_FRANCESCO dal fondo. DETTO._
CARLO. — Voi qui? Questo è troppo!.. Io posso perdonare tutto
all'ignoranza, ma a voi... Uscite subito!
FRANC. — È da otto giorni che aspetto questo momento, e lei mi
ascolterà!
CARLO. — Vedremo se in questa casa non sono più io il padrone!
FRANC. — Può anche battermi, ma deve finire per ascoltarmi. Sì; l'ultima
parola che lei mi disse fu un atroce insulto, e tanto più atroce, quanto
non meritato... Mi lasci dire! Uscii dalla fabbrica cogli altri, cercai
di stordirmi, di ubriacarmi — bisogna che le dica tutto — e respinsi per
la prima volta dalle mie braccia la mia creatura e maltrattai Matilde!
Da quel giorno non so che mi faccia; ma so che nulla può farmi
dimenticare quelle sue parole che non lasciano nè pensare ad altro, nè
dormire.... Io so bene chi mi sia a petto di lei; so anche meglio che se
io le domandassi una soddisfazione, lei si metterebbe a ridere. Eppure
io ne avrò una...
CARLO. — Vendicandovi.
FRANC. — Già, vendicandomi; ma lo indovina lei come?
CARLO. — Col vendermi, se ancora non mi avete venduto, al Faustini.
FRANC. — L'ho sempre detto che lei non mi conosceva e perciò non mi
poteva stimare! No, signor cavaliere, benchè io sia senza pane, e lei
non me ne possa dare, io non intendo la mia vendetta a questo modo;
anzi, le giuro sul mio onore che ad ogni costo la sua invenzione non
uscirà di qui.
CARLO. — Possibile?
FRANC. — Aspetti, aspetti! Si ricorda che, nel mio libro di benservito,
c'è una lacuna di tre mesi che gli dissi di aver passato all'estero? Era
una menzogna; li passai in prigione.
CARLO. — Voi?
FRANC. — Già... Ero stato insultato e percosso da un compagno che
rifiutava di riconoscermi quale capo-fabbrica, e nella rissa ebbi la
disgrazia di ferirlo gravemente.... Ma lei vorrebbe dire: una bella
guarentigia di onoratezza l'essere stato in prigione! Eppure in fondo la
c'è. Matilde non lo sa. Crede ciò che per compassione le ha dato ad
intendere il mio principale d'allora, che m'aveva spedito in Francia
lui. Lei sa che donna è mia moglie. Per amor mio ha abbandonato la sua
famiglia agiata e signorile; per amor mio ha camminato delle giornate
intere colla bambina al collo, soffrendo il sole, la sete, la fame; ma
senza lagnarsi mai, senza cessare mai d'amarmi e di stimarmi come un
uomo superiore alla sua sorte.... Ora mi dica un po' lei se io posso
permettere che anima viva dica alla donna che forma l'unica felicità
della mia vita: _tu t'inganni; quest'uomo a cui hai tutto sacrificato,
non è che un miserabile uscito dal carcere dei malfattori e degli
assassini_!...
CARLO. — Ella ne morrebbe di vergogna e di dolore!
FRANC. — Comprenderà dunque come Bobi, mio compagno di prigione,
minacciando me di una siffatta rivelazione e la mia famiglia della
vendetta dei provocatori dello sciopero, abbia potuto obbligarmi a far
causa comune cogli altri; comprenderà come la parola traditore dovesse
farmi perdere la testa, come ora io sia ben contento di poterle provare
che se nella ricchezza e nel sapere lei mi può essere superiore, nel
sentimento dell'onore e della delicatezza, io operaio, posso ben farmi
eguale a lei gentiluomo!
CARLO _(pigliandolo per le mani)_. — Francesco! Cattiva testa, qualche
volta, ma cuore sempre leale e generoso, che cosa vuoi? Vuoi essere mio
amico, o vuoi che non ci ricordiamo che di essere stati entrambi
soldati?
FRANC. _(abbracciandolo)_. — Ah! ora sì che posso essere suo amico, ora
che mi ha fatto suo pari!