Al quarto piano d'uno de' mastodontici palazzi del Vasto, un nuovo
rione risultato dalla bonifica delle paludi, rimpetto la stazione
ferroviaria, il maestro direttore d'orchestra Sponzilli — la cui
moglie, scappatagli di casa con un tenore, era finita di febbre gialla
in America — abitava l'interno 4 con la figliuola Sofia e una servetta,
l'Emilia, che in casa chiamavan Milia — una contadinotta di Corleto
Perticara.
S'era nel luglio. Presso alla finestra che affacciava sul vasto
cortile del palazzo Milia s'era posta a lavorare all'uncinetto.
Le mani pienotte e arrossate che, poco prima, avevano risciacquato
panni e pentole andavan lente: di volta in volta l'uncinetto, tra
quelle impratiche dita poco agili, s'arrestava e ricascava in grembo
alla giovanetta. E di su il davanzale della finestra, tra un vaso di
menta e i fascicoli d'un romanzo illustrato, il gatto di casa, che lì
aveva trovato il suo posticino al sole, la contemplava, ammiccando.
Un'afa sciroccale pesava sul cortile silenzioso: le ore d'un torrido
pomeriggio scorrevano tardissime.
Improvvisamente suonò, breve, una voce. La servetta trasalì e levò il
capo: si levò pure il gatto e fece arco della schiena e sbadigliò. La
voce veniva dalla camera da letto della signorina Sofia.
— Milia! Milia!
Il gatto scese dalla finestra e s'avviò. La servetta raccolse il
merlettino, il gomitolo, l'uncinetto e ammucchiò tutto sui fascicoli
del romanzo. Si levò e scosse il grembiale.
La voce interna insisteva:
— Milia! Milia!
— Uff! — fece Milia.
E rispose forte:
— Vengo, vengo! Son qua!
Nella cameretta della signorina era buio: gli scuri del balcone ella
aveva chiusi. Ma da quella commessura, avanzando fino a piè del letto,
si partiva come una sottil lama d'oro. Attorno l'ombra si raffittiva.
— Dove siete? — disse Milia.
— Qui, qui. Vien qui: senti...
E la sagoma del letto si svelò a poco a poco agli occhi della servetta.
Vagamente, nella penombra, cominciarono a pigliar rilievo un tavolo
tondo, il canterano, il divanetto.
— Senti, Milia, senti...
Dal letto si stese un braccio e l'agguantò. Una mano febbrile le
strinse il polso.
— Oh, Gesù! — fece Milia, impaurita.
Di su le coltri — s'era gettata bell'e vestita sul letto — la signorina
Sofia, sollevata sopra un gomito, si protendeva. Gli occhi di lei
lucevano nell'oscurità e la Milia, immota, si sentiva figgere addosso
quello sguardo ansioso.
— Milia, dimmi... Mi vuoi bene? E se la signorina tua ti chiede un
favore..... dimmi se ti chiede un favore, che le rispondi?
— Oh, signorinella! — balbettò Milia.
— Senti, un favore da niente... Ascolta bene. Tu devi andare da
Enrico... Alla ferrovia... Alle partenze, lo sai, dove si prendono i
biglietti...
La signorina frugava sotto l'origliere.
— Lo farai chiamare e gli darai questa lettera.
Nella penombra la busta della lettera biancheggiava. Milia ritrasse le
mani.
— Non vuoi? Non vuoi andare?..
Ora la signorina s'era levata a sedere sul letto e ricercava le piccole
ruvide mani che le erano sfuggite. Le ritrovò, le strinse, dolcemente,
lasciò tra quelle mani scivolare la lettera e le rinserrò.
— Perchè non vuoi? Di che hai paura? Tu lo sai, fino a stasera papà
non torna. Nessuno saprà nulla. Su, Milia! Come te lo devo dire? Vacci!
Fammi questa carità!
L'altra, irresoluta, taceva, rigirando la lettera fra le mani.
— Rispondi! Che vuoi fare? Non vuoi? Dunque alla signorina tua non le
vuoi più bene? Dì, non le vuoi più bene?
E a un tratto ruppe, afferrandole e squassandole le braccia:
— O vai tu, o mi levo e ci vado io!
— Date qua — piagnucolava la servetta — Ci vado, ci vado.....
La lettera era caduta a piè del letto. La servetta si chinò,
sospirando, e la raccolse.
— Che gli devo dire?
— Che voglio subito la risposta. E... se è vero.....
— Se è vero?..
— Se è vero quello che si dice.
— Che volete la risposta a quello che gli avete scritto e se è vero
quello che si dice.
— Così. Ora va. Ti ricordi? Alle partenze. Chiamalo fuori dell'ufficio.
La servetta si cacciò la lettera nel busto e uscì. Ripassando per la
stanza che poco fa aveva lasciato si fece alla finestra e guardò nel
cortile. Il gran cortile era deserto: a un angolo, per una delle porte
d'entrata, passava un gran chiaro e si diffondeva e dilagava sull'arido
selciato. La moglie del portinaio avea piantata al sole una seggiola e
appeso alla sua spalliera un sudicio lino del suo poppante. All'opposto
angolo, nell'ombra, la ruota immane per la fornitura dell'acqua
gocciolava e lo stillicidio incessante turbava una pozza d'acqua,
là sotto. Di fuori l'immenso rione nuovo del Vasto pareva morto: il
silenzio era alto: nessun romore, nessuna voce! Tratto tratto, dalla
parte delle paludi, lungo la ferrovia, fischiava lamentosamente una
locomotiva, due, tre volte.
Di faccia alla finestra ove la servetta s'indugiava era quella della
Marangi, la maestrina comunale. A poca distanza dal parapetto, seduta
a una tavola sulla quale posava la piccola macchina da cucire, la
Marangi scriveva, piegata su un mucchio di carte. Di volta in volta,
sostando, si leccava il medio della mano destra che s'era insudiciato
d'inchiostro e lo fregava a una pezzuola.
— Signorina Marangi — disse Milia — scusate tanto se vi disturbo. Io
vado per una commissione e lascio sola la mia signorina. Mi volete dare
un occhio alla porta?
La Marangi levò il capo. Rispose, breve:
— Va bene.
Si rimise a scrivere. S'udì lo sbattere della porta e Milia scese
le scale, canticchiando. Era così alto il silenzio che la Marangi
udì, chiaramente, la voce della servetta in cortile. Milia diceva al
portinaio:
— Don Angelo, non lasciate salire alcuno. La signorina è rimasta sola
in casa. Io vado per un soldo d'aghi e subito torno.
La Marangi, che aveva abbandonato il braccio sulla tavola e schiuse le
dita dalle quali era sfuggita la penna, sospirò profondamente. I suoi
grandi e dolci occhi azzurrini si velarono, stanchi, fra le ciglia.
Appena tornata dalla scuola s'era posta a rivedere i compiti delle sue
scolarette. Un mucchio di scritti infantili aspettava ancora i suoi
segni di correzione a matita azzurra. E la notte precedente avea così
poco dormito!
— Pazienza! — mormorò, passando e ripassando le dita sulle palpebre
grevi.
Come un'eco, dalla finestra dirimpetto, una voce ripetette:
— Pazienza!
— Oh, Sofia! Sei tu? — disse la Marangi.
Immobile, ritta presso il davanzale della sua finestra, la signorina
Sofia la guardava.
— Che fai, Laura!
La maestrina sorrise, malinconicamente. Con gli occhi indicò gli
scritti sparsi sulla tavola.
— Non vedi? Correggo compiti.
Rimasero mute per un po' tutte e due, contemplandosi.
— E tu che fai? — disse la Marangi.
— Nulla.
— Nulla? Troppo poco... Tu soffri, Sofia, tu soffri, lo so. Lo vedo.
Come sei pallida!
E il suo accento era buono e pietoso come i suoi buoni e dolci occhi
azzurrini.
Si levò dalla tavola e venne a porsi davanti alla finestra. Mise le
mani spiegate sul davanzale. E, gravemente, soggiunse:
— Senti, Sofia, lascialo! Io te lo volevo dire da tanto tempo! Pensa
a te, pensa a te! Quell'uomo lì non è fatto pel tuo carattere nobile
e fine. Lascialo. Egli ti lascerà, se non lo lasci. È tristo, è
ingeneroso... Perdonami, sai, non ti dolere..... È tristo, è tristo!..
Sofia Sponzilli tremava, bianca come un cencio. Tremavano le sue
piccole mani nervose e tormentavano i fascicoli del romanzo, il
gomitolo, il ricamo che Milia aveva dimenticato sulla finestra.
Rispose, piano:
— No... non posso.
— Ti lascerà! Lo vedrai.
— Ebbene se fa questo..... Vedrai, Laura!
La maestrina scosse la testa, pietosa. E si mise a riordinare,
macchinalmente, i suoi compiti sulla tavola.
— Tu non hai cuore per certe cose! — disse la Sponzilli, all'improvviso
— Tu non hai mai amato!
— Oh, figlia mia! — balbettò la maestrina, con tutta la commossa voce
del suo cuore pieno di ricordi e di rimprovero.
E le carte le sfuggirono di mano, ed ella chinò la testa e si sentì
piegare.
La Sponzilli era scomparsa. Laura Marangi scivolò lentamente lungo la
tavola, tornò a sedere al suo posto, riprese la penna e contemplò,
muta, meditando, i suoi compiti. Gli occhi le si erano empiti di
lagrime. Bagnò due o tre volte la penna, cercò un degli scritti nel
mucchietto che se n'era posto davanti. La mano e lo scritto, rimasero
lì, immoti. Ella si risovveniva, ora, di tutte le sue pene, di tutto
l'amor suo finito miseramente per una volgare questione d'interessi,
di denaro. Povera, anche lei: con una mamma vecchia, cieca, poveramente
pensionata, con un fratello ferroviere che or le voleva abbandonare per
ammogliarsi, e senz'altro, senz'altro, che uno stipendio meschino! E
senza più amore, e senza più speranza davanti allo oscuro avvenire!
Reclinò la testa bionda sul braccio e ve la posò e vi nascose la faccia.
Ora tornava Milia, dalla ferrovia: si udiva il romore de' suoi
zoccoletti, su per le scale. La porta di casa della Sponzilli s'aperse
e sbattette con uno strepito breve. La Marangi non si mosse, non
levò il capo. Piangeva piano, col volto sul braccio piegato: piangeva
amaramente, senza sapere perchè.
Suonò, all'improvviso, un alto grido angoscioso. La servetta apparì
alla finestra, con le mani ne' capelli, con la faccia stravolta.
— Milia! — gridò la Marangi.
— S'è buttata dal balcone! S'è buttata giù!.. — urlava Milia — Ah,
Madonna del Carmine! Signorina! Oh, Dio! La signorina mia ha avuto la
risposta da quel giovane e s'è buttata!..
La Marangi si coperse la faccia con le mani. Tentò di levarsi. Ricadde
sulla seggiola.
Balbettava:
— Oh, Sofia! Oh, Sofia mia!.. Oh, Dio! Dio! Dio!..
Milia si schiaffeggiava, pazzamente, urlando:
— Dal balcone! Dal balcone!..
Sparse. La porta di casa s'aperse con un fracasso spaventoso. La
servetta si precipitò per le scale. E su per ogni pianerottolo
s'apersero subito altri usci, e nel cortile si popolarono tutte le
finestre.
Una voce, dall'alto disse:
— Chi s'è buttata?
Un'altra rispose:
— La Sponzilli... La figlia del maestro di musica. Dall'altra parte.
Nella via Brindisi.
E dalla via Brindisi un vocio confuso e crescente salì alle finestre.
Ora la folla entrava nel cortile, e se ne udiva il susurro. Portavano
qualcuno.
La Marangi inorridita, si trasse addietro e s'appoggiò allo spigolo
della tavola. Si sentì mancare. Si provò a chiamar la madre e la voce
le venne meno.
Qualcuno, di furia, scendeva dall'ultimo piano. Un prete. Era il
fratello d'una vedova, capellano a Santa Maria delle Paludi.
Si affrettava, pallidissimo, abbottonando la sottana al sommo del
petto, con la stola sul braccio.
«COCOTTE»
Erano le cinque ore del mattino. La grande lampada posta davanti alla
statua di legno di Sant'Ignazio ardeva nella cappella del carcere
femminile di Santa Maria ad Agnone, ancora addormentato. Fra poco le
recluse avrebbero udito la campana della sveglia e sarebbero scese a
borbottare le solite preghiere nella penombra di quel tempietto freddo
e malinconico, i cui quattro finestroni affacciano sul tortuoso vicolo
afrodisiaco intitolato dallo stesso nome delle prigioni e frequentato
da soldati e da vagabondi.
In quell'ora — l'ottobre era sugli ultimi suoi giorni — il vicolo,
affatto deserto, offeriva a' ratti o a qualche cagnuolo abbandonato e
vagante la copiosa vettovaglia de' suoi rifiuti e della sua spazzatura,
ammonticchiati qua e là. Due fanali a gas, dal muro di faccia alle
carceri — il muro cieco e altissimo d'un monastero di Clarisse —
stendevano due braccia di ferro, una delle quali, spiccandosi di
su la piccola porta antica del monastero, coronata da un festone
marmoreo e dallo stemma quattrocentesco d'una famiglia illustre,
si puntava proprio rimpetto a un dei finestroni della cappelletta
e ne inquadrava la sagoma sulla interna e prospiciente parete della
chiesuola, ove parte d'un vecchio quadro se ne illuminava anch'essa,
vagamente. L'altro fanale, molto più lontano, stava sulla garitta della
sentinella, addossata allo stesso muro claustrale, lì ove il vicolo
cominciava a far gomito, e a qualche passo dalla porta delle prigioni.
Il silenzio era alto, la notte fresca.
La sentinella — un soldato di fanteria, che s'era posto il fucile
ad armacollo — passeggiava, con le mani in saccoccia, e zufolava.
Talvolta, lasciandosi a dietro per buon tratto la sua garitta,
allungava il passo fino all'arco depresso ed oscuro ove il vicolo
terminava, in sopra, verso la deserta via de' Santi Apostoli. Talvolta,
soffermandosi, piantato sulle gambe allargate, il soldato interrogava
lungamente, con gli occhi in su, quella fetta di cielo che le alte
mura della prigione e del monastero parea che quasi attingessero con
le loro creste taglienti: un brano di cielo sereno, rischiarato come da
un lume prossimo e invisibile. Era imminente l'alba. Difatti, a poco a
poco, cominciò a mancare sopra la interna parete della chiesetta quel
riverbero giallastro che il lume del fanale vi stampava. Si liberarono
a mano a mano dall'ombra l'altare, le scranne in fila, i muri coperti
di vecchie tele e di quadretti votivi, il piccolo confessionile di cui
lo sportello era rimasto schiuso e uno scarabattolo a vetri, custodia
d'un presepe, addossato ad un de' pilastri.
Pareva come se da gran tempo quel luogo fosse rimasto abbandonato:
vi avevano conquistato ogni angolo le ragnatele, la poca cura della
suppellettile ve la lasciava coprirsi di polvere o di muffa e l'umidità
esalava un tanfo di terriccio rimosso. Continuando la luce a mostrare
quelle cose la breve navata del tempio anch'ella se ne abbeverò a poco
a poco tutta quanta. Si svelò, dietro l'altare, la porticina della
sagrestia e l'altare medesimo, carico di frasche e di candelieri, si
bagnò tutto del freddo chiaror mattinale: la tovaglia ad orlo ricamato
che v'era stesa sopra vi sembrava appiccicata con l'acqua. E come, per
un vetro rotto d'un de' finestroni, penetrava là dentro il vento di
volta in volta e sibilava, qualche volta, davanti alla statua di Santo
Ignazio, la fiamma della lampada, investita da una folata più veemente,
si inclinava e parea che si volesse spegnere a un tratto.
Era giorno, oramai. Le ore suonavano al vicino orologio dell'edificio
della Vicaria, lente e chiare. Nel vicolo s'arrestò in quel punto il
romore de' passi della sentinella: il soldato numerava que' rintocchi
della campana e aspettava il cambio. Difatti s'udirono altri passi,
frettolosi e pesanti, accostarsi dal lontano e subitamente davanti
alla garitta si posarono sul selciato, con uno strepito breve e
ferreo, i fucili: una voce dava la consegna, nel silenzio, e la voce
della sentinella rimossa le rispondeva piano, brevemente. Poi daccapo
risuonaron passi cadenzati e pesanti e s'allontanarono.
D'improvviso la porticella della sacrestia s'aperse tutta quanta. A
una a una, entrarono di là nella chiesa dodici suore della Carità e
sedettero a un banco, rimpetto all'altarino. L'ultima, una vecchietta,
si chiuse la porta a dietro e rimase impiedi, ritta, d'avanti alla
mensola dell'altare. Non s'era udito romore e quelle donne erano come
scivolate sul pavimento: dalle loro gonne molli e copiose non s'era
partito alcun fruscio. Ora, nella mezza luce, le cornette bianche
s'allineavano, quasi immobilmente.
Un colpetto di tosse ne scosse una, per un momento.