CAPITOLO I.

_Estensione e forza militare dell'Impero nel secolo degli

Antonini._

[Dal 98 al 180.]

Nel secondo secolo dell'Era cristiana, l'Impero di Roma comprendeva la

parte più bella della Terra, e la porzione più civile del genere umano.

Il valore, la disciplina, e l'antica rinomanza difendevano le frontiere

di quella vasta monarchia. La gentile, ma potente influenza delle leggi

e dei costumi aveva a poco a poco assodata l'unione delle province, i

cui pacifici abitatori godevano ed abusavano dei vantaggi che nascono

dalle ricchezze e dal lusso. Si conservava ancora, con decente rispetto,

l'immagine di una libera costituzione; e l'autorità sovrana

apparentemente risedeva nel Senato romano, il quale affidava

agl'Imperatori tutta la potenza esecutiva del Governo. Nel felice corso

di più d'ottant'anni, la pubblica amministrazione fu regolata dalla

virtù e dalla abilità di Nerva, di Traiano, di Adriano, e dei due

Antonini. In questo e nei due seguenti capitoli, descriveremo il

prospero stato del loro Impero, ed esporremo le più importanti

circostanze della sua decadenza e rovina, dopo la morte di Marco

Antonino; rivoluzione che sarà rammentata mai sempre, e della quale le

nazioni della terra tuttor si risentono.

Le principali conquiste dei Romani furon terminate al tempo della

Repubblica, e gl'Imperatori quasi tutti si contentarono di conservare

quegli Stati, che la politica del Senato, l'attiva emulazione dei

Consoli, ed il marziale entusiasmo del popolo avevano acquistati. I

sette primi secoli furono una rapida successione di trionfi; ma era

riservato ad Augusto di abbandonare l'ambizioso disegno di soggiogare

tutta la Terra, e introdurre nei pubblici Consigli uno spirito di

moderazione. Egli, e per temperamento e per le circostanze, inclinato

alla pace, facilmente conobbe, che Roma in quello stato di elevazione

avea molto più da temer che da sperare per l'evento dell'armi; e che

nella continuazione di guerre remote, l'impresa diveniva ogni dì più

difficile, più incerto l'esito, il possesso più precario e men

vantaggioso. L'esperienza di Augusto aggiunse peso a queste savie

riflessioni, ed efficacemente il convinse, che col prudente vigor dei

consigli, agevole gli riuscirebbe ottenere ogni concessione cui la

salvezza o la dignità di Roma potesse richiedere dai più formidabili

Barbari. Invece di espor se e le sue legioni ai dardi dei Parti, egli

ottenne con un trattato onorifico la restituzione delle insegne e dei

prigionieri stati già presi nella disfatta di Crasso[16].

Nel principio del suo regno tentarono i suoi Generali di soggiogare

l'Etiopia e l'Arabia Felice. S'innoltrarono essi per mille miglia verso

la parte meridionale del Tropico; ma l'eccessivo calore del clima ben

tosto respinse questi invasori, e difese i pacifici abitatori di quelle

separate contrade[17]. Le regioni settentrionali dell'Europa meritavano

appena la spesa e la fatica di conquistarle. Le foreste e le paludi

della Germania erano popolate da una moltitudine di uomini barbari e

coraggiosi, che disprezzavano una vita, a cui la libertà non fosse

compagna; e sebbene nel primo assalto parvero cedere al peso della

potenza romana, ben presto con un atto segnalato di disperazione

riacquistarono la loro indipendenza, e rammentarono ad Augusto le

vicende della fortuna[18].

Dopo la morte di questo Imperatore fu il suo testamento pubblicamente

letto in Senato. Lasciava egli a' suoi successori, come legato

importante, il consiglio di contenere l'Impero in quei limiti, che la

natura medesima pareva aver posti per sue stabili barriere e confini. A

ponente l'Oceano Atlantico; a tramontana il Reno ed il Danubio;

l'Eufrate a levante, e verso il mezzogiorno gli arenosi deserti

dell'Arabia e dell'Affrica[19].

Fu gran fortuna pel riposo del genere umano, che i vizj ed il timore

obbligassero i primi successori di Augusto ad apprendersi al moderato

sistema, che la prudenza di lui aveva raccomandato. Occupati nel correr

dietro al piacere, o nell'esercizio della tirannide, i primi Cesari

raramente si mostravano agli eserciti od alle province; nè erano

disposti a soffrire, che la condotta ed il valore dei loro comandanti

usurpassero i trionfi, trascurati dalla loro indolenza. La gloria

militare di un suddito era riguardata come una insolente usurpazione

della prerogativa imperiale; e divenne un dovere egualmente che un

interesse di ogni Generale romano il difendere le frontiere affidate

alla sua cura, senza aspirare a conquiste, che sarebber potute divenire

non meno fatali a lui stesso, che ai Barbari da lui soggiogati[20].

L'unico ingrandimento che ricevesse l'Impero romano, nel primo secolo

dell'Era cristiana, fu la provincia della Britannia. In questa sola

circostanza i successori di Cesare e di Augusto crederono di dover

seguire piuttosto l'esempio del primo, che il precetto del secondo. La

sua situazione, vicina alle coste della Gallia, pareva invitar le lor

armi; la lusinghiera, sebbene incerta speranza della pesca delle perle

vi chiamava la loro avarizia[21]; e poichè la Britannia era considerata

come un Mondo distinto ed isolato, la sua conquista faceva appena

eccezione al general sistema dei confini nel continente. Dopo una guerra

di circa 40 anni[22] intrapresa dal più stupido, continuata dal più

dissoluto, e terminata dal più timido di tutti gl'Imperatori, la maggior

parte dell'isola soggiacque al giogo romano[23]. Le diverse tribù dei

Britanni avevan valore senza condotta, ed amore di libertà senza spirito

di unione. Prendevano le armi con una ferocia selvaggia, le posavano, o

se le rivolgevano gli uni contro gli altri con una fiera incostanza; e

mentre combattevan divisi, venivano successivamente domati. Nè la

fortezza di Caractaco, nè la disperazione di Boadicea, nè il fanatismo

dei Druidi potè preservare la lor patria dalla schiavitù, o resistere ai

saldi progressi dei Generali cesarei, che sostenevano la gloria della

nazione, mentre il trono era disonorato dai più vili e più viziosi degli

uomini. Nel tempo stesso in cui Domiziano, confinato nel suo palazzo,

sentiva i terrori ch'egli inspirava, le sue legioni, comandate dal

virtuoso Agricola, disfacevano le forze riunite dei Caledonj a piè delle

colline Grampiane, ed i suoi vascelli, arrischiatisi a scoprire una

navigazione sconosciuta e perigliosa, spiegavano le insegne romane

intorno ad ogni parte dell'isola. La conquista della Britannia già si

riguardava come terminata; ed Agricola aveva disegno di compirne ed

assicurarne il successo con la facile riduzion dell'Irlanda, per la

quale credea sufficiente una legione con poche truppe ausiliari[24]. Il

possesso di questa isola occidentale potea divenir vantaggioso; ed i

Britanni avrebbero portate le loro catene con minor ripugnanza, se

l'esempio e l'aspetto della libertà fosse loro stato per ogni parte

tolto dagli occhi.

Ma il merito preminente di Agricola cagionò ben presto il suo richiamo

dal governo della Britannia, e sconcertò per sempre quel vasto, ma

ragionato piano di conquista. Avanti la sua partenza, il prudente

Generale aveva provveduto alla sicurezza non men che al possesso.

Osservando che l'isola è quasi divisa in due parti diseguali dagli

opposti golfi, chiamati adesso le Sirti di Scozia, avea tirato, a

traverso l'angusto intervallo di circa 40 miglia, una linea di posti

militari, la qual fu poi fortificata nel regno di Antonino Pio con un

terrapieno alzato su fondamenti di pietra[25]. Questa muraglia di

Antonino, poco al di là delle moderne città di Edimburgo e Glascovia, fu

stabilita come il confine della provincia romana. I nativi Caledonj,

nell'estremità settentrionale dell'isola, conservarono la loro selvaggia

indipendenza, della quale andarono debitori alla loro povertà non meno

che al loro valore. Furono spesso e respinte e punite le loro

incursioni, ma il lor paese non fu mai soggiogato[26] . I padroni delle

contrade più belle e più ricche del globo, con disprezzo si

allontanavano dai cupi monti, dove sempre regnano le tempeste del verno,

dai laghi coperti di azzurra nebbia, e dalle fredde e solitarie macchie,

dove i cervi della foresta erano inseguiti da una truppa di nudi

Selvaggi[27].

Questo era lo stato delle frontiere romane, e tali eran le massime della

politica imperiale, dalla morte di Augusto fino all'esaltazione di

Traiano. Questo Principe virtuoso ed attivo, all'educazione di un

soldato univa i talenti di un Generale[28]. Il pacifico sistema de' suoi

predecessori fu interrotto da scene di guerra e di conquista; e le

legioni, dopo un lungo intervallo, videro finalmente alla loro testa un

Imperatore soldato. Le prime imprese di Traiano furono contro i Daci,

popoli i più bellicosi tra quelli che abitavano di là dal Danubio, e che

sotto il regno di Domiziano avevano impunemente insultato la maestà di

Roma[29]. Alla forza ed alla ferocia propria dei Barbari, essi univano

un disprezzo per la vita, originato in loro dalla ferma persuasione

della immortalità e trasmigrazione delle anime[30]. Decebalo, lor Re, si

mostrò rivale non indegno di Traiano; nè disperò mai della propria e

della pubblica fortuna, finchè, per confessione ancora de' suoi nemici,

non ebbe esauriti tutti i ripieghi del valore e della politica[31].

Questa memorabil guerra, interrotta da una brevissima tregua, durò

cinque anni; e siccome l'Imperatore potè impiegarvi, senza riserva, le

intere forze dello Stato, essa finì con la perfetta sommissione dei

Barbari[32]. La nuova provincia della Dacia, che formava una seconda

eccezione al precetto di Augusto, aveva quasi mille trecento miglia di

circonferenza. I suoi naturali confini erano il Niester, il Teyso ossia

Tibisco, il Danubio inferiore, e il mare Eusino. Si vedono ancora i

vestigi di una via militare dalle rive del Danubio fino alle vicinanze

di Bender, piazza famosa nella storia moderna, ed ora frontiera

dell'Impero turco e del russo[33].

Traiano era avido di gloria, e finchè gli uomini saranno più liberali di

applausi verso chi li distrugge che verso chi li benefica, la sete della

gloria militare sarà sempre il vizio degli animi più elevati. Le lodi di

Alessandro, trasmesse da una successione di poeti e di storici, avevano

accesa nello spirito di Traiano una pericolosa emulazione. Simile ad

Alessandro, l'Imperatore romano intraprese una spedizione contro le

nazioni dell'Oriente, ma sospirando si lamentava che la sua età avanzata

non gli lasciasse speranza di eguagliare la fama del figliuol di

Filippo[34]. I successi però di Traiano furon rapidi ed insigni, benchè

passeggieri. I Parti, già degenerati e divisi per le intestine

discordie, fuggirono dinanzi alle sue armi. Egli trionfante scese pel

fiume Tigri, dalle montagne della Armenia fino al golfo Persico, e godè

l'onore di essere il primo, come ei fu l'ultimo, dei Generali romani che

navigasse in quel mare lontano. Le sue flotte devastarono le coste

dell'Arabia; e Traiano si lusingò, ma indarno, di toccare i confini

dell'India[35]. Ogni giorno il Senato riceveva con istupore la notizia

di nuovi nomi e di nuove nazioni, le quali riconoscevano la sua

autorità. Seppe che i Re del Bosforo, di Colco, dell'Iberia,

dell'Albania, di Osroene e sino il Monarca istesso dei Parti avevano

accettato i loro diademi dalle mani dell'Imperatore; che le indipendenti

tribù delle montagne della Media e dei monti Carduchi avevano implorata

la sua protezione, e che le doviziose regioni dell'Armenia, della

Mesopotamia e dell'Assiria erano ridotte in province[36]. Ma la morte di

Traiano oscurò in un momento un prospetto così luminoso; ed era

giustamente da temersi, che tante lontane nazioni non iscuotessero il

giogo insolito, quando non più le frenasse la mano possente che loro

avealo imposto.

Era antica tradizione, che quando un Re di Roma fabbricò il Campidoglio,

il Dio Termine (che presedeva ai confini, e secondo l'uso di quei secoli

veniva rappresentato da una gran pietra) fosse il solo tra tutti gli Dei

inferiori, che ricusasse di cedere il suo posto a Giove medesimo. Da

questa ostinazione si dedusse una favorevol conseguenza, interpretata

dagli Auguri come sicuro presagio, che i confini della potenza romana

non si sarebber ristretti giammai[37]. Per molti secoli la predizione,

come è solito, contribuì al suo adempimento[38]. Ma quel Dio Termine,

che avea resistito alla maestà di Giove, cedè all'autorità di Adriano.

La cessione di tutte le conquiste orientali di Traiano fu la prima

determinazione del suo regno. Egli rendè ai Parti il diritto di eleggere

un Sovrano indipendente, ritirò le guarnigioni romane dalle province

dell'Armenia, della Mesopotamia e dell'Assiria, e secondo il precetto di

Augusto, stabilì un'altra volta l'Eufrate per frontiera dell'Impero[39].

La critica, che processa le azioni pubbliche ed i motivi privati dei

Principi, ha imputata all'invidia una condotta, che potrebbe attribuirsi

alla prudenza ed alla moderazione di Adriano. Il carattere incostante di

questo Imperatore, capace a vicenda e dei più bassi e dei più generosi

sentimenti, può dare qualche colore al sospetto. Non poteva egli per

altro mettere in luce più luminosa la superiorità del suo predecessore,

se non se confessandosi in tal modo incapace di difendere quello che

Traiano avea conquistato.

Lo spirito marziale ed ambizioso di Traiano faceva un contrasto molto

singolare con la moderazione del suo successore; nè men notevole fu

l'inquieta attività di Adriano, ove si paragoni al tranquillo riposo di

Antonino Pio. La vita di Adriano fu quasi un viaggio continuo; e siccome

possedeva i diversi talenti di soldato, di politico e di letterato, così

contentava la sua curiosità, soddisfacendo al suo dovere. Non curando la

differenza delle stagioni e dei climi, andava a piedi e a testa nuda

sulle nevi della Caledonia, e sulle cocenti pianure dell'Egitto

superiore; nè vi fu provincia dell'Impero che nel corso del regno di

lui, non fosse onorata dalla presenza del suo Monarca[40]. Al contrario,

Antonino Pio passò la sua vita tranquilla in seno all'Italia; e nel

corso di ventitre anni che tenne la pubblica amministrazione, i più

lunghi viaggi di questo Principe amabile non si estesero più in là che

dal palazzo di Roma al suo ritiro nella villa Lanuvia[41].

Non ostante questa differenza nella lor personale condotta, Adriano, e i

due Antonini egualmente adottarono, e seguirono uniformemente il sistema

generale di Augusto. Essi persisterono nel disegno di mantenere la

dignità dell'Impero senza tentare di estenderne i confini. Con ogni

onorevole espediente invitarono i Barbari alla loro amicizia, e

procurarono di convincere il genere umano, che la romana potenza,

superiore alla brama di conquistare, era soltanto animata dall'amore

dell'ordine e della giustizia. Per il lungo giro di quarantatre anni un

prospero successo coronò le loro virtuose fatiche; e se si eccettuino

poche leggiere ostilità, che servirono ad esercitare le legioni delle

frontiere, i regni di Adriano e di Antonino Pio presentano il bel

prospetto di una pace universale[42]. Il nome romano era venerato dalle

più remote nazioni della Terra. I Barbari più feroci spesso eleggevano

l'Imperatore per arbitro delle loro dissensioni; ed uno storico

contemporaneo, racconta di aver veduto imbasciatori venuti a richiedere

l'onore, che lor fu ricusato, di esser ammessi nel numero dei

sudditi[43].

Il terror dell'armi romane aggiungeva peso e dignità alla moderazione

degl'Imperatori. Essi mantennero la pace col prepararsi costantemente

alla guerra; e mentre la giustizia dirigeva la loro condotta, facevan

conoscere alle nazioni confinanti, che, alieni dal far alcuna ingiuria,

non eran neppur disposti a soffrirla. La forza militare, che ad Adriano

e ad Antonino il Maggiore era bastato mostrare, fu impiegata contro i

Parti ed i Germani dall'Imperatore Marco. Le ostilità dei Barbari

provocarono il risentimento di questo Monarca filosofo, e nella

continuazione di una giusta difesa, Marco ed i suoi Generali ottennero

molte segnalate vittorie sull'Eufrate e sul Danubio[44]. Gli

stabilimenti militari dell'Impero romano, che ne assicuravano o la

tranquillità od i progressi, diverranno adesso il proprio ed importante

argomento della nostra attenzione.

Nei secoli più belli della repubblica, l'uso delle armi era riservato

per quegli ordini di cittadini, che avevano una patria da amare, un

patrimonio da difendere, e qualche parte in promulgar quelle leggi, che

era loro interesse e dovere di conservare. Ma a misura che la pubblica

libertà scemò con l'estensione delle conquiste, la guerra a poco a poco

si ridusse ad un'arte, e degenerò in un mestiero[45]. Le legioni

medesime, anche quando erano reclutate nelle più lontane province, si

tenevano per composte di cittadini romani. Questa distinzione era

considerata generalmente o come qualificazione legale, o come ricompensa

propria per un soldato; ma si avea un riguardo più serio al merito

essenziale dell'età, della forza, e della statura militare[46]. In tutte

le leve si preferivano giustamente i climi settentrionali a quelli del

mezzogiorno. Si cercavan piuttosto nelle campagne che nelle città gli

uomini nati all'esercizio delle armi; e si presumeva con molta ragione,

che i faticosi esercizj dei fabbri, dei legnaiuoli e dei cacciatori

dessero più vigore e più risolutezza, che le arti sedentarie impiegate

in servizio del lusso[47]. Dopo che la qualità di proprietario non fu

più considerata, gli eserciti degl'Imperatori romani erano sempre

comandati per la maggior parte da uffiziali di nascita e di educazione

liberale; ma i soldati comuni, come le truppe mercenarie della moderna

Europa, erano tratti dalla più vile e spesso ancora dalla più scellerata

parte degli uomini.

Quella pubblica virtù, che gli antichi chiamarono patriottismo, è

prodotta dal forte sentimento dell'interesse, che abbiamo nella

conservazione e prosperità del libero governo, del quale noi siamo

membri. Un tal sentimento che avea renduto le legioni della Repubblica

quasi invincibili, non potea fare che una debolissima impressione nei

servi mercenarj di un Principe dispotico; e diventò necessario il

supplire a questo difetto con altri motivi di diversa, ma molto efficace

natura, l'onore e la religione. Il contadino o l'artigiano s'imbevè

dell'utile pregiudizio, che esso era innalzato alla più nobile

professione delle armi, nella quale il suo grado e la sua riputazione

dipenderebbe soltanto dal suo valore; e che sebbene la prodezza di un

privato soldato potesse sfuggire alla notizia della fama, sarebbe però

in suo potere di arrecar gloria o vergogna alla compagnia, alla legione,

e fino all'armata, ai cui onori esso era associato. Appena arrolato, se

gli dava il giuramento con ogni solennità. Prometteva di non mai

abbandonare la sua insegna, di sottomettere il proprio volere ai comandi

de' suoi condottieri, e di sacrificare la vita per la salvezza

dell'Imperatore e dell'Impero[48]. L'affetto delle truppe romane per le

loro insegne, era loro inspirato dalla doppia influenza della religione

e dell'onore. L'Aquila d'oro, che riluceva alla testa della legione, era

argomento della loro più tenera divozione; nè si riputava cosa meno

empia che infame, l'abbandonare quella sacra insegna nel tempo del

pericolo[49]. Questi motivi, che dovevano la loro forza alla

immaginazione, erano avvalorati da timori e da speranze di un genere più

sostanziale. La paga regolare, i donativi nelle diverse occasioni, ed

una sicura ricompensa alla fine del servizio, alleggerivano le asprezze

della vita militare[50], mentre dall'altra parte era impossibile alla

codardia o alla disobbedienza di schivare il più severo castigo. I

Centurioni potevano castigare con le percosse; i Generali avevano

diritto di punir con la morte; ed era massima inflessibile della

disciplina romana, che un buon soldato dovea temere i suoi uffiziali più

che i nemici. Da tali lodevoli artifizj il valore delle truppe imperiali

ricevè un grado di fermezza e di docilità, di cui non eran capaci le

impetuose ed irregolari passioni dei Barbari.

E non ostante i Romani eran sì persuasi dell'imperfezione del valore,

disgiunto dalla perizia e dalla pratica, che nella lor lingua il nome di

una armata era tratto dalla parola che significa esercizio[51]. Gli

esercizj militari erano l'importante e continuo oggetto della lor

disciplina. Le reclute ed i soldati novizj venivano costantemente

esercitati la mattina e la sera, nè l'età o la perizia poteano esentare

i veterani dalla giornaliera ripetizione di ciò che avevano

perfettamente imparato. Si fabbricavano vaste gallerie nei quartieri

d'inverno, affinchè le loro utili fatiche non fossero in alcun modo

interrotte dai tempi i più procellosi; e si osservava diligentemente che

le armi, destinate a questa guerra simulata, fossero di peso doppio di

quello che si richiedeva nell'azione reale[52]. Non è il fine di questa

opera l'entrare in alcuna minuta descrizione dei romani esercizj.

Soltanto osserveremo che comprendevano tutto ciò che poteva accrescer

forza al corpo, attività alle membra, o grazia ai movimenti. I soldati

erano diligentemente ammaestrati a marciare, a correre, a saltare, a

nuotare, a portare gravi pesi, a maneggiare ogni sorta d'armi, che si

usasse per offesa o per difesa, o in battaglia lontana, o in un assalto

più stretto, a fare una varietà di evoluzioni, ed a moversi a suon di

flauto nel ballo pirrico o marziale[53]. In mezzo alla pace le truppe

romane si rendevano familiare la pratica della guerra; e bene osserva un

antico Istorico, il quale avea combattuto contro di loro, che

l'effusione del sangue era la sola circostanza che distinguesse un campo

di battaglia da un campo di esercizio[54]. Era politica dei più abili

Generali, ed anche degli stessi Imperatori, d'incoraggiare con la loro

presenza e col loro esempio questi studj militari; e sappiamo che

Adriano e Traiano si degnavano spesso d'istruire i soldati inesperti, di

rimunerare i diligenti, e talvolta di disputare con essi il premio della

superiorità nella forza o nella destrezza[55]. Nei regni di questi

Principi la tattica fu coltivata con buon successo; e finchè l'Impero

ebbe qualche vigore, le loro istruzioni militari furono rispettate come

il più perfetto modello della disciplina romana.

Nove secoli di guerra avevano a poco a poco introdotto nel servizio

militare molte alterazioni e molti miglioramenti. Le legioni, secondo la

descrizione che ne dà Polibio[56], al tempo delle guerre Puniche,

differivano molto sostanzialmente da quelle che riportarono le vittorie

di Cesare, o difesero la monarchia sotto Adriano e gli Antonini. Lo

stato della Legione Imperiale si può descrivere in poche parole[57].

L'infanteria grave, che componeva la sua forza principale,[58] era

divisa in dieci coorti, e cinquantacinque compagnie, sotto gli ordini di

un numero corrispondente di Tribuni e di Centurioni. La prima coorte,

che sempre pretendeva il posto di onore, e la custodia dell'Aquila, era

composta di 1105 soldati, i più esperimentati per valore e per fedeltà.

Le altre nove coorti erano ciascuna di 555 e l'intero corpo

dell'infanteria legionaria ascendeva a 6100 uomini.

Le loro armi erano uniformi, e maravigliosamente adattate alla natura

del loro servizio; un elmo aperto con un alto cimiero, un pettorale, o

un giacco di maglia, le gambiere, e un ampio scudo dal braccio sinistro.

Lo scudo era di figura bislunga e concava, quattro piedi lungo, e largo

due e mezzo, fatto di un legno leggiero, coperto di pelle di toro, e

fortemente difeso con piastre di rame. Oltre una lancia più leggiera, il

soldato legionario teneva nella diritta il formidabile _Pilo_, dardo

pesante, la cui maggior lunghezza era di sei piedi, e che era terminato

da una massiccia punta triangolare di acciaio, lunga diciotto

pollici[59]. Questo istrumento era per vero dire molto inferiore alle

moderne armi da fuoco; giacchè terminava in una sola scarica, alla

distanza soltanto di dieci o dodici passi. Quando però era lanciato da

una mano forte ed esperta, non v'era cavalleria alcuna che ardisse

avanzarsi dentro il suo tiro, nè scudo, nè corsaletto che potesse

sostenere l'impetuosità del suo peso. Appena il soldato romano avea

lanciato il suo _Pilo_, sguainava la spada, e correva alle strette con

il nemico. Questa era una lama spagnuola corta e ben temprata a doppio

filo, e propria ad usarsi egualmente e di taglio e di punta; ma il

soldato era sempre avvertito di preferire l'ultimo modo, poichè così il

suo corpo restava meno esposto, mentre portava più pericolosa ferita al

nemico[60]. La legione ordinariamente si schierava con otto soldati di

profondità, e si lasciava la regolar distanza di tre piedi sì tra le

file che tra gli ordini[61]. Un corpo di truppe assuefatto a conservare

quest'ordine di distanza, schierato in una larga fronte, e pronto a

correr velocemente all'assalto, era atto ad eseguire qualunque

disposizione, che le circostanze della guerra, o l'abilità del

condottiere potessero suggerire. Il soldato aveva un libero spazio per

le sue armi ed i suoi movimenti, e si lasciavano intervalli bastanti,

per li quali si potessero a tempo introdurre rinforzi in sostegno de'

combattenti spossati[62]. Le tattiche dei Greci e dei Macedoni erano

fondate sopra principj molto diversi. La forza della falange consisteva

in sedici file di lunghe picche, serrate strettamente fra loro[63]. Ma

presto si scoprì con la riflessione non meno che con l'esperienza, che

la forza della falange non poteva contrastare con l'attività della

legione[64].

La cavalleria, senza la quale la forza della legione sarebbe rimasta

imperfetta, era divisa in dieci truppe o squadroni; il primo, come

compagno della prima coorte, era composto di 132 uomini, mentre ciascuno

degli altri nove ascendeva solamente a 66. L'intero corpo formava (se si

può usare la moderna espressione) un reggimento di 726 cavalli,

naturalmente unito con la sua propria legione, ma separato secondo il

bisogno per agire nella linea, e per comporre una parte delle ali

dell'armata[65]. La cavalleria degl'Imperatori non era più composta,

come quella dell'antica repubblica, dei più nobili giovani di Roma e

dell'Italia, i quali facendo il loro servizio militare a cavallo, si

preparavano per gli uffizj di Senatore e di Console; e sollecitavano con

azioni di valore i futuri suffragi dei loro concittadini[66]. Dopo la

mutazione dei costumi del governo i più facoltosi dell'ordine equestre

erano impiegati nell'amministrazione della giustizia e delle pubbliche

rendite[67], e qualora abbracciavano la professione dell'armi, era loro

immediatamente affidata la guida di una truppa di cavalli, o di una

coorte di uomini a piedi[68]. Traiano ed Adriano levarono la loro

cavalleria dalle stesse province, e dalla stessa classe di sudditi, che

fornivano gli uomini per la legione. I cavalli erano per la maggiore

parte di Spagna o di Cappadocia. La cavalleria romana disprezzava

l'armatura intera, con cui s'aggravava la cavalleria orientale. Le sue

più solite armi consistevano in un elmo, in uno scudo bislungo, in

leggieri stivali, e in un giacco di maglia. Un dardo, ed una lunga e

larga spada erano le principali armi di offesa. L'uso delle lance e

delle mazze di ferro sembra che lo prendesse dai Barbari[69].

La salvezza e l'onore dell'Impero eran principalmente affidati alle

legioni, ma la politica di Roma condescendeva ad adottare qualunque

utile strumento di guerra. Si facevano regolarmente leve considerabili

tra i provinciali, che non aveano ancora meritata l'onorevole

distinzione di cittadini romani. Si permetteva a vari Principi, ed a

varie Comunità, sparse intorno alle frontiere dipendenti, di conservare

per un tempo la loro libertà e sicurezza con l'obbligo di prestar

servizio militare[70]. Eziandio le truppe scelte dei Barbari nemici

erano spesso forzate o indotte ad esercitare il loro pericoloso valore

in climi remoti, e in servizio dello Stato[71]. Tutti questi eran

compresi sotto il nome generale di ausiliari, e comunque potessero

variare per la diversità dei tempi o delle circostanze, rare volte però

il loro numero era inferiore a quello delle legioni medesime[72]. Le

truppe più valorose e fedeli tra le ausiliari erano poste sotto il

comando dei Prefetti e dei Centurioni e severamente esercitate nelle

arti della disciplina romana; ma per la maggior parte ritenevano quelle

armi, alle quali più particolarmente le rendevano atte o la natura della

patria, o la prima educazione della vita. Con queste istituzioni ogni

legione, a cui si assegnava una certa porzione di ausiliari, conteneva

in se ogni sorta di truppe più leggiere, e di armi lanciabili; ed era

capace di affrontarsi con ogni nazione per la superiorità delle sue

rispettive armi e della sua disciplina[73]. Nè era la legione priva

affatto di ciò che nel moderno linguaggio si chiamerebbe treno di

artiglieria. Consisteva questo in dieci macchine militari delle più

grandi, ed in cinquantacinque più piccole, ciascuna delle quali

obliquamente o orizzontalmente lanciava pietre e dardi con violenza

irresistibile[74].

Il campo di una legione Romana presentava l'aspetto di una città

fortificata[75]. Appena ne era segnato la spazio, i guastatori ne

spianavano esattamente il terreno, e toglievano ogni impedimento che

potesse interromperne la perfetta regolarità. La sua forma era

perfettamente quadrangolare; e può calcolarsi che un quadrato, del quale

ogni lato era quasi due mila piedi, bastava per l'accampamento di 20000

romani; sebbene un simil numero delle nostre truppe presenterebbe al

nemico una fronte di un'estensione più che triplicata. In mezzo al

campo, il Pretorio o sia quartier generale, signoreggiava tutti gli

altri; la cavalleria, l'infanteria e gli ausiliari occupavano i loro

respettivi posti; le strade erano ampie e perfettamente diritte, e si

lasciava da tutte le parti uno spazio vuoto di 200 piedi tra le tende e

il terrapieno. Questo era ordinariamente alto dodici piedi, armato con

una linea di palizzate forti e incrociate, e difeso da una fossa

profonda e larga dodici piedi. Questo importante lavoro si faceva dai

legionari medesimi, ai quali l'uso della zappa e della vanga non era

meno familiare che quello della spada o del pilo. Una valorosa attività

può sovente esser dono della natura: ma una diligenza così paziente non

può esser frutto che dell'abito e della disciplina[76].

Ogni volta che la tromba dava il segno della partenza, il campo era

quasi in un istante disfatto; e le truppe correvano ai loro ordini senza

tardanza o confusione. Oltre le loro armi, che i legionari appena

consideravano come un imbarazzo, portavano ancora i loro utensili da

cucina, gl'instrumenti di fortificazione, e la provvisione di molti

giorni[77]. Sotto questo peso che opprimerebbe la delicatezza di un

soldato moderno, erano avvezzati a fare di passo regolare quasi venti

miglia in sei ore[78]. All'apparir del nemico gettavano il lor bagaglio,

e con evoluzioni facili e rapide convertivano la colonna di marcia in

ordine di battaglia[79]. I frombolieri e gli arcieri scaramucciavano

alla fronte; gli ausiliari formavano la prima linea, ed erano secondati

o sostenuti dal nerbo delle legioni. La cavalleria copriva i fianchi, e

le macchine militari erano poste nella retroguardia.

Tali erano le arti della guerra, con le quali gl'Imperatori Romani

difesero le loro vaste conquiste, e conservarono lo spirito militare in

un tempo, in cui ogni altra virtù era oppressa dal lusso e dal

dispotismo. Se nella considerazione de' loro eserciti noi passiamo dalla

loro disciplina al lor numero, non sarà facile il definirlo con

sufficiente esattezza. Si può computare però che la legione, la quale

per se stessa era un corpo di 6831 soldati romani, poteva con i suoi

seguaci ausiliari ascendere a quasi 12500 uomini. Lo stato delle truppe

di Adriano e de' suoi successori in tempo di pace non era composto di

meno che di trenta di questi formidabili corpi; e formava molto

probabilmente una forza permanente di 375000 uomini. In vece di esser

confinate tra le mura delle città fortificate, che i Romani riguardavano

come il rifugio della debolezza o della pusillanimità, le legioni erano

accampate sulle rive dei gran fiumi, e lungo le frontiere dei Barbari.

Siccome i loro quartieri restavano per la maggior parte fissi e

permanenti, possiamo arrischiarci a descrivere la distribuzion delle

truppe. Tre legioni bastavano per la Britannia. La forza principale era

sul Danubio e sul Reno, e consisteva in sedici legioni distribuite in

questo modo; due nella Germania inferiore, e tre nella superiore; una

nella Rezia, una nel Norico, quattro nella Pannonia, tre nella Mesia, e

due nella Dacia. La difesa dell'Eufrate era affidata a otto legioni, sei

delle quali erano poste nella Siria, e le altre due nella Cappadocia.

Riguardo all'Egitto, all'Affrica e alla Spagna, siccome erano molto

lontane dal divenire importante teatro di guerra, una sola legione

manteneva la domestica tranquillità di ciascuna di queste vaste

province. Neppur l'Italia era lasciata priva di forza militare. Quasi

20000 soldati scelti, e distinti con titoli di coorti della città e di

guardie pretoriane, vegliavano alla salvezza del Monarca e della

capitale. I Pretoriani, come autori di quasi tutte le rivoluzioni che

lacerarono l'Impero, richiameranno ben presto e strepitosamente la

nostra attenzione; ma nelle loro armi e nelle loro istituzioni non

possiamo trovare alcuna circostanza che li distingua dalle legioni, se

questa non fosse una splendida comparsa, ed una disciplina men

rigorosa[80].

La forza navale mantenuta dagl'Imperatori potrebbe sembrare inadeguata

alla loro grandezza; ma era sufficientissima ad ogni util disegno del

Governo. L'ambizione dei Romani era limitata alla terra, nè mai quel

popolo bellicoso fu animato dallo spirito intraprendente, che aveva

spinto i naviganti di Tiro, di Cartagine e anche di Marsilia ad

estendere i confini del mondo, e ad esplorare le più remote coste

dell'Oceano. Era per li Romani l'Oceano un oggetto di terrore anzi che

di curiosità[81]; tutta l'estensione del Mediterraneo, dopo la

distruzion di Cartagine e l'estirpazione dei pirati, era inclusa dentro

le loro province. La politica degli Imperatori era soltanto diretta a

conservare il pacifico dominio di questo mare, ed a proteggere il

commercio dei loro sudditi. Con queste mire di moderazione, Augusto pose

due flotte permanenti nei porti più adatti dell'Italia, una a Ravenna

sull'Adriatico, l'altra a Miseno nella baia di Napoli. Pare che

l'esperienza col tempo convincesse gli antichi, che subito che le loro

galere eccedevano due o tre ordini di remi, erano più atte ad una vana

pompa che ad un servizio reale. Augusto medesimo, nella vittoria di

Azio, avea veduto la superiorità delle sue leggieri fregate (chiamate

liburnie) sopra i grandi, ma lenti castelli del suo rivale[82]. Di

queste liburnie esso compose le due flotte di Ravenna e di Miseno,

destinate a dominare, una la divisione orientale del Mediterraneo, e

l'altra l'occidentale, e ad ogni squadra unì un corpo di diverse

migliaia di marinari. Oltre questi due porti, che posson considerarsi

come le due sedi principali della marineria romana, ci aveano di

considerabili forze a Frejus sulla costa della Provenza, e l'Eusino era

difeso da quaranta bastimenti e tremila soldati. A tutto ciò aggiungasi

l'armata navale che proteggeva la comunicazione tra la Gallia e la

Britannia, ed un gran numero di navi continuamente mantenute sul Reno e

sul Danubio per inquietare il paese, o impedire il passaggio dei

Barbari[83]. Ora se noi recapitoliamo questo stato generale delle forze

imperiali, sì della cavalleria che dell'infanteria, delle legioni, degli

ausiliari, delle guardie e della marina, il più largo computo non ci

concede di portare il numero della milizia di mare e di terra a più di

450000 uomini; potenza militare, che per quanto possa formidabil parere,

fu uguagliata da un Monarca dell'ultimo secolo, il cui regno è ristretto

nei confini di una sola provincia dell'Impero romano[84].

Noi abbiam procurato di esporre lo spirito che moderava, e la forza che

sosteneva la potenza di Adriano e degli Antonini. Prenderemo ora a

descriver con chiarezza e precisione le province una volta unite sotto

il loro dominio, ma adesso divise in tanti Stati indipendenti e tra loro

nemici.

La Spagna, estremità occidentale dell'Impero, della Europa, e del mondo

antico, ha in ogni tempo conservati invariabilmente gli stessi naturali

confini; i monti Pirenei, il Mediterraneo e l'Oceano Atlantico. Questa

gran penisola, ora così inegualmente divisa tra due Sovrani, fu

distribuita da Augusto in tre province, la Lusitania, la Betica e la

Tarraconese. Il regno del Portogallo è succeduto al paese guerriero dei

Lusitani: e la perdita sofferta dalla prima verso levante, è compensata

da un aumento di territorio verso tramontana. I confini della Granata e

dell'Andaluzia corrispondono a quelli dell'antica Betica. Il resto della

Spagna, la Galizia e le Asturie, la Biscaglia e la Navarra, Leone e le

due Castiglie, Murcia, Valenza, Catalogna ed Aragona, tutte

contribuirono a formare il terzo e più considerabile dei Governi romani,

che dal nome della sua capitale era chiamato la provincia di

Tarragona[85]. Tra i barbari nativi, i Celtiberi erano i più possenti,

ed i Cantabri e quelli delle Asturie furono i più ostinati. Confidati

nella forza de' loro monti, furon gli ultimi che si sottomisero alle

armi romane, ed i primi che scossero il giogo degli Arabi.

L'antica Gallia, comprendendo tutto il paese che è tra i Pirenei, le

Alpi, il Reno e l'Oceano, era più estesa che la Francia moderna. Ai

dominj di quella possente Monarchia, con i suoi recenti acquisti

dell'Alsazia e della Lorena, conviene aggiungere il ducato di Savoia, i

Cantoni degli Svizzeri, i quattro Elettorati del Reno, ed i territorj di

Liegi, Lucemburgo, Hannonia, le Fiandre ed il Brabante. Quando Augusto

diede leggi alle conquiste di Suo padre, introdusse una divisione della

Gallia adattata al progresso delle legioni, al corso dei fiumi, ed alle

principali distinzioni nazionali di un paese che avea contenuto più di

cento Stati indipendenti[86]. La costa marittima del Mediterraneo, la

Linguadoca, la Provenza e il Delfinato ricevevano il loro nome

provinciale dalla colonia di Narbona. Il Governo dell'Aquitania si

stendeva dai Pirenei fino alla Loira. Il paese tra la Loira e la Senna

era chiamato Gallia Celtica; e presto trasse un'altra denominazione

dalla celebre Colonia di Lugduno o Lione. La provincia Belgica giace di

là dalla Senna, e più anticamente era stata limitata solamente dal Reno,

ma poco avanti i tempi di Cesare, i Germani, abusando della loro

superiorità di valore, avevano occupata una considerabile porzione del

territorio Belgico. I conquistatori romani abbracciarono molto

volentieri una occasione così lusinghiera, e la frontiera gallica del

Reno, da Basilea a Leida, ricevè i pomposi nomi di Germania superiore e

inferiore[87]. Tali, sotto il regno degli Antonini, erano le sei

province della Gallia, la Narbonese, l'Aquitana, la Celtica o Lionese,

la Belgica e le due Germanie.

Abbiamo già avuta occasione di mentovar la conquista della Britannia, e

fissare i confini della provincia romana in quell'isola. Comprendeva

essa tutta l'Inghilterra, il principato di Galles, e la bassa Scozia che

si estende fino a Dumbarton ed Edimburgo. Avanti che la Britannia

perdesse la sua libertà, il paese era irregolarmente diviso in trenta

tribù di Barbari, de' quali i più riguardevoli erano i Belgi

all'occidente, i Briganti a tramontana, i Siluri a mezzo giorno del

paese di Galles, e gl'Iceni in Norfolk e in Suffolk[88]. Per quanto si

può notare o dar fede alla somiglianza dei costumi e della lingua, la

Spagna, la Gallia, e la Britannia, erano popolate dalla stessa feroce

razza di selvaggi, i quali, prima che cedessero alle armi romane, spesso

disputarono il terreno, e spesso rinnovarono le contese. Dopo la lor

sommissione, essi costituirono la divisione occidentale delle province

europee, che si estendeva dalle colonne d'Ercole alla muraglia di

Antonino, e dalla foce del Tago alle sorgenti del Reno e del Danubio.

Avanti la conquista fattane dai Romani, il paese che è ora chiamato

Lombardia, non era considerato come parte dell'Italia. Era stato

occupato da una possente colonia di Galli, che stabilitisi lungo le rive

del Po, dal Piemonte fino alla Romagna, portarono le loro armi, e

sparsero il loro nome dalle Alpi all'Apennino. I Liguri abitavano la

scoscesa costa che ora forma la repubblica di Genova. Venezia non era

ancor nata, ma i territorj di quello Stato, che giacciono all'oriente

dell'Adige, erano abitati dai Veneti[89]. La metà della penisola, che

ora compone il ducato della Toscana e lo Stato Ecclesiastico, era

l'antica sede degli Etruschi e degli Umbri; ai primi dei quali l'Italia

doveva i rudimenti della vita civile[90]. Il Tevere scorreva ai piedi

dei sette colli di Roma, e il paese de' Sabini, dei Latini e dei Volsci

da quel fiume alle frontiere di Napoli, fu il teatro delle suo prime

vittorie. Su quella terra famosa i primi Consoli meritarono i trionfi; i

loro successori l'adornarono di ville, e la posterità di questi vi ha

eretto conventi[91]. Capua e la Campagna possedevano l'immediato

territorio di Napoli; il rimanente del Regno era abitato da molte

guerriere nazioni, i Marsi, i Sanniti, gli Apuli e i Lucani; e le coste

marittime erano state occupate dalle floride colonie dei Greci. È da

osservarsi che quando Augusto divise l'Italia in undici regioni, la

piccola provincia dell'Istria fu annessa a quella sede del dominio

romano[92].

Le province europee di Roma eran difese dal corso del Reno e del

Danubio. L'ultimo di questi gran fiumi, che ha la sorgente in distanza

di sole trenta miglia dal primo, scorre più di mille trecento miglia per

la maggior parte verso scirocco, ed ingrossato dal tributo di sessanta

fiumi navigabili, sbocca finalmente per sei foci nell'Eusino, che sembra

appena proporzionato al ricevimento di tante acque[93]. Le province del

Danubio presto ebbero la general denominazione di Illirico, o frontiera

Illirica[94], e furono riguardate come le più bellicose dell'Impero; ma

meritano di esser più particolarmente considerate sotto i nomi di Rezia,

Norico, Pannonia, Dalmazia, Dacia, Mesia, Tracia, Macedonia, e Grecia.

La provincia della Rezia, che ben presto fece obbliare il nome dei

Vindelici, si estendeva dalla sommità delle Alpi alle rive del Danubio,

dalla sua sorgente sin dove si unisce con l'Inn. La maggior parte del

paese piano è ora soggetta all'Elettor di Baviera; la città di Ausburgo

è protetta dalla costituzione dell'Impero germanico; i Grigioni sono

sicuri nelle loro montagne, e il Tirolo è contato tra le numerose

province della Casa d'Austria.

Il vasto territorio compreso tra l'Inn, il Danubio e la Sava, l'Austria,

la Stiria, la Carintia, la Carniola, la bassa Ungheria e la Schiavonia,

erano conosciute dagli antichi sotto il nome di Norico, e di Pannonia.

Nello stato originario d'indipendenza, que' fieri abitatori si tenevano

intimamente collegati fra loro. Sotto il governo romano furono

frequentemente uniti, e sono tuttora il patrimonio di una sola famiglia.

Ora contengono la residenza di un Principe tedesco, che s'intitola

Imperator de' Romani, e formano il centro non meno che la forza della

potenza Austriaca. Non è inutile l'osservare, che eccettuata la Boemia,

la Moravia, le frontiere settentrionali dell'Austria, ed una parte

dell'Ungheria fra il Tibisco ed il Danubio, tutti gli altri dominj della

Casa d'Austria erano contenuti nei confini dell'Impero romano.

La Dalmazia, a cui più propriamente apparteneva il nome d'Illirico, era

un tratto lungo, ma stretto, tra la Sava e l'Adriatico. La parte

migliore della costa marittima, che ancora ritiene il suo antico nome, è

una provincia dello Stato veneto, e la sede della piccola repubblica di

Ragusa. Le parti interiori hanno i nomi schiavoni di Croazia e di

Bosnia; la prima obbedisce a un governatore austriaco e la seconda ad un

bassà turco; ma tutto il paese è ancora infestato dalle tribù dei

Barbari, la cui selvaggia indipendenza segna irregolarmente il dubbio

confine della potenza cristiana e maomettana[95].

Il Danubio, dopo aver ricevute le acque del Tibisco e della Sava,

portava, almeno tra i Greci, il nome d'Istro[96]. Prima divideva la

Mesia e la Dacia, l'ultima delle quali, come abbiamo già visto, fu una

conquista di Traiano, e la sola provincia di là dal fiume. Se noi

esaminiamo lo stato presente di queste contrade, troveremo che alla

sinistra del Danubio quella di Temisvar e la Transilvania sono state

annesse dopo molte rivoluzioni alla corona dell'Ungheria; mentre i

principati della Moldavia e della Valachia riconoscono l'alto dominio

della Porta Ottomana. Alla destra del Danubio, la Mesia, che nei secoli

di mezzo fu divisa nei barbari regni della Servia e della Bulgaria, è di

nuovo riunita sotto la schiavitù de' Turchi.

Il nome di Romelia, che i Turchi danno tuttora alle vaste regioni della

Tracia, della Macedonia e della Grecia, conserva la memoria del loro

antico stato sotto l'Impero romano. Nel tempo degli Antonini, la

bellicosa Tracia, dalle montagne dell'Emo e di Rodope fino al Bosforo ed

all'Ellesponto, aveva presa la forma di una provincia. Non ostante il

cambiamento di Sovrani, e di religione, la nuova città di Roma, fondata

da Costantino sul lido del Bosforo, si è sempre di poi mantenuta la

capitale di una gran monarchia. La Macedonia, che sotto il regno di

Alessandro diede leggi all'Asia, ricavò vantaggi più solidi dalla

politica dei due Filippi; e con le sue dipendenze dell'Epiro e della

Tessaglia, si estese dall'Egeo fino al mar Ionio. Quando si riflette

alla fama di Tebe e di Argo, di Sparta e di Atene, si può credere appena

che tante immortali repubbliche dell'antica Grecia fossero confuse in

una sola provincia dell'Impero romano, la quale per la superiore

influenza della lega Achea fu ordinariamente chiamata la provincia di

Acaia.

Tale era lo stato dell'Europa sotto gl'Imperatori romani. Le province

dell'Asia, senza eccettuarne le passeggiere conquiste di Traiano, sono

tutte comprese dentro i limiti dell'Impero turco. Ma invece di seguitare

le arbitrarie divisioni del dispotismo e dell'ignoranza, sarà cosa più

sicura e più grata l'osservare i caratteri indelebili della natura. Il

nome d'Asia Minore si dava con qualche proprietà alla penisola, che,

confinata tra l'Eusino e il Mediterraneo, si avanza dall'Eufrate verso

l'Europa. La più estesa e florida sua divisione verso l'occidente del

monte Tauro e del fiume Ali, veniva distinta dai Romani col titolo

esclusivo di Asia. La giurisdizione di quella provincia si estendeva

sopra le antiche monarchie di Troia, di Lidia, e di Frigia, i paesi

marittimi dei Panfilj, dei Licj e dei Carj, e le colonie greche

dell'Ionia, che nelle arti, ma non nelle armi, uguagliavano la gloria

della lor madre. I regni della Bitinia e del Ponto possedevano la parte

settentrionale della penisola da Costantinopoli a Trebisonda. Dalla

parte opposta, la provincia della Cilicia era terminata dalle montagne

della Siria; la terra ferma, che il fiume Ali separava dall'Asia romana,

e l'Eufrate dall'Armenia, aveva formato una volta l'indipendente regno

della Cappadocia. Qui possiamo osservare che i lidi settentrionali

dell'Eusino, di là da Trebisonda nell'Asia, e di là dal Danubio

nell'Europa, riconoscevano la sovranità degl'Imperatori, e ricevevano

dalle lor mani o Principi tributarj, o guarnigioni romane. Budzak, la

Tartaria-Crimea, la Circassia e la Mingrelia sono i moderni nomi di

quelle selvagge contrade[97].

Sotto i successori di Alessandro, la Siria era la sede dei Seleucidi,

che regnavano nell'Asia superiore, finchè la fortunata ribellione de'

Parti circoscrisse i loro dominj tra l'Eufrate ed il Mediterraneo.

Quando la Siria fu sottomessa ai Romani, formò la frontiera orientale

del loro Impero; nè conobbe questa provincia, nella sua più gran

larghezza, altri limiti che le montagne della Cappadocia a tramontana, e

verso il mezzogiorno i confini dell'Egitto ed il mar Rosso. La Fenicia e

la Palestina furono talora annesse alla giurisdizione della Siria, e

talora ne furono separate. La prima di queste era una costa stretta e

scoscesa; la seconda era un territorio superiore appena a quello di

Galles in fertilità ed in estensione. Contuttociò la Fenicia e la

Palestina vivranno sempre nella memoria degli uomini; perocchè sì

l'America che l'Europa hanno da una ricevute le lettere, e dall'altra la

religione[98]. Un arenoso deserto, privo di alberi e d'acqua, si

stendeva lungo l'incerto confine della Siria, dall'Eufrate al mar Rosso.

La vita errante degli Arabi era inseparabilmente connessa con la loro

indipendenza, ed ogni volta che si arrischiarono a piantare abitazioni

sopra terreni meno infecondi, divennero tosto sudditi dell'Impero

romano[99].

I geografi dell'antichità sono stati spesso incerti a qual parte del

globo dovessero riferire l'Egitto[100]. Per la sua situazione questo

celebre regno è incluso nella immensa penisola dell'Affrica, ma è

solamente accessibile dalla parte dell'Asia, alle cui rivoluzioni, quasi

in ogni periodo della storia, ha l'Egitto umilmente obbedito. Un

prefetto romano sedeva sul magnifico trono dei Tolomei; e lo scettro di

ferro dei Mammalucchi è ora nelle mani di un bassà turco. Il Nilo scorre

per quel paese quasi cinquecento miglia dal Tropico del Cancro al

Mediterraneo, e indica ad ogni parte la maggiore o minor fertilità con

la misura delle sue inondazioni. Cirene, posta verso l'occidente e lungo

la costa marittima, fu prima una colonia greca, dipoi una provincia

dell'Egitto, ed ora è perduta nel deserto di Barca.

Da Cirene all'Oceano, la costa dell'Affrica si estende sopra 1500

miglia; ma è così strettamente serrata tra il Mediterraneo, e il Saara,

o sia Deserto arenoso, che la sua larghezza rade volte eccede ottanta o

cento miglia. La divisione orientale era considerata dai Romani come la

provincia più particolare, e propria dell'Affrica. Fino all'arrivo delle

colonie fenicie, quel fertil paese era abitato dai Libj, i più selvaggi

di tutti gli uomini. Sotto l'immediata giurisdizione di Cartagine,

divenne il centro del commercio e dell'Impero; ma la repubblica di

Cartagine è ora degenerata nelle deboli e disordinate Reggenze di

Tripoli e di Tunisi. Il governo militare di Algeri opprime la vasta

estensione della Numidia, come era unita una volta sotto Massinissa e

Giugurta: ma al tempo di Augusto, i limiti della Numidia furon

ristretti; e due terzi almeno del paese presero il nome di Mauritania,

con l'aggiunto di Cesariense. La vera Mauritania, o sia il paese dei

Mori, che dall'antica città di Tingi, o Tangeri, era distinta con il

nome di Tingitana, è rappresentata dal moderno regno di Fez. Salè

sull'Oceano, così infame adesso per le depredazioni de' suoi pirati, era

considerata dai Romani come l'ultimo oggetto della loro potenza, e quasi

della lor geografia. Si scopre ancora una città fondata da loro vicino a

Mequinez, residenza di quel Barbaro, che ci abbassiamo a chiamare

Imperator di Marocco; ma non pare che i suoi più meridionali dominj,

Marocco stesso e Segelmessa fossero mai compresi nella provincia romana.

Le parti occidentali dell'Affrica sono traversate dalle catene del monte

Atlante[101], nome così a vuoto celebrato dalla fantasia dei poeti; ma

che ora è diffuso sull'immenso Oceano, il quale scorre tra il vecchio

continente ed il nuovo[102].

Avendo ora finito il circuito dell'Impero romano, possiamo osservare,

che l'Affrica è divisa dalla Spagna da un piccolo stretto di quasi

dodici miglia pel quale l'Atlantico si volge nel Mediterraneo. Le

Colonne di Ercole, così famose presso gli antichi, erano due montagne

che sembravano essere state distaccate da qualche sconvolgimento degli

elementi; ed a' piedi della montagna europea è ora situata la fortezza

di Gibilterra. L'intera estensione del Mediterraneo, le sue coste e le

sue isole erano comprese nel dominio romano. Delle isole più grandi, le

due Baleari, che traggono i lor nomi di Maiorca e Minorca dalla

rispettiva loro grandezza, sono adesso soggette, la prima alla Spagna e

la seconda alla Gran-Britannia. È più facile il deplorare che descrivere

l'attuale condizione della Corsica. Due Sovrani italiani assumono il

titolo regio dalla Sardegna e dalla Sicilia. Il regno di Creta o Candia,

con quel di Cipro, e molte delle più piccole isole della Grecia e

dell'Asia, sono state soggiogate dalle armi ottomane; mentre il piccolo

scoglio di Malta sfida la lor potenza, e sotto il governo del suo Ordine

militare è cresciuto in fama e in ricchezza[103].

Questa lunga enumerazione di province, i cui divisi frammenti hanno

formati tanti possenti regni, può quasi indurci a perdonare agli antichi

la lor vanità o la loro ignoranza. Abbagliati dall'esteso dominio, dalla

forza irresistibile, e dalla reale o affettata moderazione

degl'Imperatori, disprezzavano, e talvolta obbliavano le remote

contrade, che erano state lasciate nel godimento di una barbara

indipendenza; e a poco a poco ei presero la licenza di confondere

l'Impero romano con il globo della Terra[104]. Ma il carattere e le

cognizioni di uno storico moderno richiedono un linguaggio più sobrio e

preciso. Questi può imprimere una più giusta immagine della grandezza

romana, facendo osservare che l'Impero avea sopra 2000 miglia di

larghezza dalla muraglia di Antonino e dai confini settentrionali della

Dacia, al Monte Atlante e al Tropico del Cancro; che si stendeva in

lunghezza per più di 3000 miglia dall'Oceano occidentale all'Eufrate;

che era situato nella più bella parte della Zona temperata, tra i gradi

ventiquattro e cinquantasei di latitudine Settentrionale; e che si

supponeva contenere più di un milione e seicento mila miglia quadre, la

maggior parte di terra fertile e ben coltivata[105].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 01 · 第 22 / 45 题