II.

Passarono, da quel giorno, sei o sette mesi. Notizie di Totò, durante

tutto quel tempo, io non avevo potuto più apprendere poi ch'ero

dovuto partire, appena qualche settimana dopo di averlo visto, per la

Germania. Lassù, di volta in volta, mi si rifaceva vivo il ricordo de'

miei amici di Napoli e spesso, nella nebbia nicotizzata d'una qualche

birraria di Magonza o di Heidelberg, tra' fumi del prosciutto caldo

e del _saüercraut_, la ideale e dolorosa figura di Totò del Lago mi

appariva come quella d'un personaggio poetico e tragico di quella

nordica letteratura.

— Sarà egli guarito? mi domandavo — E come sarà andato a finire il suo

malinconico flirt?

Tornato a Napoli trovai, fra le parecchie che il mio portinaio aveva

avuto la splendida idea di serbarmi per tre mesi nel suo casotto, una

lettera di Totò. Questa volta egli scriveva _manu propria_, con la sua

bella calligrafia chiara e grande, indizio, come osservano i grafologi,

d'una _passionalità generosa_.

«Sono guarito! — annunziava la lettera — Vedo! Vedo!»

Nient'altro.

Evviva! Ma dove ottener più precise notizie, dove potermi congratulare

con quel poveretto, dove poterlo riabbracciare? Corsi all'ex monastero

di Santa Patrizia, infilai daccapo quel lungo e oscuro corridoio che

m'aveva guidato alla cella di Totò e, con una indescrivibile emozione,

picchiai al numero 40.

Mi venne ad aprire un vecchietto che aveva fra mani un berrettino tondo

intorno al quale egli stesso andava cucendo un nastro di felpa. Dallo

schiuso della porta s'intravedevano un lettuccio basso, una vecchia

sciabola e due grandi stivaloni appesi al muro, delle immagini, delle

fotografie, un ritratto di Ferdinando II, attaccati alle pareti.

La stanzuccia mi parve quella d'un qualche militare in ritiro, d'un

_solitiero_, come dicono a Napoli. Il vecchietto aveva ancor l'aria

marziale, un bel paio di bianchi baffi rialzati, una giacchetta

soldatesca, abbottonata fino al mento.

— Scusi, Totò del Lago?

Egli esclamò, sorpreso:

— Come! Chi?..

— Domando perdono — soggiunsi — Ha forse sloggiato?

— Da un pezzo — disse lui.

— Sono un suo amico. Venivo a vederlo. A congratularmi con lui anzi,

che, pare, ha riacquistato la vista... Lei... scusi, ne sa niente?..

Vedo che occupa la sua stanza...

Egli mi continuava a sgranar gli occhi in faccia e taceva.

— Lo conosce? — soggiunsi — È pur un suo amico lei?

— Io!? — fece, come se gli avessi dato uno schiaffo.

Vi fu un silenzio. Ero confuso, non sapevo più che dire e quasi facevo

per salutare il vecchietto e andarmene. Egli si volse addietro per

deporre il berrettino e l'ago su un tavolinetto: uscì nel corridoio,

mi prese per mano, silenziosamente, e mi condusse rimpetto, d'avanti a

un'altra porticella. Si chinò a guardare pel buco della serratura, poi

mi fece atto perchè lo imitassi. Guardai dentro quella celletta, a quel

modo.

V'era una giovane donna, bruttina, piccola, biondiccia, seduta per

terra, al sole che la illuminava tutta, accanto a un di que' grossi

cestoni ne' quali le povere madri napoletane, le donne del popolo,

mettono a dormire i loro piccini. La piccola bionda si chinava su quel

cesto e, di volta in volta, agitava la mano per cacciar via qualche

mosca.

— Ha visto? — fece il vecchietto.

E come io non sapevo proprio che cosa rispondere egli, nel corridoio

scuro, avvicinando quasi alla mia la sua faccia, mormorò:

— Il suo amico ci ha lasciato questo grazioso ricordo. Ah, non sa

nulla? Bene, glielo dico io. Partito... Il signor del Lago è partito

per l'America, coi denari dell'eredità d'uno zio prete... Non sa nulla,

di questo?

Sorrideva ora, con tal sorriso che mi gelò il sangue. Le sue mani

tremavano.

— Totò del Lago! — esclamai — Totò ha fatto questo!...

— Già — disse il vecchietto, continuando a sorridere e rincamminandosi

verso la sua stanza — Totò del Lago ha fatto questo. Ha fatto una

madre. E te l'ha piantata col figliuolo. Che? Bello! Magnifico!

Grandioso! Per gratitudine, l'ha fatto. Quella è la signorina che lo ha

assistito durante tutta la sua infermità...

Fece ancora due passi e si volse.

— Totò cuor d'oro, se non mi sbaglio — esclamò — Totò cuor d'oro!....

Il poeta!.... Accidenti! Totò cuor d'oro!

Sulla soglia della sua stanza mi salutò con la mano.

— La riverisco, sa! E lei me lo riverisca!

Suonò una risata ironica, sghignazzante, terribile. Il vecchietto

sparve nella sua camera.

La porticina si chiuse, sbattuta forte.

Nella vita: novelle · 第 18 / 48 题