Oh, reo mondo, chiuso e crudele!„

*

Ebbe un'altra idea luminosa: “Ma esiste il bollettino dei prezzi

dell'uva: io mi atterrò scrupolosamente al bollettino e così sarò a

posto„.

— Faccia presto, — gli disse uno dei fruttaiuoli, meno brigante, al

quale aveva confidato i suoi propositi igienici ed enologici, — le uve

aumentano.

E il professore andò al mercato, dunque. Ed era una bella mattina di

ottobre.

*

Non c'era mai stato al mercato. Una cosa sbalorditiva, enorme: tettoie,

botteghe, magazzini, folla, urti, carri, carretti, furia, bestemmie. Un

macchinario enorme formato di umanità in movimento. Povero professore!

Oh, come era più tranquilla la più tumultuosa delle scuole!

Gli parve di essere come una festuca che si accosti ad una spaventosa

motrice in gran movimento: soffia e butta via la festuca.

Anche lui fu soffiato via dalla folla.

E poi quel dialetto! Tutti parlavano in dialetto. E poi macchè dialetto!

Gergo!

“A che valgano le scuole, almeno di italiano?„ pensava il professore. E

pensava anche: “Dove trovare una faccia da cristiano a cui fare questo

discorso: Signore, io avrei intenzione di fare acquisto di una certa

partita di uva, matura e sana, ancorchè non da tavola, la quale però

fosse a convenevole prezzo, allo scopo, ecc. ecc.„.

Tutte facce convulse, congestionate, tutta gente che si intendeva ad

urli, a mimica, ad improperi. Ed era tardi: le otto. Alle dieci — gli

avevan detto — il mercato è finito.

Potè accostarsi ad una faccia un po' civile — che gli fu indicata come

mercante di uve, — ma fu dialogo breve:

— Quanti vagoni....?

— A me veramente basterebbe una piccola partita....

— Non lavoro in piccole partite.

E il professore vide le spalle e non più la faccia di quel despota del

mercato, dal parlare laconico.

Trovò un altro che lavorava in piccole partite. Si degnò di ascoltarlo;

ma quando si venne alla merce, non permise nessun esame della merce.

Garantiva lui e basta.

Egli voleva persuaderlo, con assennato discorso, che “garantiva lui e

basta„ implicava un eccesso di fiducia che egli sarebbe stato ben lieto

di concedere; ma che certamente lui stesso, il mercante, non avrebbe

alla sua volta concesso. Ma colui non volle nemmeno udire il principio

di questo assennato e logico ragionamento, perchè disse: — Non ho tempo

di sentire le sue chiacchiere.

Villano! Ma un pensiero più increscioso gli si insinuò: “i suoi logici e

assennati ragionamenti, classificati sotto il titolo commerciale di

chiacchiere!„.

In quel momento il buon professore provò per la prima volta uno

struggimento quasi affettuoso, per il Governo o Stato o Nazione o Italia

o comunque si nomini quell'Ente provvidenziale che lo pagava per i suoi

logici e assennati ragionamenti di tre ore al giorno: senza contare le

classi aggiunte.

Con un altro venditore che aveva una distesa magnifica di bellissima

uva, grossa, ambrata, disposta in cestelli ornatissimi, che pareva

dipinta, quasi attaccò lite.

Lui s'era accostato e, pian pianino, aveva spiccato un acino per

assaggiarlo...

— Giù quella mano!

— Ma un chicco!

— Macchè chicco o checca! Giù le mani, dico! Tutto il paniere mi ha

guastato quello lì.

E tutti lo guardavano bieco come fosse stato un ladrùncolo. Si fece

piccino piccino e sgattaiolò dalla folla.

Lui, professore, e quasi cavaliere, essere chiamato “quello lì„.

Da un altro con cui era venuto a mezzo contratto, per ciò che concerne

la merce, quando si venne al prezzo, e lui il professore tirò fuori il

bollettino, si sentì rispondere con un tono che non ammetteva repliche:

— Il bollettino me lo faccio io!

*

Che camorra, che gente, che mondo! Oh molto meglio avere a che fare con

gli Atridi.

“Uva non se ne compera„ gli diceva una voce interiore.

Ma c'era una voce anche più interna che diceva: “Professore esimio, tu

che tanto improperasti il Governo, dimmi dimmi, di grazia, come ti

guadagneresti la vita, se non ci fosse il Governo?„.

*

— Professore, cosa fa lei qui?

Il professore che si era sprofondato in quel molto spaventoso pensiero,

quando si udì chiamare così fra quella folla nemica e sconosciuta,

trasalì.

Un giovanetto con una bella faccia rosea, allegra, capellatura bionda,

sigaretta in bocca, vestito a lutto, era davanti a lui.

— Lei è? lei è....?

— Ravelli.

— Ah, bravo, Ravelli. Ora mi ricordo. Cosa fa lei qui?

— Il mio mestiere, — rispose Ravelli, che era quel desso, — e lei?

— Così, passeggio un poco, mi diverto.

— Bel mercato, eh? — esclamò Ravelli.

— Oh, bello. E lei quale mestiere fa, giovanotto mio?

Ravelli spiegò. Suo babbo era mercante in agrumi e in salse di pomodoro.

Era morto da un anno e lui continuava l'azienda. Parlò di agrumi, di

salse. Piramidi di salse; treni di agrumi; Germania, Svizzera, Palermo,

Parma; qualità degli agrumi; difetti dei limoni; limoni senza pidocchi

che vanno all'estero, limoni coi pidocchi che restano in Italia; prezzi,

contratti, pagamenti a tratta, a pronta, e prontissima cassa. Tutta

questa erudizione Ravelli collocò davanti al professore, con grande

eloquenza. Un'erudizione che sbalordì il professore.

— E lei, — azzardò a dire l'esimio professore, — non si intende che di

limoni e di pomodori? E dell'uva non se ne intende?

Ma si intendeva anche dell'uva!

E allora il professore spiegò:

— Ecco, veda, mio caro; mia moglie soffre di piròsi, ecc.: qui il vino è

tutto fatturato, ecc., ecc., io vorrei, ecc.

Quell'asino di Ravelli capì a volo, senza che lui nemmeno terminasse.

— Lei vuol fare il vino in casa.

— Sì, così, un pochino per prova, per isvago.

“È intuitivo questo ragazzo!„ pensò il professore.

— Venga con me — disse Ravelli.

— Non che io, badi Ravelli, — dicea seguendolo tra la folla, — mi sia

messo a fare il mercante di vino, sa! Ma la mia signora, ecc.; i vinai,

ecc.

Tic, tac! Bisognava vederlo quel ragazzo, che sicurezza! Rompeva la

folla, parlava in gergo, in dialetto, a mimica; insolentiva senza paura.

Ma quando il professore s'accorse che Ravelli era da tutti conosciuto, e

a lui si rispondeva bene, e con lui si trattava alla pari, disse:

— Mi rimetto a lei, caro Ravelli.

— Quanti quintali? Cinque? sei?...

— Sei! Cinque! quello che vuole lei.

In mezz'ora cinque quintali d'uva della più bella, della più matura, e

bianca e nera, disposta in bei cestelli, erano già controllati, pesati,

messi sur un carro: coperti di tela cerata fissata con buona corda: _se

no ghe la porten via, professor!_ Una frustata al cavallo, quattro frasi

secche al conduttore, indirizzo, presto e via.

*

Non rimaneva che pagare. Oh, come volentieri pagò! Un convenientissimo

prezzo. E tutta uva perfetta, tanto sopra come in fondo ai cestelli.

Ah, miracoloso Ravelli....

Pare impossibile! Così cretino, e tanto ingegno!

— Professore, — disse Ravelli, sottraendosi ai ringraziamenti, con cara

cortesia, — mi cavi una curiosità.

— Ma subito.

— I verbi transitivi sono quelli che passano o che non passano?

Novelle d'ambo i sessi · 第 10 / 26 题