Il Colosseo nel secolo XVII.
Nell’archivio capitolino[789] troviamo che il 5 Agosto del 1639 «fu
data da’ ss. Conservatori licenza a Bramante Bassi di poter far cavare
e ricercare nel circuito del Colosseo ed altri antichi edifizî, colla
condizione ivi apposta, sopra la porzione tangente di quello che vi
si fosse trovato». Il risultato delle indagini fatte dal Bramante noi
l’ignoriamo: sappiamo invece[790] che circa cinque anni dopo (la notte
seguente al 21 Maggio dell’anno 1644) crollarono e caddero tre archi
e mezzo dell’Anfiteatro, e che coi materiali caduti Urbano VIII fece
edificare il famoso palazzo Barberini.
Nell’anno 1671 si tornò all’idea di nuovamente servirsi dell’Anfiteatro
per darvi spettacoli pubblici, e specialmente la _caccia di tori_.
Ad ottenere lo scopo, faceva d’uopo il permesso del Card. Altieri
ed il consenso del Senato Romano. I signori Giuseppe Guicciardi e
Giambattista Galante si rivolsero officialmente a quegli e a questo,
e l’ottennero. Ecco quanto si legge in un _Memoriale_ dell’archivio
Capitolino[791]: «Anno 1671. Giugno. Registro di memoriale per la
concessione della facoltà richiesta da Giuseppe Guicciardi e Gio.
Battista Galante, di potere fare la caccia del toro dentro il Colosseo.
Fu dato da questi due il memoriale all’Eminentissimo Cardinale Altieri
padrone, da cui fu rimessa l’informazione a Monsignor Governatore di
Roma, dopo la quale ne seguì, che il Cardinale concedette la facoltà;
indi esposero altro memoriale ai ss. Conservatori del Popolo Romano
per l’esecuzione della grazia di far giuochi di tori ed altri animali
nell’Anfiteatro, promettendo di farvi risarcimento notabile e di grande
spesa, quando i detti signori avessero prestato il loro consenso.
Quindi l’Eccellenze loro, in conformità dell’esposta concessione
impetrata, e non altrimenti, concedettero agli oratori, che potessero
valersi per sei anni delle parti del Colosseo spettanti al Popolo
Romano, per potervi fare i giuochi espressi, con condizione però,
che non fosse impedito il transito, eccettuandone solo il tempo de’
giuochi: e che per l’Eccellentissimo sig. Senatore, Conservatori,
Priore ed Ufficiali di Campidoglio, restasse palco e luogo capace di
20 persone, del quale potessero valersi senza pagamento alcuno; qual
decreto fu fatto e sottoscritto a’ 23 di Giugno del medesimo mese ed
anno».
Era già per mettersi in esecuzione il decreto, quando Clemente X, ad
istanza del P. D. Carlo Tomassi, credè bene annullarlo. Ecco in qual
modo.
Il lodato Tomassi pubblicò successivamente due opuscoli sull’Anfiteatro
Flavio. In essi l’autore cercò di dimostrare la santità del luogo, la
venerazione in cui dovea tenersi, ed il rispetto che i fedeli dovean
nutrire per quell’_Arena_, già santificata dal sangue cristiano. Gli
opuscoli del Tomassi produssero il loro effetto: l’Anfiteatro fu tosto
recinto da muri; s’allontanarono le profanazioni; si mise nella maggior
devozione possibile, e si principiarono gli opportuni preparativi per
solennizzare in esso la prossima ricorrenza dell’Anno Santo (1675). In
quella circostanza Clemente X fe’ dipingere nel Colosseo varî quadri
rappresentanti il martirio di alcuni eroi della Chiesa nascente.
Terminate le feste giubilari, il sullodato Tomassi pubblicò un altro
opuscoletto col titolo: _Breve relazione dell’Anfiteatro, consacrato
col sangue prezioso d’innumerabili Martiri, serrato e dedicato ad
onore de’ medesimi l’anno del giubileo 1675_. In questo opuscolo,
l’autore, dopo aver trattato dell’uso che erasi fatto dell’Anfiteatro
nei passati tempi, riferisce quanto si progettò e si fece nel Colosseo
durante l’_Anno Santo_ (1675). Ecco le sue testuali parole: «È stato
poi questo luogo in grandissima venerazione, e vi si rappresentava
ogni anno la passione del Signore: qual uso durò sino al tempo di
Paolo III. Ed il b. Pio V soleva dire, che chi voleva reliquie andasse
a prendere la terra del Colosseo, ch’era impastata col sangue de’
Martiri. Ed ai tempi nostri, sono io testimonio, che ogni qualvolta
sono ivi passato col signor cardinale Ulderico Carpegna, questo
piissimo signore ha sempre fatto fermare la carrozza con fare la
commemorazione de’ ss. Martiri, che ivi gloriosamente trionfarono:
e perciò sono stato sempre divotissimo di questo santo luogo: e gli
anni addietro con certa occasione feci una scrittura simile a questa,
colla quale ancora persuadevo i devoti volerlo serrare, per togliere
molti abusi che vi si facevano, e sacrarlo totalmente a’ ss. Martiri.
Ebbe allora la scrittura per divina misericordia il suo primario
inteso effetto: ed ora ultimamente il secondo, con modo affatto totale
della Divina Provvidenza, essendosi esibito a fare ciò spontaneamente
il signor principe Panfilio (fu questo il principe D. Gio. Battista
Panfilio, signore piissimo e liberalissimo in fare elemosine ed opere
di pietà) cosa da me non aspettata, sapendo che questo signore teneva
tanti impieghi ed impegni di elemosine giornaliere....... Consultatone
dunque il negozio col sig. cavalier Bernino, egli, colla sua somma
perizia e pari pietà, stimando che questa era un’opera degnissima e
necessaria, non solo per la devozione a’ ss. Martiri, ma anche per la
conservazione di una macchina, che come mostrava la grandezza di Roma,
così era anche l’idea dell’architettura di questa; e che perciò non
solo bisognava non toccare niente del vecchio, ma neanche nasconderlo,
deliberò che si serrassero solamente gli Archi con alcuni muri forati,
per potersi godere anco di fuori la parte interiore: e per renderlo a
tutti venerabile e santo si accomodassero due facciate, la maggiore
verso Roma di tre arcate, le prime tre inferiori per l’ingresso con
tre ferrate, e sopra quella di mezzo un’iscrizione, e ne’ tre archi
superiori si ergesse una gran croce, vessillo e trofeo de’ ss. Martiri;
e che una simil facciata si facesse anco d’una sola arcata, verso
s. Giov. in Laterano, designando parimenti nel centro del Colosseo,
ove prima era l’ara, o altare ove si sacrificava a Giove, un piccolo
tempio, per non impedire la gran macchina, in onore dei ss. Martiri.
Si diede conto di tutto al sig. Cardinale Altieri, il quale ne ricevè
contento grandissimo; e per la buona spedizione dell’opera, assegnò
al sig. Giacinto del Bufalo, signore per la gran pietà e prudenza
ragguardevole a tutta la città, e con effetto ed affetto grandissimo ha
ridotta l’opera quasi al fine con applauso e devozione di tutta Roma;
e molti non han lasciato, nè lasciano di trascrivere le iscrizioni che
sono le seguenti:
_Nella facciata verso Occidente:_
AMPHITHEATRVM FLAVIVM
NON . TAM . OPERIS . MOLE . ET ARTIFICIO
AC . VETERVM . SPECTACVLORVM . MEMORIA
QVAM . SACRO . INNVMERABILIVM . MARTYRVM
CRVORE . ILLUSTRE
VENERABVNDVS . HOSPES . INGREDERE
ET . IN . AVGVSTO . MAGNITVDINIS . ROMANAE . MONVMENTO
EXECRATA . CAESARVM . SAEVITIA
HEROES . FORTITVDINIS . CHRISTIANAE . SVSCIPE
ANNO JVBILARI . ET . EXORA . MDCLXXV.
_Nella facciata verso san Gio. in Laterano:_
AMPHITEATRVM . VVLGO . COLOSSAEVM
OB . NERONIS . COLOSSVM . ILLI . APPOSITVM
VERIVS . OB . INNVMERABILIVM . SS. MARTYRVM
IN . EO . CRVCIATORVM . MEMORIAM
CRVCIS . TROPHEVM
ANNO . JVBILARI . MDCLXXV.
Fin qui il devoto Tomassi.
Il progetto di erigere nel Colosseo un tempietto[792] non venne
attuato, sia per non ingombrare il centro dell’_arena_, sia perchè la
chiesuola, detta della _Pietà_ (e della quale già parlammo), trovavasi
ancora in istato di discreta conservazione.
I cancelli di ferro, che dovean chiudere i due ingressi, furono
suppliti con porte di legno; e sopra le iscrizioni ed i dipinti
esterni, raffiguranti i Martiri, furono erette due grandi croci. Tutti
gli archi del primo ordine vennero murati, lasciando in essi piccole
feritoie, onde dai portici si potesse vedere l’interno dell’edificio; e
questa chiusura, attesa la grandezza dell’Anfiteatro, importò una spesa
non lieve. Sulla sommità dell’Anfiteatro venne eretta una grande croce
di legno, la quale varie volte fu atterrata dall’impeto dei venti e
successivamente rinnovata.
Con questi progetti e con questi lavori finirono le vicende del
Colosseo nel secolo XVII.