Questa chiesa fu eretta sul luogo ove furono gettate, dopo il martirio,
le salme dei gloriosi Martiri Persiani: vale a dire, _ante simulacrum
Solis_, ossia davanti al famoso Colosso Neroniano. Difatti, tra il
basamento del Colosso ed il tempio di Venere e Roma, al cadere del
secolo scorso, si trovò una gran quantità di ossa umane, le quali
vengono a dimostrarci la presenza di un cimitero svoltosi attorno a
questa chiesa. Essa è ricordata dal Camerario, dal Codice di Torino
(il quale, come dicemmo, la nomina dopo la chiesa di S. Maria _de
Metrio_), dal catalogo del Signorili e da quello di Pio V, ritrovato
dall’Armellini negli archivi secreti del Vaticano. Da questo catalogo
egli argomenta, e giustamente, che la nostra chiesa durante il
pontificato di Pio V non solo era intatta, ma vi si compievano ancora
gli atti di culto; poichè l’estensore del suddetto catalogo nota
esattamente lo stato materiale di ciascuna chiesa, e di quella dei
Ss. Abdon e Sennen nulla osserva[781]. Lo stesso chiarissimo scrittore
la suppone distrutta alla fine del secolo XVI o sugli inizî del XVII
secolo.
Ed ora, chiusa questa lunga parentesi, alla quale mi hanno condotto le
questioni sulle chiese di S. Salvatore _de Rota_ e S. Giacomo, torniamo
all’argomento.
I Pontefici, nel prender possesso della loro suprema dignità colla
famosa e solenne cavalcata alla basilica Lateranense, solevano
ascendere il Campidoglio; poscia, attraversato il Foro, passavano
innanzi il Colosseo, e proseguivano per la via che conduce al Laterano.
Gli Ebrei erano in dovere di preparare i soliti apparati e di ornare la
strada dall’Arco di Tito fino all’Anfiteatro. S. Pio V, nel possesso
che prese il 23 Gennaio 1566, volle, con tutta la cavalcata, passare
per entro lo stesso Colosseo, come pure fece nella sua presa di
possesso Gregorio XIII[782].
Nel _libro dei decreti_ del 1574 si trova il seguente decreto del
Consiglio secreto del 15 Ottobre (f. 548):
«Giovanni Battista Cecchini primo Conservatore propose: Perchè tutte
le opere cominciate deuono hauere il suo debito fine, però ce par
necessario che mancando ancora molta quantità di Trauertini per finire
la restaurazione del Ponte Santa Maria, et per adesso non se ne possono
far venire et per questo essendone detto che nel Coliseo ue ne è
gran quantità sotto le ruine dò sonno cascati et non sono in opera
quali si potrebbero far cauare per questo bisogno. Però l’habbiamo
uoluto esporre alle S.S. V.V. acciò possino sopra di ciò fare quelle
risoluzioni che gli parrà».
«Decretum extitit omnium Patrum astantium assensu quod capiantur
et fodiantur expensis Po. Ro. omnes lapides mormorei et Tiburtini
existentes in ruinis amphitheatri Domitiani vulgo _detto il Coliseo_,
diruti et nullo pacto coniuncti et applicati dicto Amphitheatro, sed
etiam effodi possint in omnibus aliis locis publicis pro supplemento
operis Pontis Sanctae Mariae sine tamen praeiudicio aedificiorum
antiquorum pro quibus exequendis curam habere debeat magister Mathaeus
architectus. Quoque omnes statuae et antiquitates quae in dictis locis
reperiantur sint ipsius Populi romani».
Il Sommo Pontefice Sisto V, fu uno dei Papi che più ricordi lasciò
nell’alma Città. «Costruì più Egli solo in cinque anni di pontificato,
dice giustamente il prof. R. Corsetti[783], che in più secoli la
maggior parte dei suoi successori» — Poteva dunque l’operosissimo
Sisto V trascurare l’Anfiteatro Flavio? Non era possibile: egli pensò
ben tosto di far ivi grandiosi lavori, onde conservarlo e renderlo
nuovamente, in pari tempo, di pubblica utilità; benchè con non lieve
danno dell’integrità archeologica di quelle monumentali reliquie, se
tali lavori fossero stati eseguiti.
Ai tempi di Sisto V molti poveri di Roma non avean modo di vivere
colle loro fatiche: il lavoro scarseggiava; ed il provvido Pontefice
escogitò la maniera di sovvenire agli indigenti ed evitare che
andassero mendicando per la Città. Sul finire del secolo XVI, Sisto
V dava incarico a Domenico Fontana, perchè riducesse il Colosseo
ad abitazione e lanificio; giacchè l’arte di lavorare la lana era
allora in Roma molto negletta. Il suddetto architetto fece il disegno
dell’_edificio restituito nella sua originaria circonferenza_: quattro
porte od ingressi con altrettante scale immettevano al monumento. Nel
mezzo dell’antica arena dovea sorgere una fonte: altre fonti dovean
servire per il lavoro; e per le abitazioni degli operai si destinavano
i portici esterni, dando a ciascuno di quelli, gratuitamente, due
stanze. Gli altri portici dovean adattarsi a stanze e a laboratorî. Già
erasi intrapreso il lavoro: i commercianti di lana avevano già ricevuto
da Sisto V la somma di 15,000 scudi per la provvista della materia da
lavorarsi nel nuovo lanificio; quando la morte del Pontefice venne
a troncare l’attuazione di quell’opera[784]. «Se vivea un altr’anno
solo, dice il Fontana, il progetto sarebbe stato una realtà, con
immensa utilità pubblica e specialmente dei poveri». E il Mabillon[785]
aggiunge: «Vixisset Syxtus V et amphitheatrum, stupendum illud opus,
integratum nunc haberemus!» — Ma ascoltiamo le parole dello stesso
Fontana[786]: «Acciò, iui si facesse l’arte della lana, per utile della
città di Roma, volendo che á torno per la parte di dentro al piano
di terra vi fossero le loggie couerte, et disopra scouerte, con le
botteghe, e stanze per abitatione per li lavoratori di detta arte, e
che ogn’vno dovesse hauer vna bottegha con due camere e loggia scouerta
avanti à torno tutto il teatro, hauendo già dato ad alcuni mercatanti
scudi quindicimila acciò cominciassero ad introdur detta arte,
volendoci di più far condurre l’acqua per far fontane per comodità di
detta arte et per vso degli habitatori, e di già haueua cominciato a
far leuare tutta la terra che ni staua à torno et a spianar la strada
che viene da torre de Conti, et và al Coliseo, acciò fosse tutta
piana, come hoggi dì si vedono li vestigj di detto cauamento, et vi si
lauoraua con sessanta carrette di caualli, et con cento huomini, di
modo che se il Pontefice uiueva anco un anno, il Coliseo sarìa stato
ridotto in habitatione. La qual opera si faceva principalmente da N.
S. acciò tutti li poveri di Roma hauessero hauuto da trauagliare, et
da viuere senza andare per le strade mendicando; poi che non aueriano
pagato pigione alcuna di casa qual voleva fosse franca, il saria
stato di grand’vtile alla pouertà, et anco ai mercatanti di lana, che
haueriano smaltita la loro mercatantia in Roma, senza hauerla da mandar
fuori della città, con animo di fare che detta città fosse tutta piena
di artegiani di tutte le sorti».
Nell’archivio Capitolino[787], negli atti di Girolamo Arconio, notaro
dei Conservatori, troviamo: «A dì 21 di marzo 1594 — hauendo (i
Conservatori) inteso che certi di questi che lavorano di carniccia
per fare la colla ceruona haueuano occupato alcuni archi di sopra
del teatro del Colosseo uerso Santo Clemente.... li mandarono a
farli mettere imprigioni, quali mostrarono che li Guardiani... della
compagnia del Confalone l’aueuano loro data licentia et affittato per
una libbra di cera l’anno».
Termineremo questo capitolo col riferire alcune scoperte fatte presso
il Colosseo verso l’anno 1594, delle quali ci dà notizia il Vacca[788]:
«Accanto il Coliseo, dice quest’autore, verso SS. Gio. e Paolo vi
è una vigna, mi ricordo (circa l’anno 1594) vi fu trovata una gran
platea di grossissimi quadri di travertini, e due capitelli Corintii; e
quando Pio IV le Terme Diocletiane restaurò, e dedicolle alla Madonna
degli Angeli, mancandogli un capitello nella nave principale, che per
antichità vi mancava, vi mise uno di quelli: e vi fu trovata una barca
di marmo da 40 palmi longa, et una Fontana molto adorna di marmi,
e credetemi, che aueua hauto più fuoco che acqua; et ancora molti
condotti di piombo».