A poco a poco il cortile si era vuotato. Ora un'improvvisa calura
sciroccale umida e greve occupava l'aria; il sole scottava. In quello
spiazzato irregolare, tutt'intorno rinserrato da muri alti e interrotti
da linee non simmetriche di finestre e di poggiuoli, la luce pioveva
come in un pozzo e vi si raccoglieva pesantemente. A uno de' poggiuoli
era seduta una reclusa, incinta, e rammendava un panno bianco che le
si distendeva sul ventre rotondo e gonfio: ella guardava abbasso, di
volta in volta, e levava un lembo del panno per passarlo e ripassarlo
sulla fronte sudata. Due altre donne, affacciate alla finestra accanto,
chiacchieravano, e una fumava una sigaretta e sputava continuamente
sotto, su un mucchio di calcinacci. E passavano e ripassavano
davanti alle alte finestre altre recluse e attraversavano corridoi e
dormitorii, dai quali usciva un confuso vocio, uno strepito di voci
discordi e di risate, un fracasso di porte e di vetrate sbattute. Nella
infermeria, i cui quattro poggiuoli stampavano sul bianco muro rivolto
a mezzodì il vivace colore de' loro stipiti dipinti di verde, una
suora già era sopraggiunta e apriva le persiane, sbattacchiandole sul
cortile. Accanto, vestita d'un camice grigiastro e tutta raccolta sopra
uno sgabelletto, a un cantone d'un altro poggiuolo, una malata infilava
alla gamba nuda una calza, e si voltava a quel romore.
Improvvisamente la campanella del refettorio tintinnò: le tre porte del
refettorio s'apersero, giù a pianterreno, sotto gli archi che da quel
lato gli facevano ricorrere davanti un breve peristilio. Erano le otto
del mattino e a quell'ora le recluse scendevano a sorbire il caffè.
S'udì subito là dentro un romore di panche trascinate sul pavimento,
s'udirono cozzare le chicchere e a un tratto, mentre si faceva un
silenzio profondo, una voce lenta, e nasale giunse di là fino al
cortile.
— Figliuole, un'altra giornata della nostra vita principia. Ringraziamo
la santa Vergine Maria che ci ha concesso di vivere quest'altra
giornata, e promettiamole di averla presente in tutte le nostre azioni.
Un'avemaria secondo la intenzione di ciascuna di voi.
Seguì un breve mormorio come di preghiere recitate sommessamente. Poi
ricominciarono lo strepito e il vocio.
— Hai sentito? — fece Cocotte a una spilungona che si trascinava
dietro una seggiola in cortile e vi cercava un posto all'ombra — Ci
raccomandano alla santa Vergine. I Gesuiti ci raccomandavano a quel
bravo Eterno Padre, ti ricordi?
Levò il braccio e puntò al refettorio la mano spiegata.
— Idiote! — minacciò.
E subito dette in una risata folle, tenendosi i fianchi, battendo i
piedi a terra, scotendo i pugni stretti.
L'altra aveva trovato l'ombra e s'era seduta. Aveva cavato un
coltellino e s'era messa a sbucciare un'arancia.
— Levati dal sole — ammonì.
E una voce, da una finestra, ripetette, forte:
— _Cocotte_, levati dal sole!
— Ieri il Padre Eterno, oggi la santa Vergine! — strillò _Cocotte_, —
Napoli! Roma! Firenze! Si cambia!
Ora s'accendeva e s'agitava, sorpresa da que' suoi vapori convulsivi
per cui si cominciava a mano a mano a mutare nel viso, a tremare, a
balbettare parole senza senso.
Fece ancora qualche passo verso gli archi del peristilio, e a un punto
si soffermò, piegandosi quasi, allungando il collo, spiando.
— La piccola!.. — mormorò.
Suora Vittoria appariva sotto un di quelli archi.
Allora l'epilettica le si avvicinò, pian piano, con un sorriso ebete.
— Badi! — fece alla suora quella dell'arancia, e si levò — Badi! È
malata!..
Suora Vittoria stese la mano, come per difendersi. _Cocotte_ glie
l'afferrò a volo e la strinse forte e la tenne fra le sue, borbottando.
Vi fu un silenzio pauroso. Ora l'epilettica, estatica, la bocca
spalancata, affisava la suora. E sul suo volto inquieto, impallidito
improvvisamente, e negli occhi suoi stralunati cresceva un terrore
subitaneo e angoscioso. Le sue labbra si sforzavano di articolar
parole che vi s'interrompevano confusamente e vi morivano tra un suono
gutturale. Poi, lentamente, le sue mani si rilassarono. Il balbettio
scemò, s'udì appena. Or ella si ritraeva, tutta raccolta sopra se
stessa, piegata, in un atteggiamento di bestia.
Mise un alto strido, d'un subito, e barcollò.
— Scendi, Rita! — gridò la spilungona a una finestra — Porta un cuscino!
Accorreva, con la bocca ancor piena.
— Qui! Qui! Voialtre! — vociava.
Sopraggiungevano le recluse, dal refettorio. _Cocotte_ era caduta sul
selciato, con un tonfo sordo. E come la suora, in quel punto, le aveva
profferto le braccia l'epilettica le si era avvinghiata a' fianchi, se
l'era trascinata addosso e se la premeva sul petto ansante.
Al sole ardente che lo investiva quel groppo di membra s'aggrovigliava
e sobbalzava. Le braccia di _Cocotte_, nude fino alla scapola
percotevano l'aria, i suoi denti stridevano, ed ella mugolava, come un
bruto ferito.
— Lasciala! — gridò la butterata alla suora — Scostati!..
Si chinò, l'afferrò per la vita e tentò di svellerla da quelle braccia
irrigidite e tenaci.
— Lasciala! — incalzava.
Ora _Cocotte_, sfinita, ricadeva di peso e restava immota.
La suora le passò una mano sotto il capo, si piegò, posò la sua guancia
su quella faccia stravolta e bruttata di sozza bava sanguigna.
La butterata, ginocchioni, le urlava, faccia a faccia:
— Ma sei pazza?..
La suora balbettò, soffocata da' singhiozzi:
— Mia madre.