VI.

In popol da' civili ire diviso

Speranza poca è di salute, allora

Che sol gagliarde fervono le incaute

Anime giovanili, intente a còrre

Bella, sognata, non possibil palma,

Mentre della canizie intorpidito

Vacilla il senno, sì che norma e freno

Agli audaci inesperti alcuna sacra

Fronte non sorge di guerriero antico.

Mancanza tal di celebrato prode

Che vero prode alla sua patria splenda,

Nel colmo avvien de' tralignati tempi,

E lunga indi stagion regna di pazzo,

Sanguinoso dominio e d'anarchìa,

Molteplice opra di fanciulli eroi,

Fintanto che spossati e fatti vili

Piegano il collo a tranquillante giogo.

Non a tal segno eran corrotti i giorni

Di Saluzzo ch'io canto, abbenchè tristi.

Gioventù inferocìa, ma valorosi

Vecchi brillavan sui crescenti ingegni

Per nobil fama di bontà e prodezza.

Fra tai canuti un prence grandeggiava,

E Giovanni era, l'invincibil sire

Dell'alte torri di Dogliani. Ei nato

All'avo di Tommaso era fratello,

E niun de' feudatarii dominanti

S'agguagliava a Giovanni in virtù schiette

D'amico e padre e leal servo a quelli

Che abbisognavan di consiglio o scampo.

In dì lontani ei superava i mille

Cavalieri compagni in patrie pugne,

Ed in pugne oltremar, sotto il vessillo

De' campioni di Cristo: or men robusto

È il braccio suo, ma pronta sempre e forte

La intelligenza e immacolato il core.

Grande è la fè del venerato prode

Pel suo nipote or prigionier, ch'egli ama

Siccome dolce padre ama il suo figlio,

E ad un tempo siccome un pio guerriero

Ama il signor cui vassallaggio debbe.

Giovanni con baroni altri devoti

A ghibellina parte ed a Tommaso

S'adopravan solleciti, sì ch'oro

Adunar si potesse e adunar gemme,

Al fine urgente di comporre il chiesto

Spaventoso tesoro, onde al marchese

E a sua progenie libertà riedesse.

Un dì alle sale di Dogliani aveva

A non lieto convito egli parecchi

Fervidi amici accolto, a consultarsi

Coi lor fidi intelletti e a stimolarli,

Prodigando con bello accorgimento

Lodi e parole di speranza e preghi.

Dopo la mensa i congregati forti,

Nel bollor de' pensieri e de' colloqui,

Facean di voci rintronar le auguste,

Adornate di ferri, alle pareti,

Allor ch'entrò il valletto d'armi, e nunzio

Fu dell'arrivo d'Eleardo.

Al nome

D'Eleardo s'aggrottano le ciglia

De' ghibellini.

--Ingresso entro tue mura

Darai, Giovanni, all'arrogante guelfo?

--Venga il fellon. Certo, Manfredo il manda:

Udirlo giova.

Non sapeano alcuni

Infra quei generosi fremebondi

Ch'Eleardo si fosse un di coloro,

I quai, vedute l'ultime rapine,

Disperata battaglia avean con gloria,

Benchè indarno, arrischiato entro Saluzzo.

Ei nella sala addotto vien. Severo

Salutevole cenno appena a lui

Movon gl'irati ghibellini.

--Donde

Tu, guelfo, a me?

--Sir di Dogliani, al cielo

Piacque arricchir le avite mie castella

Di non lieve tesor. Vedi tal borsa

E orïentali perle ed adamanti,

Che saranno alcun che, perchè s'affretti

Dell'infelice signor mio il riscatto.

---Che veggo? Agli occhi miei creder poss'io?

Tu che a Manfredo!...

--A lui sacrato ho l'armi

Credendol pio liberator: lo vidi

Menzognero e tiranno, e gli ho disdetto

Il non dovuto mio servigio.

Ai torvi

Cavalieri asserenansi le fronti:

Esultan, cingon l'arrivato prode,

Gli stringono la destra, e per quegli ori

Da lui recati, soverchiare omai

Veggion quanto al riscatto era mestieri,

E benedicon Dio.

Quel dì medesmo

Andò il sir di Dogliani al regio campo;

La libertà ricomperò del prence

E de' figli di lui; volaron messi

A Cuneo, a Pinerolo: e nel seguente

Giorno redenti uscirono il felice

Padre dai torrïon che il Gesso bagna,

E dall'altra fortezza i giovinetti,

E si rïabbracciar con dolce pianto;

E dal suolo, natìo trasser raminghi

Con Riccarda all'Insùbre ospitai reggia.

Gli esuli amati accompagnò Giovanni

Con altri pochi; e fra costor v'avea

Un cavalier cui nascondea il sembiante

Ferrea visiera. Di Dogliani il sire

Narra per via a Tommaso, onde l'estrema

Voluta somma gli venisse. Il prence

Chiede ove sia il benefico Eleardo;

E il pro' Giovanni sottovoce:--Vedi

Quel cavalier che le sembianze cela,

E accostarsi non osa: egli è Eleardo.

Sino a' confini ei t'accompagna, e poscia

Rieder vuole a sue torri, e mantenervi

L'insegna tua ed apparecchiarti aiuti

Pel dì che il ciel te chiamerà a vittoria.

Serbar silenzio non potè il commosso

Esul marchese, e, volto il palafreno,

Ad Eleardo s'accostò, e per nome

Chiamandol con affetto,--A te perenni

Sien grazie, disse; or mi si svela quanto

Debitor ti son io.

Balzar di sella

Volle e prostrarsi il giovin, ricordando

La frenesìa che inimicollo al sire.

Ma smontò questi insieme, e lo rattenne

Con vivo amplesso, e intorno al cavaliero

Venner anco Riccarda e i dolci figli,

Mercè rendendo, chè senz'esso lunga

Durar potea la prigionìa tuttora.

Più da temersi non parea Tommaso

A' nemici frattanto, e sovra lui

Liete canzoni alzavano beffarde.

Ma tacquer le canzoni indi a non molto

Al grido inaspettato, esser Tommaso,

Non nella reggia de' Visconti, in vana

Mestizia ed in abbietti ozi sepolto;

Bensì già di colà rapidamente

Tornato a' gioghi saluzzesi, in mezzo

A falange d'armati, inalberando

Il vessillo di guerra.

Allor Manfredo

Sovra il suo seggio impallidisce, e copre

Il timor collo sdegno, alto sclamando:

--La prima volta i dì sparmiammo al tristo;

In nostre mani or riede, e, qual lo merta,

Guiderdon di sua audacia avrà la scure.

Solleciti provveggono Manfredo

E il sir del Balzo al moversi di lance

Che di Tommaso sperdano i fautori,

E s'odon rinnovar le invereconde

Del patrio ben promesse. Odonsi voci

D'increscimento onde si dice afflitto

Degli scempii Manfredo. Odonsi voci

Di futura clemenza irrevocata,

E di leggi paterne, e di novello

Tribunale integerrimo, e d'onori

A chi giovi col senno e colla spada

Al marchese, allo stato, ai sacri altari.

Uso antico, perenne è di potenze

Su rapina fondate, allor che spunta

Il giorno del periglio, il serrar l'ugne

Sovra l'oppresso volgo e accarezzarlo,

E sfoggiar mire eccelse a sgombrar tutti

Alfin gli avanzi de' passati danni.

Di nuovo suona piucchè mai d'astuti

Stranieri l'eloquenza: essi la mente

San di Roberto; un re sì pio, sì grande

Ne' benefici intenti, unqua non visse.

Ei vuol felice Italia, ei vuol felici

I prodi Saluzzesi. Attribüirsi

Non denno a lui nè a' capitani suoi

Nè all'ottimo Manfredo i brevi strazi

Recati dalla guerra al marchesato.

Si saneran le cicatrici, e in loco

Della prisca Saluzzo, è già decreta

Sulle rovine sue più vasta e bella

E forte una città che degna appaia

Di cotanto dominio, e faccia invidia

Alla rival Taurino. Al guelfo rege

Cosa non è che sì altamente prema,

Come il dispor che a' piè dell'Alpi sia

Il regio feudo Saluzzese un nido

Glorïoso di prodi, atto a far fronte

Ai vicini avversari. Indi i confini

Di questo feudo estendere or si vonno,

Sì che divenga ampia duchea gagliarda,

A' Visconti terrore ed a' Sabaudi.

Tal dipintura offerta è dagli scaltri

Alle volgari fantasìe. Nè il lustro

Della reggia di Napoli si tace,

Che l'egual non fu visto, e il portentoso

Incivilir de' popoli ove impulso

A piena civiltà dona sì forte

Il gran Roberto; il gran Roberto, amico

Di dottrine e bell'arti; il gran Roberto

Che pone il core in luminosi ingegni,

E più in Petrarca, uomo divino, a cui

Sulle chiome Roberto in Campidoglio

Metteva fregio d'immortal corona.

E si dice che tosto il re a Saluzzo

Con Petrarca verranne e coll'arguto

Narrator di Certaldo, il cui volume

Fra le più vaghe istorie annoverati

Ha d'una sposa Saluzzese i vanti,

Onde per tutti d'Occidente i regni

L'alme gentili, in onorar Griselda,

Onoran di Saluzzo il caro nome.

Ed in qual secol e in qual mai contrada

Mancaron voci splendide e robuste

Ad adular la moltitudin cieca,

Schernendo quasi barbara e compiuta

La vicenda de' scorsi anni infelici,

E asseverando ch'ora alfin comincia

L'età de' veggentissimi intelletti?

Ma tempi v'ha più di prestigio ricchi

Per quest'amabil fola; e simil tempo

Era quel di Roberto e delle tante

Suscitate degl'Itali speranze,

Ch'indi la morte di quel re disperse.

Tai brillanti menzogne avriano forse

Illuso ancor le Saluzzesi valli,

Se a governar l'esercito severa

D'un retto capitan sì fosse stesa

La destra allor, frenando de' guerrieri

L'esecranda licenza. Al siniscalco

Tanta giustizia non premea; invocata

Venìa talor, ma indarno da Manfredo.

Ambo imperar voleano, e il Provenzale

Non consentìa che un suo guerrier giammai,

Per quante iniquità sui vinti oprasse,

Colpevol fosse detto e avesse pena.

Del supremo stranier la tracotanza,

E quindi le ribalde opre di mille

Armati suoi sovra l'inulta plebe

Qui riprodusser quel furor, che visto

S'era in Sicilia poco innanzi, quando

Per l'isola scoppiar vespri di sangue.

Se non che men secreti i Saluzzesi

Scorger lasciaro improvvidi le trame,

E più avveduti e unanimi vegliaro

Gl'investiti oppressori alla difesa.

Tace il mio carme i varii assalti e i varii

Destini delle insegne ora fuggiasche

Or vincitrìci. Sempre a' ghibellini

Anima principale era il Dogliani,

Come già tempo il Procida a sue terre,

E fra i ministri al suo comando egregi

Splendea per senno e per virtù Eleardo.

Poesie inedite vol. II · 第 27 / 41 题