CAPITOLO V.

_I Pretoriani vendono pubblicamente l'impero a Didio Giuliano.

Clodio Albino nella Britannia, Pescennio Negro nella Siria, e

Settimo Severo nella Pannonia si dichiarano contro gli assassini

di Pertinace. Guerre civili e vittorie di Severo sopra i suoi

tre rivali. Rilassamento della disciplina. Nuove massime di

governo._

Il potere del brando riesce più sensibile in una estesa monarchia che in

una piccola società. Han calcolato i più sperimentati politici, che

niuno Stato, senza presto snervarsi, può mantenere più della centesima

parte dei suoi sudditi in armi ed in ozio. Ma benchè questa relativa

proporzione esser possa uniforme, la sua influenza sul resto della

società dee variare secondo il grado della positiva sua forza. Sono

inutili i vantaggi della scienza e della disciplina militare, se un

numero competente di soldati non è unito in un sol corpo, ed animato da

un solo spirito. Questa unione sarebbe inefficace in una piccola truppa,

ed impraticabile in un numerosissimo esercito: e l'azione della macchina

sarebbe ugualmente distrutta o dall'estrema piccolezza o dall'eccessivo

peso delle sue molle. Pur confermare questa osservazione serve senza più

il riflettere non esservi superiorità veruna di forza naturale, di armi

artificiali, o di acquistata destrezza, che possa mettere un uomo nello

stato di tenere in soggezione costante un centinaio di suoi simili: il

tiranno di una sola città o di un piccolo distretto ben presto si

accorgerebbe che cento guerrieri armati sarebbero una debol difesa

contro diecimila agricoltori, o cittadini; ma centomila ben disciplinati

soldati comanderanno dispoticamente a dieci milioni di sudditi; ed un

corpo di dieci o quindicimila guardie metterà il terrore addosso al più

numeroso popolo che mai abbia ingombrato le contrade di una immensa

Capitale.

Le truppe Pretoriane, il cui licenzioso furore fu il primo indizio e la

prima cagione della decadenza dell'Impero romano, non ascendeano che

appena a quel numero[333]. Dovevano esse l'istituzione loro ad Augusto.

Avvistosi quell'accorto tiranno, che il suo usurpato dominio potea

colorirsi dalle leggi, ma conservarsi solo con le armi, aveva a poco a

poco formato questo corpo formidabile di guardie, pronte sempre a

difendere la sua persona, a contenere il Senato, ed a prevenire o

dissipare ogni primo moto di ribellione. Distinse queste truppe favorite

con doppia paga e privilegi che le metteano sopra dell'altre; ma siccome

avrebbe il loro formidabile aspetto atterriti ad un tempo ed irritati i

Romani, ne stanziò tre sole coorti nella Capitale, mentre il resto era

disperso nelle circonvicine città dell'Italia[334]. Ma dopo

cinquant'anni di pace e di schiavitù, Tiberio avventurò un decisivo

passo, che strinse per sempre le catene della sua patria. Sotto gli

speciosi pretesti di sollevare l'Italia dal grave peso de' quartieri

militari, e d'introdur tra le guardie una disciplina più rigorosa, le

radunò a Roma in un campo permanente[335] benissimo fortificato[336], e

situato in modo che tutta la città dominava[337].

Questi servi così formidabili sono sempre necessari, ma spesso fatali al

trono del dispotismo. In questa maniera, introducendo i Pretoriani, per

così dire, dentro la reggia e il Senato, gl'Imperatori, gli avvezzarono

a conoscere la propria lor forza e la debolezza del Governo civile; a

riguardare i vizj dei loro sovrani con un famigliare disprezzo; ed a

perdere quel riverente timore, che la sola distanza ed il mistero

possono conservare verso un immaginario potere. In mezzo agli oziosi

piaceri di una città opulenta, il loro orgoglio si nutriva col

sentimento della irresistibil lor forza, nè era possibile celare ad

essi, che la persona del sovrano, l'autorità del Senato, il pubblico

tesoro e la sede dell'Impero erano interamente nelle lor mani. Per

distrarli da queste pericolose riflessioni, i Principi più saldi, e

meglio stabiliti erano astretti a frammischiar le carezze co' comandi,

le ricompense co' castighi, a lusingare il loro orgoglio, a

condescendere a' loro capricci, a dissimulare le loro irregolarità, ed a

comprare la precaria lor fedeltà con un liberal donativo, che quelli

dall'avvenimento di Claudio in poi, esigevano come un legittimo diritto,

nell'elezione di ciascun nuovo Imperatore[338].

I partigiani delle guardie procurarono di giustificare con gli argomenti

una potenza, che queste sostenevan con le armi; e di provare che,

secondo i migliori principj della costituzione, il lor consenso era

essenzialmente necessario alla creazione di un Imperatore. L'elezione

dei Consoli, dei Generali e dei magistrati, benchè recentemente usurpata

dal Senato, era un antico incontrastabil diritto del popolo romano[339].

Ma dove allora trovar questo popolo? Non certamente tra la mista

moltitudine degli schiavi e degli stranieri, che ingombrava le strade di

Roma; vil plebaglia, non men dispregevole per la bassezza dei

sentimenti, che per la miseria. I difensori dello Stato, scelti tra il

fiore della gioventù italiana[340], ed allevati nell'esercizio dell'armi

e della virtù, erano i veri rappresentanti del popolo, ed aveano il

miglior diritto ad eleggere il Capo militare della repubblica.

Quest'argomento, benchè mancante di ragione, divenne convincentissimo,

quando i fieri pretoriani ne accrebbero il peso, gettando, come il

barbaro conquistatore di Roma, le loro spade nella bilancia[341].

I pretoriani che aveano violata la santità del trono con l'atroce

assassinio di Pertinace, ne disonorarono la maestà con la loro

susseguente condotta. Il campo era senza capo, essendosi il Prefetto

Leto, autor della tempesta, prudentemente involato alla pubblica

indignazione, in quel furioso tumulto. Sulpiciano, suocero

dell'Imperatore e governatore della città, ch'era stato mandato al campo

al primo rumore di ribellione, procurava di calmare la furia della

moltitudine, quando gli fu imposto silenzio dal clamoroso ritorno degli

assassini portanti in cima ad una lancia la testa di Pertinace. Benchè

la storia ci avvezzi a vedere ogni principio ed ogni passione cedere ai

dettami imperiosi della ambizione, ciò non ostante pare appena

credibile, che in quei momenti di orrore dovesse Sulpiciano aspirare ad

un trono macchiato di fresco dal sangue di un parente sì stretto, e di

un Principe così eccellente. Aveva già egli principiato ad usare l'unico

efficace argomento, a contrattar cioè la dignità imperiale; ma i più

accorti tra i pretoriani temendo di non conseguire in questo privato

contratto il giusto prezzo di sì valutabil merce, corsero su i

terrapieni, e ad alta voce promulgarono, che il Mondo romano si sarebbe

pubblicamente venduto al miglior compratore[342].

Questa infame offerta, eccesso il più insolente della militare licenza,

sparse per tutta la città un dolore universale, un senso di vergogna e

di sdegno. Arrivonne finalmente il grido agli orecchi di Didio Giuliano,

senatore opulento, che insensibile alle pubbliche calamità se ne stava

occupato nei piaceri del banchetto[343]. La sua moglie e la figlia, i

suoi liberti ed i suoi parassiti facilmente lo persuasero, ch'era degno

del trono, ed instantemente lo scongiurarono ad abbracciare sì fortunata

occasione. L'ambizioso vecchio andò in fretta al campo dei pretoriani,

dove Sulpiciano era tuttora in trattato con essi, e dal basso del

terrapieno principiò a fare dell'offerte. L'indegno mercato era condotto

per mezzo di fedeli emissarj, che passavano alternativamente da un

candidato all'altro, informando ciascuno dell'offerte del suo rivale.

Avea già Sulpiciano promesso un donativo di cinquemila dramme, cioè più

di 320 zecchini per soldato, quando Giuliano, avido del trono, salì in

un tratto alla somma di seimila dugento cinquanta, ossia più di 400

zecchini. Furono subito aperte le porte al compratore che, dichiarato

Imperatore, ricevè il giuramento di fedeltà dai soldati, ne' quali fu

tanta umanità da stipulare che perdonare ei dovesse a Sulpiciano e

dimenticare di averlo avuto a competitore.

Era dovere dei pretoriani di eseguire le condizioni della vendita.

Posero il lor nuovo sovrano, che servivano e disprezzavano, nel centro

delle lor file, lo circondarono da ogni parte con i loro scudi, e in

ordine di battaglia lo condussero per le strade deserte della città. Fu

ordinato al Senato di radunarsi, e gli amici più ragguardevoli di

Pertinace, non meno che i nemici personali di Giuliano, crederono

necessario di mostrarsi più degli altri lieti e contenti di questa

rivoluzione felice[344]. Poscia ch'ebbe ingombrato il Senato di armati,

Giuliano ragionò lungamente sulla libertà della sua elezione, sulle

proprio eminenti virtù, e sulla sua piena confidenza nell'amor del

Senato. L'ossequiosa assemblea si congratulò della propria e pubblica

felicità, gli giurò fedeltà, e gli conferì tutte le diverse prerogative

della potestà imperiale[345]. Dal Senato fu Giuliano con la stessa

militar processione condotto a prender possesso del palazzo. I primi

oggetti, che colpirono la sua vista, furono il tronco cadavere di

Pertinace, ed i frugali preparativi per la sua cena. Riguardò quello

con indifferenza, questi con disprezzo. Ordinò che si preparasse un

sontuoso banchetto, e consumò gran parte della notte giocando ai dadi, e

vedendo i balli di Pilade, celebre saltatore. Fu per altro osservato

che, dileguata la folla dei cortigiani, e rimasto solo nell'oscurità,

nella solitudine ed in balìa della terribile riflessione, passò tutta la

notte senza dormire, forse rammentando a se stesso la sua temeraria

follìa, il fato del suo virtuoso predecessore, e l'incerto e pericoloso

possesso di un Impero, che non aveva acquistato col merito, ma comprato

con il denaro[346].

Ragione di tremare egli aveva. Sopra il trono del Mondo, si trovò senza

amici e senza aderenti. Le guardie stesse si vergognavano di servire ad

un Principe che avevano accettato per avarizia; nè v'era cittadino, il

quale non considerasse con orrore l'innalzamento di lui, come l'ultimo

insulto fatto al nome romano. I nobili, il cui grado cospicuo e le ampie

ricchezze esigevano le più attente precauzioni, dissimulavano i loro

sentimenti, e ricevevano le affettate civiltà dell'Imperatore con un

sorriso di compiacenza e con proteste di fedeltà. Ma il popolo, che il

numero e l'oscurità rendevan sicuro, lasciava libero il corso a' suoi

trasporti. Per le strade e per le pubbliche piazze di Roma non si

udivano che clamori ed imprecazioni. La moltitudine arrabbiata insultava

la persona di Giuliano, ne rigettava le liberalità, e consapevole

dell'impotenza del proprio risentimento, chiamava ad alta voce le

legioni delle frontiere a vendicare la violata maestà dell'Impero

romano.

La pubblica scontentezza si sparse tosto dal centro alle frontiere

dell'Impero. Gli eserciti della Britannia, della Siria e dell'Illirico

deplorarono la morte di Pertinace, in compagnia, e sotto il comando del

quale avean fatte tante guerre e tante conquiste. Riceverono con

sorpresa, con indignazione e forse con invidia, la strana nuova della

pubblica vendita, che i Pretoriani fatto avean dell'Impero e fieramente

ricusarono di ratificare il vergognoso accordo. La subita loro ed

unanime sollevazione riuscì fatale a Giuliano, ed alla pubblica pace nel

tempo stesso; giacchè i Generali delle rispettive armate, Clodio Albino,

Pescennio Negro, e Settimio Severo, eran più ansiosi di succedere a

Pertinace che di vendicarne la morte. Lo loro forze erano precisamente

eguali. Ciascun di loro capitanava tre legioni[347] con un seguito

numeroso di ausiliarj; e benchè diversi di carattere, eran tutti soldati

forniti d'esperienza e di capacità.

Clodio Albino, governatore della Britannia, era superiore ai suoi rivali

per la nobiltà della famiglia, contando tra i suoi antenati alcuni dei

personaggi più illustri dell'antica repubblica[348]. Ma il ramo, da cui

discendeva, era caduto in povertà e trapiantato in una provincia remota.

È difficile di formare una giusta idea del suo vero carattere. Viene

accusato di aver sotto il filosofico manto dell'austerità nascosti tutti

i vizj che disonorano l'umana natura[349]. Ma i suoi accusatori sono

quegli scrittori venali, che adoravano la fortuna di Severo, calpestando

le ceneri del suo infelice rivale. La virtù o l'apparenza di quella

procurò ad Albino la confidenza e la stima di Marco Aurelio, e l'aver

egli conservato sul figlio la medesima influenza ch'ebbe sul padre, è

una prova almeno, ch'egli era d'un'indole assai pieghevole. Il favore di

un tiranno non sempre suppone una mancanza di merito in colui che ne è

l'oggetto; può egli a caso ricompensare un uomo di merito e di abilità,

o considerarlo utile al suo servizio. Non pare che Albino servisse il

figliuolo di Marco Aurelio o come ministro delle sue crudeltà, o come

compagno de' suoi piaceri. Era egli lontano, impiegato in un onorevol

comando, quando ricevè dall'Imperatore una lettera confidenziale, in cui

l'informava delle trame di alcuni Generali malcontenti, e lo autorizzava

a dichiararsi difensore e successore del trono, prendendo il nome e le

insegne di Cesare[350]. Il governator della Britannia saggiamente scansò

quell'onore pericoloso, che lo avrebbe esposto alla gelosia, o involto

nella prossima rovina di Commodo. Usò egli, per innalzarsi, degli

artificj più nobili o almeno più speciosi. Ad un prematuro avviso della

morte dell'Imperatore adunò le sue truppe, e deplorò con un eloquente

discorso le inevitabili calamità del dispotismo; descrisse la felicità e

la gloria goduta dai loro antenati sotto il governo consolare, e

dichiarò la sua ferma risoluzione di rendere al Senato ad al popolo la

loro legittima autorità. Le legioni britanniche risposero con alte

acclamazioni a questo discorso popolare, che fu ricevuto a Roma con

applausi secreti. Tranquillo possessore di quel piccolo Mondo, e

comandante di un esercito, meno distinto invero per la sua disciplina

che pel numero e pel valore[351], Albino disprezzò le minacce di

Commodo, conservò verso Pertinace un ambiguo ed altiero contegno, e

subito si dichiarò contro l'usurpazione di Giuliano. Le convulsioni

della Capitale davano un nuovo peso a' suoi sentimenti, o piuttosto alle

sue proteste di amore di patria. Un decente riguardo gl'impedì di

prendere i pomposi titoli di Augusto e d'Imperatore; forse imitando

l'esempio di Galba, che in una simile occasione si era dato il nome di

luogotenente del Senato e del popolo[352].

Il solo merito personale avea innalzato Pescennio Negro da una nascita

oscura e da un oscuro stato al governo della Siria; impiego importante e

lucroso, che in tempo di civil confusione gli dava un vicino prospetto

dal trono. Sembra per altro che i suoi talenti fosser più adattati al

secondo grado che al primo. Rivale troppo debole, sarebbe riuscito un

eccellente generale di Severo, il quale ebbe bastante grandezza d'animo

per adottare diverse utili istituzioni di un vinto nemico[353]. Nel suo

governo, Negro si acquistò la stima dei soldati e l'amore dei

provinciali. La sua rigida disciplina accrebbe il valore, e conservò

l'obbedienza dei primi; mentre a' voluttuosi Sirj rendevasi grato con la

moderata fermezza del suo governo, e più ancora con l'affabilità delle

sue maniere, e colla soddisfazione, che apparentemente dimostrava,

assistendo alle loro frequenti e pompose feste[354]. Appena fu sparsa in

Antiochia la nuova dell'atroce assassinio di Pertinace, i voti di tutta

l'Asia invitarono Negro a prendere la porpora imperiale, ed a vendicarne

la morte. Le legioni della frontiera orientale si dichiararono per lui;

le ricche, ma inermi province dalle frontiere dell'Etiopia[355] fino

all'Adriatico, con piacere si sottomisero a lui; ed i Re, che erano di

là dal Tigri e dall'Eufrate, congratulandosi della sua elezione, gli

offerirono omaggio e soccorso. Negro non avea l'animo abbastanza grande

per sostenere questa subita rivoluzione della fortuna; si lusingò che il

suo avvenimento non sarebbe disturbato da alcun rivale, nè macchiato di

sangue civile; ed occupato nella vana pompa del trionfo, trascurò i

mezzi di assicurarsi della vittoria. Invece di entrar in trattato coi

potenti eserciti dell'Occidente, che soli potevano o decidere o

bilanciare almeno la gran contesa; invece di marciare immediatamente

verso Roma e l'Italia, dove ansiosamonte si aspettava la sua

presenza[356], Negro perdè nei piaceri di Antiochia quei preziosi

momenti, dei quali seppe diligentemente profittare la decisiva attività

di Severo[357].

La provincia della Pannonia e Dalmazia, che si stendeva dal Danubio

all'Adriatico, fu una delle ultime e più faticose conquiste dei Romani.

Dugentomila di quei Barbari, venuti una volta in campo a difendere la

libertà nazionale, spaventarono il vecchio Augusto, ed esercitarono la

vigilante prudenza di Tiberio, che li combattè alla testa di tutte le

forze riunite dell'Imperatore[358]. I Pannonj finalmente cederono alle

armi ed alla disciplina dei Romani. Ma però la fresca memoria della

perduta libertà, la vicinanza ed anche il mescuglio delle tribù

indipendenti, e forse il clima stesso, che (come è stato osservato)

produce gli uomini di statura gigantesca, ma di poco intelletto[359],

tutto in somma contribuì a conservar qualche avanzo della loro ferocia

nativa, e sotto la mansueta sembianza di provinciali romani si

scorgevano sempre i fieri lineamenti della nazione. La guerriera lor

gioventù forniva sempre di reclute le legioni accampate sulle rive del

Danubio, le quali per le continue loro guerre contro i Germani ed i

Sarmati, eran giustamente stimate le migliori truppe dell'Impero.

L'esercito della Pannonia era allora comandato da Settimio Severo,

nativo dell'Affrica, il quale nell'ascendere di grado in grado per gli

onori privati, avea saputo nascondere la sua ardita ambizione, che nè le

attrattive del piacere, nè il timor del pericolo, nè le altre umane

passioni avean fatta deviare dal costante suo corso[360]. Alla prima

nuova dell'assassinamento di Pertinace, egli radunò le sue truppe,

dipinse con i colori più vivi il delitto, l'insolenza e la debolezza dei

Pretoriani, ed animò le legioni alle armi ed alla vendetta. Finì con

un'eloquentissima perorazione, promettendo quasi ottocento zecchini ad

ogni soldato, donativo magnifico, e doppio di quello, con cui l'infame

Giuliano avea comprato l'Impero[361]. Immediatamente l'esercito, alzando

grandi acclamazioni, salutò Severo con i nomi di Augusto, di Pertinace e

d'Imperatore; od egli così pervenne a quel grado sublime, al quale si

credeva chiamato dal proprio merito, e da una lunga serie di sogni e di

presagi, utili parti della sua superstizione o politica[362].

Il nuovo pretendente all'Impero conobbe il vantaggio particolare della

sua situazione, e ne profittò. La sua provincia si estendeva fino alle

alpi Giulie, che gli davano un facile accesso nell'Italia; ed egli si

ricordò il detto di Augusto, che un'armata della Pannonia poteva in

dieci giorni venire alla vista di Roma[363]. Usando di una celerità

proporzionata alla grandezza della impresa, egli poteva con ragione

sperare di vendicar Pertinace, punir Giuliano, e ricever gli omaggi del

Senato e del popolo, come lor legittimo Imperatore, prima che i suoi

competitori, separati dall'Italia, per un immenso tratto di mare e di

terra, avessero alcuno avviso dei suoi successi, e tampoco della sua

elezione. In tutta questa spedizione concesse appena pochi momenti al

riposo ed al cibo; marciando a piedi, e coll'intera armatura, ed alla

testa delle sue colonne, s'insinuava nella confidenza e nell'amore delle

truppe, ne accresceva l'attività, animando il loro coraggio e le loro

speranze; ed avea piacere per fino di esser a parte delle fatiche di

ogni comune soldato, rappresentandogli sempre per altro la grandezza

della ricompensa.

Lo sventurato Giuliano, che si aspettava e si credea preparato a

disputare l'Impero con il governator della Siria, vide inevitabile la

sua rovina all'avvicinarsi delle rapide ed invincibili legioni della

Pannonia. L'arrivo precipitoso di ogni corriere accresceva i suoi giusti

timori. Gli fu successivamente annunziato che Severo avea passate le

Alpi; che le città dell'Italia non volendo, o non potendo opporsi ai

suoi progressi, lo avean ricevuto con le più vive proteste di gioia e

sommissione; che la piazza importante di Ravenna si era renduta senza

resistenza, e che la flotta adriatica era in potere del conquistatore.

Il nemico ora allora a dugentocinquanta miglia da Roma, ed ogni momento

accorciava il breve tempo accordato alla vita ed all'Impero di Giuliano.

Procurò egli, per altro, di prevenire o di prolungare almeno la sua

rovina. Implorò la fede venale dei Pretoriani, empiè la Capitale di vani

preparativi di guerra, tirò delle linee intorno ai sobborghi; e si

fortificò perfino nel palazzo, come se fosse stato possibile,

senz'alcuna speranza di soccorso, di difendere queste ultime trincere

contro il vittorioso invasore. La vergogna e il timore ritennero in

dovere i Pretoriani, ma tremavano essi al solo nome delle legioni della

Pannonia, comandate da un Generale sperimentato ed avvezzo a vincere i

Barbari sul gelato Danubio[364]. Lasciavano essi sospirando i bagni ed i

teatri per prender quelle armi che non sapean quasi più maneggiare, e

sotto il cui peso parevano oppressi. Gl'indocili elefanti, il cui

terribile aspetto si sperava che dovesse intimorire le armate del

Settentrione, gettavano in terra i condottieri mal pratici. Le

evoluzioni degl'inesperti soldati di marina, tratti dalla flotta di

Miseno, erano oggetto di riso per la plebaglia, mentre il Senato vedeva

con secreto piacere le angustie e la debolezza dell'usurpatore[365].

Ogni moto di Giuliano manifestava la sua timorosa incertezza. Ora

insisteva presso il Senato, che dichiarasse Severo nemico della patria;

ora desiderava che il Generale della Pannonia fosse associato

all'Impero; ora mandava pubblici ambasciatori di grado consolare per

trattare con il rivale; ed ora spediva dei secreti assassini per

ucciderlo. Ordinò alle Vestali, ed a tutti i collegi dei Sacerdoti che

co' loro abiti di cerimonia, e portando innanzi i sacri pegni della

religione romana andassero in processione solenne ad incontrare le

legioni della Pannonia, e nel tempo stesso vanamente si sforzava

d'interrogare o di placare i destini con magiche cerimonie e sacrifizj

illegittimi[366].

Severo, che non temeva nè le armi nè gl'incantesimi di Giuliano, si

assicurò dal solo pericolo di una secreta congiura, facendosi

accompagnare da seicento soldati scelti e fidati, i quali sempre armati

gli furono a fianchi la notte ed il giorno, durante tutta la marcia.

Nulla arrestò il suo rapido corso; ed avendo passato, senza ostacolo, le

foci degli Appennini, trasse nel suo partito lo truppe e gli

ambasciatori spediti per ritardare i suoi progressi, e fece una breve

fermata a Interamna, quasi settanta miglia lungi da Roma. Era già sicura

la sua vittoria; ma la disperazione dei Pretoriani avrebbe potuta

renderla sanguinosa; e Severo aveva la lodevolissima ambizione di voler

salire sul trono senza sguainare la spada[367]. I suoi emissarj,

dispersi nella Capitale, assicurarono le guardie, che se abbandonassero

il loro indegno Principe, e gli autori della morte di Pertinace alla

giustizia del conquistatore, egli non più riguarderebbe l'intero corpo

come reo di quel funesto accidente. Gl'infidi Pretoriani, la resistenza

dei quali era solamente sostenuta da una fiera ostinazione, accettarono

con piacere sì vantaggiose condizioni, arrestarono la maggior parte

degli assassini, e dichiararono al Senato ch'essi più non volevan

difendere la causa di Giuliano. Quest'assemblea, convocata dal Console,

riconobbe unanimemente Severo per legittimo Imperatore, decretò gli

onori divini a Pertinace, e pronunziò la sentenza di degradazione e di

morte contro lo sventurato successore del medesimo. Fu Giuliano condotto

in un appartamento privato dei bagni del palazzo, e decapitato come un

vil delinquente, dopo di essersi comprato con immensi tesori un regno

angustioso e precario di soli sessantasei giorni[368].

La celerità quasi incredibile di Severo, che in sì breve tempo condusse

una numerosa armata dalle rive del Danubio su quelle del Tevere, prova

l'abbondanza delle provvisioni, prodotta dall'agricoltura e dal

commercio, la bontà delle strade, la disciplina delle legioni, e

l'indolente carattere delle conquistate province[369].

Le prime cure di Severo furon rivolte a due oggetti, uno dettato dalla

politica, e l'altro dal decoro; cioè la vendetta, e gli onori dovuti

alla memoria di Pertinace. Avanti di cui entrare re in Roma, il nuovo

Imperatore comandò, che i pretoriani disarmati, o con gli abiti di

cerimonia, con i quali eran soliti di accompagnare il loro sovrano,

aspettassero il suo arrivo in una vasta pianura vicino alla città. Fu

obbedito da quelle orgogliose truppe, il cui pentimento era l'effetto

dei lor giusti timori. Uno scelto distaccamento dell'armata illirica li

circondò colle lancie distese. Non potendo nè fuggir, nè resistere,

aspettavano il loro fato con una tacita costernazione. Montò Severo sul

tribunale, rimproverò aspramente la loro perfidia e la lor codardia, li

licenziò con ignominia come traditori, gli spogliò degli splendidi loro

ornamenti, e li bandì sotto pena di morte alla distanza di cento miglia

da Roma. Durante questa esecuzione era stato mandato un altro

distaccamento ad impadronirsi delle armi e del campo loro, per prevenire

le subite conseguenze della loro disperazione[370].

Il funerale e la consacrazione di Pertinace fu dipoi celebrata con ogni

apparato di lugubre magnificenza[371]. Il Senato rendè con un piacere

malinconico gli ultimi doveri a quel principe eccellente ch'egli avea

amato, e che piangeva tuttavia. La mestizia del suo successore era

probabilmente meno sincera. Costui pregiava, è vero, le virtù di

Pertinace, ma queste virtù avrebber sempre ritenuta la sua ambizione in

uno stato privato. Severo recitò la funebre orazione di lui con una

eloquenza studiata, e non ostante la sua interna contentezza, affettò un

vero dolore; e con questi religiosi officj verso la memoria di

Pertinace, persuase alla credula moltitudine, ch'egli era _il solo_

degno di succedergli. Conoscendo per altro che le armi e non le

cerimonie poteano sostenere le sue pretensioni all'impero, lasciò Roma

dopo trenta giorni, e senza gonfiarsi di una vittoria così facile, si

preparò a combattere i suoi rivali più formidabili.

I rari talenti e la fortuna di Severo hanno indotto un elegante Storico

a paragonarlo al primo e al più grande dei Cesari[372]. Il parallelo è

imperfetto almeno. Come trovare nel carattere di Severo quella imponente

superiorità d'animo, quella generosa clemenza, e quel vasto genio, che

sapeva unire e conciliare l'amor del piacere, la sete delle cognizioni,

ed il fuoco dell'ambizione[373]? Possono al più questi due Principi

paragonarsi con qualche ragione nella celerità de' loro moti e delle

loro civili vittorie. In men di quattr'anni[374] Severo soggiogò i

ricchi Orientali ed i valorosi abitatori dell'Occidente. Vinse due

competitori abili e rinomati, e disfece numerosi eserciti, per armi e

disciplina uguali al suo. In quel secolo l'arte della fortificazione, ed

i principj della tattica erano famigliari ai Generali romani; e la

costante superiorità di Severo era quella di un artefice, che si serve

dei medesimi strumenti con più abilità ed industria dei suoi rivali. Non

entrerò per altro in minuto racconto delle sue militari operazioni; ma

siccome le due guerre civili contro Negro ed Albino furon quasi simili

per la condotta, per l'esito, e per le conseguenze, così raccoglierò in

un sol punto di vista le circostanze più forti, e più atte a mostrare il

carattere del vincitore e lo stato dell'Impero.

La dissimulazione e la perfidia, benchè sembrino incompatibili con la

dignità del Governo, pure ci paiono meno vili negli affari di Stato che

nell'ordinario commercio della privata società. Qua mostrano una

mancanza di coraggio, là solamente una mancanza di forza; e siccome è

impossibile agli Statisti più abili di soggiogare con la forza lor

personale milioni d'uomini e di nemici, il Mondo perciò, sotto il nome

di politica, pare che lor permetta una dose abbondante di astuzia e di

dissimulazione. Ciò non ostante i più gran privilegi della ragione di

Stato non possono giustificare gli artifizj di Severo. Egli prometteva

solamente per tradire, lusingava per rovinare, e sebbene, secondo le

circostanze, si vincolasse con giuramenti e trattati, la sua coscienza

serva del suo interesse, sempre lo scioglieva da un'incomoda

obbligazione[375].

Se i suoi due rivali, riconciliati dal loro comune pericolo, si fossero

avanzati contro di lui senza indugio, forse Severo sarebbe stato

oppresso dalle lor forze riunite. Se almeno lo avessero attaccato nel

tempo medesimo con fini diversi, e con armate diverse, la contesa forse

sarebbe stata lunga e dubbiosa. Ma essi caddero, un dopo l'altro, facili

vittime degli artifizj e delle armi del loro accorto nemico,

addormentati nella sicurezza della moderazione delle sue proteste, e

sconcertati dalla rapidità delle sue azioni. Egli prima marciò contro

Negro, la cui reputazione e potenza egli più temeva: ma evitò ogni

dichiarazione di guerra, e sopprimendo il nome del suo antagonista,

espose solamente al Senato ed al popolo la sua intenzione di ordinare le

province orientali. In privato parlava di Negro col più affettuoso

riguardo, chiamandolo suo vecchio amico e suo successore[376] ed

altamente applaudiva il suo generoso disegno di vendicare la morte di

Pertinace. Era dovere di ogni Generale romano di punire il vile

usurpatore del trono; ma il perseverare nelle armi, e resistere ad un

legittimo Imperatore, riconosciuto dal Senato, bastava per farlo

reo[377]. I figli di Negro erano caduti nelle sue mani insieme con

quelli degli altri governatori provinciali, ritenuti a Roma come ostaggi

per la fedeltà dei loro genitori[378]. Finchè la potenza di Negro fu da

temersi, o almeno da rispettarsi, Severo li fece educare colla più

tenera cura in compagnia dei proprj figli; ma presto furono avvolti

nella rovina del padre, e sottratti prima coll'esilio, poi colla morte

allo sguardo della pubblica compassione[379].

Mentre Severo era occupato alla guerra in Oriente, avea ragiono di

temere che il governatore della Britannia non passasse il mare e le

alpi, occupasse la sede vacante dell'Impero, e si opponesse al suo

ritorno coll'autorità del Senato, e colle forze dell'Occidente. La

dubbia condotta di Albino, non nell'assumere il titolo imperiale, lasciò

campo ai trattati. Obbliando e le sue proteste di patriottismo, e la

gelosia del potere sovrano, egli accettò la precaria dignità di Cesare,

come ricompensa della sua fatale neutralità. Finchè la prima contesa non

fu decisa, Severo trattò un uomo, di cui avea giurata la morte, con ogni

segno di stima e riguardo. Nella lettera medesima, in cui gli annunzia

la disfatta di Negro, chiama Albino suo fratello e collega, gl'invia gli

affettuosi saluti della sua moglie Giulia e de' suoi figli; e lo prega a

mantenere gli eserciti, e la Repubblica fedeli al lor comune interesse.

I latori di questa lettera aveano ordine di presentarsi a quel Cesare

con rispetto, chiedere un'udienza privata, ed immergergli i loro pugnali

nel cuore[380]. Fu la congiura scoperta, e il troppo credulo Albino

passò alla fine nel Continente, e si preparò ad una disuguale contesa

contro il suo rivale, che mosse ad affrontarlo, conducendo un vittorioso

esercito di veterani.

Le fatiche militari di Severo non sembrano adeguate alla grandezza delle

sue conquiste. Due azioni, l'una vicina all'Ellesponto, l'altra negli

angusti passi della Cilicia, decisero della sorte di Negro; e le truppe

europee conservarono il solito loro ascendente sugli Asiatici

effeminati[381]. La battaglia di Lione, dove combatterono 150,000

Romani[382], fu ugualmente fatale ad Albino. Il valore dell'esercito

britannico resistè lungamente alla prode disciplina elle legioni

illiriche, e tenne la vittoria dubbiosa. La riputazione, e la persona di

Severo per pochi momenti sembrarono irreparabilmente perdute, finchè

questo Principe guerriero, raccolte le sue truppe impaurite, le

ricondusse a una decisiva vittoria[383]. Quel memorabil giorno vide

terminata la guerra.

Le discordie civili dell'Europa moderna sono state contraddistinte non

solamente dalla fiera animosità, ma ancora dalla ostinata perseveranza

delle fazioni nemiche. Esse sono state generalmente giustificate per

qualche principio, o almeno colorite con qualche pretesto di religione,

di libertà, o di dovere. I capi erano nobili, potenti per independente

proprietà e per ereditaria influenza. I soldati combattevano come uomini

interessati nella decisione della lite, e siccome lo spirito militare, e

lo zelo di partito erano vivamente diffusi in tutta l'intera società, un

vinto Generale veniva immediatamente soccorso da nuovi aderenti, ansiosi

di spargere il loro sangue nella causa medesima. Ma i Romani, dopo la

caduta della Repubblica, non combattevano che per la scelta di un

padrone; l'insegna di un pretendente popolare al trono era seguita da

pochi per affetto, da alcuni per timore, da molti per interesse, da

niuno per principio. Le legioni, non accese da amore di parte, erano

tratte alla guerra civile da liberali donativi, e da ancor più liberali

promesse. Una disfatta, togliendo al Generale i mezzi di soddisfare al

suo impegno, scioglieva i suoi mercenarj soldati dal giuramento, e loro

permetteva di provvedere alla propria salvezza con abbandonare a tempo

un partito infelice. Poco premea alle province sotto nome di chi fossero

oppresse o governate. Tratto dall'impulso del potere presente, appena

questo cedeva ad una forza superiore, si affrettavano ad implorare la

clemenza del vincitore, il quale per soddisfare al suo immenso debito,

sacrificava le province più colpevoli all'avarizia de' suoi soldati.

Nella vasta estensione dell'Impero romano v'erano poche città

fortificate, che dar potessero asilo ad un'armata sconfitta; nè v'era

persona, famiglia, o ordine d'uomini, che col solo suo credito, non

sostenuto dal potere del Governo, fosse capace di ristabilire la causa

di un moribondo partito[384].

Nella guerra, per altro, tra Negro e Severo, una sola città merita

distinzione onorevole. Bisanzio, uno dei passaggi più importanti

dall'Europa nell'Asia, era stato munito con forte guarnigione; e una

flotta di cinquecento vascelli vi si ricettava nel porto[385].

L'impetuosità di Severo rendè vano questo prudente apparato di difesa;

lasciati i suoi Generali all'assedio di Bisanzio, egli forzò il men

difeso passo dell'Ellesponto, ed impaziente di combattere un nemico men

forte, si affrettò ad incontrare il rivale. Bisanzio, assalito da una

numerosa e crescente armata, e poscia da tutte le forze navali

dell'Impero, sostenne un assedio di tre anni, e si mantenne fedele al

nome ed alla memoria di Negro. I cittadini ed i soldati (non si sa per

qual cagione) erano animati da egual furore; parecchi dei principali

uffiziali di Negro, che sdegnavano il perdono, o ne disperavano, si

erano gettati in quell'ultimo asilo; le fortificazioni venivano riputate

inespugnabili, ed un celebre ingegnere adoperò, nella difesa di quella

piazza, tutte le forze della meccanica conosciuta agli antichi[386].

Bisanzio alla fine si rendè alla fame. I magistrati ed i soldati furono

passati a fil di spada, le mura abbattute, i privilegi soppressi, e

quella città, che dovea poi esser capitale dell'Oriente, divenne un

piccolo villaggio aperto, e soggetto alla insultante giurisdizione di

Perinto. Dione lo Storico, che aveva ammirato il florido stato di

Bisanzio, ne deplorò la calamità, accusando la vendetta di Severo di

aver tolto al popolo romano il baluardo più forte contro i Barbari del

Ponto e dell'Asia[387]. La verità di questa osservazione non fu che

troppo giustificata nel secolo susseguente, quando le flotte dei Goti

coprirono l'Eusino, e penetrarono per l'indifeso Bosforo nel centro del

Mediterraneo.

Negro ed Albino furono scoperti ed uccisi ambedue, mentre fuggivano dal

campo di battaglia. Il fato loro non eccitò sorpresa nè compassione.

Avean giocato la vita per un Impero, e soggiacquero alla sorte stessa,

che vincitori avrebbero fatta sopportare al vinto, nè Severo avea

quell'arrogante superiorità, che permette a un rivale di vivere in

condizione privata. Ma l'inesorabile suo carattere, stimolato

dall'avarizia, lo portò alla vendetta, quando nulla gli rimaneva più da

temere. I più considerabili tra i provinciali, che senza avversione

alcuna al fortunato pretendente, avevano ubbidito al governatore, sotto

l'autorità del quale si erano casualmente trovati, furono puniti con la

morte, con l'esilio, e specialmente con la confiscazione de' loro beni.

Molte città dell'Oriente furono private dei loro antichi onori, ed

obbligate a pagare al tesoro di Severo il quadruplo delle somme che

avevano somministrato in servizio di Negro[388].

Fino all'ultima decisione della guerra, la crudeltà di Severo fu in

qualche modo raffrenata dall'incertezza dell'evento, e dal suo simulato

rispetto verso il Senato. Ma la testa di Albino, accompagnata da una

lettera minacciante, annunziò ai Romani, ch'egli era risoluto di

esterminare tutti gli aderenti dei suoi sventurati competitori. Era

irritato dal giusto sospetto, che in se portava, di non esser mai stato

caro al Senato, e mascherò la sua antica animosità con il pretesto di

nuovi tradimenti scoperti. Perdonò per altro francamente a trentacinque

Senatori, accusati di aver favorito il partito di Albino, e si sforzò

poi con la sua condotta di convincerli, ch'egli avea perdonate ed

obbliate le loro supposte offese. Ma nel tempo stesso condannò altri

quarantuno[389] Senatori, dei quali la Storia ci ha trasmesso i nomi: le

vedove, i figli ed anche i clienti loro soggiacquero allo stesso

supplizio, ed i più nobili provinciali della Spagna e della Gallia

caddero involti nella stessa rovina. Una così rigida giustizia, (giacchè

così la chiamava) era nell'opinione di Severo la sola condotta valevole

ad assicurare la pace al popolo, o al Principe la stabilità; e

leggermente si piegava a lamentarsi che per poter essere clemente, gli

convenisse prima esser crudele[390].

Il vero interesse di un Monarca assoluto in generale coincide con quel

de' suoi sudditi. Il loro numero, l'opulenza, l'ordine e la sicurezza

loro sono i soli, e i più saldi fondamenti della sua vera grandezza; e

quando ei fosse totalmente privo di virtù, potrebbe, anzi dovrebbe la

prudenza, invece di lei, dettargli le stesse regole di condotta. Severo

considerava l'Impero romano come suo patrimonio, e quando se n'ebbe

assicurato il possesso, rivolse ogni sua cura a coltivare e migliorare

un acquisto così prezioso. Leggi salutevoli, inviolabilmente eseguite,

corressero ben presto la maggior parte degli abusi, che dalla morte di

Marco Aurelio in poi si erano introdotti in ogni parte del Governo.

Nell'amministrazione della giustizia l'attenzione, il discernimento e

l'imparzialità dettavano all'Imperatore le sentenze; e qualora deviò dal

rigoroso sentiero della giustizia, fu generalmente per favorire i miseri

e gli oppressi; non tanto, a dir vero, per sentimento di umanità, quanto

per la naturale inclinazione di un despota ad umiliare la superbia dei

grandi, ed a ridurre tutti i sudditi allo stesso comun livello di

dipendenza assoluta. Il suo dispendioso gusto per le fabbriche, pei

pomposi spettacoli, e soprattutto una distribuzione liberale e costante

di grano e di provvisioni, furono i mezzi più sicuri di cattivarsi

l'amore del popolo romano[391]. Si dimenticarono le sventure della

guerra civile. Le province goderono un'altra Volta una tranquilla e

prospera calma, e molte città, ristabilite dalla munificenza di Severo,

presero il titolo di sue colonie, ed attestarono con pubblici monumenti

la loro gratitudine e felicità[392]. Questo guerriero e fortunato

Imperatore[393] rendè alle armi romane la loro riputazione, e con giusto

orgoglio si vantò di avere ricevuto l'Impero oppresso da guerre

straniere e domestiche, e di lasciarlo tranquillo in una pace profonda,

universale, gloriosa[394].

Benchè le ferite della guerra civile sembrassero perfettamente saldate,

il suo mortal veleno corrompeva però sempre gli umori vitali della

costituzione. Severo aveva vigore, e talento in buon dato; ma l'anima

ardita del primo dei Cesari, o la profonda politica di Augusto appena

avrebbero potuto abbassare l'insolenza delle vittoriose legioni. Severo

per gratitudine, per una falsa politica, e per un'apparente necessità fu

costretto ad allentare il freno della militar disciplina[395]. Lusingò

la vanità dei soldati coll'onore di portare l'anello d'oro, e permise

loro di vivere nell'ozio de' quartieri colle proprie mogli. Aumentò la

loro paga oltre ogni esempio passato, e gli avvezzò ad aspettarsi, e ben

presto ad esigere donativi straordinari in ogni occasione di pubblico

pericolo, o di pubbliche feste. Gonfiati dalle prosperità, snervati dal

lusso, e posti al di sopra degli altri sudditi con i loro pericolosi

privilegi[396], divenner ben presto incapaci di sostenere le fatiche

militari, gravosi alla patria, ed impazienti di una giusta

subordinazione. I loro uffiziali sostentavano la superiorità del loro

grado con un lusso più ricercato e profuso. Esiste ancora una lettera di

Severo, nella quale si lamenta della licenza dell'esercito, ed esorta

uno dei suoi Generali a cominciare dai Tribuni medesimi la necessaria

riforma; giacchè (come giustamente riflette) l'uffiziale che ha perduta

la stima de' suoi soldati, non può mai farsi ubbidire[397]. Se avesse

l'Imperatore seguitato il corso di queste riflessioni, avrebbe veduto,

che la primaria cagione di questa generale corruttela doveva ascriversi

non certamente all'esempio, ma alla perniciosa indulgenza del comandante

supremo.

I Pretoriani, che uccisero il loro Imperatore, e venderono l'Impero,

aveano ricevuto il giusto castigo del lor tradimento; ma quel

necessario, benchè pericoloso corpo di soldati fu ben presto ristabilito

da Severo sopra un nuovo sistema, e quattro volte accresciuto sopra

l'antico numero[398]. Da principio queste truppe si reclutavano

nell'Italia; ma quando le province adiacenti ebbero a poco a poco

adottati gli ammolliti costumi di Roma, la Macedonia, il Norico e la

Spagna furono ancor esse comprese in tali leve. Invece di quelle truppe

magnifiche, più acconce alla pompa della Corte che agli usi della

guerra, Severo stabilì che si scegliessero da tutte le legioni delle

frontiere i soldati più forti, più valorosi e fedeli, e fossero, come

per ricompensa onorevole, promossi al più segnalato servizio delle

guardie[399]. Con questa nuova istituzione la gioventù italiana fu

allontanata dall'esercizio delle armi, e la capitale fu atterrita

dall'aspetto, e dai costumi feroci di una moltitudine di Barbari. Ma

Severo si lusingò che le legioni avrebbero considerati quei Pretoriani

scelti tra loro, come rappresentanti tutto l'ordine militare; e che il

pronto ajuto di 50,000 uomini, superiori per l'armi e per le istituzioni

a qualunque esercito che potesse condursi in campo contro di loro,

farebbe svanire per sempre le speranze di ribellione, ed assicurerebbe

l'Impero a lui, ed alla sua posterità.

Il comando di queste favorite e formidabili truppe divenne subito la

prima carica dell'Impero. Siccome il Governo era degenerato in un

militar dispotismo, il Prefetto del Pretorio, che in origine era stato

un semplice capitano delle guardie, fu posto non solamente alla testa

dell'esercito, ma ancora delle finanze e delle leggi medesime. In ogni

dipartimento del Governo egli rappresentava la persona dell'Imperatore,

e ne esercitava l'autorità. Il primo Prefetto, che godesse e abusasse di

questo immenso potere, fu Plauziano, ministro favorito di Severo. Egli

regnò, per così dire, dieci anni, finchè il matrimonio della sua figlia

con il primogenito dell'Imperatore, che parea dovesse assicurare la sua

fortuna, diventò l'occasione della sua perdita[400]. I maneggi della

Corte irritando l'ambizione, ed eccitando il timore di Plauziano,

minacciarono di produrre una rivoluzione, ed obbligarono l'Imperatore,

che ancor l'amava, ad acconsentire, suo malgrado, alla di lui

morte[401]. Dopo la caduta di Plauziano, il celebre Papiniano, illustre

giureconsulto, fu destinato ad occupare la mista carica di Prefetto del

Pretorio.

Fino al regno di Severo, gl'Imperatori virtuosi, o almeno prudenti, si

erano segnalati col loro zelo, o affettato rispetto verso il Senato, e

con un tenero riguardo al delicato sistema della civil politica

istituito da Augusto; ma Severo aveva passata la gioventù nella cieca

obbedienza del campo, e l'età più matura nel dispotismo del comando

militare. Il suo carattere altiero e inflessibile, non seppe, o non

volle vedere il vantaggio, che v'era nel mantenere una potenza

intermedia (benchè immaginaria) tra l'Imperatore e l'esercito. Sdegnava

egli di professarsi servo di un'assemblea, che detestava la sua persona,

e tremava al suo aspetto. Comandava, quando il pregare sarebbe stato

egualmente efficace; prese la condotta e lo stile di un sovrano e di un

conquistatore, ed esercitò senza riserva insieme tutta la potestà

legislatrice e l'esecutrice.

Questa vittoria sopra il Senato era facile, e senza gloria. Tutti gli

occhi e tutte le passioni erano rivolte verso il supremo Magistrato,

padrone dell'armi, e delle ricchezze dello Stato; mentre il Senato, non

eletto dal popolo, non difeso dalle milizie, nè animato dallo spirito

patriottico, appoggiava la sua cadente autorità sulla debole e

vacillante base dell'antica opinione. Il bel sistema d'una Repubblica

svanì insensibilmente, e dette luogo ai più naturali e sostanziali

sentimenti della monarchia. Siccome la libertà e gli onori di Roma

furono successivamente comunicati alle province, alle quali il vecchio

Governo era stato o sconosciuto, o in odio, a poco a poco si dileguò la

tradizione delle massime repubblicane. Gl'Istorici greci del secolo

degli Antonini[402] osservarono con un maligno piacere, che sebbene il

Sovrano di Roma, per rispetto ad un antico pregiudizio, si fosse

astenuto dal prendere il nome di Re, ne possedeva per altro il potere in

tutta quanta l'ampiezza. Sotto il regno di Severo, il Senato fu ripieno

di culti ed eloquenti schiavi, venuti dalle province orientali, che

giustificavano l'adulazione personale, riducendo la servitù a principj

speculativi. Questi nuovi avvocati del dispotismo erano con piacere

ascoltati dalla Corte, e con pazienza dal popolo quando inculcavano i

doveri dell'obbedienza passiva, e deploravano le calamità inevitabili,

che accompagnano la libertà. I giureconsulti, e gl'istorici si

accordavano ad insegnare, che l'autorità imperiale non si appoggiava ad

una commissione delegata, ma alla irrevocabil renunzia del Senato, e che

l'Imperatore, libero dal vincolo delle leggi civili, avea un pieno

arbitrio sulla vita, e su i beni dei sudditi, e potea disporre

dell'Impero come del suo privato patrimonio[403]. I più illustri

giureconsulti, e specialmente Papiniano, Paulo ed Ulpiano fiorirono

sotto i Principi della famiglia di Severo, e la romana giurisprudenza,

strettamente unita col sistema della monarchia, parve essere giunta

all'ultimo grado di maturità e di perfezione.

I contemporanei di Severo alla tranquillità ed alla gloria del suo Regno

perdonarono le crudeltà, che lo condussero al trono. Ma i posteri, che

provarono gli effetti funesti delle massime, e dell'esempio di lui,

giustamente lo considerano come il principale autore della decadenza

dell'Impero romano.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01 · 第 30 / 45 题