— Teodoro Ravelli, anzi Ravelli Teodoro, in piedi! Io non so, io mi
domando che cosa volete far voi nella vita! Voi ignorate chi furono gli
Atridi. Voi confondete il nominativo con l'accusativo. Voi non
arriverete mai a capire che il verbo transitivo è quel verbo che passa
mentre, viceversa, l'intransitivo non passa. Ah, Ravelli! E nelle altre
materie siete un ignorante come nella mia. La signora professoressa di
francese si metterebbe le mani nei capelli (se li avesse), il professore
di geografia all'udire il vostro nome, scappa a braccia levate (che pare
una figura di giornale umoristico). Ma come si fa a vivere, come si fa
ad essere giunti sino alla vostra età, grande e grosso come un tulipano,
e non essere capace di contraddistinguere un verbo transitivo da un
verbo intransitivo? E non fare mai niente! Ah, lo so! Lei, Ravelli, non
ha mai fatto niente, fuor che giacere nel voluttabro dell'ozio; ed è
questa appunto la cosa grave. Mi dica, che cosa è capace di fare lei?
Niente!
Ed allora Teodoro Ravelli, quell'impertinente scolaro, presentava un
pochino anche lui, ad imitazione del professore, le palme delle mani,
allungava il labbro come a ripetere: “Niente! Che cosa sono capace io di
fare? Niente!„.
Capite anche che sfrontatezza? Ma è prudente non rilevare codesta cosa.
E il professore ripigliava il sentiero della cattedra, fra i banchi: ed
ecco un _plaf!_ dietro le sue spalle.
Che cosa era stato? Era stato quell'idiota di Ravelli che aveva
applicato clamorosamente un _àlapa_, per dirla in latino, un _lattone_,
per dirla in toscano; uno scappellotto, insomma, sul capo del suo
compagno vicino.
— Ravelli, Ravelli, vi ho visto. Foste voi!
— Sì, fui io, quel desso. Ho dato uno _scuffiotto_ a questo qui ma ero
nel mio diritto. Ma _comè_? Mi chiama Ravanelli, e non devo rispondere
con uno scuffiotto?
— Il _diritto_ il _diritto_! Ma sa lei che se io volessi applicare tutto
il mio diritto, dovrei convocare contro di lei il consiglio dei
professori?
La scolaresca rideva, con grave scandalo, alle parole _scuffiotto_ e
_Ravanelli_, e quetate le risa, si sentiva il borbottare iroso dello
scolaro Ravelli che diceva al compagno:
— _Scuffiotto o scappellotto per mì l'è istess, basta che te l'abbia
daa!_
— Non ha, non ha il concetto, quel povero ragazzo, di quel che è la
scuola! — concludeva il professore con abbondevole compatimento.
*
Ora avvenne che un po' per volta Ravelli non rispose più alla chiama.
Lodato sia il cielo!
Venne un po' ad intervalli. Poi scomparve del tutto.
Ah, quale beneficio!
— Che ne è di quello sciagurato? — domandava il professore. — Ne sapete
voi, ragazzi, qualche cosa?
— Dicono che gli è morto il babbo, che non seguita più gli studi, che è
andato in Isvizzera.
“Ma poveri figliuoli — pensava il buon professore dei verbi transitivi e
dei verbi intransitivi — , ridono, scherzano: ed anche per loro la morte
scende con le sue unghie adunche. Illacrimabile Pluto!„
*
Se non che quando venne l'autunno, il buon professore si trovò nella
necessità di andare al gran mercato dell'uva: faccenda del tutto nuova
per lui. Ma è che la signora del professore soffriva di bruciori allo
stomaco. Tutta colpa di quei vinacci affatturati, che si comprano da'
vinai. E senza un goccio di vino non pare nemmeno di mangiare! Vi sono —
è vero — i vini da bottiglia che sono più sinceri; ma hanno due difetti:
intanto sono troppo liquorosi, e poi quando la bottiglia è sturata,
invece di bastare tre dì, come basterebbe, non basta per una volta sola
perchè, e un gocciolino e un goccettino, il professore va sino al fondo,
e poi si lamenta: “Ma tutto questo vino chi lo beve?„.
— Ah, poter avere, — sospirava la signora, — quei vinelli leggeri, quei
mezzi vini che usano dalle nostre parti, con quel frizzantino e quel
saporino d'uva! E ti farebbe bene pure a te, chè a bere quei vinacci, ti
vengono fuori le macchie sul volto; e poi l'arteriosclerosi. Ci pensi tu
mai?
Ora avvenne che una mattina — in sui primi di ottobre — egli disse:
— Moglie mia, mi è venuta un'idea che ti parrà forse strana, ma è
luminosa; facciamo noi un po' di vino in casa. I grappoli d'uva, che qui
si vèndono, non saranno — vorrei credere — affatturati! Io (pensò) berrò
il vino puro, _merum!_ e tu berrai il mezzo vino, ovvero vinello.
Eccellente idea!
Ma quando si trattò di metterla in pratica, molte difficoltà si
presentarono. Il vino si fa con l'uva e su questo il professore non
aveva dubbi. Anche trovare un tino, un bigoncio, una pèvera non fu
difficile. Anche il pigiatore fu trovato nella persona del portinaio,
che assicurò la più scrupolosa abluzione delle sue estremità inferiori.
Ma e l'uva? Dove si compra all'ingrosso? Chi è il più onesto mercante? e
quanto costa? e il peso? e la tara? e il trasporto?
Al professore parve più facile avere a fare con gli Atridi che con tutte
queste cose.
I fruttaiuoli a cui ne richiese, lo guardavano di mal occhio, e, o non
davano risposta o davano vaghe ambigue risposte, come se lui, comperando
un po' d'uva all'ingrosso, volesse danneggiarli o rubar loro il
mestiere.
— Vuol fare il vino con l'uva? — domandavano.
Andò anche da un vinaio suo conoscente. Oh, che gli saltava in mente di
fare il vino in casa? Un impazzimento. E i vinai che ci stanno a fare?
Insomma il vinaio lo accolse come lui avrebbe accolto il vinaio se
questi fosse venuto da lui a dirgli: “Io voglio far scuola e spiegare
chi sono gli Atridi e chi sono i verbi transitivi„.
Questo trovare le porte chiuse alle sue oneste domande, gli infuse non
poca malinconia; non tanto per il ritardo che veniva a subire il suo
vino: il suo vino era deciso! a costo di comperare l'uva dai fruttaiuoli
a cinquanta centesimi il chilo, volta per volta, e portarsela a casa, il
vino ed il mezzo vino — ripeto — erano decisi! ma perchè, ben
considerando, trovava che il mondo era dolorosamente chiuso. “Viviamo in
democrazia, siamo tutti fratelli, siamo tutti federati, eppure ecco che
siamo ancora divisi in caste! I fruttaiuoli non svelano che ai
fruttaiuoli il loro mercantile segreto. Il salumaio confida i misteri
delle sue manipolazioni ai salumieri soltanto. Il medico non confida la
verità della sua ignoranza che al medico collega, il professore non
isvela la inutilità della sua opera se non al professore; il prete vende
indulgenze, ma lui non ne compra.