VII.

Amor di patria in vani sogni il core

No, non agita allor, ma di divina

Potenza il nutre e lo sublima, quando

Svolgesi in terra da stranieri oppressa:

Allor non dubbia è sua purezza; allora

Tutte s'intendon l'alme generose

Che fremono del giogo; allor divisi

In discordanti aneliti e dottrine

Non son nobili e volgo: unica han meta

L'espulsïon delle insultanti spade,

E della prisca dignità il ritorno.

Quanto in que' dì contrario al patrio bene

Fosse pe' Saluzzesi il guelfo spirto,

Meglio comprese ognuno all'improvvisa

Morte del vecchio provenzal monarca.

Orbo questi del figlio, al debil pugno

Della nepote abbandonò lo scettro;

E della incauta il leve cor s'avvolse

In infelici amori, e la sua fama

Fu dalla morte del trafitto sposo

Più orrendamente deturpata, e i novi

Mariti la tradìan, sin che il feroce

Vendicator carnefice a lei fessi.

Sceso Roberto nella tomba, crebbe

Per tutta Italia il ghibellin coraggio,

E si volser de' più le speranzose

Ciglia novellamente alle promesse

Della potente signorìa Lombarda.

Moltiplicati vidersi gli esempli

Di fraterna concordia e di valore

Ne' nostri lidi Saluzzesi. Al bello

De' popoli fervor corrispondea

La virtù di Tommaso: egli emulava

De' suoi più forti la prodezza. Il nome

Di Tommaso era sola indi una cosa

Col nome della patria al cor de' giusti;

E da lunga, sfortuna raffinato,

Il suo spirto gentil s'affratellava

Sinceramente co' minori, e segni

Dava di gratitudin commoventi

A cavalieri e ad infimi mortali

Che ponean fede in esso, ed olocausto

Con lui fean degli averi e della vita.

Godea l'animo a tutti i generosi

In vederlo onorar gli alti consigli

Del canuto Giovanni. Eran Tommaso

E di Dogliani il sir qual figlio e padre,

E il portentoso vecchio corregnando

Söavemente sulle suddit'alme

Più e più le affidava. Alcune volte

Lievi nascean principii di discordia

Nelle diverse ghibelline schiere,

Perocchè a' Saluzzesi andavan misti

Sotto il vessillo di Tommaso e Insùbri

E assoldati Germani. Alla parola

Dell'antico Giovanni i dissidenti

Animi s'acquetavano, e sebbene

Cagion di lagno non restasse agli altri,

Pur gioìa il Saluzzese, ognor veggendo

Che anteposto a lui mai nell'intelletto

De' sommi duci lo stranier non era.

L'opposto caso tuttodì avvenìa

Nella parte de' guelfi. Il rio Manfredo

Dell'odio de' nativi esacerbossi

Più feramente ciascun giorno; e volle

Col terror contenerli: indi suprema

Grazia spargea sugli esteri comprati,

E verso ogni nativo anco più fido

Scorger lasciava diffidenza ed ira.

Giunse a tal, ne' suoi dì più disperati,

La tirannide sua, che i prigionieri,

Se patria avean la saluzzese terra,

Considerava ribellanti degni

Dell'ultimo supplizio, e senza indugio

Strage ne fea. Tal rabida inclemenza

Costrinse i ghibellini a rappresaglia,

Sì che perdòn più non brillò sui vinti.

A quel tempo si vide in ambo i campi

Accorrer di Staffarda il santo abate,

Misericordia supplicando invano

Pe' guerrieri captivi. A lui Manfredo

Con vilipendio rispondea, sgozzando

Innanzi a lui le vittime, e nell'altro

Campo l'udìano con ossequio i prodi,

Ma rispondean che giusto uso di guerra

Stabilìa le vendette, unico modo

A frenar gli avversari in tal barbarie.

Per tutti gl'immolati Ugo gemea,

E notte e giorno l'atterrìa il timore

Che prigion di Manfredo in qualche pugna

Eleardo restasse. Ah! insiem con esso

Un altro cuor da quel pensier tremendo

Era a que' tempi strazïato: il cuore

Della figlia d'Arrigo. Avea creduto

L'infelice Maria poter nemica

Vivere ad Eleardo, allor che intese

Ch'ei dipartito dalle guelfe insegne

Alla destra di lei più non ambiva.

L'avea davvero alcuni dì abborrito

Com'uom che lei tradìa, com' uom che l'armi

Tradìa de' generosi. Ah! nel sincero

Animo della vergin quello sdegno

Fu breve fiamma, e sfavillò al suo ciglio

De' ghibellini la giustizia, e pianse

Riconoscendo in qual funesto errore

Il padre s'avvolgesse. Ella in Envìe

Nel paterno castel traea la vita

Colle dilette ancelle, trepidando

Pel genitore e per l'amante. Ascesa

I passegger vedeanla da lontano

Su questo ovver su quel dei sette grigi

Torrïoni d'Envìe. La sventurata

Scorgea nella pianura o sovra i colli

Gl'incontri delle avverse aste feroci,

E talor le parea per que' remoti

Lochi discerner dal fulgor degli elmi

Arrigo od Eleardo, od ambidue

Cozzanti insiem. Prostravasi la pia

Lagrimando e pregando il Re del Cielo

E la Donna degli Angioli; e sovente

Restava lunghi giorni il dilicato

Corpo affliggendo con digiuni, e intere

Vigilava le notti in calde preci,

I proprii patimenti a Dio offerendo

Per la salvezza de' suoi cari. E seco

Viveano in lutto e assidua penitenza

Le fide ancelle e antichi servi. L'alme

Angosciate si schiudono a paure

Di superstizïone. Or dalla torre

Nelle nubi scorgean croci di sangue,

E sembianze di scheletri, e l'immensa

Falce e dell'Angiol della morte il pugno;

Or di sciagure sovrastanti indizio

Lo strido era dell'ùpupa ed il mesto

Urlo notturno dell'errante cagna;

Or dagli armati servi a mezzanotte

L'estinta madre di Maria s'udiva

Singhiozzar nel sepolcro, o lentamente

Scoperchiarlo ed uscirne, e per le brune

Scale salire, ed appellar con fioca

Voce il marito o la diletta figlia.

A calmar quelle ambasce e que' terrori

E a consolarsi fra i soavi amplessi

Dell'innocente vergine, il cruccioso

Padre venìa talor. Con duri modi

L'aspreggiava e garriala del suo pianto,

Poi commoveasi e l'abbracciava, e preci

La supplicava d'innalzar pe' guelfi.

E nelle rughe della smorta fronte

Ella più e più leggea del genitore

I sinistri presagi. Insinüante

Sonava un non so che nella pietosa

Voce di lei che costringea il canuto

A poco a poco a palesarle occulti

Sempre novi dolori.

Un dì le disse:

--Più non pregar pe' guelfi! abbandonati

Siamo da Dio! Deluse ha mie speranze

Il superbo Manfredo: i miei consigli,

I preghi miei non cura. Adulatrici

Parole ei vuol; darle non so. Un drappello

D'infami lusinghieri applaude a tutte

Sue tirannie, le suscita, il fa cieco

Stromento a loro insazïabil sete

Di tesori e vendette. Apportar senno

Volevamo e giustizia; abbiam delitti

E stoltezza apportato. Ad uno ad uno

Da noi si dipartìano i prodi amici:

Pochi omai siamo ed esecrati, e all'orlo

Dell'estrema ignominia!

--Oh sciagurate

Voci! oh misero padre! I vaticinii

Ecco d'Ugo avverati! Il reo vessillo

Lascia tu dunque di Manfredo: accetta

Di Tommaso la grazia!

--È tardi, o figlia!

Errò Manfredo, ma infelice il veggo:

Mai da prence infelice non si scosta

Fuorchè il vigliacco!

--Oh padre amato, pensa...

--Che vigliacco non son, che con Manfredo

Debbo cader.

--Mai di vigliacco taccia

Ad Eleardo non darassi.

--Ei corse

Quando da noi si svincolò, a bandiera

D'un prence espulso: audace era il partito,

Ma generoso. Non così oggi fora,

Correndo a sir cui la fortuna arride.

Cessa il tuo supplicar, cessa il tuo pianto:

Dimane si combatte, e se non opra

Per noi prodìgi Iddio... dimane, o figlia,

Più non hai padre!

--Oh feri detti!

--Io vengo

L'ultima volta a benedirti forse:

Con vigor di te degno, odimi: stirpe

Di codardi non siam. Tergi le ciglia,

Frena i singhiozzi; te l'intìmo. Ascolta:

Un patto pongo al benedirti.

--Quale?

--Bada che guelfo io moro, e maledetta

Sarà tua man se a ghibellin la porgi!

--T'affida, o padre: intendo. Amo Eleardo,

Ma te guelfo perdendo, a ghibellino

Moglie mai non sarei!

--Tutti il Signore

Dunque sul capo tuo spanda i suoi doni!

Me sol, me sol de' falli miei punendo,

Sparmii l'anima tua!

Disse. Ad un servo

L'accomandò; da lor si svelse e sparve.

Poesie inedite vol. II · 第 28 / 41 题