Arcadi aver fatto poco piú che
mutare una vanitá, un’affettazione in un’altra, il seicentismo in
un settecentismo poco migliore, i concetti in quelle sdolcinature
pastorali che empierono tutto quanto questo secolo. Ma fu gloria di
questo, che tra quel pessimo gusto e quella calca sorsero pur molti
poeti diversissimi, occupatisi in quasi tutti i grandi generi della
poesia, e molto opportunamente in quelli sopra tutti che mancavano per
anche alla nostra. Perciocché ei bisogna pur dirlo; quell’«_indulgere
genio_», quell’abbandonarsi alle volgari ispirazioni, quel venir
facendo e rifacendo letteratura facile, che è vantato da taluni,
seguito da tanti, massime in poesia, non riesce oramai né utile alla
patria, né glorioso allo scrittore, nemmeno in poesia; e noi veggiamo
all’incontro tutti i buoni e gloriosi del secolo scorso e del presente
aver piú o meno fatto come Alfieri; cioè essersi messi di proposito,
con fatica ed insistenza, a supplire a una mancanza, a riempire un
vuoto delle lettere patrie. Ad ogni modo, fiorirono dalla fine del
Seicento al 1814 Apostolo Zeno [1669-1750], Niccolò Forteguerri
[1674-1738], Scipione Maffei [1675-1755], Metastasio [1698-1782],
Alfonso da Varano [1705-1788], Goldoni [1707-1793], Gaspare Gozzi
[1713-1786], Parini [1729-1799], Cesarotti [1730-1808], Alfieri
[1749-1803], Ippolito Pindemonte [1753-1828], Monti [1754-1828],
Foscolo [1778-1827]; una serie magnifica per qualunque secolo, e poco
minore, se è, a quella dei poeti del Cinquecento; una serie che ci
mostra emulata allora l’eleganza de’ poemi cavallereschi e didascalici
del Cinquecento, quasi inventati e insieme portati al sommo i generi
dell’opera in musica, della commedia, della tragedia e del poema
satirico, e tentato il romanzo, e rinnovate le varietá, la forza, la
virilitá, la grandezza de’ soggetti e dello stile in tutta la poesia
italiana. Del resto, fra tutti questi, due principalmente mi sembrano
doversi tener cari nelle memorie italiane, Parini ed Alfieri; siccome
quelli, il cui merito non fu solamente poetico o letterario, ma morale
e politico, e che rimangono del piccol numero de’ nostri poeti morali
e virili.--Non solamente il Parini si tenne discosto dalle scurrilitá
e dalle trivialitá che deturparono tanti celiatori italiani (fra gli
altri il Casti e il Passeroni contemporanei di lui), discosto da
que’ soggetti filosofici e peggio sacri, dove le celie anche decenti
sono inconvenevoli; ma ei seppe opportunamente rivolgere le sue ad
utilitá, anzi ad uno de’ soggetti ov’elle convengono piú, a corregger
i vizi aristocratici, i vizi di quelle classi, le quali, ribellandosi
all’altre correzioni, sono piú tenere a questa. Il Parini non fu
certamente solo correttore di quel vizio, ridicolo al nome stesso, di
cicisbeismo, che regnò ne’ due secoli decimosettimo e decimottavo;
ma ei fu certo uno de’ primi e de’ piú efficaci; aiutò l’opera de’
fatti e del secolo, che è quanto può sperare qualunque scrittore; e
l’aiutò, perché non volle essere né degli adulatori né dei copritori,
non temette essere degli svelatori ed assalitori de’ vizi patrii. Sono
di quelli, anch’oggi, che si scandalizzano a queste rivelazioni, e si
fanno autoritá di quel detto di Napoleone, che «bisogna far il bucato
in famiglia». Ma Napoleone disse questo del dividersi, nel pericolo,
dinanzi agli stranieri; ed io sono, e fui, d’accordo con lui. Né egli,
o nessuno de’ suoi francesi, ebbe mai di questi scrupoli, di questi
riguardi ai vizi nazionali. Anzi, non è gente che li conceda, che li
cerchi, che li sveli piú arditamente. Epperciò, dopo tante cadute,
da sessant’anni in qua, quella nazione ebbe altrettanti risorgimenti;
non cadde per lo meno mai in niuno di que’ due avvilimenti ultimi e
indivisibili, dell’incapacitá militare e della dipendenza esterna.
Certo che l’Italia non avrá mai Danti, Parini od Alfieri a centinaia
e migliaia; ma quando le centinaia e migliaia de’ suoi scrittori
seguiranno questi uomini suoi quasi soli severi, invece di tener dietro
alla turba dei nostri grandi adulatori, scusatori o copritori, allora
solamente e finalmente l’Italia avrá una opinione sana e virile che la
conduca a virili fatti. Quanto all’Alfieri, io so che ad una adorazione
di lui, forse soverchia, succede ora in alcuni una soverchia disistima;
che dopo averlo posto sopra tutti i tragici antichi o stranieri, si
pone ora sotto ai greci, francesi, spagnuoli, inglesi e tedeschi. Ad
ogni modo, ei fu diverso da tutti questi in molte parti; e fu grande
abbastanza per fare alla poesia, a tutte le lettere italiane il solenne
benefizio di ricondurle (sia pur colla durezza od anche secchezza)
a qualche severitá. Ed egli poi fece a noi piemontesi il beneficio
particolare di farci entrar nelle grandezze delle lettere nazionali,
d’incamminar il secolo aureo di queste nostre provinciali, le quali
comprendono giá, fra non pochi altri, i nomi di Botta, di Pellico, di
Gioberti e d’Azeglio.--Del resto, noi avremmo potuto allungar la lista
qui sopra coi nomi di parecchi poeti minori, lirici e didascalici,
Manfredi, Spolverini, Bondi, Pignotti, Frugoni, Savioli, Fantoni,
Mazza, e del tuo, o ottima e veramente nobile Deodata. Ma le poesie
liriche, anche buone, sono forse com’acqua al mare, in Italia; e se
taluno s’offendesse di tale opinione, io addurrei l’esempio d’uno de’
maggiori lirici che noi abbiamo avuto mai, il quale si contentò pure
di far cinque canzoni. Se la lirica può esser utile, certo sarebbe
esercitandola, come il Fantoni ed alcuni altri de’ nomati, su soggetti
attuali e patrii; e ciò pure fu un progresso. E fu un altro, a parer
mio, che cosí pur si scrivesse in vari dialetti nostri; dal Galiani
in napoletano, dal Calvi in piemontese, dal Porta e dal Grossi in
milanese, dal Meli in siciliano. Voglion altri, lo so, che sia male
scrivere ne’ dialetti, quasi se ne scemino i cultori e i leggitori
della lingua comune; ma io crederei che l’una cosa non guasti l’altra,
che tutte le colture, tutte le glorie d’italiani, s’abbiano a dir buone
ed italiane. Che piú? porrò fra queste, l’avere il Goldoni scritto
una bella commedia, e il Galiani un bel trattato economico, in lingua
francese. Siamo compiutamente liberali una volta; non solo verso noi
o chi fa come noi, ma verso chi fa diversamente e bene, in qualunque
modo. Non istimiamo da noi alieno nessuno, nulla d’italiano. Certo,
che questo scrivere bene in una lingua straniera è facilitá, è lode
non ottenuta da niuna nazione come dagli italiani; ed è gloria che
incominciando prima di Dante e Petrarca, dura e forse s’accresce a’
nostri dí.