--Perchè mi perseguita l'immagine di Maria? Eppure non l'amo ed il mio

capriccio è stato soddisfatto. Bah! finirà anche lei a consolarsi ed è

tanto bella, che non mancherà di trovare qualche gonzo che la sposi.

Sorrise cinicamente, mostrando sul viso tutte le malvagie passioni

della sua anima: si guardò allo specchio, accese una sigaretta e preso

il cappello, lasciò senza un rimpianto, un rimorso quella casa, dove

aveva fatta una vittima, infranto dolcemente, con una mostruosa

menzogna, un povero cuore. Salì nella prima vettura vuota che incontrò

e si fece condurre al palazzo del conte Patta. Questi non si trovava

in casa, ma il giovane con la famigliarità che gli era abituale, si

diresse all'appartamento di Adriana.

La giovinetta era nel suo salotto da studio, allorchè la cameriera

l'avvertì che il suo fidanzato chiedeva di salutarla.

Adriana represse un movimento di disgusto e rispose asciuttamente:

--Venga pure.

Diego entrò sorridente e presa la mano che la giovine gli tendeva, la

portò con galanteria alle labbra.

Adriana non ebbe il più piccolo trasalimento.

--Avete fatto bene a venire--disse indicando al giovine una bassa

poltroncina presso il divano, sul quale ella sedette--perchè bramo

prima della cerimonia nuziale, che mi legherà a voi per tutta la vita,

regolare la nostra rispettiva posizione.

Egli la fissò alquanto stupito.

--Non vi comprendo Adriana.

--Mi spiegherò, non dubitate. Voi sapete il motivo che mi ha indotta

ad accettare la vostra mano.

Diego abbassò il capo.

--So che voi non mi amate--disse con voce bassa--pure io spero che la

mia tenerezza finirà a commuovervi e che un giorno avrete pietà di me.

Il pallore di Adriana si era accentuato ancor più: il suo accento

divenne glaciale.

--No, mai!--rispose lentamente.--Il mio cuore è morto per sempre: non

credo più a nulla.

--Siete crudele.

--Sono giusta, vi dico ciò che sento. Quindi ve lo ripeto: sarò vostra

moglie per un puntiglio, una vendetta e se non mancherò ai miei

doveri, avrò sacro il vostro nome, tuttavia non dovrete sperare da me

una sola testimonianza d'affetto. Se la mia franchezza vi dispiace, se

ferisce la vostra anima, il vostro amor proprio, siete sempre in tempo

a ritirarvi.

Egli scosse il capo.

--Mentirei se dicessi che le vostre parole non mi facciano male,

tuttavia non rinunzio ad un'unione ardentemente desiderata, perchè

sono certo che un giorno cambierete pensiero a mio riguardo e giungerò

a toccare il vostro cuore.

Eravi una dolcezza infinita in quest'ultima frase, ma Adriana rimase

fredda, seria e nello sguardo che rivolse al suo fidanzato, eravi

un'espressione così strana, che Diego trasalì, come se l'innocente

vittima gli avesse letto nell'anima!

CAPITOLO SETTIMO.

Le conseguenze di un'infamia.

Chiuso nel suo studio, seduto dinanzi ad uno scrittoio, Gabriele Terzi

rileggeva per la quarta volta una lettera di Adriana, chiedendosi se

sognava o diveniva pazzo. La lettera diceva:

«Signore,--Quando riceverete questa mia, sarò già lungi da Milano con

mio marito. I vostri calcoli con me, non sono riusciti e se ancora vi

resta un po' di coscienza, invece di mettervi alla caccia di qualche

altra ricca ereditiera, sposate la vostra guantaia di Porta Vittoria,

la bella Maria, che per un giovane astuto come voi, potrà recarvi

molto profitto--Adriana.»

--Ah! questo è troppo--proruppe Gabriele livido, febbrile,

esaltato,--Ella si prende giuoco di me. Maritata?... No, non è

possibile. E chi è la guantaia di cui mi parla...? Io non ci vedo più,

mi sembra che il cervello mi si turbi... è un orribile incubo

questo...

Si rovesciò sulla seggiola come annientato, torcendo fra le dita

convulse il foglio, mentre la bocca gli si raggrinzava agli angoli e

gli occhi si empivano di lacrime.

Soffriva spaventosamente ed era da quasi un mese che aveva il cuore

straziato.

Perchè la contessina senza una parola, una spiegazione, non si era più

fatta vedere da lui, non aveva mai risposto alle sue lettere

traboccanti di amore, di dolore disperato. Che era successo? Che mai

le aveva fatto? La sua coscienza nulla gli rimproverava: egli non

viveva che per Adriana; l'amava con culto, santamente, fino alla

febbre, alla follia.

E dopo un mese di torture inaudite, non trovando forse di averlo reso

abbastanza infelice, la giovine si prendeva giuoco del suo dolore, con

quella lettera enigmatica, insultante.

Ricacciò con forza le lacrime e risoluto si alzò. Non credeva alle

parole di lei: era un tranello. Voleva vederla per l'ultima volta,

parlarle, esigere una spiegazione. Se ella ricusava, sarebbe diventato

cattivo, crudele.

Uscì di casa sconvolto, agitato ed aveva dipinto sul volto tanto

strazio, che alcune persone si fermarono a guardarlo.

--Colui medita un suicidio,--pensavano.

Giunto dinanzi al palazzo di Adriana, si sentì piegare le gambe e

dovette appoggiarsi al muro per non cadere. Aveva scorto l'ampio

portone chiuso, le finestre ermeticamente serrate. Il palazzo deserto,

triste, cupo, aveva l'aspetto lugubre di una tomba.

Dio... Dio... era possibile che la giovine avesse detto la verità? Che

era avvenuto? Quale orribile trama avevano ordito contro di lui? Era

possibile che Adriana avesse così dimenticate le sue promesse, i suoi

giuramenti, se non fosse stata spinta da qualche grave motivo? Ma in

qual modo conoscerlo? A chi rivolgersi?

Un sudore d'angoscia gli scorreva sul volto.

Si ricondusse a stento a casa, si gettò sul letto, ed ivi rimase per

lunghe ore immobile, come se fosse morto, cogli occhi spalancati,

vitrei, lucidi, la faccia color cera, le labbra convulse, semiaperte.

Pensieri terribili si urtavano nel suo cervello: la sua mente non

poteva distaccarsi da Adriana e si chiedeva chi fosse l'uomo che

gliel'aveva rapita. Il nome del marchese Diego gli corse sulla bocca e

lo ripetè più volte con una specie di delirio. Sì... doveva essere

lui, il preferito del conte Patta. Ma Adriana non aveva sempre detto

che l'odiava? Come poteva darsi a colui senza vergogna, senza rimorso?

Gabriele si strinse le tempia con ambe le mani: sembrava gli

scoppiassero, aveva un vulcano nella testa... Non poteva persuadersi

del tradimento di Adriana. Che mai aveva da rimproverargli? Come

poteva averlo scacciato ad un tratto dal suo cuore? No... egli non

meritava quell'abbandono, nè poteva accettarlo così facilmente.

Alla sera, alquanto più calmo, decise di recarsi in traccia della

guantaia, della quale si parlava nella lettera della contessina.

--Ella potrà spiegarmi questo mistero che non comprendo,--mormorò.

Si vestì in fretta, rinfrescossi il viso e senza neppure gettare uno

sguardo allo specchio, uscì di casa e si diresse tosto a Porta

Vittoria. Non tardò a ritrovare il negozio di Maria. La giovine era

seduta dietro il banco, vicino ad Annetta. Il pallore dal suo viso

nulla toglieva allo splendore della sua bellezza affascinante, tanto

che Gabriele ne fu colpito al primo vederla e rimase tocco dalla

grazia con cui l'accolse, quando entrò in negozio, credendolo un

avventore.

Si era alzata, mostrando la persona ben formata, provocante e con un

dolce sorriso:

--Che cosa desidera il signore?---chiese.

--Vorrei parlare un momento con voi. Maria fece un atto di stupore,

mentre Annetta si alzava a sua volta, esclamando con tono brusco:

--Che vuole da mia figlia?...

--Ah! è vostra figlia---disse Gabriele--tanto meglio: quello che ho da

chiedere a lei, non vi deve essere ignoto.

Il pallore di Maria aumentò: presentiva un pericolo che si avvicinava.

--Io non vi comprendo, signore--balbettò--non vi conosco...

La prima impressione provata da Gabriele era scomparsa: nei suoi occhi

brillava un lampo di collera.

--Ahi non mi conoscete?--proruppe.--Perchè adunque lasciate credere

che io sia vostro amante?

--Io! Io!--gridò con indignazione Maria, mentre Annetta metteva i

pugni chiusi sotto il naso del giovane, esclamando inviperita:

--Signore, con chi crede di parlare? Sappia che nessuno ci ha mai

tolto il rispetto e se lei non gira di largo, le darò tal lezione da

ricordarsi per un pezzo di me.

Gabriele rimase fermo, impassibile.

--Non mi muoverò di qui--disse--senza aver avuto una spiegazione con

vostra figlia.

Il suono della sua voce, il suo contegno energico imposero alla

popolana: ella amava la franchezza, il coraggio.

--Ebbene, attenda un momento che chiudo il negozio--replicò più

calma--non mi piace far sapere i fatti miei a nessuno...

Maria fissava il giovane con sguardi supplichevoli, accrescendo i

sospetti di lui... Invece ella lo temeva senza sapere il perchè; una

disgrazia la minacciava, ne era certa.

Pochi minuti dopo, Gabriele e le due donne si trovavano nella

retrobottega, illuminata da una lucerna a petrolio. Annetta aveva

offerto al giovane da sedere, ma egli rimase in piedi, appoggiato alla

tavola, fissando gli sguardi ardenti su Maria, che non potè

sostenerli, si sentì venir meno...

--Sapete chi sono?--chiese egli lentamente...

--No, lo ripeto, non vi conosco,--rispose tremante Maria.

--Mi chiamo Gabriele Terzi.

Un grido sfuggi dalle labbra della guantaia.

--Gabriele Terzi... voi!---proruppe con accento vibrata,

convulso--Signore, volete prendervi giuoco di me.

Annetta guardava impensierita i due giovani, senza nulla comprendere.

--Non ho affatto la volontà di scherzare, credetelo; vi ho detto il

mio nome, che voi dovete conoscere.

--Ebbene, sì, conosco questo nome e la persona che lo porta--replicò

con impeto Maria--ma voi... non so chi siete...

--Perchè mentire? Sapete bene che nessun altro all'infuori di me porta

un tal nome; il marchese Diego deve avervelo detto per farvi sua

complice nella trama, che doveva perdermi nell'anima della contessina

Adriana...

Maria credeva diventar pazza: davanti agli occhi le passavano dei

bagliori sinistri e slanciandosi verso il giovane, gli strinse il

braccio con violenza, esclamando:

--Signore, cessate ve ne prego una così orribile commedia o non

rispondo più di me stessa: il marchese Diego non lo conosco, ve lo

giuro, mi pare bensì di averlo sentito nominare... ma non comprendo...

ciò che vogliate dire...

Eravi tanta sincerità nell'accento straziante della bella guaritala,

che il giovine si sentì scosso.

--Ascoltatemi--disse gravemente--non è possibile che io m'inganni

così. Voi dite di conoscere Gabriele Terzi?

Il viso di Maria si fece scarlatto.

--Ebbene, sì... lo conosco, lo conosco, l'amo... egli deve essere mio

marito.

Annetta a quella confessione della fanciulla, rimase dapprima come

fulminata, poi la sua collera scoppiò con violenza.

--Ah! sciagurata, me l'hai sempre nascosto.

--Perdono, mamma, perdono, se tu sapessi quanto ho sofferto per

ciò--rispose Maria con un accento che avrebbe commossa una pietra--sì,

sono colpevole,... so che ho fatto male, ma l'amore è stato più forte

di tutte le ragioni.

La popolana era vivamente impressionata, tuttavia manteneva un

sembiante severo.

--Insomma chi è il tuo amante?

--Lo stesso giovane che l'ultima notte di carnevale si è qui

ricoverato in costume da maschera...

--Ah! l'avrei indovinato--strillò Annetta con un'esplosione di

collera.--Eppure ti avevo avvertita...

Gabriele l'interruppe: era orribilmente convulso.

--Un giovine in abito da maschera? Ah! non vi è più dubbio... è lui,

proprio lui...

Maria alzò con energia la testa.

--Chi?

--Il marchese Diego Tiani, che si è approfittato del mio nome, non

solo per tradirvi, povera fanciulla, ma per ingannarne un'altra, che

io amavo.

Il viso di Maria si era coperto di un livido pallore, le sue manine

stringevano le tempia.

--No, non è possibile: voi mentite, mentite,--balbettò con accento

soffocato.

--Ah! se mi conosceste, non direste così: ve lo ripeto: colui che vi

sedusse, si prese giuoco di me, di un'altra, è il marchese Tiani e per

convincervi, vi dirò che l'ultima notte di carnevale, io stesso,

aggredito da lui, a tradimento, infamemente, l'inseguii fino a questa

strada, dove lo persi di vista.

Annetta cedendo alla sua natura piuttosto collerica, serrando i pugni

e colla schiuma alla bocca.

--Ah! il miserabile--esclamò--lo sciagurato, E adesso dove si trova?

--Se lo sapessi, sarei qui? Egli è partito con la fanciulla che io

amava ed ha sposata.

Queste parole furono la scintilla che diede il fuoco alla mina.

--È troppo, troppo--gridò Maria come pazza--ed io non sopporterò

l'inganno tesomi.

--Credete che anch'io voglia subirlo in pace?--replicò Gabriele.--Egli

non mi ha tolto solo ogni mia felicità, ma agli occhi della contessina

Adriana sono apparso un essere spregevole: il marchese Diego non ha

solo ordito un piano d'infamia, ma disonorato il mio nome. Se volete,

ci uniremo insieme per vendicarci.

--Accetto!--proruppe Maria con accento selvaggio, tendendo la mano al

giovane.

Annetta non poteva superare il suo furore.

--Ma intanto tu disgraziata--esclamò con impeto--rimarrai colla tua

vergogna... ed io non potrò più guardarti senza arrossire di te, che

ingannasti la mia fiducia, la mia tenerezza.

A queste parole, la bella guantaia sentì stringersi il cuore

dall'angoscia, dal rimorso; una nebbia le calò sugli occhi e non

avendo la forza di rispondere, diè un gemito e cadde svenuta fra le

braccia della popolana. Questa rimase sconcertata, sentì svanire tutta

la sua collera e coprendo il pallido viso della fanciulla di baci e

lacrime.

--Maria... Maria, guardami--mormorò--sono tua madre... che ti ama

sempre, ti perdona.

Ella aprì gli occhi e con voce debole, ansiosa:

--È proprio vero?--chiese.--Non mi discacci da te?

--No, mia cara... ma a quel cattivo arnese che ti ha disonorata, vedi,

non posso perdonare.

Maria si rialzò.

--Nè io lo voglio!--disse risoluta, pensando ai mezzi iniqui, coi

quali Diego si era impossessato di lei.

Gabriele si era lasciato cadere su di una seggiola, perchè le forze

l'avevano tradito; ma i suoi occhi si volgevano con pietà e simpatia

verso la giovane guantaia.

Egli rimase più di un'ora presso le due donne per concertarsi su

quello che dovevano fare e quando si ritirò, Maria ricadde

singhiozzando tra le braccia della madre...

--Oh! quanto soffro!--mormorò...

--Coraggio, Maria, coraggio; ci sono sempre io vicino a te e

quand'anche tutti ti disprezzassero, io ti difenderò sempre.

Un singhiozzo straziò il petto della guantaia.

--Quanto sei generosa! Ma vedi! Se tutto ciò che mi ha rivelato quel

giovane è la verità, colpirò quell'infame che ha distrutta la mia

esistenza, mi ha spezzato il cuore.

L'espressione sinistra con cui furono pronunziate queste parole,

spaventarono la popolana.

--Commetteresti un delitto?

--Non so nulla, ma mi ribello contro il destino al quale il miserabile

mi ha condannata e se avrò da condurre una vita di sofferenze, egli la

dividerà con me, te lo giuro!

CAPITOLO OTTAVO.

Rivelazioni.

Il marchese Diego Tiani e sua moglie, invece di un lungo viaggio di

nozze, avevano scelto per la loro luna di miele la solitudine di una

villetta presso Cernusco-Merate.

Tanto Adriana che suo marito avevano avuto uno scopo nel ritirarsi in

quel luogo.

La giovane poteva abbandonarsi al suo dolore senza che sguardi

indiscreti la spiassero; Diego non avrebbe mancato di fare qualche

scappata a Milano, onde continuare la vita di libertinaggio fino

allora condotta.

Adriana aveva seco la sua fidata cameriera, che era a parte di tutti i

suoi segreti. Diego teneva un domestico dall'aria furba e

intelligente, che trattava con molta famigliarità il suo padrone e si

mostrava strisciante sino al ridicolo con la giovine marchesa.

I due sposi si vedevano all'ora della colazione e del pranzo. Ma anche

in quei momenti si parlavano assai poco: l'uno nervoso, irritato

perchè offeso nel suo orgoglio, pieno di desiderii per quella donna

ammirabilmente bella, che era sua moglie e gli apparteneva così poco:

l'altra sempre assorta nelle sue tristi meditazioni, sollevando appena

di quando in quando i suoi occhioni, in cui la sofferenza metteva

spesso delle lacrime.

Passò un mese.

Una mattina che Adriana si trovava più pallida e più triste del

solito, Diego dopo averla a lungo osservata con mal repressa ira,

disse in tono sardonico.

--Sembra che non possiate dimenticare le memorie del passato, nè chi

si è preso giuoco di voi.

Ella ebbe una contrazione nelle sopraciglia ed alzando la testa con

aria indignata.

--E quando fosse!--esclamò alteramente--Credetemi, fareste meglio non

farmi troppo pensare ad un simile avvenimento. Mi sono spiegata

abbastanza prima del mio matrimonio: mi avete voluta lo stesso. Con

qual diritto adunque mi rimproverate adesso, cercate scrutare i miei

pensieri?...

--Dimenticate che sono vostro marito... e se conoscete la legge...

Adriana l'interruppe con un gesto imperioso.

--La legge non può impedirmi di riflettere a mio piacere: i miei

doveri di moglie li conosco meglio di voi, che trascorrete le notti

non si sa dove nè con chi.

--Se non mi sfuggiste come fate, se non mi mostraste in tutti i modi

il vostro disprezzo, state certa che non mi allontanerei un solo

istante dal vostro fianco. No non mi sarei aspettato tanta crudeltà da

voi: eppure che vi feci... se non che adorarvi, quanto la stessa

divinità, cercare tutti i mezzi per rendervi felice?

La sua voce si elevava a poco a poco: la sua passione scoppiava con

violenza inusitata.

Adriana rimaneva fredda, insensibile.

Egli le si avvicinò e fissandola con occhi in cui passavano dei

luccicori terribili.

--Badatevi--disse con voce sorda--in questo momento sono ancora lo

schiavo che supplica; ma domani sarò il padrone che comanda.

Ella sostenne coraggiosamente quegli sguardi: c'era in lei qualche

cosa che si ribellava contro la brutalità di quelle parole.

--Non potrete giammai costringermi ad amarvi--disse--perchè sarebbe

una cosa superiore alla mia volontà. Mi spezzerete, ma senza giungere

a piegarmi... e se mi aveste ben conosciuta, forse non avreste tentati

tutti i mezzi per divenire mio marito.

Si alzò per andare nella sua camera, lasciando Diego furibondo,

umiliato.

Appena fu sola, cadde su di una poltrona scoppiando in singhiozzi

convulsi. Come si sentiva oppressa, infelice! Dunque la sua esistenza

sarebbe sempre trascorsa così, vicino ad un marito che odiava, per il

quale provava una repugnanza invincibile, qualche cosa che non avrebbe

saputo spiegare a sè stessa... e col pensiero sempre fisso nell'altro,

che l'aveva tradita, eppure amava sempre, come forse non l'aveva amato

mai!

Una disperazione spaventosa assaliva la sua anima, il suo cuore

sanguinava. Era stanca di vivere: uno scoraggiamento orribile

l'accasciava.

La sua fidata cameriera la sorprese, mentre si dibatteva in una crisi

violenta di nervi, lasciandosi sfuggire parole insensate, che

mostravano il turbamento del suo cervello, lo spasimo del suo cuore.

--Signora, signora, per carità si calmi,--disse la cameriera con

accento supplichevole, inginocchiandosi sul tappeto, vicino a lei.

--Ah! soffro tanto... non ne posso più, vorrei morire.

--Non dica così... ah! se potessi trovare un mezzo per consolarla...

ma non so che volerle bene... offrirle la mia povera vita...

--Buona Clarina, sei sempre tu quella che mi rende la forza che sta

per mancarmi: che Dio ti benedica.

Discorsero a lungo e quando la cameriera la lasciò, Adriana sembrava

più calma. Ma era di una pallidezza cadaverica, i suoi occhi

brillavano nelle orbite affossate, i capelli le cadevano in disordine

sulle spalle.

Passò il giorno chiusa in camera. Suo marito si era allontanato dalla

villa col suo domestico.

Scese la notte. Una soave tranquillità regnava nella natura: migliaia

di stelle scintillavano nel cielo, i zeffiri scherzavano dolcemente

tra le piante asportandone i profumi.

Adriana discese in giardino, e andò a sedersi sopra una rustica

panchetta, seminascosta da un cespuglio di rose. Respirava più

liberamente, i suoi pensieri avevano subito una trasformazione: erano

meno amari, eccitanti, dolorosi. La calma di quella notte serena,

passava nella sua anima.

Ad un tratto sentì stridere la ghiaia del giardino: sembrava che

qualcuno si avanzasse con precauzione.

Sebbene la giovine donna non conoscesse la paura, di un balzo fu in

piedi. Era forse suo marito che tornava? Ma non aveva sentito lo

strepito del calesse, lo scrocchiare della frusta.

Stette in attese, pronta a nascondersi se qualcuno si fosse

avvicinato. Non tardò a vedere un'ombra scivolare in mezzo alle piante

e quando fu a pochi passi da lei, poco mancò che Adriana non gettasse

un grido. Era una donna.

--Che venite a cercar qui?--chiese mostrandosi.

L'altra invece di rispondere, esclamò con una specie di trasporto...

--Voi... voi signora! Ah! come ringrazio Dio, che mi permette di

parlarvi, prima di punire quel miserabile.

Ai primo suono di quella voce, Adriana trasalì, poi avendo potuto

osservar meglio i lineamenti della donna che le parlava, indietreggiò

con disgusto ed orrore...

--Maria la guantaia!

--Sì, Maria, una povera vittima come voi signora, di un uomo senza

cuore, senza coscienza...

--Che intendete dire? Forse il vostro amante vi ha abbandonata e

venite a lamentarvene con me?

Scoppiò in una risata stridente, convulsa, che parve uno schianto del

cuore...

--Non giudicatemi così male, signora: Gabriele Terzi, l'uomo da voi

amato, non è mai stato mio amante, ve lo giuro: un altro aveva preso

il suo nome per sedurmi, mentre ingannava voi stessa: degnatevi

ascoltarmi e vedrete a quale infernale seduzione abbiamo dovuto

entrambe soccombere.

Adriana era divenuta pallidissima: la sua testa si smarriva. Afferrato

un braccio di Maria, chiese con voce ansante, oppressa:

--L'infame, il miserabile è stato mio marito, eh?

--Sì...

--Ah! venite... ditemi tutto,--aggiunse traendo la bella guantaia

sulla panchetta, dove poco prima si era abbandonata a soavi

fantasticherie.

Maria le disse tutta la sua triste storia, le rivelò la scoperta

fatta, riversò tutte le angoscie del suo cuore, nel cuore straziato di

Adriana.

Entrambe erano in preda ad una violente emozione. Eppure in mezzo al

suo atroce dolore, la contessina provava qualche cosa d'indefinibile,

di stranamente dolce.

Gabriele era innocente, sempre degno di lei, del suo amore!

Ah! in quel momento comprendeva perchè non le era riuscita vincere il

suo disgusto, il suo odio per Diego; capiva perchè al contatto di lui,

tutto il suo essere si ribellava.

--Mi giurate Maria che quanto mi avete detto è la verità?

--Ve lo giuro e il signor Terzi potrà confermarvi che non ho

mentito...

Adriana non si era ancora riavuta dallo sbalordimento cagionatele da

queste parole, che Gabriele era ai suoi piedi...

Maria si alzò, ritirandosi di qualche passo per lasciar liberi i due

giovani di spiegarsi. Ma nè l'uno, nè l'altra fu in grado per qualche

momento di pronunziare parola...

Si tenevano stretti stretti per la mano, si guardavano muti, sospesi

in un'onnipossente ebbrezza, dimenticando le sofferenze passate,

l'infame tranello stato loro teso.

Un sospiro profondo della bella guantaia li strappò a quell'estasi.

--Credi tu adesso alla mia innocenza Adriana?--sussurrò Gabriele,

fissandola con uno sguardo pieno d'amore.

Gli occhi della giovine donna ebbero un luccicore straordinario...

--Si, vi credo--esclamò--ma voglio che quel miserabile stesso

confessi; ah! vedi quando avrò strappata dalla sua bocca la verità,

dal suo viso quella maschera d'ipocrisia, ti giuro che lascierò tosto

questa casa per raggiungerti... Ma ora, se mi ami, devi ripartire,

tornare a Milano ad attendermi, per non dare alcun pretesto a quel

vile di mancarmi di rispetto... Se ti trovasse qui, essendo egli di

fronte alla legge mio marito, noi soli saremmo i colpevoli e le

vittime.

La voce le mancava: un'emozione dolorosa l'assalse, le velò gli occhi

di lacrime.

Gabriele le cinse con le braccia la vita e traendola dolcemente a sè,

le disse con voce tenue come un sospiro:

--Adriana non piangere, non affannarti: io sono tuo per amarti, ed

obbedirti: ripartirò...

--Grazie, amico mio... grazie.

Si scambiarono uno di quei baci lunghi, soavi, che sembrano voler

assorbire la vita; poi il giovane balzò in piedi.

La trovatella di Milano · 第 2 / 5 段