CAPITOLO VI.

_Morte di Severo: tirannia di Caracalla: usurpazione di Macrino:

pazzia di Elagabalo: virtù di Alessandro Severo: sfrenata

licenza dell'esercito: stato generale delle finanze romane._

Le vie che menano alla grandezza, quantunque ripide e perigliose,

possono però tener desto un animo attivo, mediante la coscienza e

l'esercizio delle proprie sue forze; ma il possesso di un trono non può

mai soddisfar pienamente una mente ambiziosa. Provò Severo, e riconobbe

questa trista verità. La fortuna ed il merito lo aveano da un umile

stato innalzato al primo trono del Mondo. «Egli era stato ogni cosa»

(come dicea egli stesso) «ed ogni cosa era di picciol valore[404]».

Occupato dalla cura non di acquistare, ma di conservare un Impero,

oppresso dall'età e dalle malattie, non curante di gloria[405], e sazio

di comandare, la vita non aveva più veruna lieta prospettiva per lui; il

desiderio di mantenere l'Impero nella sua famiglia divenne il solo scopo

della sua ambizione, e del paterno suo affetto.

Severo, come la maggior parte dogli Affricani, era appassionato per li

vani studj della magia e della divinazione, profondamente versato

nell'interpretazione dei sogni e degli augurj, e dottissimo nella

strologia giudiciaria, scienza che quasi in ogni secolo, fuori che nel

nostro, si è sostenuta in dominio sopra lo spirito umano. Egli, essendo

governatore della Gallia Lionese, avea perduta la prima sua moglie[406].

Nella scelta della seconda, non pensò che ad unirsi con una, il cui

oroscopo promettesse fortuna; ed avendo rinvenuto che una giovane dama

di Emesa nella Siria era nata sotto una costellazione che prometteva il

trono, ne ricercò e ne ottenne la mano[407]. Giulia Domna (tale era il

suo nome) meritava tutto ciò che le stelle le promettevano. Conservò

fino in età avanzata le bellezze della persona[408], ed unì a vivace

immaginazione, fermezza d'animo, e giudizio esquisito, doti raramente

concesse a quel sesso. Le sue amabili qualità non fecero mai grande

impressione sul cupo e geloso carattere del suo consorte; ma nel regno

del figlio essa amministrò gli affari principali dell'Impero con una

prudenza, che sostenne l'autorità di Caracalla, e con una moderazione,

che ne corresse talvolta le stravaganti follìe[409]. Giulia si applicò

alle lettere ed alla filosofia con qualche buon successo e colla più

splendida riputazione. Era essa protettrice di tutte le arti, ed amica

d'ogni uomo d'ingegno[410]. La riconoscente adulazione dei letterati ha

celebrate le sue virtù; ma se porgiamo orecchio agli scandalosi racconti

dell'antica storia, la castità non era la più cospicua virtù

dell'Imperatrice Giulia[411].

Due figliuoli, Caracalla[412] e Geta, furono i frutti di quel

matrimonio, e i destinati eredi dell'Impero. Le belle speranze del padre

e dei Romani vennero presto deluse da questi vani giovani, che già

mostravano l'indolente sicurezza dei Principi ereditarj, ed una

presunzione, che la fortuna dovesse tener il luogo del merito e

dell'applicazione. Senza veruna emulazione di virtù o di talenti, essi

fin dall'infanzia mostrarono l'uno verso l'altro un'antipatia costante

ed implacabile. Questa avversione, cresciuta con gli anni, e fomentata

dagli artifizi degli interessati lor favoriti, produsse in principio

fanciullesche gare, che a poco a poco si fecero più serie, e finalmente

divisero il teatro, il circo, e la Corte in due fazioni animate dalle

speranze e dai timori dei rispettivi lor capi. Il saggio Imperatore

procurò con le ammonizioni e con l'autorità di soffocare questa

animosità ognor crescente. La fatale discordia de' figli oscurava ogni

bella sua mira, e minacciava di rovesciare un trono alzato con tanta

fatica, assicurato con tanto sangue, e difeso coll'impiego di tante armi

e di tanti tesori. Tenendo egli fra loro con mano imparziale la bilancia

del suo favore, conferì ad ambidue il titolo di Augusto, col venerato

nome d'Antonino, e per la prima volta il Mondo romano ebbe tre

Imperatori[413]. Tuttavia questa condotta eguale non ad altro servì che

ad animar la contesa, mentre il fiero Caracalla allegava i diritti della

primogenitura, e Geta più moderato si guadagnava l'affetto del popolo e

dei soldati. Tra le angustie di un padre deluso, Severo predisse che il

più debole dei suoi figli cadrebbe vittima del più forte, il quale

sarebbe poi rovinato dai proprj vizj[414].

In questi frangenti ricevè Severo con piacere la notizia di una guerra

nella Britannia, e di una invasione in quella provincia fatta dai

Barbari del Settentrione. Benchè la vigilanza dei suoi Generali potesse

essere bastante a rispignere il lontano nemico, risolse però di porre a

profitto quell'onorevole pretesto, per allontanare i suoi figli dal

lusso della capitale, che snervava i loro animi, ed irritava le loro

passioni, e per assuefare la lor giovanezza alle fatiche della guerra e

del comando. Non ostante la sua età avanzata (perchè aveva allora più di

sessant'anni) e la gotta che l'obbligava a farsi portare in lettiga, si

trasferì personalmente in quell'isola remota, accompagnato dai figli, da

tutta la Corte, e da una formidabile armata. Passò immediatamente le

muraglie di Adriano e di Antonino, ed entrò nel paese nemico con idea di

terminare la conquista per lungo tempo tentata della Britannia. Penetrò

fino all'estremità settentrionale dell'isola, senza incontrare nemico

alcuno. Ma le nascoste imboscate dei Caledonj, che all'improvviso

assalivano o la retroguardia o i fianchi dell'esercito, la freddezza del

clima, e le fatiche di una marcia invernale per le montagne, ed i

paludosi luoghi della Scozia fecero perire, per quel che si dice,

cinquantamila Romani. I Caledonj cederono finalmente a quegli ostinati e

possenti attacchi, supplicarono per la pace, e rilasciarono al vincitore

una parte dello loro armi, ed un vasto tratto di territorio Ma

l'apparente lor sommissione durò finchè fu presente il terrore: e

ritiratesi appena le legioni romane, essi ripresero di nuovo la loro

ostile indipendenza. L'inquieto loro spirito mosse Severo a mandare

nella Caledonia un altro esercito, co' più sanguinosi ordini di

estirparne non di soggiogarne i natii; ma li salvò la morte del loro

fiero nemico[415].

Questa guerra di Caledonia, perocchè non distinta da decisivi eventi, nè

seguitata da conseguenze importanti, meriterebbe appena la nostra

attenzione, se non venisse supposto con grande probabilità, che

l'invasione di Severo appartiene all'epoca più illustre della storia,

ovvero della favola britannica. Fingal, del quale un nostro moderno

Autore ha fatto rivivere la fama con quella de' poeti e degli eroi di

quel tempo, comandava, per quanto dicono, ai Caledonj in quella

memorabile occasione: egli resistè alla potenza di Severo, e riportò

sulle rive del Carun una segnalata vittoria, nella quale il figlio _del

Re del Mondo Caracul_ fuggì precipitosamente _attraverso i campi del suo

orgoglio_[416]. Queste tradizioni scozzesi sono tuttavia coperte da

qualche nebbia, che le più ingegnose ricerche dei critici moderni non

hanno potuto ancor dissipare[417]; ma se con certezza si potesse

abbracciare la grata supposizione, che sia vissuto Fingal, ed Ossian

abbia cantato, il bel contrasto della situazione e dei costumi delle

contrarie nazioni riuscirebbe dilettevole ad un filosofico ingegno. Il

parallelo non sarebbe molto vantaggioso alla nazione più culta, quando

si paragonasse la vendetta implacabile di Severo colla generosa clemenza

di Fingal; la timida e brutal crudeltà di Caracalla col valore, collo

affetto, e col genio elegante di Ossian; i mercenarj uffiziali, che per

timore o interesse servivano sotto le insegne imperiali, con i liberi

guerrieri, che alla voce del Re di Morven volavano alle armi; quando in

una parola si contemplassero i rozzi Caledonj animati dalle virtù

naturali, ed i Romani degenerati e corrotti dai bassi vizj del lusso e

della schiavitù.

La declinante salute, e l'ultima malattia di Severo infiammarono la

fiera ambizione e le nere passioni dell'anima di Caracalla. Impaziente

di ogni indugio e divisione dell'Impero, egli tentò più di una volta di

accorciare quei pochi giorni di vita, che restavano al padre, e procurò,

ma vanamente, di eccitare una sedizione fra le truppe[418]. Il vecchio

Imperatore avea spesso criticata la malaccorta indulgenza di Marco

Aurelio, che con un solo atto di giustizia avrebbe salvati i Romani

dalla tirannide dell'indegno suo figlio. Posto nelle circostanze

medesime, provò quanto facilmente l'affetto di padre addolcisca il

rigore di giudice. Egli deliberava, minacciava, ma non sapeva punire; e

questo suo ultimo e solo esempio di clemenza fu di più danno all'Impero,

che non la lunga serie delle sue crudeltà[419].

Le angustie dell'animo irritarono i mali del corpo: egli desiderava

impazientemente la morte, e questa sua impazienza ne affrettò la venuta.

Morì a York l'anno sessantacinquesimo della sua età, e diciottesimo di

un regno fortunato e glorioso. Nei suoi ultimi momenti raccomandò la

concordia ai suoi figli, ed i suoi figli all'esercito. Il salutevole

avviso non giunse al cuore, anzi neppure mosse l'attenzione di quei

giovani impetuosi; ma le truppe più obbedienti, memori del lor

giuramento di fedeltà e dell'autorità dell'estinto Signore, resisterono

alle sollecitazioni di Caracalla, e proclamarono ambedue i fratelli

Imperatori di Roma. I nuovi Principi baciarono subito i Caledonj in

pace, ritornarono alla capitale, celebrarono il funerale del padre con

onori divini, e furono riconosciuti con piacere per sovrani legittimi

dal Senato, dal Popolo, e dalle province. Pare che fosse accordata al

maggiore qualche preeminenza di grado, ma governavano l'Impero ambidue

con eguale ed indipendente potere[420].

Una tale divisione di governo avrebbe generato discordie fra i due più

affezionati fratelli. Era impossibile ch'essa potesse lungamente

sussistere tra due implacabili nemici, che nè bramavano una

riconciliazione, nè potevan fidarsene. Chiara cosa ell'era, che uno

solamente regnar doveva, e l'altro doveva perire; e ciascuno di loro,

da' suoi proprj disegni giudicando di quelli del suo rivale, usava la

più esatta cura per difendersi dai ripetuti assalti del veleno o del

ferro. Il rapido loro viaggio per la Gallia e l'Italia, durante il quale

mai non mangiarono ad una stessa tavola, o dormirono in una casa stessa,

presentò alle province l'odioso spettacolo della fraterna discordia.

Arrivati in Roma, immediatamente si divisero la vasta estensione del

palazzo imperiale[421]. Non fu lasciata comunicazione veruna tra i loro

appartamenti; le porte ed i passaggi furono diligentemente fortificati,

e poste e mutate sentinelle, come ad una piazza assediata. Gl'Imperatori

non s'incontravano che in pubblico, in presenza dell'afflitta lor madre,

e circondato ciascuno da un numeroso stuolo di armati. In quelle stesse

occasioni di pubbliche cerimonie, la dissimulazione delle Corti potea

mal celare il rancore dei loro cuori[422].

Questa guerra intestina già cominciava a lacerare lo Stato, quando fu

suggerito un piano, che pareva ugualmente vantaggioso ai due fratelli

nemici. Fu proposto che non essendo possibile di riconciliare i loro

animi, separassero i loro interessi, o dividessero fra loro l'Impero. Le

condizioni del trattato erano già distese con qualche esattezza. In esse

si conveniva, _che_ Caracalla, come fratello maggiore, rimarrebbe

padrone dell'Europa e dell'Africa occidentale, rilasciando la sovranità

dell'Asia e dell'Egitto a Geta, il quale potea risedere in Alessandria,

o in Antiochia, città per opulenza e grandezza poco inferiori alla

stessa Roma; _che_ si terrebbero del continuo accampati numerosi

eserciti sulle due rive del Bosforo Tracio, per difendere le frontiere

delle Monarchie rivali; e _che_ i Senatori d'origine europea

riconoscerebbero il Sovrano di Roma, mentre i nativi dell'Asia

seguiterebbero l'Imperatore dell'Oriente. Le lagrime dell'Imperatrice

Giulia ruppero un trattato, la cui prima idea avea ripieno ogni petto

romano di sorpresa e di sdegno. La vasta massa dell'Impero era talmente

assodata dalla mano del tempo e della politica, ch'era necessaria la più

gran violenza per separarla in due parti. I Romani avevan ragion di

temere che le disgiunte membra sarebbono ben presto ridotte da una

guerra civile sotto il dominio di un solo Signore; ma se la separazione

era durevole, la divisione delle province dovea terminare nella

dissoluzione di un Impero, la cui unità erasi mantenuta fino a quel

tempo inviolata[423].

Se quel trattato fosse stato eseguito, il Sovrano della Europa avrebbe

presto conquistato l'Asia; ma Caracalla riportò una vittoria più facile

e più scellerata. Artificiosamente egli porse orecchie ai preghi della

madre, e consentì di trovarsi nell'appartamento di lei col suo fratello,

per trattare delle condizioni della pace e della riconciliazione. Nel

mezzo del loro abboccamento, alcuni Centurioni, che Caracalla aveva

nascosti, si avventarono colle spade sguainate addosso al misero Geta.

La sventurata madre procurò di salvarlo nelle sue braccia; ma

nell'inutile sforzo fu ferita ella stessa in una mano; e coperta del

sangue di Geta, vide il barbaro fratello animare e secondare[424] il

furore degli assassini. Appena fu commesso il misfatto, Caracalla,

coll'orrore sul volto, corse frettoloso al campo dei Pretoriani, come

suo unico asilo, e si prosternò dinnanzi alle statue dei Numi

tutelari[425]. I soldati presero ad alzarlo e confortarlo. Egli con

rotte e confuse parole, gl'informò del suo fortunato scampo

dall'imminente pericolo; fece loro credere di aver prevenuto i disegni

del suo nemico, e dichiarò la sua risoluzione di vivere e di morire con

le sue truppe fedeli. Geta era stato il favorito dei soldati; ma vano

era il lamento, pericolosa la vendetta, ed essi rispettavano ancora il

figliuol di Severo. Il loro malcontento si dissipò in oziose

mormorazioni, e Caracalla presto li persuase della giustizia della sua

causa, distribuendo loro con prodigo donativo i tesori accumulati sotto

il regno del padre[426]. Le disposizioni dei soldati erano le sole

importanti per la potenza o salvezza di lui; e la loro dichiarazione in

suo favore comandò le rispettose proteste del Senato. Quella docile

assemblea era pronta sempre a ratificare la decisione della fortuna; ma

siccome Caracalla desiderava di addolcire i primi moti della pubblica

indignazione, il nome di Geta fu rammentato con rispetto, ed egli ricevè

gli onori funebri dovuti ad un Imperatore romano[427]. La posterità,

deplorandone la sventura, ha gettato un velo sopra i suoi vizj. Noi

consideriamo questo giovane Principe, come vittima innocente

dell'ambizione di suo fratello; non rammentandoci che gli mancò

piuttosto il potere, che il desiderio, per commettere attentati eguali

di vendetta e di strage.

Il delitto per altro non rimase impunito: nè le occupazioni, nè i

piaceri, nè l'adulazione poterono sottrarre Caracalla ai rimorsi di una

coscienza colpevole; ed egli confessò, tra le angoscie di un animo

martoriato, che la conturbata sua fantasia gli presentava spesso le

immagini sdegnose del padre e del fratello, tornati in vita a

minacciarlo e rimproverarlo[428]. La cognizione del suo delitto avrebbe

dovuto indurlo a persuadere gli uomini, colle virtù del suo regno, che

quel sanguinoso misfatto era stato involontario effetto di una funesta

necessità. Ma il pentimento di Caracalla lo portò solamente a togliere

dal mondo tutto ciò che potea rammentargli la sua colpa, o risvegliare

in lui la memoria dell'assassinato fratello. Ritornando dal Senato al

palazzo, trovò la madre, che in compagnia di varie nobili matrone

piangeva l'acerbo fato del suo figliuolo minore. Il geloso Imperatore la

minacciò di pronta morte; e fu la sentenza eseguita contro Fadilla,

ultima figlia superstite dell'Imperator Marco Aurelio; ed anche

l'afflitta Giulia fu obbligata a por fine ai lamenti, a soffocare i

sospiri, ed a ricevere l'assassino con sorriso di approvazione e di

gioia. Si pretende che sotto il vago pretesto dell'amicizia di Geta, più

di ventimila persone di ambidue i sessi incontrassero la morte. Le

guardie di Geta, i liberti, i ministri de' gravi affari, ed i compagni

degli ozj e de' piaceri, quelli che per lui aveano ottenuto cariche

nelle armate o nelle province, e tutti i numerosi loro clienti furono

inclusi in quella proscrizione, colla quale si cercò di esterminare

chiunque avesse avuta la minima corrispondenza con Geta, o ne deplorasse

la morte, o ricordasse ancora il suo nome[429]. Elvio Pertinace, figlio

del Principe di questo nome, perdè la vita per un motto imprudente[430].

Fu bastante delitto per Trasea Prisco il discendere da una famiglia, in

cui l'amore della libertà parea una qualità ereditaria[431]. I

particolari motivi di calunnia e di sospetto furono finalmente esauriti;

e quando un Senatore veniva accusato di essere secreto nemico del

Governo, l'Imperatore si contentava della generica prova, che fosse

quegli ricco o virtuoso: piantato una volta questo principio, egli ne

dedusse le più sanguinose illazioni.

Il supplizio di tante vittime innocenti era accompagnato dalle lagrime

segrete dei loro amici e delle loro famiglie. La morte di Papiniano,

Prefetto del Pretorio, fu pianta come una pubblica calamità. Negli

ultimi sette anni di Severo egli avea esercitato i più importanti ufficj

dell'Impero, o guidato, con i suoi savi consigli, i passi

dell'Imperatore nel sentiero della giustizia e della moderazione.

Severo, ben conoscendone la virtù ed i talenti, sul punto di morire lo

supplicò di vegliare alla prosperità ed all'unione della famiglia

imperiale[432]. Le onorate fatiche di Papiniano servirono solamente ad

infiammare l'odio, che già Caracalla avea concepito contro il Ministro

del padre. Dopo l'assassinio di Geta, il Prefetto ebbe ordine di usare

tutta la forza del suo sapere e della sua eloquenza, per fare una

studiata apologia di quell'atroce misfatto. Il filosofo Seneca aveva

condisceso a comporre una somigliante lettera al Senato, in nome del

figlio, e dell'assassino di Agrippina[433]. «È più facile commettere un

parricidio, che giustificarlo»; questa fu la nobile risposta di

Papiniano[434], il quale non esitò un momento tra la perdita della vita,

o quella dell'onore. Una virtù così intrepida, che si era mantenuta pura

ed illibata tra gl'intrighi della Corte, tra più serj negozj, e tra gli

artifizj della sua professione, sparge più lustro sulla memoria di

Papiniano, che non tutti i suoi grandi impieghi, le numerose sue opere,

e la riputazione di eccellente giureconsulto, che egli ha goduta in

tutti i secoli della giurisprudenza romana[435].

Era fin allora stata particolare felicità dei Romani, e consolazione

loro ne' più infelici tempi che le virtù degl'Imperatori fossero piene

di attività, e pieni d'indolenza i lor vizj. Augusto, Traiano, Adriano,

e Marco Aurelio visitarono in persona i loro vasti dominj, ed il loro

passaggio era segnato con atti di sapienza e beneficenza. La tirannide

di Tiberio, di Nerone, e di Domiziano, che quasi costantemente

risederono in Roma, o nelle ville adiacenti, fu ristretta negli ordini

senatorio ed equestre[436]. Ma Caracalla si mostrò il nemico comune del

genere umano. Lasciò la Capitale (nè mai più vi fece ritorno) circa un

anno dopo la morte di Geta. Passò il resto del suo regno nello diverse

province dell'Impero, particolarmente nelle orientali, ed ogni provincia

divenne a vicenda il teatro della sua rapina e della sua crudeltà. I

Senatori, forzati dal timore a secondare tutti i suoi capricci, erano

obbligati di preparargli ogni giorno con immense spese nuovi

divertimenti, che con disprezzo abbandonava alle sue guardie, e ad

erigere in ogni città palazzi e teatri magnifici, ch'egli o sdegnava di

visitare, o comandava che tolto fossero demoliti. Le più ricche famiglie

furono rovinate con tasse e confiscazioni private, mentre il corpo

intero dei sudditi il era oppresso da ricercate e gravose

imposizioni[437]. In mezzo alla pace, e per una leggierissima offesa

egli comandò uno scempio generale in Alessandria di Egitto. Da un posto

sicuro nel tempio di Serapide, contemplava e regolava la strage di molte

migliaia di cittadini e di stranieri, senza avere riguardo alcuno al

numero, o alla colpa di quegl'infelici; giacchè (com'egli freddamente ne

scrisse al Senato) _tutti_ gli Alessandrini, e quelli ch'erano periti, e

quelli che si erano salvati, meritavano ugualmente la morte[438].

Le savie istruzioni di Severo non fecero mai una impressione durevole

sullo spirito del suo figlio, che sebbene non mancasse d'immaginazione e

d'eloquenza, non avea nè giudizio, nè umanità[439]. Caracalla ripeteva

spesso una massima pericolosa degna di un tiranno, e da lui posta in

pratica sempre: «assicurarsi l'affezione dei soldati, e poco valutare il

resto dei sudditi[440]». Ma la liberalità del padre era stata regolata

dalla prudenza, e la indulgenza di lui verso le truppe fu temperata

dalla fermezza e dall'autorità. Il figlio non conobbe altra politica che

una cieca profusione, la quale produsse l'inevitabil rovina

dell'esercito e dell'Impero. Il valor dei soldati, in vece di essere

fortificato dalla severa disciplina del campo, si ammollì nel lusso

delle città. L'accrescimento eccessivo della loro paga e i donativi[441]

impoverirono lo Stato per arricchire, l'ordine militare, che si mantiene

assai più modesto in pace, ed utile in guerra con una povertà onorevole.

Il contegno di Caracalla era altiero e pieno d'orgoglio, ma colle truppe

egli dimenticava perfino la dignità del proprio grado, incoraggiava

l'insolente loro famigliarità, e trascurando gli essenziali doveri di un

Generale, affettava d'imitare il vestire, ed i costumi di un soldato

comune.

Era impossibile, che il carattere e la condotta di Caracalla potessero

inspirare amore o stima; ma finchè i suoi vizj furono utili alle armate,

visse sicuro da ogni pericolo di ribellione. Una secreta congiura,

suscitata dalla propria sua gelosia, riuscì fatale al tiranno. La

Prefettura del Pretorio era divisa tra due ministri. Il dipartimento

militare era affidato ad Avvento, soldato di maggiore esperienza che

abilità, e presedeva al dipartimento civile Opilio Macrino, che per la

sua destrezza negli affari erasi innalzato a quella sublime carica. Ma

il favore ch'egli godeva, variava secondo il capriccio dell'Imperatore,

e la vita di lui poteva dipendere dal più leggiero sospetto, e dalla più

casuale circostanza. La malizia o il fanatismo avea dettata ad un

Affricano, versato a quanto credeasi, nella scienza del futuro, una

predizione molto pericolosa; cioè, che Macrino e il suo figlio erano

destinati all'Impero. Se ne sparse subilo il rumore per la provincia; e

quando il profeta fu mandato carico di catene a Roma, egli ancora in

presenza del Prefetto della città sostenne la verità della sua

predizione. Quel magistrato, che avea ricevute le più premurose

istruzioni di fare ricerca dei successori di Caracalla, spedì

immediatamente l'esame dell'Affricano alla corte imperiale, che risedeva

allora nella Siria. Ma non ostante la celerità dei pubblici corrieri, un

amico di Macrino trovò mezzo di avvertirlo del suo vicino pericolo.

L'Imperatore ricevè le lettere da Roma, e siccome egli era allora

impegnato in guidare un cocchio alla corsa, le consegnò senza aprirle al

Prefetto del Pretorio, ordinandogli di spedire gli affari ordinarj, e di

dargli ragguaglio dei più importanti. Lesse Macrino l'imminente suo

fato, e risolse di prevenirlo. Infiammò alcuni uffiziali inferiori, già

malcontenti, ed impiegò la mano di Marziale, disperato soldato, che non

avea potuto ottenere il grado di Centurione. La devozione di Caracalla

avealo mosso a fare un pellegrinaggio da Edessa al celebre tempio della

Luna a Carre. Era accompagnato da un corpo di cavalleria; ma essendosi

fermato sulla strada per qualche necessario bisogno, le guardie si

tennero per rispetto in distanza, e Marziale accostandosi a lui sotto

pretesto di ossequio, lo trafisse con un pugnale. Fu il temerario

assassino immediatamente ucciso da un arciere scita della guardia

imperiale. Questo fine ebbe quel mostro, la cui vita disonorò l'umana

natura, e il cui regno accusò la pazienza dei Romani[442]. I soldati

riconoscenti, obbliando i suoi vizj, ne rammentavano solamente la

parziale generosità, ed obbligarono i Senatori a prostituire la loro

dignità, e quella della religione, con accordargli un posto fra i Numi.

Finchè egli fu sulla terra, Alessandro il Grande fu il solo Eroe, che

questo Nume giudicasse degno della sua ammirazione. Ne prese il nome e

l'insegne, formò per la sua guardia una falange macedone, perseguitò i

discepoli di Aristotile, e con entusiasmo puerile fece mostra del solo

sentimento, che indicasse in lui qualche stima per la virtù e per la

gloria. Non è difficile comprendere che dopo la battaglia di Narva e la

conquista della Polonia, Carlo XII, benchè non avesse le più amabili

qualità del figliuolo di Filippo, potesse vantarsi d'averne emulato il

valore e la magnanimità. Ma Caracalla in tutte le azioni della sua vita

non mostrò la minima somiglianza coll'eroe macedone, se non che

nell'uccisione di un gran numero dei suoi amici, e di quei di suo

padre[443].

Dopo l'estinzione della famiglia di Severo, il Mondo romano rimase per

tre giorni senza padrone. La scelta dell'esercito (giacchè poco riguardo

si aveva alla autorità di un Senato lontano e debole) restò sospesa, non

presentandosi alcun pretendente, che per merito o per nascita potesse

cattivarsi l'affetto dei soldati ed unire i loro suffragi. La decisiva

preponderanza delle guardie Pretoriane gonfiò le speranze dei loro

Prefetti, e quei possenti ministri cominciarono a sostenere il legittimo

loro diritto di occupare il trono vacante. Avvento, benchè il Prefetto

più anziano, conoscendo la sua età ed i suoi incomodi, la sua picciola

reputazione ed i suoi mediocri talenti, rinunziò quell'onore pericoloso

alla scaltra ambizione del suo collega Macrino, che affettando un vero

dolore, evitò il sospetto di avere avuto parte nella morte del suo

Sovrano[444]. Le truppe non amavano, nè stimavano il suo carattere.

Girarono gli occhi all'intorno in cerca d'un altro competitore, e

finalmente cederono con ripugnanza alle sue promesse di una illimitata

liberalità ed indulgenza. Poco tempo dopo il suo avvenimento conferì al

figlio Diadumeniano, in età di soli 10 anni, il titolo imperiale, e il

nome di Antonino sì caro al popolo. Si sperò che la bellezza del

giovane, assistita da un donativo straordinario, al quale quella

cerimonia servì di pretesto, potesse guadagnare il favor dell'esercito,

ed assicurare il trono vacillante di Macrino.

L'autorità del nuovo Sovrano era stata ratificata dalla lieta

sommissione del Senato e delle province. Esultavano per l'inaspettata

loro liberazione da un odiato tiranno; e non sembrava necessario di

esaminare le virtù di un successore di Caracalla. Ma appena furono

cessati i primi trasporti di sorpresa e di gioia, si cominciò ad

esaminare i meriti di Macrino con una severa critica, ed a biasimare la

precipitata scelta dell'armata. Si era fino allora considerato, come

principio fondamentale della costituzione, che l'Imperatore dovesse

sempre essere scelto tra i Senatori, e che il sovrano potere, non più

esercitato da quell'intero corpo, fosse sempre delegato a qualcheduno

dei suoi membri. Ma Macrino non era Senatore[445]. La subita elevazione

dei Prefetti del Pretorio faceva rammentare la bassezza della loro

origine; e l'Ordine Equestre era sempre stato in possesso di quel grande

uffizio, che esercitava un arbitrario potere sopra le vite e sopra i

beni de Senatori. Si cominciò a mormorare, che un uomo, la cui oscura

estrazione[446] non era mai stata illustrata da qualche segnalato

servizio, osasse portare la porpora, invece di rivestirne qualche

cospicuo Senatore, per nascita e per dignità, meritevole dello splendore

del trono. Appena i malcontenti ebbero esaminato con occhio acuto il

carattere di Macrino, vi scoprirono facilmente alcuni vizj e molti

difetti. La scelta de' suoi Ministri gli meritò spesso giusti

rimproveri; ed il popolo, mal soddisfatto, con la solita libertà

accusava insieme l'indolente dolcezza e l'eccessiva severità del

Sovrano[447].

La temeraria ambizione di Macrino l'aveva fatto montare a tale altezza,

ch'era difficile il mantenervisi, ed impossibile il caderne senza

incontrare la morte. Educato nelle forme della Corte e tra gli affari

civili, tremava in presenza della fiera e indisciplinata moltitudine,

della quale aveva preso il comando; erano disprezzati i suoi militari

talenti, e n'era sospetto il coraggio. Un rumore sparsosi pel campo,

scoprì il fatale segreto della congiura contro l'estinto Imperatore; la

viltà dell'ipocrisia aggravò l'atrocità del delitto, e s'unì l'odio a

far maggiore il disprezzo. Per alienare affatto i soldati, e

procacciarsi una rovina inevitabile, altro non mancava a Macrino, che

pretendere di riformare la disciplina; e per la sua particolare

sventura, si vide costretto a cominciare questa odiosa riforma. La

prodigalità di Caracalla avea quasi rovinato lo Stato e lasciato tutto

in disordine; e se quell'indegno tiranno fosse stato capace di

riflettere sulle inevitabili conseguenze della sua condotta, si sarebbe

forse rallegrato al tristo prospetto delle miserie e calamità, che

preparava ai suoi successori.

Usò Macrino in questa necessaria riforma una circospetta prudenza, che

avrebbe con modo facile e impercettibile saldate le piaghe dello Stato,

e restituito gli eserciti romani nel loro primo vigore. Fu egli

costretto di lasciare ai soldati già arrolati i pericolosi privilegi

e l'esorbitante paga accordata loro da Caracalla; ma obbligò le

nuove reclute ad accettare il più moderato, comechè liberale

sistema di Severo, ed a poco a poco le avvezzò alla modestia ed

all'obbedienza[448]. Un errore funesto distrusse i salutevoli effetti di

un disegno così giudizioso. In cambio di disperdere immediatamente nelle

diverse province la numerosa armata, che l'ultimo Imperatore avea

radunata in Oriente, Macrino la lasciò raccolta nella Siria per l'intero

inverno, che seguì il suo avvenimento. In mezzo all'ozioso lusso dei

loro quartieri conobbero le truppe la loro forza ed il lor numero; si

comunicarono i loro lamenti, e rivolsero in mente i vantaggi di una

nuova rivoluzione. I veterani, invece di essere lusingati dalla

vantaggiosa distinzione, riguardarono quel primo passo come sicuro

presagio dell'intera riforma, che l'Imperatore meditava. Le reclute

entravano con ritrosia e ripugnanza in un servizio, le cui fatiche erano

state accresciute, e le ricompense diminuite da un Sovrano avaro e non

guerriero. Le mormorazioni dell'armata finirono impunemente in sedizioni

clamori, ed i particolari ammutinamenti indicavano uno spirito di

avversione e disgusto, che aspettava il più leggiero pretesto per

iscoppiar da per tutto in una generale ribellione. Presto se ne presentò

l'occasione ad animi così disposti.

L'imperatrice Giulia avea provate tutte le vicende della fortuna. Da

un'umile condizione era stata innalzata ad un alto posto, per gustarne

soltanto la superiore amarezza. Fu condannata a gemere sopra la morte di

uno dei figli, e sopra la vita dell'altro. Il crudo fato di Caracalla

(benchè da gran tempo la prudenza lo avesse fatto a lei prevedere)

risvegliò nel suo animo tutti i sentimenti di una madre e di una

Imperatrice. Non ostante i rispettosi riguardi, che l'usurpatore avea

per la vedova di Severo, fu cosa ben dura per una Sovrana il discendere

alla condizione di suddita; e con volontaria morte mise prontamente fine

alla angustiosa ed umiliante sua dipendenza[449]. Giulia Mesa, di lei

sorella ebbe ordine di lasciare la Corte ed Antiochia. Si ritirò in

Emesa con immense ricchezze, frutto di un favor di vent'anni,

accompagnata da due figliuole, Soemia e Mammea, ciascuna delle quali era

vedova, ed aveva un sol figlio. Bassiano, che tale era il nome del

figlio di Soemia, si era consacrato all'onorevole ministero di gran

sacerdote del Sole; e questo stato, abbracciato per prudenza, o per

superstizione, contribuì ad innalzare il giovane siro all'Impero di

Roma. Un numeroso corpo di truppe era stanziato in Emesa; e siccome la

severa disciplina di Macrino le costringeva a passare l'inverno nel

campo, erano ansiose di vendicarsi della crudeltà di quelle insolite

fatiche. I soldati, che concorrevano in folla al tempio del Sole,

riguardavano con venerazione e piacere l'abito e la figura elegante del

giovane Pontefice: vi riconobbero, o crederono di riconoscervi le

fattezze di Caracalla, di cui adoravano ancor la memoria. L'artificiosa

Mesa si avvide con piacere di questa nascente parzialità, e prontamente

sacrificando la riputazione della sua figlia alla fortuna del suo

nipote, fe correr la voce, che Bassiano era figlio naturale del loro

ucciso Sovrano. Le somme distribuite con mano liberale dagli emissarj di

lei, dileguarono ogni obbiezione, e questa larghezza provò

sufficientemente la parentela, o almeno la somiglianza di Bassiano con

Caracalla. Il giovane Antonino (giacchè egli prese e disonorò questo

venerabile nome) fu dichiarato Imperatore dalle truppe di Emesa, attestò

il suo ereditario diritto, ed invitò ad alta voce gli eserciti a

seguitare le insegne di un Principe giovane e liberale, che avea preso

le armi per vendicare la morte del padre, e l'oppressione dell'ordine

militare[450].

Mentre da una compagnia di donne e di eunuchi si concertava la congiura

con prudenza, e si conduceva con vigorosa rapidità, Macrino che con un

moto decisivo avrebbe potuto schiacciare il suo nemico fanciullo,

ondeggiava fra i due opposti estremi del terrore e della sicurezza, che

lo ritenevano ad Antiochia nell'indolenza. Lo spirito di ribellione si

diffuse per tutti i campi e tutte le guarnigioni della Siria: diversi

distaccamenti successivamente uccisero i loro uffiziali[451], e si

unirono ai ribelli; e la tarda restituzione, che fece Macrino della paga

e dei privilegi militari, fu attribuita alla nota sua debolezza. Egli

finalmente partì d'Antiochia per incontrarsi col giovane rivale, la cui

armata, piena di zelo, diventava ogni giorno più formidabile. Le truppe

di Macrino si presentarono alla battaglia senza ardore e con qualche

ripugnanza, ma nel calore del combattimento[452] le guardie Pretoriane,

quasi per un impulso involontario, sostennero la superiorità del loro

valore e della lor disciplina. Le file dei ribelli erano già rotte,

quando la madre e l'ava del Principe siro (che secondo il costume

orientale seguitavan l'esercito) si gettarono dai loro coperti carri, ed

eccitando la compassione dei soldati, procurarono di rianimarne il

cadente coraggio. Antonino stesso, che nel resto della sua vita non fece

mai azioni da uomo, in quella importante crisi del suo destino operò da

eroe. Montò a cavallo, ed alla testa delle riordinate sue truppe si

scagliò colla spada in pugno dove erano più folti i nemici; mentre

l'eunuco Ganni, le cui occupazioni fino allora s'erano confinate alla

cura del serraglio, ed all'effeminato lusso dell'Asia, spiegava i

talenti di un Generale abile e sperimentato. Era incerta ancor la

vittoria, e forse Macrino l'avrebbe riportata, se non avesse tradita la

propria causa con una fuga vile e precipitosa. La sua codardia servì

solamente a prolungargli la vita per pochi giorni, e ad imprimere sopra

le sue disgrazie la meritata ignominia. È inutile aggiungere, che il suo

figlio Diadumeniano fu involto nella stessa rovina. Appena gli ostinati

Pretoriani si avvidero, che combattevano per un Principe, il quale

vilmente gli avea abbandonati, si renderono al vincitore: i due emuli

eserciti romani, mescolando lagrime di tenerezza e di gioia, si

riunirono sotto le insegne dell'immaginario figlio di Caracalla, e

l'Oriente riconobbe con piacere il primo Imperatore che nato fosse

nell'Asia.

Macrino si era degnato di scrivere al Senato avvisandolo delle piccole

turbolenze cagionate nella Siria da un impostore; e venne fatto

immediatamente un decreto, che dichiarava il ribelle e la sua famiglia

pubblici nemici; colla promessa del perdono, per altro, a qualunque dei

delusi aderenti, che lo meritasse coll'immediato ritorno al dovere. Nei

venti giorni che passarono da questa dichiarazione alla vittoria di

Antonino (che fu in sì breve intervallo deciso il destino dell'Impero

romano) la Capitale e le province, specialmente le orientali, furono tra

la speranza e il timore agitate da tumulti, e macchiate di civil sangue

inutilmente versato, poichè qualunque dei due rivali vincesse nella

Siria, l'Impero dovea in esso avere un padrone. Le lettere studiate,

colle quali il giovane vincitore annunziò all'obbediente Senato la sua

vittoria, erano ripiene di proteste di virtù, e di moderazione. Egli

promettea di seguitare nel suo governo i luminosi esempj di Marco

Aurelio e di Augusto; ed affettava di recarsi a gloria la forte

rassomiglianza che l'età sua e la sua fortuna avea con quella di

Augusto, il quale nella prima gioventù con una guerra felice vendicò la

morte del padre. Prendendo il nome di Marco Aurelio Antonino, figlio di

Antonino, e nipote di Severo, tacitamente sostenne il suo ereditario

diritto all'Impero; ma arrogandosi il potere tribunizio e proconsolare,

avanti che un decreto del Senato glielo avesse conferito, offese la

delicatezza dei pregiudizj romani. Questa nuova ed imprudente violazione

della costituzione fondamentale dee forse attribuirsi all'ignoranza dei

cortigiani della Siria, o alla sprezzante alterigia delle milizie che lo

seguivano[453].

L'attenzione del nuovo Imperatore veniva distratta dai più frivoli

divertimenti, ond'egli consumò molti mesi nel pomposo suo viaggio dalla

Siria nell'Italia, passò a Nicomedia il primo inverno dopo la sua

vittoria, e differì fino alla nuova estate il suo trionfale ingresso

nella capitale. Un fedele ritratto però, che lo precedette, e fu posto

per ordin suo sull'altare della Vittoria nel tempio dove si radunava il

Senato, presentò ai Romani la giusta, ma vergognosa immagine della

persona e de' costumi di lui. Era dipinto nei suoi abiti sacerdotali di

seta e d'oro, sciolti ed ondeggianti alla foggia dei Medi e dei Fenicj;

portava un'alta tiara sul capo, e le numerose collane ed i monili, di

cui andava adorno, erano tutti coperti di gemme preziose. Avea le ciglia

tinte di nero, e le gote dipinte di un rosso e bianco artificiale[454].

I gravi Senatori confessarono sospirando, che dopo avere lungamente

sofferta la truce tirannia de' suoi concittadini, Roma era finalmente

umiliata sotto l'effeminato lusso del dispotismo orientale.

Il Sole era in Emesa adorato sotto il nome di Elagabalo[455], e sotto la

forma di una pietra nera fatta a cono, che secondo l'universale credenza

era caduta dal cielo in quel sacro luogo. A questo Nume suo tutelare

attribuiva Antonino, non senza qualche ragione, il suo innalzamento al

trono; e in tutto il suo regno l'unica sua seria occupazione fu di far

mostra della superstiziosa sua gratitudine. Il grande oggetto del suo

zelo e della sua vanità fu di far trionfare il Dio di Emesa sopra tutte

le religioni della terra; e il nome di Elagabalo (giacchè pretese come

Pontefice, e favorito di prender quel sacro nome) gli fu più caro, che

tutti i titoli della grandezza imperiale. In una solenne processione per

le contrade di Roma il suolo era coperto di polvere d'oro, e la pietra

nera, adornata di preziose gemme, era posta sopra un carro tirato da sei

bianchissimi cavalli, riccamente guarniti. Il devoto Imperatore tenea le

redini, e sostenuto dai suoi Ministri, si movea lentamente all'indietro,

per avere la sorte di goder sempre la vista di quella divinità. Furono

celebrati, con ogni accompagnamento di lusso o di solennità, i sacrifizj

del Dio Elagabalo in un tempio magnifico, innalzato sul monte Palatino.

I vini più squisiti, le vittime più rare, ed i più preziosi aromati si

consumavano con profusione sull'ara. Intorno ad essa un coro di sirie

donzelle intrecciava danze lascive al suono di barbari strumenti, mentre

i più gravi personaggi dello Stato e dell'esercito, vestiti di lunghe

toghe fenicie, vi esercitavano le più vili funzioni con uno zelo

affettato, ed una indignazione secreta[456]. Il fanatico Imperatore

volle deporre in quel tempio, come nel centro comune della religione,

gli Ancili, il Palladio[457], e tutti i sacri pegni del culto di Numa.

Una moltitudine di divinità inferiori, diversamente situate, corteggiava

la maestà del Dio di Emesa; ma la sua Corte era ancora imperfetta,

finchè una compagna di un ordine superiore non fosse ammessa entro il

suo letto. Pallade era stata da principio eletta per sua consorte; ma

temendosi che il guerriero aspetto di lei non atterrisse la molle

delicatezza di un Nume della Siria, fu la Luna, che gli Affricani

adoravano sotto il nome di Astarte, creduta più conveniente per essere

consorte del Sole. La immagine di questa, con le ricche offerte del suo

tempio, come per dote, fu trasportata con solenne pompa da Cartagine a

Roma, e il giorno di queste mistiche nozze fu generalmente celebrato

nella Capitale e per tutto l'Impero[458].

Un voluttuoso, che non abbia rinunziato alla ragione, segue con

invariabil rispetto i moderati dettami della natura, ed accresce i

diletti del senso col sociale commercio, coi dolci legami, e con i

delicati colori del gusto e dell'immaginazione. Ma Elagabalo, (parlo

dell'Imperatore di questo nome) corrotto dalle passioni della gioventù,

dai costumi della sua patria, e dalla propria prosperità, si abbandonò

ai piaceri più grossolani con isfrenato furore, e trovò presto la

sazietà e la nausea nei mezzo dei suoi godimenti. Si chiamarono in

soccorso tutti gl'irritanti rimedj dell'arte: una moltitudine confusa di

donne, di vini e di cibi, e la ricercata varietà d'atteggiamenti lascivi

e di salse servivano a ravvivare i suoi languenti appetiti. Nuovi

termini, e nuove invenzioni in queste scienze, le sole che il Sovrano

coltivasse e proteggesse[459], segnalarono il suo regno, e ne trasmisero

l'obbrobrio alla posterità. Una capricciosa prodigalità suppliva alla

mancanza del buon gusto e dell'eleganza, e mentre Elagabalo dissipava i

tesori dello Stato nelle maggiori stravaganze, egli stesso e i suoi

adulatori facevano applauso ad un genio e ad una magnificenza incognita

alla bassezza de' suoi predecessori. Sue delizie erano il confondere gli

ordini delle stagioni, e dei climi[460], il farsi beffe delle passioni e

dei pregiudizj dei sudditi, e sovvertire tutte le leggi della natura e

della decenza. Un numeroso seguito di concubine, ed una rapida

successione di mogli (tra le quali vi fu una Vestale rapita a forza dal

sacro asilo[461],) non servivano a soddisfare l'impotenza delle sue

passioni. Il padrone del Mondo romano, affettando d'imitare le femmine

nel vestito o nelle maniere, preferì la conocchia allo scettro, disonorò

le prime cariche dell'Impero, distribuendole a' suoi numerosi amanti;

uno de' quali ricevè pubblicamente il titolo e l'autorità di marito[462]

dell'Imperatore, o dell'Imperatrice, come ei da se stesso più

propriamente si nominava.

Forse l'immaginazione, il pregiudizio e la calunnia hanno ingranditi i

vizj e le pazzie di Elagabalo[463]. Ma ristringendoci ancora alle

pubbliche scene rappresentate avanti il romano popolo, ed attestate da

gravi e contemporanei scrittori, la loro indicibile infamia vince quella

d'ogni altro secolo o paese. Le dissolutezze di un Sultano restano

nascoste agli occhi dei curiosi dalle inaccessibili mura del suo

serraglio. I sentimenti di onore e le maniere galanti hanno introdotto

nelle moderne Corti d'Europa il raffinamento nel piacere, il rispetto

per la decenza, ed il riguardo per la publica opinione; ma i doviziosi e

corrotti nobili di Roma adottavano tutti i vizj, che v'introduceva il

concorso delle nazioni e dei costumi stranieri. Sicuri della impunità, e

non curanti della censura, vivevano senza alcun freno nell'umile e

sommessa società dei loro schiavi o dei loro parassiti. L'Imperatore,

dal canto suo, riguardando tutti i suoi sudditi con egual disprezzo ed

indifferenza, sosteneva senza ritegno veruno il sovrano suo privilegio

delle dissolutezze e del lusso.

I più indegni tra gli uomini non temono di condannare negli altri quei

vizj medesimi, nei quali essi pure s'ingolfano. Per giustificare questa

parzialità sono sempre pronti a trovare qualche leggiera differenza

nell'età, nel carattere, o nelle circostanze. I licenziosi soldati, che

avevano innalzato al trono l'indegno figlio di Caracalla, arrossirono

dell'infame loro scelta, e fremendo alla vista di quel mostro, si

rivolgevano con piacere a contemplare le nascenti virtù del suo cugino

Alessandro, figliuol di Mammea. L'accorta Mesa prevedendo che il suo

nipote Elagabalo con i suoi proprj vizj correva ad inevitabil rovina,

volle dare alla sua famiglia un altro più sicuro sostegno. Profittando

di un momento favorevole di tenerezza e di devozione, avea indotto il

giovane Imperatore ad adottare Alessandro, e dargli il nome di Cesare,

affinchè le sue divine occupazioni non fossero più lungamente interrotte

dalle cure terrene. Questo Principe amabile, posto nel secondo seggio,

presto si acquistò l'amore del pubblico, ed eccitò la gelosia del

tiranno, che risolse di por fine ad un pericoloso paragone, corrompendo

i costumi del suo rivale, o togliendogli la vita. Furono inutili i suoi

tentativi, ed i suoi vani disegni vennero sempre scoperti dalla sua

folle loquacità, o sconcertati da quei domestici virtuosi e fedeli che

la prudente Mammea aveva dati al suo figlio. In un precipitoso trasporto

di collera risolse Elagabalo di far con la forza quel che non avea

potuto eseguir con la frode, e con una sentenza dispotica degradò il suo

cugino dalla dignità e dagli onori di Cesare. Fu ricevuto quest'ordine

dal Senato con silenzio, e dalle truppe con furore. I soldati Pretoriani

giurarono di difendere Alessandro, e vendicar la maestà di un trono

disonorato. I pianti e le promesse del tremante Elagabalo, che solamente

pregavali a lasciargli la vita ed il suo amato Jeroele, sospesero

il lor giusto sdegno; e si contentarono d'incaricare i loro

Prefetti di vegliare sulla salvezza d'Alessandro, e sulla condotta

dell'Imperatore[464].

Era impossibile che tale reconciliazione potesse durare, o che

Elagabalo, per vile che fosse, volesse regnare a condizioni così

umilianti. Procurò ben presto con una pericolosa prova di esplorare gli

animi dei soldati. Il rumore della morte di Alessandro, ed il natural

sospetto, ch'egli fosse stato veramente ucciso, eccitò nel campo una

ribellione, che la presenza e l'autorità di quel Principe diletto

poterono sole acquietare. Irritato da questa novella prova del loro

affetto verso il suo cugino, e del loro disprezzo verso la sua persona,

l'Imperatore si arrischiò a punire alcuni capi della sedizione. La sua

intempestiva severità divenne in un momento funesta ai suoi Favoriti,

alla sua madre, a lui stesso. Fu Elagabalo trucidato dagli sdegnati

Pretoriani, e strascinato il suo mutilato cadavere per le strade di

Roma, poi gettato nel Tevere. Il Senato dannò la memoria di lui a

perpetua infamia, e la posterità ha ratificato questa giusta

sentenza[465].

In luogo di Elagabalo fu da' Pretoriani innalzato al trono il cugino di

lui, Alessandro. La relazione che questi avea con la famiglia di Severo,

di cui prese il nome, era la stessa che quella del suo predecessore: la

virtù di lui ed il pericolo, che avea corso, lo avevan renduto caro ai

Romani, ed il Senato con gran liberalità gli conferì in un sol giorno

tutti i titoli e tutto il potere della dignità imperiale[466]. Ma

siccome Alessandro era un modesto e rispettoso giovane in età di soli

diciassette anni, le redini del governo rimasero in mano della sua madre

Mammea, e di Mesa sua ava. Dopo la morte di quest'ultima, che poco

sopravvisse all'elevazione di Alessandro, Mammea fu la sola reggente e

del figlio e dell'Impero.

In ogni secolo ed in ogni paese, il sesso più saggio, o almeno più

forte, ha usurpato tutte le cariche dello Stato, e confinato l'altro

nelle cure e nei piaceri della vita domestica. Nelle monarchie

ereditarie per altro, e particolarmente in quelle dell'Europa moderna,

il galante spirito di cavalleria, e la legge di successione ci hanno

avvezzati ad una singolare eccezione; ed una donna è spesso riconosciuta

per assoluta Sovrana di un vasto regno, nel quale sarebbe creduta

incapace di esercitare il minimo impiego militare e civile. Ma siccome

gl'Imperatori romani erano sempre considerati come Generali e Magistrati

della Repubblica, così le loro consorti e le madri loro, benchè distinte

col nome di _Auguste_, non furono mai associate ai loro personali onori,

ed uno scettro retto da una man femminile sarebbe sembrato un portento

inesplicabile agli occhi di quei primi Romani, che si maritavano senza

amore, ed amavano senza delicatezza e rispetto[467]. La superba

Agrippina tentò, è vero, di aver parte agli onori dell'Impero, al quale

essa aveva innalzato il suo figlio; ma la sua folle ambizione, detestata

da tutti i cittadini, che ancor veneravano la maestà di Roma, fu

sconcertata dalle arti e dalla fermezza di Seneca e di Burro[468]. Il

buon senso e l'indifferenza dei Principi successivi si trattenne

dall'offendere i pregiudizj dei loro sudditi; ed era riservato

all'infame Elagabalo di disonorare gli atti del Senato con il nome della

sua madre Soemia, che sedeva accanto ai Consoli, e soscriveva, come gli

altri Senatori, i decreti di quell'assemblea legislatrice. La sua

sorella Mammea ricusò prudentemente questa inutile ed odiosa

prerogativa, e fu promulgata una legge solenne, che escludeva per sempre

le donne dal Senato, e consacrava agli Dei infernali il capo di chiunque

violasse un tale decreto[469]. L'oggetto della virile ambizione di

Mammea era la realtà, non l'apparenza del potere. Ella si conservò un

impero assoluto e durevole sullo spirito del figlio, ed in ciò non potè

quella madre soffrire un rivale. Alessandro, col consenso di lei, sposò

la figlia di un patrizio, ma il di lui rispetto pel suocero, e l'amore

per l'Imperatrice, erano incompatibili colla tenerezza, e coll'interesse

di Mammea. Il Patrizio, ben presto accusato di tradimento, soffrì

l'ultimo supplizio, e la moglie di Alessandro fu scacciata

vergognosamente dal palazzo, e rilegata nell'Affrica[470].

Non ostante quest'atto di gelosa crudeltà, e l'avarizia di cui viene

tacciata Mammea, il generale tenore del suo governo fu ugualmente utile

al figlio, ed all'Impero. Coll'approvazione del Senato scelse sedici dei

più saggi e virtuosi Senatori, che formassero un perpetuo Consiglio di

Stato, ove si agitassero, e si decidessero tutti gli affari pubblici

d'importanza. Questo Consiglio aveva per capo il celebre Ulpiano,

illustre egualmente per la sua scienza, e pel rispetto alle leggi

romane. La fermezza e la prudenza di questa aristocrazia ristabilì

l'ordine, e l'autorità del Governo. Dopo avere purgato la città da ogni

culto e lusso straniero, residui della capricciosa tirannide di

Elagabalo, si applicarono ad allontanare le indegne di lui creature da

ogni dipartimento della pubblica amministrazione, ed a sostituire in

loro vece persone abili e virtuose. La dottrina e l'amore della

giustizia divennero le sole raccomandazioni per gli uffizj civili, ed il

valore e l'amore della disciplina, i soli requisiti per gli impieghi

militari[471].

Ma la cura più importante di Mammea e dei saggi suoi consiglieri fu

l'educazione del giovane Imperatore, le cui qualità personali doveano

fare la felicità, e la miseria del Mondo romano. La fertilità del suolo

secondava, e quasi preveniva la mano coltivatrice. L'eccellente

intendimento di Alessandro lo persuase ben presto dei vantaggi della

virtù, del piacere d'istruirsi, e della necessità del lavoro. Una

dolcezza ed una moderazione naturale lo preservarono dagli assalti della

passione, e dalle attrattive del vizio. Il suo inviolabile rispetto per

la madre, e la sua stima pel saggio Ulpiano difesero l'inesperta sua

giovanezza dal veleno dell'adulazione.

La semplice descrizione delle giornaliere sue occupazioni presenta il

bel quadro di un perfetto Monarca[472], e col dovuto riguardo alla

differenza dei costumi, meriterebbe l'imitazione dei Principi moderni.

All'alba si levava Alessandro: i primi momenti della sua giornata erano

consacrati alla privata devozione, e la sua cappella domestica era

ripiena delle immagini di quegli Eroi, che perfezionando e riformando

l'umana vita, aveano meritata la grata venerazione della posterità. Ma

essendo egli persuaso, che il servire agli uomini era il culto più grato

agli Dei, impiegava la maggior parte della mattina nel suo Consiglio,

dove discuteva i pubblici affari, e decideva le cause private con una

pazienza, ed una saviezza superiori alla sua età. L'amenità della

letteratura lo ricreava dalla noia degli affari; ed una parte del tempo

era sempre riservata ai favoriti suoi studj della poesia, della storia e

della filosofia. Le opere di Virgilio e di Orazio, le Repubbliche di

Platone e di Cicerone formavano il suo gusto, ne dilatavano

l'intendimento, e gli fornivano le più nobili idee dell'uomo e del

Governo. Agli esercizj dello spirito succedevano quelli del corpo; ed

Alessandro, ch'era di alta statura, attivo e robusto, superava quasi

tutti i suoi eguali nelle arti ginnastiche. Dopo il bagno, ed un piccolo

pranzo, si applicava con nuovo vigore agli affari del giorno, e fino

all'ora di cena (ch'era il pasto principale dei Romani) stava in

compagnia dei suoi segretarj, leggendo o rispondendo alla moltitudine

delle lettere, dei memoriali, o delle suppliche, che naturalmente

dovevan indirizzarsi al Signore della maggior parte del Mondo. La sua

tavola era semplice e frugale, ed ogni volta che potea seguire

liberamente la sua propria inclinazione, invitava pochi scelti amici,

uomini dotti e virtuosi, ed era Ulpiano sempre di questo numero. I loro

discorsi erano familiari ed istruttivi, e gl'intervalli venivano

opportunamente ravvivati dalla lettura di qualche piacevole

composizione, invece dei ballerini, dei commedianti, e fino dei

gladiatori, così spesso chiamati alle tavole dei ricchi e lussuriosi

Romani[473]. Il vestire di Alessandro era semplice e modesto; il suo

contegno cortese ed affabile. In certe ore il suo palazzo era aperto a

tutti i sudditi; ma s'udiva la voce di un banditore, che, come nei

misteri Eleusini, pronunziava la medesima salutevole ammonizione «Niuno

entri in queste sacre mura, se non ha l'animo puro ed innocente[474]».

Questo uniforme tenor di vita, che non lasciava un momento al vizio od

alla follìa, dimostra più di tutte le frivole particolarità compilate da

Lampridio, la saviezza e la giustizia del governo di Alessandro.

Dall'avvenimento di Commodo in poi, l'Impero romano avea sofferto per

quarant'anni i successivi e diversi vizj di quattro tiranni. Dopo la

morte di Elagabalo, godè per tredici anni una fortunata calma. Le

province, sollevate dalle gravose tasse inventate da Caracalla e dal suo

preteso figlio, fiorivano nella pace e nella prosperità sotto

l'amministrazione di magistrati, i quali erano persuasi dall'esperienza,

che il migliore ed unico modo di ottenere il favor del Sovrano

consisteva nel conciliarsi l'amore dei sudditi. Mentre che si mettevano

alcune moderate restrizioni all'eccessivo lusso dei Romani, diminuì il

prezzo delle grascie, e l'interesse dal denaro, per le paterne cure di

Alessandro, che con prudente liberalità sapeva, senza nuocere

all'industria, sovvenire ai bisogni ed ai divertimenti del popolo. Fu

ristabilita la maestà, la libertà, e l'autorità del Senato, ed ogni

virtuoso Senatore potea accostarsi all'Imperatore senza timore e senza

rossore.

Il nome di Antonino, nobilitato dalle virtù di Pio e di Marco, era stato

comunicato per adozione al dissoluto Vero, e per discendenza al barbaro

Commodo. Dopo essere stato il più onorevole distintivo dei figli di

Severo, fu conferito al giovane Diadumeniano, e finalmente prostituito

all'infame gran Sacerdote di Emesa. Alessandro, malgrado delle studiate

e forse sincere istanze del Senato, nobilmente ricusò l'imprestato

lustro d'un nome, mentre con tutta la sua condotta procurava di

ristabilire la gloria e la felicità del secolo[475] dei veri Antonini.

Nel governo civile di Alessandro, la prudenza era rinvigorita

dall'autorità; ed il popolo, persuaso della pubblica felicità,

ricompensava il suo benefattore con l'amore e con la gratitudine.

Restava a compirsi l'impresa più grande, più necessaria, e più

pericolosa, la riforma cioè delle milizie, l'interesse ed il carattere

delle quali, confermato da lunga impunità, le rendeva incapaci di freno,

ed insensibili alla felicità dello Stato. Nell'esecuzione del suo

disegno, l'imperatore fece sembiante d'amar l'esercito senza temerlo. La

più rigida economia in ogni altro dipartimento del Governo, gli

somministrava un fondo d'oro e d'argento per la paga ordinaria delle

truppe e per le ricompense straordinarie. Rallentò ad esse il severo

obbligo di portare sulle spalle, marciando, le provvisioni per

diciassette giorni. Furono lungo le pubbliche strade eretti ampi

magazzini, ed appena entravano i soldati in paese nemico, che un

numeroso seguito di muli e di cammelli accompagnava la loro orgogliosa

mollezza. Siccome Alessandro disperava di potere reprimere il lusso dei

soldati, procurò almeno di dirigerlo verso oggetti di pompa, e di

ornamento marziale, bei cavalli, armi lucenti, e scudi adorni di argento

e d'oro. Prendeva parte a tutte le fatiche, ch'era costretto d'imporre,

visitava in persona i malati ed i feriti, teneva un esatto registro dei

loro servizj e della sua propria gratitudine, e mostrava in ogni

occasione il più gran riguardo per un corpo, la cui conservazione era

(com'egli stesso affettava di esprimersi) così intimamente connessa con

quella dello Stato[476]. Colle vie le più dolci procurò d'inspirare a

quella fiera moltitudine il sentimento del suo dovere, e di ristabilire

almeno una debole immagine di quella disciplina, alla quale i Romani

dovevano i loro successi contro tante altre nazioni, guerriere al pari

di loro e più di loro potenti. Ma fu vana la sua prudenza, e funesto il

suo coraggio; poichè i tentativi di una riforma non servirono che ad

irritare quei mali, ch'egli intendeva di guarire.

I Pretoriani erano sinceramente affezionati al giovane Alessandro, lo

amavano come un tenero pupillo, ch'essi avevano salvato dal furore di un

tiranno, e collocato sul trono imperiale. Questo amabile Principe non

aveva obbliato i loro servizj. Ma siccome la ragione e la giustizia

mettevano limiti alla sua gratitudine, i Pretoriani furono presto più

malcontenti delle virtù di Alessandro, di quello che lo fossero stati

dei vizj di Elagabalo. Il savio Ulpiano, loro Prefetto, era amico delle

leggi e del popolo, ma veniva considerato come nemico dei soldati, e

s'imputava ai perniciosi di lui consigli ogni disegno di riforma. Un

leggiero accidente cangiò in una fiera sedizione il loro disgusto; e

mentre il popolo riconoscente difendeva la vita di quell'eccellente

ministro, Roma fu per tre giorni esposta a tutti gli orrori della guerra

civile. Atterrito finalmente il popolo dalla vista d'alcune case

incendiate, e dalle minacce d'un incendio generale, cedè sospirando, e

rilasciò il virtuoso Ulpiano al suo sfortunato destino. Fu egli

inseguito sin dentro il palazzo imperiale, e trucidato ai piedi del suo

Signore, che invano si sforzava di coprirlo col suo manto, e di

ottenerne il perdono da quegl'inesorabili soldati. Tale era la

deplorabile debolezza del Governo, che l'Imperatore non potè vendicare

il suo trucidato amico o la sua insultata maestà, senza ricorrere alle

arti della pazienza e della dissimulazione. Epagalo, il principale

condottiero dei sollevati, fu mandato lungi da Roma nell'onorevole

impiego di Prefetto dell'Egitto: da quell'alto posto a poco a poco fu

degradato al governo di Creta; e quando il tempo e la lontananza lo

fecero dimenticare ai soldati, Alessandro, preso animo, gl'inflisse il

tardo, ma giusto castigo de' suoi delitti[477]. Sotto il regno di un

Principe giusto e virtuoso, la tirannia dell'esercito minacciava di

pronta morte i più fedeli di lui Ministri, quando si sospettava ch'essi

volessero riformare i loro eccessivi disordini. Dione Cassio, lo

Storico, aveva comandate lo legioni della Pannonia con i principi

dell'antica disciplina: i loro compagni, che stavano a Roma,

abbracciando la causa comune della licenza militare, domandarono la

testa del riformatore. Alessandro, per altro, in cambio di cedere ai

loro sediziosi clamori, mostrò quanto stimava i servizj ed il merito di

Dione, facendolo suo collega nel Consolato, e pagando col suo proprio

danaro la spesa di questa vana dignità; ma siccome giustamente si

temeva, che se i soldati lo vedevano con le insegne della carica, non

vendicassero nel suo sangue un tale insulto, il primo apparente

magistrato della Repubblica, per consiglio dell'imperatore, si allontanò

da Roma, e passò la maggior parte del suo consolato nelle proprie ville

della Campania[478].

La dolcezza dell'Imperatore aumentò l'insolenza delle truppe: le legioni

imitarono l'esempio delle guardie, e difesero la loro prerogativa della

licenza con lo stesso ostinato furore. Il Governo di Alessandro fu un

inefficace sforzo contro la corruttela del secolo. Nell'Illirico, nella

Mauritania, nell'Armenia, nella Mesopotamia e nella Germania scoppiavano

sempre nuove congiure; furono trucidati gli uffiziali, insultata la

maestà, e finalmente sacrificata la vita di questo Principe al furore de

malcontenti soldati[479].

In una sola occasione le truppe rientrarono nel loro dovere e

nell'obbedienza: è questo un fatto particolare che merita di essere

rammentato, e serve a ben conoscere l'indole di quei soldati. Mentre

l'Imperatore stava in Antiochia nel tempo della guerra persiana, di cui

parleremo tra poco più estesamente, il castigo di alcuni soldati, che

erano stati sorpresi nel bagno delle donne, eccitò un tumulto nella loro

legione. Alessandro montò sul suo tribunale, e con una modesta fermezza

rappresentò a quella moltitudine armata l'assoluta necessità, e

l'inflessibile sua risoluzione di correggere i vizj introdotti dal suo

impuro predecessore, e di mantenere la disciplina, senza la quale il

nome e l'Impero romano doveano necessariamente perire. Furono dai loro

clamori interrotte queste moderate rappresentanze. «Tenete in serbo le

vostre grida» disse il coraggioso Imperatore «finchè non siate in campo

contro i Persiani, i Germani ed i Sarmati: tacete al cospetto del vostro

Sovrano benefattore, che vi concede il grano, le vesti e il denaro delle

province: tacete, o più non vi chiamerò _soldati_, ma _cittadini_[480],

se pure quelli che calpestano le leggi di Roma meritano d'essere

annoverati anche tra i più vili del popolo». Le sue minacce irritarono

il furore della legione, e le loro armi impugnate già minacciavano la

sua persona. «Il vostro coraggio» riprese l'intrepido Alessandro «si

mostrerebbe più nobilmente in un campo di battaglia; potete togliermi la

vita, ma non già intimorirmi, e la severa giustizia della Repubblica

punirebbe il vostro delitto, e vendicherebbe la mia morte.» La legione

continuava i suoi clamori, quando l'Imperatore pronunziò ad alta voce:

«_Cittadini_, deponete le armi, e ritiratevi in pace alle vostre

rispettive abitazioni.» Fu la tempesta immediatamente calmata: i

soldati, pieni di dolore e di vergogna, confessarono tacitamente

giustizia del loro castigo, ed il potere della disciplina: deposero le

armi e le insegne militari, e senza tornare al campo, confusamente si

ritirarono ne' diversi alberghi della città. Alessandro per trenta

giorni godè l'edificante spettacolo del loro pentimento, nè li ristabilì

nel loro grado primiero, finchè non ebbe puniti colla morte quei

Tribuni, la connivenza dei quali avea cagionato il tumulto. La

riconoscente legione si mantenne fedele all'Imperatore finchè egli

visse; e morto lo vendicò[481].

Le risoluzioni della moltitudine generalmente dipendono da un momento; e

il capriccio della passione poteva egualmente determinare la legione

sediziosa a gettare le armi ai piedi dell'Imperatore, o ad

immergergliele nel seno. Forse scopriremmo le cagioni secrete della

intrepidezza del Principe, e dell'obbedienza delle truppe in quel fatto

singolare, se questo fosse stato sottoposto all'esame da un filosofo; e

forse anco, se lo avesse riferito uno storico giudizioso, quest'azione,

degna di Cesare, perderebbe tutto il tuo merito, riducendosi al comun

livello delle altre azioni convenienti al carattere di Alessandro

Severo. Sembra che i talenti di questo Principe amabile non sieno stati

proporzionati alla sua critica situazione; e che la fermezza della sua

condotta non fosse eguale alla purità delle sue intenzioni. Le sue virtù

aveano, come i vizj di Elagabalo, contratta una tintura di debolezza

nell'effeminato clima della Siria, dov'egli era nato; arrossiva per

altro d'essere d'origine straniera, e con una vana compiacenza ascoltava

gli adulatori genealogisti, che lo facevano discendere dalla più antica

nobiltà di Roma[482]. La superbia e l'avarizia della madre oscurarono

alquanto la gloria del suo regno; e Mammea espose alla pubblica

derisione il proprio carattere, e quello del figlio[483], con esigere da

esso negli anni più maturi la medesima rispettosa obbedienza, ch'ella

avea giustamente pretesa dall'inesperta di lui giovanezza. Le fatiche

della guerra persiana irritarono i malcontenti soldati; e l'esito

sfortunato avvilì la reputazione dell'Imperatore, come generale e come

soldato. Ogni cagione preparava, ed ogni circostanza affrettava una

rivoluzione, che lacerò poi l'Impero romano con una lunga serie

d'intestine calamità.

La tirannica dissolutezza di Commodo, le guerre civili cagionate dalla

morte di lui, e le nuove massime di politica, introdotte dalla famiglia

di Severo, aveano insieme contribuito ad accrescere il pericoloso poter

dei soldati, ed a cancellare dalla mente dei Romani la rimastavi

languida immagine delle leggi e della libertà. Noi abbiamo già procurato

di spiegare con ordine e chiarezza questo interno cambiamento, che

indebolì i fondamenti dell'Impero. I caratteri personali

degl'Imperatori, le loro vittorie, leggi, follìe e fortune non ci

possono interessare, se non in quanto sono connesse colla storia

generale della decadenza e rovina della Monarchia. La nostra costante

attenzione a questo grande oggetto non ci permetterà di esaminare un

editto molto importante di Antonino Caracalla, che comunicò a tutti i

liberi abitanti dell'Impero il nome ed i privilegi di cittadini romani.

Questa eccessiva liberalità non derivava per altro dai sentimenti di un

animo generoso; era l'effetto di una sordida avarizia. Alcune

osservazioni sulle finanze dei Romani, dai secoli vittoriosi della

Repubblica fino al regno di Alessandro Severo, proveranno la verità di

questa riflessione.

L'assedio di Veia in Toscana (prima considerabile impresa dei Romani)

durò dieci anni, più per l'inabilità degli assedianti, che per la forza

della città. Le insolite fatiche di tante campagne d'inverno, in

distanza di quasi venti miglia da casa[484], esigevano incoraggiamenti

più che comuni; ed il Senato saggiamente prevenne i clamori del popolo,

instituendo pei soldati una paga regolare, alla quale si supplì con un

generale tributo, imposto con giusta proporzione sopra i beni dei

cittadini[485]. Per più di 200 anni dopo la conquista di quella città,

le vittorie della Repubblica aumentarono più la potenza, che la

ricchezza di Roma. Gli Stati dell'Italia pagavano il loro tributo col

solo servizio militare, e le immense forze terrestri e marittime,

impiegate nelle guerre Puniche, furono tutte mantenute a spese dei

Romani medesimi. Questo popolo generoso (sì grande è talvolta il nobile

entusiasmo della libertà) si sottometteva con piacere alle più eccessive

e volontarie gravezze, nella giusta fiducia di presto godere la ricca

ricompensa delle sue fatiche. Non andarono deluse le sue speranze. In

pochi anni le ricchezze di Siracusa, di Cartagine, della Macedonia e

dell'Asia furono portate a Roma in trionfo. I soli tesori di Perseo

ascendevano a quattro milioni di zecchini, ed il popolo romano, sovrano

di tante nazioni, fu per sempre liberato dal peso delle tasse[486]. La

rendita delle province, che sempre andava aumentando, servì per supplire

alle spese ordinarie della guerra e del Governo, e la superflua massa

dell'oro e dell'argento fu depositata nel tempio di Saturno, e riserbata

per qualunque improvvisa necessità dello Stato[487].

La storia non ha forse mai sofferta una perdita più grande, o più

irreparabile, che nello smarrimento di quel curioso registro lasciato da

Augusto al Senato, nel quale questo Principe sperimentato avea fatto un

così esatto bilancio dell'entrate e delle spese dell'Impero romano[488].

Privi di questo chiaro ed esteso ragguaglio, siamo ridotti a raccogliere

pochi imperfetti indizj da quegli antichi, che accidentalmente hanno

interrotta la parte più splendida della loro narrazione per dar luogo a

più utili considerazioni. Sappiamo che le conquiste di Pompeo fecero

ascendere i tributi dell'Asia da 50 a 135 milioni di dramme, ossia 9

milioni di zecchini incirca[489]. Sotto l'ultimo ed il più indolente dei

Tolomei, l'Egitto rendeva 12500 talenti, che equivalgono a più di 15

milioni di zecchini; ma fu questa rendita di poi considerabilmente

aumentata dalla più esatta economia dei Romani, e dal cresciuto

commercio dell'Etiopia e dell'India[490].

La Gallia sì arricchiva colle rapine, come l'Egitto con il commercio, ed

i tributi di queste due grandi province pare che a un di presso fossero

di egual valore[491]. I dieci mila talenti Euboici o Fenicj (quasi 8

milioni di zecchini[492]) che la vinta Cartagine fu condannata a pagare

nel termine di cinquant'anni, erano un leggiero tributo in segno della

superiorità di Roma[493], il quale non può in modo alcuno paragonarsi

colle tasse, che furono imposte di poi sulle terre e sulle persone di

quegli abitanti, quando la fertile costa dell'Affrica fu ridotta in

provincia[494].

La Spagna, per un destino singolare, era il Messico ed il Perù

dell'antico Mondo. La scoperta del ricco occidental continente fatta dai

Fenicj, e l'oppressione di quei popoli innocenti, forzati a faticare

nelle loro proprie miniere pel vantaggio degli stranieri, formano un

esatto quadro della più recente storia dell'America spagnuola[495]. I

Fenicj non conoscevano, che la costa marittima della Spagna; ma

l'avarizia insieme e l'ambizione portarono le armi di Roma e di

Cartagine nel cuore di quella provincia, e vi furono quasi in ogni parte

trovate miniere di rame, d'argento e d'oro. Vien fatta menzione di una

miniera vicina a Cartagine, che rendea venticinque mila dramme d'argento

al giorno, ovvero quasi seicentomila zecchini l'anno[496]. Le province

dell'Asturia, della Galizia e della Lusitania rendevano annualmente

ventimila libbre di peso d'oro[497].

Non abbiamo nè tempo nè materiali per continuare questa curiosa ricerca

riguardo a tutti quei potenti Stati, che assorbiti rimasero nel romano

Impero. Possiamo per altro formarci qualche idea della rendita di quelle

province, nelle quali v'erano ricchezze considerabili, o depositatevi

dalla natura, o ammassate dagli uomini, se osserviamo la severa

attenzione, che si aveva alle sterili e solitarie contrade. Augusto

ricevè una supplica dagli abitanti di Giera, i quali umilmente lo

pregavano d'essere sollevati di un terzo delle loro eccessive

imposizioni. L'intera loro tassa non era, per vero dire, maggiore di

cento cinquanta dramme, intorno a dieci zecchini. Ma Giera era

un'isoletta, o piuttosto uno scoglio del mare Egeo, mancante d'acqua

dolce, e di ogni cosa necessaria alla vita, ed abitata da pochi

miserabili pescatori[498].

Da questi deboli ed incerti lumi saremmo portati a credere, I. che

(avuto ogni riguardo alla differenza dei tempi e delle circostanze) la

rendita generale delle province romane raramente fosse minore di 30

ovvero 40 milioni di zecchini[499]; II. che una entrata così

considerabile dovesse pienamente servire a tutte le spese del moderato

Governo istituito da Augusto, la Corte del quale non eccedeva il treno

modesto di un Senatore privato, ed il cui militare stabilimento era

calcolato per la sola difesa delle frontiere, senza alcuna mira

ambiziosa di far conquiste, od alcun serio timore d'una invasione

straniera.

Non ostante l'apparente probabilità di queste due conclusioni, la

seconda almeno è positivamente contraria al linguaggio ed alla condotta

di Augusto. Non è facile di decidere, se allora egli operò da padre

comune del Mondo romano, o da oppressore della libertà; se volle

sollevar le province o impoverire il Senato e l'ordine equestre. Che che

ne sia, non sì tosto ebbe egli prese le redini del Governo, che cominciò

a fare spesse rappresentanze sulla scarsezza dei tributi, e sulla

necessità di far sopportare a Roma ed all'Italia una giusta porzione

delle pubbliche gravezze. Prese per altro caute e salde misure per

l'esecuzione di questo impopolare disegno. L'introduzione delle gabelle

fu seguitata dallo stabilimento di una tassa sulle vendite; ed il piano

dell'imposizione generale con accortezza fu esteso su i beni e le

persone dei cittadini romani, che per un secolo e mezzo erano andati

esenti da qualunque contribuzione.

I. In un Impero vasto, come il romano, la naturale bilancia della moneta

dovea stabilirsi a poco a poco da se medesima. È già stato osservato,

che siccome le ricchezze delle province erano tirate alla Capitale dalla

forza della conquista e della potenza, così le province industriose

insensibilmente ne ricuperavano gran parte per la gentile influenza del

commercio e delle arti. Sotto il regno di Augusto e de' suoi successori,

furono imposti diritti sopra ogni specie di mercanzie, che per mille

varj canali scorrevano verso il gran centro della ricchezza e del lusso;

e in qualunque modo fosse espressa la legge, ora il compratore romano,

non il mercante provinciale, che pagava la tassa[500]. La tariffa dei

dazj variava dall'ottava alla quarantesima parte del valore delle merci;

e possiamo con ragione supporre che la diversità fosse regolata dalle

massime inalterabili della politica; che gli oggetti di lusso pagassero

un dazio maggiore che quelli di necessità; e che per li prodotti e le

manifatture dell'Impero si avesse una maggiore indulgenza, che non pel

nocivo o almeno infruttuoso commercio dell'Arabia o dell'India[501].

Esiste ancora un lungo, ma imperfetto catalogo delle mercanzie

orientali, che verso il tempo di Alessandro Severo soggiacevano alle

imposizioni, ed erano la cannella, la mirra, il pepe, lo zenzero e tutti

gli aromati; una gran varietà di pietre preziose, tra le quali il

diamante era la più riguardevole pel suo valore, e lo smeraldo per la

sua bellezza[502]; le pelli che venivano dalla Partia e da Babilonia, i

cotoni, le sete gregge o lavorate, l'ebano, l'avorio e gli eunuchi[503].

È da notarsi che l'uso ed il prezzo di questi schiavi effeminati andò

crescendo in proporzione della decadenza dell'Impero.

II. L'imposizione sulle vendite, introdotta da Augusto dopo le guerre

civili, era tenue ma generale. Passò raramente l'uno per 100, ma

comprendeva tutto ciò che si vendea nei mercati o all'asta pubblica,

dagli acquisti più considerabili di terreni o di case, fino a quei

minuti oggetti, il cui prodotto non può divenire importante che pel loro

infinito numero, e giornaliero consumo. Una simile tassa, che aggrava

tutta la nazione, ha sempre cagionato lagnanze e disgusti. Un

Imperatore, che conosceva perfettamente i bisogni dello Stato e i mezzi

per supplire ai medesimi, fu costretto a dichiarare con un pubblico

editto, che il mantenimento dell'armata si ricavava in gran parte

dall'imposizione sulle vendite[504].

III. Quando Augusto deliberò di stabilire una milizia permanente per

difendere il suo Governo contro i nemici esterni e domestici, istituì un

tesoro particolare per la paga dei soldati, per le ricompense de'

veterani, e per le spese straordinarie della guerra. L'ampia rendita

della imposizione sulle vendite, benchè tutta si applicasse a quegli

usi, pure non fu sufficiente; e per supplire alla mancanza l'Imperatore

suggerì una nuova tassa di _cinque per cento_ sopra tutti i legati e

tutte l'eredità. Ma i nobili romani si mostrarono più gelosi dei loro

beni, che della loro libertà. Augusto ne udì le lagnanze con la sua

solita moderazione. Rimise egli di buona fede l'affare al Senato,

esortandolo a rintracciare qualche altro meno odioso espediente per

provvedere alla pubblica utilità. Erano i Senatori divisi e perplessi,

ma avendo egli detto, che la loro ostinazione l'obbligherebbe a

_proporre_ una tassa generale sopra i terreni e sopra le teste,

consentirono, senza far più parole, al primo progetto[505]. La nuova

imposizione sopra i legati e le eredità fu per altro mitigata da alcune

restrizioni. Essa non avea luogo, se l'oggetto non aveva un determinato

valore, probabilmente di cinquanta o cento pezzi d'oro[506]: nè si

poteva esigere dal parente più prossimo per parte di padre[507].

Assicurati così i diritti della natura e della povertà, parve cosa assai

ragionevole che uno straniero o un parente lontano, il quale acquistava

un aumento inaspettato di beni, potesse con piacere consacrarne la

ventesima parte al vantaggio dello Stato[508].

Una simile tassa, il cui prodotto deve essere immenso in ogni Stato

opulento, era per buona sorte adattata alla situazione dei Romani, che

poteano nei loro arbitrarj testamenti seguitare la ragione o il

capriccio, non essendo vincolati dai moderni legami di sostituzioni e di

convenzioni matrimoniali. Per varie cagioni la parzialità dell'affetto

paterno spesso perdeva la sua influenza sopra i feroci repubblicani, e

sopra i dissoluti nobili dell'Impero; e se il padre lasciava al figlio

la quarta parte del suo patrimonio, non v'era luogo a legittime

querele[509]. Ma un ricco vecchio senza figliuoli era un tiranno

domestico, ed il suo potere cresceva con gli anni e con le malattie. Una

folla servile, tra la quale sovente si trovavano e Pretori e Consoli, lo

corteggiava per ottenerne il favore, lusingava la sua avarizia,

applaudiva alle sue follìe, serviva le sue passioni, e con impazienza ne

attendeva la morte. L'arte della compiacenza e dell'adulazione divenne

una scienza lucrosa; quelli, che la professavano, furono conosciuti

sotto un nome particolare; e tutta la città, secondo le vivaci

descrizioni della satira, era divisa in due parti, i _cacciatori_[510],

e la _cacciagione_. Mentre dunque ogni giorno tanti strani, ed ingiusti

testamenti venivano dettati dall'accortezza, e sottoscritti dalla

follìa, alcuni pochi erano suggeriti da una sensata stima o virtuosa

gratitudine. Cicerone, che tanto spesso avea difeso le vite ed i beni

dei suoi concittadini, fu ricompensato con legati, la cui somma ascese

quasi a trecento quarantamila zecchini[511]; nè pare che gli amici di

Plinio il Giovane fosser men generosi verso questo amabile oratore[512].

Qualunque fosse il motivo del testatore, il Tesoro reclamava, senza

distinzione, la ventesima parte dell'eredità, e nel corso di due o tre

generazioni l'intero patrimonio del suddito doveva a poco a poco passare

nella cassa dello Stato.

Nei primi anni felici del regno di Nerone, questo Principe, per

desiderio di rendersi popolare, o forse per un cieco impulso di

benificenza, ebbe l'idea di abolire tutti i gravami delle gabelle e

delle imposizioni sopra le vendite. Applaudirono i Senatori più prudenti

alla sua magnanimità, ma lo distolsero dall'esecuzione di un disegno,

che avrebbe distrutta la forza e le sorgenti delle ricchezze della

Repubblica[513]. Se fosse stato possibile di condurre ad effetto questo

sogno chimerico, Traiano e gli Antonini avrebbero certamente con ardore

abbracciata la gloriosa occasione di rendere un servizio così segnalato

al genere umano. Contenti pertanto di alleggerire le pubbliche gravezze,

non tentarono di abolirle. La dolcezza e la precisione delle loro leggi

determinò la regola e la misura delle imposizioni, e protesse il suddito

d'ogni condizione contro le arbitrarie interpretazioni, le antiquate

pretensioni, e le insolenti vessazioni degli appaltatori[514]. È per

altro cosa singolare, che, in ogni secolo, i migliori e più savj

Imperatori romani seguissero il pericoloso metodo di dare in appalto i

rami, principali almeno, delle gabelle e delle imposizioni sopra le

vendite[515].

La situazione ed i sentimenti di Caracalla erano, per vero dire, ben

diversi da quelli degli Antonini. Disattento, anzi nemico del pubblico

bene, si trovò nella necessità di soddisfare all'avarizia insaziabile,

ch'egli medesimo destata avea nelle truppe. Di tutte le diverse

imposizioni introdotte da Augusto, il _ventesimo_ sulle eredità, e su i

legati era la più fruttifera e la più estesa. Siccome non era ristretta

ai soli abitanti di Roma o dell'Italia, se ne aumentava continuamente il

prodotto, a proporzione che si dilatava la _cittadinanza romana_. I

nuovi cittadini, benchè egualmente sottoposti alle nuove tasse[516],

dalle quali erano stati esenti come sudditi, si credevano ampiamente

compensati dal grado che ottenevano, dai privilegi che acquistavano e

dal bello aspetto di onori e di ricchezze, che si presentava alla loro

ambizione. Ma questi vantaggi svanirono quando Caracalla, togliendo ogni

distinzione costrinse tutti i provinciali a prendere, lor malgrado, il

vano titolo e le obbligazioni reali di cittadini romani. Nè il rapace

figlio di Severo si contentò della tassa, della quale si erano

contentati i moderati suoi predecessori. In vece del _ventesimo_ egli

esigè il _decimo_ di tutte le eredità e di tutti i legati, e durante il

suo regno (perocchè dopo la sua morte fu l'imposizione rimessa

sull'antico metodo) tutte le parti dell'Impero furono egualmente

oppresse dal peso del suo scettro di ferro[517].

Quando in tal guisa furono tutti i provinciali sottomessi alle

imposizioni particolari dei cittadini romani, pareva che dovessero

legittimamente essere esentati da quelle, ch'erano soliti di pagare

nella prima condizione di sudditi. Ma queste non erano le massime di

governo prese a seguire da Caracalla, e dal preteso suo figlio. Le

province si ritrovarono aggravate, ad un tempo stesso, dai nuovi e dagli

antichi tributi. Era riservato al virtuoso Alessandro di sollevarle in

gran parte da questa intollerabile oppressione, riducendo i tributi alla

trentesima parte di quello ch'erano al suo avvenimento[518]. È

impossibile di congetturare per qual motivo egli lasciasse sussistere

quel piccolo residuo della pubblica calamità. Questa pianta fatale, non

affatto sradicata, tornò a germogliare sempre più vigorosa, e nei secoli

successivi stese la sua ombra mortifera sopra tutto il Mondo romano. Nel

corso di questa storia saremo bene spesso obbligati a far menzione della

tassa sopra i terreni e sopra le teste, e delle gravose contribuzioni di

grano, di vino, d'olio e di carni, che si esigevano dalle province per

l'uso della Corte, dell'esercito e della capitale.

Finchè Roma e l'Italia furono considerate come il centro del Governo,

gli antichi cittadini conservarono uno spirito nazionale, che i nuovi

insensibilmente adottarono. Le principali cariche dell'esercito erano

occupate da uomini di una educazione liberale, che ben conoscevano i

vantaggi delle leggi e delle lettere, e si erano avanzati con passi

eguali nella regolare carriera degli onori civili e militari[519]. Alla

loro influenza, al loro esempio si può in qualche parte attribuire la

modesta obbedienza delle legioni nei due primi secoli dell'istoria

imperiale.

Ma quando Caracalla ebbe abbattuto l'ultimo riparo della costituzione

romana, alla distinzione dei gradi tenne dietro a poco a poco la

diversità delle professioni. I più culti cittadini delle interne

province furono i soli che si trovassero capaci ad essere o magistrati o

avvocati. La più dura professione delle armi fu abbandonata ai contadini

ed ai barbari delle frontiere, i quali non conoscendo altra patria che

il loro campo, altra scienza che quella della guerra, disprezzavano le

leggi civili, ed appena osservavano quelle della militar disciplina. Con

insanguinate mani, con selvaggi costumi, e con disperate risoluzioni,

essi qualche volta difesero, ma più spesso rovesciarono il trono

degl'Imperatori.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01 · 第 32 / 45 题