Nel tempo in cui mi trovavo a X..., facevo i miei pasti all'osteria
detta del Togo.
Ci si stava bene.
Vino buono, cucina in vista, prezzi da ridere per la mia borsa: la quale
con venti centesimi _extra_ otteneva che su la _pardàlide_ della
tovaglia venisse disteso un tovagliolo senza _pardàlidi_. Forse un po'
di tanfo di molta gente e di fumanti vivande. V'era poi l'inconveniente
disgustoso del dito pollice del cameriere, che simpatizzava per lasciare
impronta di sè sull'orlo del piatto, quando portava le vivande. E non so
perchè quel dito pollice sceglieva sempre la parte dell'orlo meno
libera.
Il mio stomaco, nato delicato, ne soffriva un po': d'altra parte avevo
in quella osteria il vantaggio della sensazione del popolo.
Sua Maestà il popolo frequentava molto quell'osterìa, e dopo avere
mangiato bene, ruttava, poi parlava — di solito — di alta politica o di
teologìa. Dio e sua madre, la Madonna, erano cucinati in tutta la
varietà delle salse italiane, così che io avevo la sensazione di S. M.
il popolo mediante l'odorato e l'udito, e qualche volta, oimè, anche
mediante il contatto.
Ma io nacqui, oltre che delicato di stomaco, anche molto aristocratico;
e nelle osterie di prima classe, dette _hôtels_ o _grands hôtels_, dove
S. M. non rutta e non bestemmia, si provano nausee anche peggiori.
*
In quell'osteria mi sorprese, dopo l'ora del pranzo, quando i più degli
avventori erano sfollati, un uomo a capo tavola, dalla gran barba
mosaica; bianca in su le gote, quasi nera in mezzo. Costui parlava
ieraticamente per dogmi e sentenze, a gran voce, ma con occhi assenti.
Insolentiva e riceveva insolenze metodiche: ma queste interruzioni
rimbalzavano su lo scudo della sua imperturbabilità.
— Chi è colui? — chiesi al cameriere.
— È uno, un po' sordo, ed anche un po' cieco, ed anche un po' matto.
Finchè colui fulminava contro re, papi, imperatori e loro contorno,
andava bene; ma quando fulminava contro S. M. il popolo e sue
delegazioni, andava male.
S. M. il popolo insorgeva ruttando insolenze: — Transfuga! vile
borghese! bieco reazionario!... Ma l'uomo pazzo riceveva le insolenze,
anzi pareva che le assaporasse per filosofia.
E come le ingiurie cessavano, diceva:
— Pretendi che io, o popolo, parli come i tuoi maestri, soltanto il
linguaggio della tua passione? Ciò non sarà mai detto!
— Ma sa lei, — gli dissi una sera, facendomi da presso, dopo che tutto
l'uditorio se ne era andato, — sa lei, mio signore, che lei dice certe
cose che non si leggono nemmeno nei giornali?
— Mo' senti bene che bella novità mi viene a raccontare questo
individuo. Mi scaraventano addosso quintali di insolenze appunto perchè
dico delle verità.
— Anch'io, signore, — dissi io, — sono piuttosto maldicente, ma vedo con
piacere che lei mi supera. Lei deve aver fatto anche buoni studi.
Sorrise con disprezzo:
— Il mio nome è noto!
— Scusi, il suo nome sarebbe?
— Io? Io sono Prometeo....
— Prometeo? — esclamai al colmo dello stupore, — il fratello di
Epimeteo? il figlio di Giapeto? Il Titano? Il gran nemico di Giove?
Colui che rubò il fuoco, cioè la saggezza a Giove? e donò poi la
saggezza agli uomini? e poi fu da Giove condannato sul Caucaso ad aver
divorato il fegato dall'avvoltoio?
— Quel desso, — rispose, — ma parla forte.
Io ripetei forte:
— Prometeo, l'illustre Prometeo, il grande ribelle, il grande
filantropo, colui che ha costretto Giove ad abdicare, che ha fatto
l'uomo uguale a Dio....
— Andiamo adagio, — disse Prometeo, — quanto tu dici è poetico, ma non è
esattissimo. Gli uomini, ai miei tempi, camminavano su quattro zampe e
io ho detto semplicemente: “Cos'è questa vergogna? Mettiamoci la
martingala come ai cavalli di lusso perchè tengano diritta la testa„. Io
ho rapito realmente la martingala a Giove.
— E Giove allora, — dissi io, — ha fatto prendere lei e incatenare dal
suo carabiniere di nome Briareo.
— Vedo che conosci la storia, — mi disse Prometeo.
— E lei allora, o saggio Prometeo, prima di partire per la sua
relegazione del Caucaso, disse al fratello Epimeteo: “Sta attento,
fratel mio, se Giove ti manderà qualche dono, e tu respìngilo. Non
accettare nulla da Giove„.
*
Io avevo parlato forte così che il sordo Prometeo mi intese: il suo
volto si colorò di profonda emozione e ripetè:
— Finalmente trovo un uomo che ne sa qualche cosa della storia del
mondo. Ma naturale! Quando io portai via la martingala a Giove mi
accorsi che il formicone rideva nella barba azzurra e diceva: “Ah, tu
vuoi la martingala della dignità? Aspetta, caro, che in cambio ti
manderò un bel regalo„.
— E lo preparò in un pacco speciale, confezionato a meraviglia, — dissi
io.
— Sei un uomo di ingegno, — mi disse Prometeo. — Già! Fece costruire dal
suo capo tecnico Vulcano la bella donna chiamata Pandora e mandolla in
dono a Epimeteo. Pandora non aveva un càntaro, o un'olla, — come si
vocifera — ma appena una fialetta tra le dita graziose. Era un tubetto
quasi invisibile, ma con dentro le colture di tutte le malattie e di
tutte le passioni: fa conto come i tubetti di microbi che adesso
fabbricano i Tedeschi....
— Epimeteo non seppe resistere ed accolse la ridente Pandora, — dissi
io.
— Avrebbe resistito benissimo, — rispose Prometeo, — ma è che Giove
adoperò una furbizia di incalcolabile sottigliezza: quasi sottile come i
microbi. Invece di mandare Pandora pudicamente nuda, come usava allora,
la mandò vestita e con le calze di seta. Forse neppur io, che sono
Prometeo, avrei resistito!
— La sua sincerità le fa onore, — dissi io.
— E da quel giorno, — disse l'illustre Prometeo, — cominciò il disastro
della morale a causa delle donne vestite, perchè prima della morale non
si conosceva neppure il nome.
— Perfettamente!
*
Dopo che ci fummo congratulati della reciproca nostra intelligenza,
Prometeo ordinò un quinto di vino.
Questo non sarà mai detto che io faccia pagare all'illustre Prometeo un
quinto di vino.
Bevemmo insieme e poi dissi:
— Illustre Prometeo, mi permetta una domanda.
— Anche due.
— Ecco: io non mi spiego come lei dopo essere stato tanto filantropo
verso gli uomini, adesso li copra di vituperi. Capisco vituperare Giove,
ma gli uomini....
— Questa volta, vedi, — mi disse con mansuetudine, — sei un po'
imbecille.
Gli domandai, con altrettanta mansuetudine:
— Perchè?
— Anzitutto, — rispose, — perchè oggi sono tornato in buoni rapporti con
Giove.
Stupii.
— Oh, che sento mai! Dopo che Giove le ha inflitto parecchi secoli di
galera sul Caucaso, inaspriti dall'avvoltoio, lei è tornato in buoni
rapporti con Giove?
Rispose:
— Non che Giove sia intelligente, sai? Basterebbe il fatto della
creazione per dimostrarlo. Ma non è nemmeno un idiota, e dato l'errore
iniziale della creazione, egli aveva provveduto bene col fare camminare
gli uomini su quattro gambe. L'errore fu mio ed io fui ben punito. Ma
cosa vuoi?, allora io ero giovane, rivoluzionario sul serio come sono
tutti i giovani, e dicevo: “Perchè il privilegio della ragione soltanto
a Giove?„. Facciamo ragionevole anche l'uomo, e ho rapito il fuoco, come
dici tu, o la martingala come dico io.
— Questa è la sua gloria immortale, signor Prometeo.
— Questo è il mio rimorso, citrullo mio dolce! Gli ho castrati a metà
con la ragione. Io volevo che con la martingala guardassero in su le
cose sublimi, ma l'istinto li porta perpetuamente a guardarsi l'ombelico
e oltre! Certo è innegabile che qualche cosa hanno fatto: ronzano coi
loro motori a qualche metro dalla cima di Olimpo; scrivono libri;
tengono registri; illuminano coi fari le tenebre. Ma non vedi che non
sanno spingere un raggio nei loro cuori? La colpa è mia. Sostanzialmente
Giove aveva creato gli uomini come gli altri placidi ruminanti. Sono
stato io a voler fare delle iniezioni di intelligenza; la intelligenza
si è combinata con la bestialità del buon ruminante, e ne è venuta fuori
una sostanza esplosiva: per prima cosa Caino ha ammazzato Abele, e
sèguitano! Sono capaci adesso questi montoni di Panùrgio di negare
persino l'esistenza di Giove. L'uomo è un animale fornito del colletto.
*
Guardai Prometeo. Egli veramente non aveva colletto.
Io non sapevo che cosa rispondere.
— Vedi, — esclamò Prometeo, — Giove è un vecchio rimbambito oramai ed è
incapace di sentire rimorso; ma io, io, Prometeo, ti assicuro che se non
avessi il conforto di bere qualche quinto di vino, mi andrei a buttare
sotto il primo treno che passa.
Così dicendo, Prometeo lagrimava veramente.