Il domestico di Diego asseriva invece; «che la marchesa Tiani non si

era mai staccata dal marito e si trovava alla villetta anche la notte

dell'assassinio: raccontò la passeggiata furiosa fatta in quel giorno

in carrozza col padrone, il loro ritorno a casa ed aggiunse che

sebbene il marchese, contro il solito, lo mandasse a coricarsi non

avendo più bisogno dei suoi servigi, egli non si era ancora posto a

letto, allorchè rintronò uno sparo, che lo fece accorrere

nell'appartamento del padrone; ma nel corridoio incontrò Clarina ed

uno sconosciuto, che si slanciavano verso le stanze della marchesa. Li

aveva seguiti e si era trovato dinanzi ad una scena, che non avrebbe

mai più dimenticata. Il suo padrone era steso a terra in un lago di

sangue, la marchesa sul letto livida, cogli occhi chiusi, pareva morta

e nel mezzo della camera, ritta in piedi, in atteggiamento ancora

minaccioso, colla rivoltella fra le mani, stava una donna, che non

aveva mai veduta prima di quella notte.

«Spaventato era corso fino in paese a chiamare aiuto e quand'era

ritornato, non vi trovò più che quella sconosciuta, la quale fattasi

innanzi ai carabinieri, aveva detto con molta calma:

«--Vi attendevo; sono io che uccisi il marchese Diego e mi trovo

pronta a seguirvi.

Clarina interrogata disse: «che da qualche tempo la marchesa Adriana

non andava più d'accordo col marito, che spesso l'aveva sorpresa a

piangere, ed un giorno alfine la sua padrona aveva dichiarato che

voleva tornare presso il padre.

«Sosteneva che la notte dell'assassinio non si trovavano alla

villetta.»

Non fu possibile interrogare la marchesa Adriana, perchè era

gravemente, pericolosamente ammalata, per la scossa subita

nell'apprendere l'assassinio del marito. La sventurata donna non

riconosceva più alcuno; divagava continuamente ed usciva da quella

crisi di delirio così prostrata, che non si riusciva a farle

pronunziare parola.

Il conte Patta, invece di commuoversi alla morte di Diego ed allo

stato deplorabile in cui si trovava sua figlia Adriana allorchè gliela

riportarono al palazzo, parve non avere altro pensiero che di farsi

ripetere più volte da Gabriele il racconto dell'accaduto... e quanto

aveva detto Maria.

Quella giovine sapeva il suo segreto come ormai ne era conscia

Adriana; ma questa non avrebbe parlato per non perderlo, l'altra

avrebbe taciuto, perchè egli non aggravasse la sua sorte e fors'anche

perchè era certa di non essere creduta.

Il conte non ammetteva generosità negli altri, essendone egli

incapace.

Solo lo spaventò l'idea di quelle carte compromettenti, colle quali

spesso Diego l'aveva minacciato... e che ormai sarebbero cadute in

potere della giustizia.

Che gl'importava del silenzio di Maria e di Adriana, se esistevano

quei fatali documenti, che l'avrebbero messo all'indice dalla società?

Invano egli si era sforzato anche dinanzi a Gabriele a mantenere la

sua calma: ebbe un'imprecazione per il morto, poi rimettendosi

alquanto.

--Potete cedermi la vostra vettura?--chiese vivamente al giovane.--Fa

duopo che mi rechi io stesso sul luogo del delitto.

--Mi sembra, signor conte--rispose Gabriele dissimulando un movimento

di stupore--che in tal modo compromettereste tutto.

Il conte alzò bruscamente il capo.

--Per qual ragione?

--Ricordatevi la raccomandazione di quella giovine, non pensate adesso

che a vostra figlia. L'impazienza del conte non conosceva più limiti.

--A costo di qualsiasi cosa, bisogna che vada, voglio sapere se Diego

ha lasciato qualche scritto compromettente...

--A quest'ora, signore, non siete più in tempo; le autorità devono già

essere sul luogo, perchè nessuno ebbe testa in quel momento d'impedire

al servo del marchese di correre a dar l'allarme, e voi sapete meglio

di me, che quando in una casa si commette un delitto, non si può

toccare cosa alcuna, fin dopo le constatazioni legali.

Questo dialogo aveva avuto luogo in un salotto presso la camera, dove

era stata posta Adriana, che rinvenuta, si lasciava spogliare

macchinalmente da Clarina, guardandola con occhi sbarrati, senza

riconoscerla.

Ma ad un tratto si era svincolata dalla cameriera ed in preda ad un

terrore pazzo, si era slanciata nella stanza vicina, ricadendo priva

di sensi tra le braccia del padre, che ebbe appena il tempo di

sostenerla.

Ciò produsse una diversione nei sentimenti del conte: il suo furore si

rallentò ed in faccia a Gabriele, ebbe il coraggio di dissimulare.

--Avete ragione--disse--in quest'istante non debbo pensare che a mia

figlia.

Ma quando dall'autorità fu avvertito dell'assassinio commesso sul

marchese ed invitato a recarsi alla villetta per assistere

personalmente all'inchiesta, ricominciò a tremare e si stropicciò

colla mano la fronte, che l'angoscia solcava di rughe profondissime.

Quando si trovò dinanzi al cadavere di Diego, il suo viso scialbo non

ebbe che una leggiera contrazione, ma questa si accentuò ed il sangue

gli salì al cervello, allorchè vide lo scompiglio, che regnava nella

stanza del marchese.

--Che vuol dir ciò?--chiese con accento impossibile tradursi a

parole--oltre l'assassinio, è stato qui commesso anche un furto?

--Ora esamineremo, signore: conoscete presso a poco la quantità dei

valori, che si trovavano rinchiusi in questo scrittoio?

--L'ignoro affatto--rispose il conte con voce tremula--so soltanto,

che mio genero teneva presso di sè... dei documenti importanti di

famiglia.

--Che fossero questi?--disse uno degli agenti incaricati

dell'inchiesta, mostrando un mucchio di carta bruciata.

Il conte era ritornato all'apparenza calmo, freddo.

--Ora vedremo--disse.--Ma la cosa sarebbe assai strana. Si trovarono i

giojelli, le cambiali, dei fogli di banca, dell'oro, ma nessuna carta,

nessuna corrispondenza.

Pareva che al conte gli si fosse sollevato un immenso peso dal petto.

Il suo spavento cessava, ma si accresceva in lui lo stupore.

Da che proveniva quella generosità della bella guantaia, dell'omicida?

Qual sentimento l'aveva spinta a distruggere quelle carte, a cercare

di seppellire un segreto che poteva giovarle?

Avrebbe voluto saperlo, ma nello stesso tempo si guardava bene dal

chiederlo...

Solo alcuni giorni dopo, gli venne riferito che Maria essendo stata

interrogata sui motivi che l'avevano indotta a rovistare i cassetti di

quello scrittoio, a bruciare quelle carte, disse che ella voleva

distruggere tutta la sua corrispondenza col marchese, ed avendo

trovato altre lettere di donna le mise tutte in un fascio, con diversi

fogli, senza neppure esaminarli, tanto si trovava eccitata.

Mentiva quella giovine o diceva la verità? Così si chiedeva il

conte... In ogni modo, un immenso sollievo gli allentò i nervi: egli

non si era mai sentito più felice e leggiero... e ringraziava il

destino che per mezzo di quella fanciulla, l'aveva liberato da un

incubo, che da tanti anni lo tormentava e da un miserabile, che era

stato per così lungo tempo suo carnefice.

L'unico che fosse sfuggito all'attenzione generale, era Gabriele...

Nessuno lo disturbò, nè chiese di lui, che ormai aveva libero accesso

al palazzo del conte, il quale comprendeva che per far dimenticare a

sua figlia l'ultimo colloquio avuto col marchese, quand'ella sarebbe

stata in grado di ricordare, l'unico che potesse giovarle, lasciarle

credere che Diego aveva mentito, rivelandole un segreto che non

esisteva, era Gabriele Terzi.

Ed il giovine non dimenticava la solenne promessa fatta a Maria!

Un altro testimone importante nel processo che si stava istruendo, era

la vecchia popolana Annetta, che tutti credevano madre della bella

guantaia...

Ma la povera donna, già affranta del dolore, per il cambiamento

avvenuto nella fanciulla, che adorava, non aveva resistito all'ultimo

colpo, ed assalita da una paralisi, si trovava all'ospedale in

pericolo di vita ed incapace a pronunziare parola. Così tutto si univa

per rendere il dramma più solenne, misterioso!

CAPITOLO UNDECIMO.

Un mistero svelato.

Benchè la mattinata fosse assai frigida, piovigginosa, pure la via del

Senato, il cortile del palazzo Elvetico e la vasta Sala della Corte

d'Assise, ove già seguivano le solennità scolastiche dei Collegio

Elvetico, erano straordinariamente affollate di gente avida di

assistere al dibattimento della bella guantaia, la quale malgrado il

suo delitto, si era acquistata una simpatia generale.

L'accusata comparve dinanzi alla Corte, vestita di nero, col velo

tradizionale, sotto cui spiccava la sua faccia bianca, illuminata dai

grandi occhi azzurri, nei quali eravi un'espressione di sofferenza, di

stanchezza, da non potersi dimenticare.

Ella teneva alta la testa, ma quell'apparenza di orgoglio era

temperata da un mesto sorriso, che sembrava riflettere i dolori

dell'anima.

Nel momento in cui Maria veniva introdotta nel banco degli accusati,

appariva dall'altra parte, il conte Ercole Patta.

Egli non sarebbe comparso fra i testimoni, ma non aveva potuto

resistere alla curiosità di vedere la giovane, che lo preoccupava più

di sua figlia Adriana, perchè non sapeva spiegarsi il contegno di lei,

il suo strano modo di agire con chi aveva contribuito a perderla.

Bisogna anche aggiungere che il conte temeva che al momento supremo,

dinanzi alla Corte, la bella guantaia facesse qualche imprevista

rivelazione. E sebbene egli pensasse che distrutte quelle carte non

aveva più nulla a temere, pure non si sentiva tranquillo, ed al

lividore del viso, aggiungeva un'inquietudine nervosa, che gli faceva

in certi istanti fin battere i denti...

La vista di Maria gli produsse una sensazione non mai fino allora

provata. Gli pareva di aver veduta altra volta quella figura

slanciata, piena d'alterezza, quel viso di un pallore diafano, che

portava le traccie dei lunghi patimenti sofferti in silenzio, quei

grandi occhi glauchi, che si fissavano nel vuoto, senza nulla

vedere... Ma dove? Quando?

Ad un tratto fece un balzo come se si destasse repentinamente, il

cuore gli si strinse in una crispazione spaventosa, un'esclamazione

pazza gli salì alla gola e per rattenerla, fece uno sforzo così

violento, che i pomelli delle sue gote, s'infiammarono, negli occhi

ebbe una specie di barbaglio...

Egli tremò ancor più sentendo la voce dell'accusata, che ripeteva la

confessione fatta al giudice istruttore, senza aggiungere o togliere

una sola parola...

--Insistete a dire che eravate sola col marchese Diego nella

villa di Cernusco, dove egli stesso vi condusse?--esclamò il

presidente.--Continuate ad affermare che avete colpito per difendervi?

--Affermo ed insisto, perchè è la verità. Avevo il desiderio di punire

colui che mi straziò l'anima, mi coprì di vergogna, ma vi giuro che

non l'avrei fatto, se egli stesso non mi avesse spinta.

Parlava con voce chiara, che aveva talvolta delle vibrazioni dolci,

armoniose; tal altra diveniva amara, convulsa, stridente.

Quando ebbe finito sedette, senza dare alcun segno di stanchezza, di

sofferenza.

Dopo di lei fu udito il servo del defunto marchese. Con sorpresa del

presidente e degli altri, ritirò quanto aveva ammesso durante

l'istruttoria, disse che quel giorno per il dolore della morte del

padrone aveva perduta la testa, che non sapeva quello che si dicesse,

ma la verità si era che nella notte dell'assassinio, il marchese

l'aveva con un pretesto lasciato a Milano, perchè forse voleva

condurre a Cernusco la bella guantaia. Aggiunse che spinto da un

tristo presentimento non seppe resistere di rendersi disobbediente al

padrone, ma non fu in tempo di recarsi alla villa, prima che

l'assassinio fosse compiuto.

Si capì che quel servo, dall'aria furba e cinica, era stato comprato

per indurlo a ritirare all'udienza la sua deposizione. Ma come

scoprirlo? Malgrado le ingiunzioni severe del presidente, la minaccia

della pena severa per falsa testimonianza, il domestico giurò di nuovo

che ormai diceva la verità, tutta la verità, nient'altro che la

verità!

La sfilata dei testimoni non fu lunga, nè importante, tuttavia per

ultimo, quando la voce formidabile dell'usciere, annunziò l'Annetta

Durini, la madre dell'accusata, un mormorio, un fremito si sparse

nell'uditorio, mentre il viso di Maria esprimeva la più grande

costernazione...

Sua madre testimone? Che avrebbe detto? Aveva dunque ricuperata la

parola? Era guarita?

Il cuore le batteva fino a spezzarsi, perdette la sua presenza di

spirito, tremò, ebbe paura del primo sguardo di quella madre offesa,

oltraggiata nell'onore, che tanto aveva sofferto, pianto per cagion

sua.

La popolana entrò portata sopra una sedia da due robusti infermieri

dell'ospedale.

La sua fisonomia mostrava l'impronta di tutti i dolori provati,

esprimeva ad un tempo l'angoscia e la pietà. Le guancie incavate, le

narici emaciate, le rughe profonde delle tempia e della bocca, gli

occhi spenti, i capelli incanutiti, tutto le dava un aspetto da

stringere il cuore.

La folla che aveva accolta la sua entrata con un mormorio di

compassione, quando vide brillare sul petto di lei la medaglia al

valore e conobbe di aver dinanzi un'eroina delle famose cinque

giornate, scoppiò in un formidabile applauso.

Il Presidente ottenne a stento il silenzio.

Annetta appariva vivamente commossa e prima ancora di prestare il

giuramento, volse uno sguardo ansioso, vivissimo verso Maria e con

voce tremante:

--Così dovevamo rivederci--balbettò--ah! povera... povera fanciulla!

Grosse lacrime scorrevano sul viso di Maria. Ah! cosa era mai la morte

in confronto allo strazio orribile, che soffriva in quel momento.

Pareva che le lacerassero il cuore a brani, sentiva un cupo ronzio

negli orecchi, la lingua attaccata al palato.

--Mamma... mamma,--disse con voce strangolata, stendendo verso di lei

le manine bianche, affilatissime.

Passato quel primo momento di suprema commozione, la popolana si

rimise, chiese scusa per aver domandato di presentarsi al pubblico

dibattimento come testimone, ma non avendo potuto essere interrogata

prima in causa della sua grave malattia, dalla quale non si era ancora

perfettamente ristabilita, aveva creduto però suo dovere di venire a

difendere la fanciulla, trovandosi in grado di parlare, esprimersi

chiaramente.

E dopo la formola del giuramento, la popolana rispose con precisione

alle domande fattele intorno al suo nome, cognome, e domicilio.

Non si udiva il più lieve respiro nella sala: pareva che la folla

avesse sospeso il fiato per ascoltarla.

Solo quando dichiarò che ella non aveva avuto figli, si udì un

mormorio subito represso, mentre il Presidente le chiedeva:

--Di chi è dunque l'accusata, alla quale deste il vostro nome?

--Ve lo dirò, signor Presidente, ormai è inutile il mistero.

Ed allora la popolana ebbe uno sfogo: le parole le vennero alle labbra

impetuose, tronche, gemebonde. Rifece la storia di quei giorni di

sollevazione, di terrore, narrò le rapide peripezie a lei succedute,

parendole rivivere in quei tempi, rievocandoli, raccontò la morte del

marito, e il ritrovo di quella creaturina... coperta di sangue,

svenuta, che ella aveva rianimata a forza di baci, di carezze, sentì

subito d'amare come se l'avesse portata in seno...

Ridire la commozione che provava il pubblico a quella narrazione

inaspettata, sarebbe impossibile...

Ma due persone sopratutto sembravano in preda ad un'eccitazione

straordinaria: il come Patta e Maria.

Il primo continuava a stropicciarsi colla mano destra la fronte, che

l'ansia, l'angoscia fortemente increspava; l'altra come colpita da

atonia, teneva gli occhi sbarrati sulla popolana, chiedendo a se

stessa se non sognava, se era la verità che le si rivelava dinanzi,

spietatamente, in quel momento.

Tutti gli sguardi erano fissi su Annetta. Il Presidente le chiese se

non aveva fatte indagini per scoprire a chi appartenesse quella

fanciulla.

--Ho cercato per più mesi, ma inutilmente--rispose la popolana--allora

supposi che la bambina fosse scampata per miracolo all'eccidio di

qualche famiglia signorile, che i suoi parenti fossero tutti morti o

fuggiti e mi convinsi che non apparteneva al mio ceto dalla biancheria

finissima che indossava e da un medaglioncino che teneva al collo,

raffigurante una testa di morto... attaccata ad una microscopica

catena d'oro.

La popolana si interruppe. Un grido improvviso echeggiò nell'ampia

sala, seguito dal rumore di un corpo che cadeva pesantemente e da più

voci, che dicevano:

--Presto... un medico...

Vi fu un momento di tumulto indescrivibile...

--Che cosa succede?

--È il conte Patta, che è svenuto...

--Forse l'emozione, il caldo, è stato un'imprudenza la sua recarsi

qui...

--Lo trasportano fuori.

--Non sarà cosa grave...

Queste ed altre esclamazioni si udivano nell'aula. Chi si mostrava

contrariato, chi impietosito, chi curioso...

Il nome del conte Patta era giunto agli orecchi dell'accusata,

producendole una sensazione profonda, mettendole nelle vene un brivido

di angoscia, di paura. Le risuonavano in quel momento alle orecchie le

parole pronunziate da Diego, allorchè rivelava a sua moglie, l'infamia

del padre...

«_Una spia, un traditore della patria, che il popolo milanese nei

giorni memorabili della sollevazione, aveva giurato ammazzare. Egli_

_è riuscito a fuggire, ma abbandonando alle furie dei ribelli, che ne

dovettero far strazio, una moglie giovane e bella, un'innocente

bambina._»

E se fosse lei quella bambina? Qualche cosa le diceva che non

s'ingannava! Quel grido straziante che le risuonava in cuore, l'aveva

ferita fin nelle viscere, non era l'appello di un uomo che sveniva per

il troppo calore o l'emozione, ma l'evocazione disperata di un padre,

che ritrovava la sua creatura!

Ecco perchè qualche cosa maggiore della sua stessa volontà, l'aveva

spinta a distruggere quelle carte, che potevano perdere il conte. Era

la voce del sangue che parlava in lei! Era Dio stesso che la guidava,

per non dare al mondo lo spettacolo mostruoso di una figlia che

perdeva, condannava il proprio padre...

Al conte Patta doveva la vita, ed ella aveva salvata la sua; ma

sentiva che giammai avrebbe potuto amarlo...

Pensava invece con strazio a quella madre, che egli aveva abbandonata

in preda al furore popolare. Forse quella sventurata, sebbene coperta

di ferite, era giunta a porla in salvo presso la casa della generosa

popolana, ed era quindi fuggita, per andare a morire altrove, onde non

scoprissero che quella creaturina era sua figlia, la risparmiassero.

Lacrime ardenti scorrevano sulle guancie di Maria, di quelle lacrime

che anzichè riuscire di sollievo, dilaniano il cuore.

Intanto nella sala si era ristabilita la calma. Si seppe che il conte

rinvenuto quasi subito, aveva detto essere stato preso da un senso di

soffocamento per il troppo calore e sebbene si sentisse meglio, non si

trovava più disposto ad assistere all'udienza ed era ritornato al

proprio palazzo.

Annetta potè riprendere la sua narrazione; ma ormai si era così

affaticata, che le parole uscivano a stento, mozze dalle sue labbra, e

potè appena protestare che Maria era innocente, che se aveva commesso

il delitto, la colpa era del marchese Diego, il seduttore, l'infame,

che l'aveva disonorata; poi si piegò affranta sulla seggiola,

mormorando:

--Rendetemela... rendetemela; se Maria viene condannata, che io lo sia

con lei: la sua separazione è la mia morte.

L'udienza fu per quel giorno terminata. All'indomani, la folla aumentò

ancora. Si trattava di sentire la requisitoria del Pubblico Ministero,

la difesa ed il verdetto. La sorte fu favorevole all'accusata: il

Pubblico Ministero si mostrò assai indulgente, mite per lei;

l'avvocato la difese con tanto calore, che persino i giurati avevano

le lacrime agli occhi. Onde allorchè ritornati dalla Camera di

deliberazione, il Capo di essi, pronunziò con voce vibrata:

--No: l'accusata non è colpevole...

Si udì nella sala un lungo mormorio di approvazione, che scoppiò in un

applauso fragoroso, allorchè riapparve Maria...

Questa si sosteneva a stento in piedi: le pareva di soffocare, si

sentiva piegare le gambe ed appena il Presidente le ebbe annunciato

che era assolta, libera, non potè balbettare una sola parola di

ringraziamento, perchè si svenne.

CAPITOLO DUODECIMO.

Padre e figlia.

Albeggiava: nè Annetta la popolana, nè Maria avevano dormito, perchè

troppo bisogno provavano di sfogare il loro cuore, dopo tanti mesi di

separazione.

La guantaia uscita di carcere, trovò la popolana, che l'attendeva in

una carrozza per tornarsene alla loro modesta casa, non volendo

Annetta più saperne d'ospedale, dopo aver ricuperata la creatura, che

era tutta la sua vita, il suo amore.

Al primo incontro, trovandosi in presenza d'altri estranei, non

potendo ancora la povera donna camminare da sola, entrambe si

contentarono di stringersi in un lungo amplesso, di mischiare insieme

baci e lacrime.

Ma quando si trovarono finalmente sole, riunite nella camera stata

testimone di tante gioie e tanta disperazione, le due donne non si

contennero più... Si aprirono a vicenda l'anima, si raccontarono tutte

le impressioni subite dopo la loro separazione.

--Non mi respingi da te sebbene io abbia le mani imbrattate di

sangue?--mormorò Maria.

--È sangue di traditore e non disonora--rispose la popolana, che

riprendeva l'ardire di una volta--io non ti ho mai biasimata, perchè

al tuo posto avrei fatto lo stesso.

Maria chinava il capo.

--Sei forse pentita di averlo ucciso?--chiese Annetta.

La giovine si scosse.

--No--rispose con voce sorda--perchè ho veduto nel mio delitto la mano

del destino.

Bussavano alla porta.

La popolana ebbe un gesto d'impazienza.

--Qualche nuovo importuno--disse--non rispondiamo.

Si bussò una seconda volta più forte.

--Ebbene... vediamo chi è.

Maria andò ad aprire e si trovò dinanzi un signore, avvolto in un

lungo soprabito, con una barba foltissima, il cappello calato sugli

occhi.

Il viso della guantaia rimaneva al buio, onde l'altro non la riconobbe

e disse con tronca voce.

--È qui che abita Maria Durini, la giovine liberata questa notte?

--Sono io, signore: che volete?

--Parlarvi un sol momento: mi chiamo il conte Patta.

Ella provò un orribile sussulto al cuore, pure seppe mantenersi

impassibile.

--Entrate signore,--disse ritraendosi alquanto. Lo condusse presso la

popolana. Sebbene il conte se l'attendesse, tuttavia non potè

dissimulare un fremito nel trovarsi vicino a quella donna, il cui

eroismo umiliava il suo orgoglio, lo schiacciava.

--Perdonate, se disturbo,--balbettò.

--Che cosa volete?

--È il conte Patta, mamma--replicò con freddezza Maria--che desidera

parlarmi.

Gli aveva offerta una sedia ed ella rimaneva dritta, presso la

poltrona dove si trovava Annetta. Il conte parve sormontare il suo

imbarazzo.

--Se mi sono permesso di venir qui, due gravi motivi mi hanno

indotto--disse, rivolgendo la parola alla popolana--mi trovavo ieri

l'altro all'udienza e mi commossi al pari di tutti, anzi più di tutti,

alla storia della vostra figlia adottiva, storia che mi ricordò un

fatto, accaduto appunto in una di quelle tremende giornate, che

evocaste.

Annetta ascoltava con ansietà: era evidente che le parole di

quell'uomo la interessavano.

Maria invece sentiva crescere la sua avversione per colui, che pur

aveva nelle vene lo stesso sangue, era suo padre. Forse se ella

l'avesse veduto entrare curvo sotto il peso del dolore, del rimorso,

avrebbe perduto il coraggio di accusarlo, il cuore le si sarebbe

schiuso alla pietà.

Ma dal suo esordio istesso, si capiva che il conte stava architettando

una menzogna e Maria s'irrigidiva, si corazzava contro qualsiasi

debolezza.

Egli continuò:

--Un mio amico carissimo, quasi un fratello, aveva smarrita in quelle

funeste giornate una fanciullina di due anni o poco più, che portava

appunto al collo un gioiello, quale lo descriveste, una testa da

morto, appesa ad una catenella d'oro; terreste voi ancora quello

ritrovato?

La popolana appariva vivamente commossa, mentre la giovane guantaia

rimaneva impassibile, come se la cosa non la riguardasse.

--Sì... lo tengo sempre--esclamò Annetta--Maria, guarda nel secondo

cassetto del canterano, in quella scatola di cartone giallo; lo

troverai.

La giovine obbedì senza dimostrare molta emozione. Ella non tardò a

rinvenire l'oggetto designato e lo porse colle sue mani stesse al

conte.

Egli non ebbe bisogno di esaminarlo molto per riconoscerlo: allora la

maschera d'indifferenza che copriva il suo volto disparve; due grosse

lacrime gli scorsero sulle guancie e tendendo le mani a Maria.

--Ho mentito, perchè temevo ingannarmi--esclamò--ma ora... non vi ha

più dubbio; tu sei mia figlia...

Forse si attendeva che la fanciulla gli si gettasse nelle braccia, si

aspettava un'esplosione di gioia e di sorpresa.

Ma questa non sfuggì che alla popolana.

Maria rimase fiera, tranquilla.

La trovatella di Milano · 第 4 / 5 段