SCENA III.

_FRANCESCO dal fondo. DETTO._

CARLO. — Voi qui? Questo è troppo!.. Io posso perdonare tutto

all'ignoranza, ma a voi... Uscite subito!

FRANC. — È da otto giorni che aspetto questo momento, e lei mi

ascolterà!

CARLO. — Vedremo se in questa casa non sono più io il padrone!

FRANC. — Può anche battermi, ma deve finire per ascoltarmi. Sì; l'ultima

parola che lei mi disse fu un atroce insulto, e tanto più atroce, quanto

non meritato... Mi lasci dire! Uscii dalla fabbrica cogli altri, cercai

di stordirmi, di ubriacarmi — bisogna che le dica tutto — e respinsi per

la prima volta dalle mie braccia la mia creatura e maltrattai Matilde!

Da quel giorno non so che mi faccia; ma so che nulla può farmi

dimenticare quelle sue parole che non lasciano nè pensare ad altro, nè

dormire.... Io so bene chi mi sia a petto di lei; so anche meglio che se

io le domandassi una soddisfazione, lei si metterebbe a ridere. Eppure

io ne avrò una...

CARLO. — Vendicandovi.

FRANC. — Già, vendicandomi; ma lo indovina lei come?

CARLO. — Col vendermi, se ancora non mi avete venduto, al Faustini.

FRANC. — L'ho sempre detto che lei non mi conosceva e perciò non mi

poteva stimare! No, signor cavaliere, benchè io sia senza pane, e lei

non me ne possa dare, io non intendo la mia vendetta a questo modo;

anzi, le giuro sul mio onore che ad ogni costo la sua invenzione non

uscirà di qui.

CARLO. — Possibile?

FRANC. — Aspetti, aspetti! Si ricorda che, nel mio libro di benservito,

c'è una lacuna di tre mesi che gli dissi di aver passato all'estero? Era

una menzogna; li passai in prigione.

CARLO. — Voi?

FRANC. — Già... Ero stato insultato e percosso da un compagno che

rifiutava di riconoscermi quale capo-fabbrica, e nella rissa ebbi la

disgrazia di ferirlo gravemente.... Ma lei vorrebbe dire: una bella

guarentigia di onoratezza l'essere stato in prigione! Eppure in fondo la

c'è. Matilde non lo sa. Crede ciò che per compassione le ha dato ad

intendere il mio principale d'allora, che m'aveva spedito in Francia

lui. Lei sa che donna è mia moglie. Per amor mio ha abbandonato la sua

famiglia agiata e signorile; per amor mio ha camminato delle giornate

intere colla bambina al collo, soffrendo il sole, la sete, la fame; ma

senza lagnarsi mai, senza cessare mai d'amarmi e di stimarmi come un

uomo superiore alla sua sorte.... Ora mi dica un po' lei se io posso

permettere che anima viva dica alla donna che forma l'unica felicità

della mia vita: _tu t'inganni; quest'uomo a cui hai tutto sacrificato,

non è che un miserabile uscito dal carcere dei malfattori e degli

assassini_!...

CARLO. — Ella ne morrebbe di vergogna e di dolore!

FRANC. — Comprenderà dunque come Bobi, mio compagno di prigione,

minacciando me di una siffatta rivelazione e la mia famiglia della

vendetta dei provocatori dello sciopero, abbia potuto obbligarmi a far

causa comune cogli altri; comprenderà come la parola traditore dovesse

farmi perdere la testa, come ora io sia ben contento di poterle provare

che se nella ricchezza e nel sapere lei mi può essere superiore, nel

sentimento dell'onore e della delicatezza, io operaio, posso ben farmi

eguale a lei gentiluomo!

CARLO _(pigliandolo per le mani)_. — Francesco! Cattiva testa, qualche

volta, ma cuore sempre leale e generoso, che cosa vuoi? Vuoi essere mio

amico, o vuoi che non ci ricordiamo che di essere stati entrambi

soldati?

FRANC. _(abbracciandolo)_. — Ah! ora sì che posso essere suo amico, ora

che mi ha fatto suo pari!

Capitale e mano d'opera Le Commedie, vol. 1 · 第 98 / 118 题