I BARBARÒ.
II.
DEL MEDESIMO AUTORE:
ROMANZI E RACCONTI.
_Mater Dolorosa_ (quinta edizione).--Milano, Treves.
_Sott'acqua_ (terza edizione).--Milano, Treves.
_Tiranni Minimi_.--Milano, Treves.
_Montegù_ (seconda edizione).--Milano, Galli.
_Ninnoli_ (terza edizione).
TEATRO.
_Gli uomini pratici_, comm. in 3 atti.--Milano, Treves.
_Collera cieca_, commedia in 2 atti.--Milano, Treves.
_Scellerata!_, commedia in un atto.--Milano, Treves.
_Un volo dal nido_, commedia in 4 atti.--Verona, Munster.
_La moglie di Don Giovanni_, dramma in 4 atti.--Verona, Munster.
_In sogno_, commedia in 4 atti.--Verona, Munster.
_La Contessa Maria_, dramma in 4 atti.--Milano, Barbini.
GEROLAMO ROVETTA
I BARBARÒ
o
Le lagrime del prossimo
ROMANZO
VOLUME II.
TERZA EDIZIONE
[Illustration: LOGO]
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1890
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_Tutti i diritti riservati._
Milano, Tip. Fratelli Treves.
INDICE
PARTE TERZA
CAP. PAG.
I. 3
II. 19
III. 45
IV. 62
V. 82
VI. 104
VII. 138
PARTE QUARTA
I. 155
II. 162
III. 176
IV. 184
V. 208
VI. 214
VII. 231
VIII. 240
IX. 256
X. 270
XI. 281
XII. 294
XIII. 306
XIV. 318
XV. 331
XVI. 343
PARTE TERZA
GLI ONORI.
I.
Francesco Alamanni conservava ancora nella sua maschia natura di
cospiratore e di soldato le idealità e i poetici entusiasmi dei
vecchi romantici del _quarantotto_. Buono come chi è veramente forte,
indulgente come chi è profondamente onesto, era ottimista fino a
parere ingenuo. Per le molteplici vicende della sua vita avventurosa,
trascorsa fra le cospirazioni, il carcere, l'esilio e le battaglie, non
avea avuto tempo nè agio per imparare a conoscer uomini, specialmente
gli uomini moderni, e per acquistare la pratica, la vera pratica, delle
cose. A sessant'anni, colla bella persona alta e asciutta, col viso
in cui spirava la serenità dolce dei forti, e la lunga barba, d'un
biondo reso chiarissimo dalla canizie, pareva l'uomo di un'altra epoca;
la figura di un eroe magnanimo, che si fosse staccata da un quadro
storico dei tempi epici, e che dovesse trovarsi a disagio in mezzo al
formicolìo basso e minuto della vita usuale. Quantunque parecchie volte
fosse rimasto ingannato dai furbi e dai bricconi, pure l'ipocrisia
e la malizia altrui non avevano giovato alla sua esperienza. Egli
rimaneva sempre lo stesso; i dolori gli potevano spezzare forse, ma non
mutare il cuore. E così era pure del suo carattere, tutto di un pezzo
e di grana nitida e lucente, come una statua di marmo pario; così de'
suoi sentimenti, così delle sue opinioni. Nulla poteva piegarsi, nè
corrompersi in lui; e però se Francesco Alamanni era verso gli altri
assai mite e indulgente, era severissimo con sè stesso; e se, come
imponeva il dovere di vecchio cospiratore, sapea mostrarsi insensibile
alle seduzioni della vita, e dominare e vincere i propri affetti e le
proprie passioni, tuttavia, come un soldato, sentiva eccessivamente il
punto d'onore.
Mentre si trovava ancora ferito, e gravemente, nello spedale
d'Innsbruck, aveva già scritto a qualche suo amico di Milano (gente
dell'altro mondo come lui) per avere informazioni intorno al signor
Pompeo Barbarò. Queste gli erano state mandate assai contradittorie; ma
tali, in ogni modo, da inquietarlo seriamente.
--E Donna Lucrezia,--pensava l'Alamanni fra sè, crollando il capo, dopo
aver ricevute quelle notizie,--Donna Lucrezia che mi vantava tanto
l'operosità e i talenti del signor Pompeo, e la bontà, il coraggio e
il disinteresse del figliuolo?!... Bei talenti davvero!... È proprio
senza testa, Donna Lucrezia, proprio senza testa!...--E le scrisse
subito una lettera di fuoco, imponendole di allontanare i due giovani
quanto più le fosse possibile, e di rimandare ogni risoluzione relativa
al matrimonio della nipote, sino al giorno in cui egli avesse potuto
recarsi a Milano.
Ma la ferita era assai grave, e fu lunghissima la cura e la
convalescenza; l'Alamanni dovette aspettare parecchio tempo prima di
potersi mettere in viaggio, e la Balladoro lasciava intanto che i due
giovani continuassero a vedersi, brontolando che lo zio Francesco non
aveva alcun diritto di mettersi a fare il _sior Todero_; che non si
era mai dato alcun pensiero della Mary; e che bisognava esser matti,
proprio matti da legare, a voler porre ostacoli a un'unione che era
addirittura un.... un vero idillio, per l'amore sconfinato dei _do
tosi_.... e per tutto il resto.
Ma se era lecito brontolare, quanto a concludere il matrimonio, non
c'era verso; bisognava attendere l'arrivo dell'Alamanni. Questi capitò
a Milano che non era ancora interamente rimesso in salute, e sulle
prime cominciò a dubitare che le informazioni avute intorno a Pompeo
Barbarò non fossero veritiere. In fatti i conoscenti, anche i più
lontani, lo fermavano per istrada, congratulandosi e compiacendosi
con lui per le voci che correvano intorno allo splendido partito
che si offriva alla sua bella nipotina. Ma poi, appena ne parlò di
proposito con qualche persona fidata, e venne in chiaro del famoso
processo dei fornitori, non volle saperne di più; andò sulle furie
contro Donna Lucrezia, la rimproverò, la strapazzò per aver messo in
pericolo il buon nome della Mary e di tutta la famiglia, e le intimò
di dichiarare al figlio di quel certo signor Barbetta di smettere
ogni idea, ogni speranza, che avesse potuto concepire sul conto della
signorina Alamanni. Alla Mary non parlò meno risolutamente: "Finchè
sei minorenne" le disse "mi opporrò sempre a una simile unione; dopo
potrai anche accettarla.... qualora ti senti l'animo di far morire
tuo zio di dolore e di vergogna." Poi, infine, colla scusa che la sua
salute aveva bisogno di rinfrancarsi in un clima più dolce, deliberò di
recarsi a Nizza per i mesi d'autunno e d'inverno, e volle che la Mary
lo accompagnasse.
--Mia nipote--pensava il brav'uomo--ha un paio d'anni da aspettare,
prima di essere maggiorenne. E in un paio d'anni si può guarire anche
di una ferita d'amore!
Ma lo zio Francesco in vita sua non aveva avuto altro amore che
l'Italia, e però non era molto pratico di certe cose, e dovette
avvedersene subito, nelle prime settimane che si trovava a Nizza,
perchè mentre lui si rimetteva in salute, la nipote dimagrava e
intristiva ogni giorno.
E appunto per lo stesso motivo, cioè per la sua ignoranza delle donne e
dei misteri e dei bisogni del loro cuore egli, in quell'occasione, non
aveva neppur saputo prendere la Mary per il suo verso; e quantunque le
volesse molto bene, aveva finito col parere, e fors'anche coll'essere,
un po' troppo severo, un po' troppo crudo, nella sua inflessibilità.
Da quel giorno in cui aveva dichiarato alla Mary di opporsi al suo
matrimonio, l'Alamanni, sperando che la fanciulla in tal modo riuscisse
più presto a dimenticare, non le aveva più detto una parola che potesse
riferirsi al suo gran dolore, alle sue speranze distrutte.... Più
nulla; come se Giulio Barbarò fosse morto o, peggio, come se non fosse
mai esistito.--Non lo doveva più sposare; perchè ricordarlo, perchè
parlarne ancora?...--Da quel suo silenzio medesimo, così fiero, così
assoluto, essa doveva convincersi sempre più che ogni tentativo di
nuovi accordi sarebbe stato respinto.
Ma Francesco Alamanni non sapeva intanto che, se lui ragionava colla
testa, sua nipote, invece, ragionava col cuore, e per ciò essa doveva
condursi a risoluzioni meno salde e a conclusioni assai diverse.
La Mary, prima ancora dell'arrivo a Milano dello zio Francesco, e
precisamente all'epoca del _Processo dei fornitori_, aveva cominciato a
non sentirsi più tanto sicura sul conto del vecchio Barbarò. L'ambiente
del salotto, non più giallo, ma cremisi, colla tappezzeria nuova,
rimaneva fedele e molto favorevole al signor Pompeo; ma la fanciulla
era inquieta, impensierita, e spesso, dopo aver fatto animo al buon
Giulietto, che si sfogava con lei lagnandosi delle calunnie infami
che la malignità e l'invidia della gente mettevano in giro contro suo
padre, si ritirava in un cantuccio, dove non potesse esser vista, e
si scioglieva in lacrime, tutta sconsolata. Ma poi, dopo aver pianto
lungamente, il suo cuore medesimo finiva ancora per rassicurarla:
_il figliuolo non doveva portare la pena delle colpe del padre_. E
questa massima umana e democratica essa aveva tentato pure, nel primo
colloquio avuto collo zio, di farla accettare anche a lui; ma lo zio,
pur troppo, non ne era rimasto persuaso.
--Sta bene,--aveva risposto alla ragazza,--sta benissimo, come tu dici,
ma in regola generale. Nel caso presente il figliuolo fa il signore e
si diverte coi danari rubati dal babbo, e se questo matrimonio dovesse
mai succedere, tu, un'Alamanni, una mia nipote, andresti in casa
Barbarò a.... a fare altrettanto!
La Mary, in sul primo, n'era rimasta scossa e atterrita; ma poi,
ritornando a ragionare a modo suo, sempre col cuore, andava pensando
che "il figliuolo" avrebbe potuto rinunciare ai danari del babbo,
procurarsi un impiego, vivere del proprio lavoro, e allora.... allora
anche lo zio Francesco non avrebbe avuto più niente da dire!
Ma c'era anche un altro ostacolo, e questo creato dalla Mary stessa, e
che si opponeva alla sollecita effettuazione del suo disegno. Essa non
avea voluto che fosse palesata a Giulio tutt'a un tratto, brutalmente,
la vera cagione per cui lo zio Francesco era contrario al loro
matrimonio.
--Chi sa--pensava spaventata--chi sa come il poveretto resterebbe
colpito da una simile scoperta!--E per ciò volle facessero credere
a Giulio Barbarò che lo zio rifiutava il suo consenso per antipatia
personale, per divergenza d'opinioni politiche, perchè gli era parso
che Giulio Barbarò fosse ancora troppo ragazzo, perchè voleva aspettare
a maritar la nipote che fosse maggiorenne; in somma per una specie
di capriccio: tutte scuse che non persuadevano Giulio, e che invece
impedivano alla Mary di parlar chiaro.
Ma la verità non doveva tardar molto, in ogni modo, a venire a galla,
e la fanciulla medesima lo sperava pur consigliando, per il momento,
di nasconderla al povero giovane. Desiderava solo che il Giulio,
indovinandola a poco a poco, avesse più forza di sopportarla, e di
prendere quell'unico partito che rimaneva loro per essere ancora uniti
e felici.... sì, felici. La buona Mary si sentiva capace di guarire, di
lenire almeno, col suo grande amore, la ferita di Giulio, per quanto
profonda e dolorosa!
E con questa speranza da cui solo traeva coraggio per reggere al
doloroso distacco scrisse, di nascosto dello zio, una lunga lettera al
suo innamorato, prima di partire da Milano; in essa gli diceva aperto
"di sperar molto nell'avvenire," e lo assicurava che "se mai non avesse
potuto essere sua moglie, non avrebbe sposato nessun altro e che,
piuttosto, si sarebbe fatta monaca."
Ma nonostante questi conforti Giulio Barbarò rimaneva accasciato,
come istupidito, sotto quel colpo terribile: non aveva la forza di
reagire, di lottare, di difendersi; soffriva un gran dolore e un
grande avvilimento; si sentiva il cuore rotto, spezzato, e non osava
lamentarsi; aveva vergogna e insieme paura delle sue stesse lacrime.
I pietosi inganni della fanciulla non gli avevano giovato: la verità
gli era subito apparsa, dinanzi agli occhi, inesorabile, spietata,
rendendo vana ogni consolazione, distruggendo ogni speranza.
Donna Lucrezia aveva un bel protestare contro "_quel mato_ che metteva
la politica prima del _cuor_;" aveva un bel gridare il signor Pompeo
che l'Alamanni, "ad onta della sua _rep.... pubblica_ cercava pretesti
e scuse per non imparentarsi col figlio del suo.... di chi, insomma,
non discendeva dalla costola di Adamo." Giulio pallido, stralunato,
li lasciava dire, ma pensava sempre alla risposta dello zio che la
fanciulla gli aveva riferito a Desenzano: "_egli non faceva caso nè
della nascita nè delle ricchezze; voleva soltanto che il nome fosse
di gente onorata._" Dio, Dio! C'era dunque qualche cosa di vero nelle
infamie ch'erano state messe in giro?... E l'infelice si chiudeva in
casa, non voleva più veder nessuno; non osava interrogare suo padre, nè
pretendere una risposta esplicita, nè chieder ragione all'Alamanni....
pensava di partire, di fuggire lontano, ma finiva sempre col non
risolvere nulla e collo struggersi sempre più, chiamando la Mary fra le
lacrime, disperandosi, invocando la morte.
In quanto poi al signor Pompeo, sebbene avesse indovinato il segreto
travaglio del figliuolo, non era molto preoccupato. Gli consigliò, per
distrarsi, di fare un viaggio di piacere, di andar a vedere Parigi e
Londra. Il signor Pompeo sperava nel tempo; era intimamente persuaso
che quel matrimonio, presto o tardi, si sarebbe combinato ugualmente;
ma se poi, non per colpa sua, doveva proprio andare a monte, egli,
tranquillo nella propria coscienza, e sicuro di aver fatto anche più
di quanto avea promesso alla povera Betta, non se ne sarebbe troppo
addolorato.
Adesso Pompeo Barbarò era in auge: dopo il prestito delle ottocento
cinquanta mila lire offerto spontaneamente alla Banca degl'Interessi
Lombardi Provinciali, il Prefetto lo aveva proposto cavaliere e il
Consiglio di Amministrazione, con a capo il marchese di Rho, gli aveva
offerto un pranzo d'onore al _Ristorante della Borsa_. Suo figlio,
dunque, non aveva più bisogno, per mettersi a posto in società,
d'imparentarsi cogli Alamanni e di sposare una ragazza che non aveva un
soldo di dote! Il posto gliel'aveva procurato lui... col sudore della
fronte!
Chi un giorno doveva pentirsi di quello sproposito era il Signor _rep
...pubblicano_: Francesco Alamanni!... Bel matto, davvero!... Ma lì
sotto, in tutto il pasticcio delle informazioni e del rifiuto, vi
doveva entrare anche lo zampino della marchesa Angelica.
--Ah Marchesa, Marchesa!... Bisogna stare in guardia!... Presso la
Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali vi sono alcune cambialette
colla firma vostra e del marito, e per quella via forse, chi sa, potrò
avervi ancora fra le mani.... e vendicarmi!
--E... e Giulio?... Giulio che diventa ogni giorno più magro e
sparuto?... Deve mettersi a viaggiare per distrarsi; non c'è altro
rimedio!... Deve andare a veder Parigi e Londra!
Ma invece il povero ragazzo, ostinato a rodersi l'anima da solo e in
silenzio, non volle muoversi da Milano e finì coll'ammalarsi. Poi,
quando cominciò a lasciare il letto, non potè più resistere e scrisse
un'ultima lettera alla Mary, facendole intendere, senza dirle nulla
apertamente, tutte le pene e le angosce del proprio cuore; soggiungendo
che era stanco della vita oziosa e disoccupata, e che avea pensato di
procurarsi un impiego... che voleva avere uno stato indipendente... che
voleva vivere del proprio lavoro.
Era insomma la risoluzione desiderata, sperata, sognata dalla
fanciulla. Essa baciò e ribaciò la lettera cara: si sentì orgogliosa
del suo Giulio, e lo amò in quel punto come tanto non lo aveva amato
mai. No, no! Non si era ingannata nel giudicarlo; sapeva bene che il
suo Giulio era buono, onesto, fiero; che avrebbe tutto sacrificato per
lei; che non avrebbe esitato un momento dinanzi all'idea del dovere e
dell'onore. Chi si era ingannato invece era stato lo zio Francesco; sì,
sì, lo zio Francesco era stato ingiusto... era stato... sì, era stato
cattivo, col suo Giulio; povero Giulio caro!... E così la lettera del
giovanotto ebbe subito in risposta un'altra letterina della Mary che
riuscì, se non a consolarlo, a calmarlo un poco, che gli ridonò un filo
di speranza, che lo fece correre a Nizza, perchè anche la fanciulla gli
scriveva di essere ammalata e che "lo voleva almeno vedere!..."
Lo zio Alamanni, come per lo più succede in simili casi, non ne avea
saputo niente di questi nuovi disegni; soltanto cominciò in breve a
tranquillarsi a proposito della Mary, vedendo che riprendeva a poco a
poco i bei colori e che tornava a mostrarsi espansiva, colla sua solita
allegrezza, piena di brio e di vivacità.
--Abbiamo vinto!... Abbiamo vinto!...--mormorava il buon vecchio fra
se, pienamente soddisfatto.--Lo dicevo io che il tempo doveva risanare
anche le ferite del cuore!
E tanto più l'Alamanni si compiaceva di questo ottimo esito avendo
ricevuto da Milano, appunto in que' giorni, nuove rivelazioni
importantissime e non meno edificanti delle altre sul conto "di quella
buona lana del cavalier Barbetta!"
--Donna Lucrezia deve proprio aver perduta la testa--mormorava fra
sè--per consigliare un simile matrimonio. È troppo di buona fede e
troppo facile agli entusiasmi, quella benedetta donna!... si lascia
commuovere dalle romanticherie sentimentali e intanto fa continui
spropositi per eccesso di buon cuore!... Ma per fortuna sono capitato
ancora in tempo.
E contentissimo della risoluzione presa, e soddisfatto assai per il
contegno della Mary, una sera, appena ritornato a casa, dopo aver
fatto con essa una piacevole passeggiata lungo la spiaggia, mentre la
ragazza stava preparando il thè entrò, per la prima volta dopo tanto
tempo, a parlare ancora di quel matrimonio, quasi coll'aria di voler
ricambiare la sua docile arrendevolezza con altrettanta confidenza.
--Sai, Mary cara, devi proprio ringraziarmi di aver fatto la parte del
tiranno, e puoi chiamarti ben fortunata di avermi dato retta.
--Perchè, zio?--domandò la ragazza cogli occhi scintillanti, in cui
pareva ci fosse ancora un riflesso della deliziosa passeggiata fatta in
riva al mare e al chiaror delle stelle.--Perchè, zio?--e gli offrì la
tazza fumante del thè.
--Perchè quel cavalier Barbetta-Barbarò è più canaglia ancora di quanto
si credeva. È proprio vero che teneva per suo conto un'Agenzia di
prestiti in cui strozzava la gente!... Ma tutto ciò è ancora poco...
è un niente in confronto del resto che ho saputo.... Sai come ha
incominciato a mettere insieme i primi soldi?... Col far la spia!
--La spia?!--esclamò la fanciulla senza poter reprimere, in sul primo,
un moto di ribrezzo e quasi di terrore. Ma poi si calmò prontamente,
mormorando:--Non è possibile, zio mio, non è possibile!... Sono
esagerazioni, non bisogna credere a tutte le ciarle.
In quel punto, dalla strada, e proprio sotto alle loro finestre, si udì
lo strisciare del ferro di un bastone contro il marciapiede. La Mary
arrossì leggermente, i suoi occhi scintillarono di nuovo, e cominciò a
mostrarsi un po' nervosa e distratta.
--Eppure--continuò lo zio Francesco--quanto ti dico è la pura verità.
Il signor cavaliere ha cominciato la propria carriera facendo la spia
all'Austria. Per il momento ci mancano i particolari del fatto; ma
c'è chi li sta raccogliendo e gli avremo in breve, e allora... allora
faremo la festa a questo imbroglione che ci ha mandato a combattere
in Tirolo con fucilacci rugginosi, da comparse! È ora di finirla;
e di questo signor cavaliere, appena avrò in mano le prove, me ne
incaricherò io stesso!
--Ah no, zio, te ne supplico!
--No?... Perchè no?--esclamò l'Alamanni fermandosi a mezzo dal sorbire
il thè, colla tazza alzata in una mano, il piattino nell'altra, e
fissando attentamente la ragazza.--Perchè no?
Ci fu un momento di silenzio; la Mary pareva confusa, impacciata.... Lo
zio crollò il capo, vuotò la tazza d'un fiato, e la posò con un atto di
stizza sul vassoio.
--Per Dio, non ci vogliono debolezze verso le canaglie; e ripeto e
sostengo che me ne incaricherò io, io stesso, del signor cavaliere!
--No, no, zio mio, sii buono!... Te ne prego, sii buono!... Intanto
vedrai... non sarà vero che abbia fatto la spia....
--È verissimo: lo abbiamo saputo da buona fonte!
--In tal caso... gli devi perdonare.--E la fanciulla lo guardava
supplichevole, cogli occhi atterriti. Adesso non era più nervosa, nè
distratta, quantunque lo stridore del bastone strisciante sul lastrico
della strada, che si era un poco allontanato, ritornasse un'altra volta
ad avvicinarsi, e a ripassare sotto le finestre.
--Perdonare?... Gli devo perdonare?!--domandò l'Alamanni maravigliato e
crucciato insieme....--Perdonare?... A una spia?!
La casetta era posta in riva al mare, e il buon vecchio udiva solo
il rumore monotono delle onde che si rompevano contro la scogliera.
All'altro rumore, a quello del ferro del bastone, non ci aveva badato.
--A noi, in fine,--riprese la fanciulla balbettando nel cercare una
scusa attendibile, e senza pensar bene a quanto stava per dire,--a noi,
in fine, non ha fatto niente di male!
--Niente di male... a noi?... E sei tu, la Mary, che parli in tal
modo?... Ma dove hai la testa, per ragionar così?... A che cosa pensi
in questo momento? Appunto, s'egli avesse fatto del male soltanto a
noi, direttamente, allora gli si potrebbe perdonare: ma invece no.
È un dovere, un sacro, un imperioso dovere lo smascherare i falsi
amici, i mercanti della patria. Noi abbiamo l'obbligo di bollare col
ferro infocato questi vermiciattoli che fanno piaga e le infettano
il sangue. Le canaglie come il Barbarò sono più dannose e pericolose
degli stessi Tedeschi! Questi infine erano nemici aperti, dichiarati;
volevano opprimere la patria, opponevano la forza della tirannide alle
ribellioni della libertà; ma combattevano alla luce del sole, soldati
contro soldati. Costoro invece, dopo averla tradita nell'ombra per
arricchirsi, adesso sfrontatamente, sicuri dell'impunità che loro
accorda la debolezza, la vigliaccheria e l'interesse altrui, vorrebbero
fare della patria nostra il mercato delle loro cupidigie; il porto
franco delle loro ladrerie!... Ma noi, gente onesta, noi, come abbiamo
combattuto quegli altri, dobbiamo levarci a combattere i nuovi, i più
esosi nemici: li dobbiamo combattere all'ultimo sangue, a viso aperto,
a costo della nostra pace, dei nostri interessi, del nostro cuore,
della nostra vita. Il Barbetta che faceva la spia, o il Barbarò che ci
frodava, che ci tradiva durante la guerra è uno di costoro?... Ebbene,
lui per il primo, alla berlina!... Alla berlina!...
--Ah no!--gridò la Mary con impeto, sempre più spaventata dalla collera
e dalla terribile minaccia dello zio.--No, per carità; abbi compassione
di me....
--Di te?!
--Di Giulio. Egli ne morrebbe!...
--E che importa?--rispose l'Alamanni fuori di sè.--Meglio così. Sarà
dispersa, sarà distrutta la razza maledetta degli spioni!
--Ebbene--proruppe la fanciulla non più supplichevole nè tremante, ma
pallida, risoluta, forte e fiera del suo amore--ebbene, fa ciò che
vuoi, ma pensa che io pure sarò disonorata con Giulio, pensa che io
pure morrò con lui!
--Tu?... Con lui?... Con Giulio Barbarò?--domandò l'Alamanni rimanendo
come oppresso e atterrito.
--Sì,--rispose la Mary semplicemente; ma c'era tutto il sacrificio
della sua vita, tutta la più ferma volontà del suo cuore in questa sola
parola.
--Ma... ma non sai....
--So ch'egli non è colpevole delle colpe di suo padre, e non ne deve
rispondere.
--Sì, ne deve rispondere perchè ne gode i frutti, ed è quasi come se ci
tenesse mano!
--Egli ha sempre fatto il suo dovere: è stato soldato: s'è battuto;
è un valoroso.... Adesso vuol procurarsi col suo lavoro uno stato
indipendente, decoroso.... Quando ci sarà riuscito... ci sposeremo.
--Sposar... te?!
--Sì... e avrò diritto di andar superba del suo amore.
--Ma questi sono romanzi!--esclamò l'Alamanni soffocando la collera
e il dolore per trovar modo di persuadere la ragazza.--Come vuoi che
da un giorno all'altro possa procurarsi uno stato se non ha mai fatto
nulla, se ha sempre vissuto col capo nel sacco?... Sono romanzi,
ti ripeto; assurdità, stupidaggini! È Donna Lucrezia, colle sue
fanfaluche, che ti riscalda la testa.
--No, la zia non c'entra. È stato Giulio che m'ha fatto questa
promessa, e la manterrà.
--Giulio?... Quando?
--La prima volta che mi ha scritto, dopo di essere stato ammalato, e
gravemente.
--Ma come?... Ti ha scritto ancora?
--Sempre, zio.
--Se credevo tutto finito fra voi due?
--No, zio.
--Dunque le tue promesse....
--Io ti ho obbedito, ma non ho promesso nulla. In casa del signor
Pompeo non ci devo andare, nè ci andrò. Noi vivremo del nostro lavoro
colla zia e con te... se vorrai.
Ci fu un altro po' di silenzio: poi l'Alamanni mormorò, crollando il
capo e sospirando:
--Ed io, povero illuso, che ti credevo guarita....
--No, zio,--rispose la fanciulla sorridendo;--ammalata... peggio di
prima.
L'Alamanni, cupo, imbronciato, non disse più una parola e si ritirò
nella sua camera prima del solito, senza nemmeno abbracciare la Mary,
come faceva sempre ogni sera.
Passeggiò su e giù per un'ora, e a mano a mano il dolore vinceva la
collera. In fine si confortò un poco pensando che la battaglia non era
ancora perduta, che aveva quasi due anni di tempo dinanzi a sè, e che
certo, per quanto dipendeva da lui, non avrebbe mai avuto il rimorso
di aver ceduto d'un punto. Occorrendo avrebbe anche trovato il modo di
dare una buona lezione al signorino!
Intanto, era ciò che più premeva per il momento, voleva continuare a
tenere la Mary a Nizza... lontana dalle chiacchiere di Donna Lucrezia
che le facevano perdere il cervello... e lontana, specialmente, da
Giulio Barbarò.
--Che coraggio, per altro, in quella ragazza! E quanta fermezza!
Poi, prima di andare a letto, pensò di scrivere appunto alla Balladoro,
lagnandosi anche con lei per quanto era accaduto, e ingiungendole
d'imporre in suo nome, al signor Giulio Barbarò, di tralasciare
immediatamente di corrispondere anche per lettera, colla signorina
Alamanni.
Bisognava tentare ogni via per dividerli quei due ragazzi, e per fare
in modo che finissero col dimenticarsi.
Mentre l'Alamanni scriveva a Donna Lucrezia era tutto quiete e
silenzio, dentro e fuori della piccola casetta. Solamente fra mezzo
al gorgoglìo incessante delle onde del mare si udiva ancora, a volte
vicino vicino, a volte più lontano, lo stridore del ferro di un bastone
che strisciava sul lastrico della strada... e c'era sempre lume alla
finestra della Mary.
II.
Il giornale _Il Moderatore_ aveva già cominciato, in breve tempo, a
diffondersi e ad accreditarsi, e il merito di questo buon successo
spettava in parte anche al professore Eugenio Zodenigo che, caso raro,
era un uomo saggio e fortunato. In fatti, se la fortuna, più che altro,
lo aveva messo a capo di un giornale, vi rimase poi, acquistando ogni
giorno maggiore autorità per solo merito della propria prudenza.
Col trascorrere degli anni, mentre si inaridiva nel professore Eugenio
la fonte poetica, due altre fonti invece, e assai più proficue,
cominciarono a scaturire nel suo individuo: quella dell'agitatore
elettorale, e l'altra del buon _amministratore_.... cioè di colui
che per fas o per nefas riesce sempre a trovar danari quando gli
abbisognano.
Ora, appunto come agitatore elettorale, egli aveva contribuito
efficacemente alla rielezione dell'onorevole Silvio Caldarelli, uno dei
comproprietari del giornale _Il Rinnovamento_, in cui lo Zodenigo era
scrittore per la parte letteraria, e cronista. Tale rielezione pareva
in sulle prime assai pericolante, per ciò il Caldarelli non solo fu
grato al Professore del servizio prestatogli, ma lo prese a ben volere
e quando, in seguito ad alcune divergenze nelle opinioni politiche, il
Caldarelli uscì dal _Rinnovamento_ per fondare il _Moderatore_, chiamò
presso di sè lo Zodenigo, e lo fece amministratore di fatto e direttore
di nome del nuovo giornale.
Silvio Caldarelli era uno degli uomini più onesti e simpatici della
vecchia Destra; uno di coloro che avrebbero potuto far valere, e non
avevan fatto valer mai, tutta una vita spesa in pro del proprio paese.
Ma fra molte doti singolari c'era in lui anche un grosso difetto: il
_codino_ dell'oggi conservava, come Francesco Alamanni, la buona fede,
l'ingenuità, gli entusiasmi dell'antico _mazziniano_. Pessimista in
teoria, era ottimista nella vita pratica, e tutti gli altri giudicava
da sè stesso... compreso lo Zodenigo.
Tuttavia, col tempo, e specialmente dopo certi elogi del signor
Barbarò apparsi nel _Moderatore_, il brav'uomo cominciava a modificare
un poco la propria opinione sul conto del Professore... quando,
improvvisamente, morì a Roma di tifo, e così il giornale restò in piena
balìa dello Zodenigo che lo fece uscire per tre giorni listato di nero,
e che cominciando a mostrare la sua abilità di buon _amministratore_,
mentre il cadavere era ancor caldo, e la commozione degli amici più
viva, raccolse alcune migliaia di lire per pagare certi debiti del
_Moderatore_ di cui nessuno prima d'allora aveva mai sentito parlare,
e che Silvio Caldarelli, sebbene fosse morto, com'era sempre vissuto,
poverissimo, non si era mai sognato di fare.
Eugenio Zodenigo aveva subito compreso che il _Moderatore_ poteva
diventare nelle sue mani una fattoria e che il Caldarelli morto
gli poteva giovare fors'anche più che vivo. Per ciò si pose con
grande impegno a sostenere la parte dell'amico e del discepolo
dell'illustre defunto, pretendendo di aver diritto alla proprietà
del giornale, come alla eredità politica e morale del _compianto_
fondatore. Ma (e qui mostrò la sua saggezza) diventato proprietario
e direttore assoluto del _Moderatore_, lo Zodenigo continuò a
lavorare molto nell'amministrazione e pochissimo nel giornale, dove
di suo pubblicava solo di tanto in tanto, nei periodi delle elezioni
politiche ed amministrative, alcuni brevi e succosi articoletti, dalla
punta avvelenata, di cui egli aveva la specialità. Del resto se non
scriveva nel giornale lo leggeva però sempre, e tutto, attentamente,
per assicurarsi che non contenesse nulla che potesse urtare contro
gli interessi dell'_amministrazione_, sopprimendo qua e là qualche
aggettivo, aggiungendo all'occorrenza qualche elogio o qualche biasimo,
accorciando o arrotondando qualche periodo. Chi scriveva da capo a
fondo, chi faceva tutto il _Moderatore_, versandovi la parte migliore
del suo sangue sano e rigoglioso, era il dottor Nicomede Carpani,
il _redattore-capo_; uno di quegli uomini rari che intendono il
giornalismo davvero come un sacerdozio, e che al trionfo dei principii
e degli ideali sacrificano interamente la propria persona, nulla
domandando, nulla volendo per sè.
E anche Nicomede Carpani, con tutto il suo ingegno e la sua scienza,
era un uomo di ingenua buona fede. Sempre sprofondato nel lavoro,
colla vita esteriore limitata al pezzo di strada che faceva due
volte al giorno dall'ufficio del _Moderatore_ alla sua cameretta
al quarto piano del _Corso Garibaldi_, non aveva nè tempo nè modo
di fermarsi a osservare e a studiare chi lo toccava più da vicino.
Egli che conosceva a fondo la mente, la vita, il valore di tutti
gli uomini politici più notevoli, non conosceva ancora lo Zodenigo,
il suo direttore. Sapeva bene che era un uomo più di apparenza che
di sostanza, ma lo reputava un galantuomo dal momento che era stato
l'amico del "compianto Caldarelli." Riconosceva che possedeva in
sommo grado il tatto e il sussiego dell'uomo politico, e ciò pensava
che tornasse utile al giornale e conveniente al partito; onde lo
serviva sgobbando in vece sua, giorno e notte, e gli dava autorità e
riputazione col proprio lavoro, vivendo miseramente col magro stipendio
che riceveva a spizzico, mal vestito, mal nutrito, facendo colazione
sul tavolino dell'ufficio, fra le bozze da correggere, soltanto con
un pezzo di pane e una fetta di salame, mentre il direttore stava due
ore al _Caffè Cova_ a rinforzarsi lo stomaco con buoni _beefsteaks à
la Chateaubriand_, e a godersi l'ammirazione e il rispetto della gente
dabbene.
Però ben presto, quantunque il _Moderatore_ continuasse a prosperare,
lo Zodenigo invece, appunto per la vita da signore che menava, e per le
spese proprie del giornale, tornò a trovarsi colla cassa vuota. Appena
morto Silvio Caldarelli egli aveva chiamato a raccolta gli uomini del
partito, formandone una società di azionisti, la quale aveva versata
una certa somma che secondo i preventivi doveva assicurare la vita al
giornale almeno per tre anni... Ma invece, come quasi sempre succede in
simili casi, tutto il capitale era già sfumato allo spirare del primo.
Che fare?... Lo Zodenigo tornò a picchiare alla porta dei soliti
amici, e ricordando i meriti e le virtù del compianto Caldarelli,
"il suo secondo padre, il suo maestro," domandò un nuovo versamento,
"perchè il _Moderatore_, che poteva chiamarsi il suo testamento
politico, che era uscito direttamente dal pensiero e dal cuore di
_Lui_.... non dovesse sospendere, dopo tanti sacrifici, e dopo l'ottimo
frutto ottenuto, le sue pubblicazioni." E a forza di chiacchiere,
di promesse riuscì ancora a racimolare una discreta sommetta... ma
appena sufficiente per i bisogni del momento, mentre nella testa del
professore Eugenio andavano formandosi nuovi disegni di splendidi
allettamenti e migliorie da introdursi nel giornale per invogliare il
pubblico ad abbonarsi essendo prossima la fine dell'anno. E pensava
di ampliare la tipografia, e avrebbe voluto acquistare una macchina
celere di ultimo modello che, rendendo più sollecita e meno costosa la
tiratura, gli dovesse assicurare un vantaggio notevole sopra gli altri
giornali e un nuovo _slancio_ nella diffusione.
Allora pensò e ripensò al modo di trovare dell'altro danaro, molto
danaro, tutto il danaro che ancora gli occorreva per il giornale e per
sè; pensò, ripensò, e più volte, sebbene crollando il capo, mormorò il
nome di Pompeo Barbarò.
"Ah, se avesse potuto ficcar le mani nella cassa forte del neo
cavaliere!"
Ma quel villan rifatto, colle cambiali sue che aveva in portafoglio,
e che ormai coll'aumento continuo dei frutti e delle spese di
rinnovazione, rappresentavano una somma considerevole, pretendeva che
il _Moderatore_ gli facesse la _réclame_ a ufo, senza nè manco pagare
l'abbonamento!... Eppure che colpo da maestro, sarebbe stato...
cavargli fuori le cambialette e fargli snocciolare anche i bei marenghi
per la macchina celere!... Che colpo da maestro sarebbe stato avere i
danari, e insieme vendicarsi di quell'avaraccio tirchio e indelicato!
Ma come fare?... Se il Barbarò non aveva la scienza infusa, era
per altro astuto e furbo più del diavolo.... Attaccato al danaro
non si sarebbe indotto a spendere nemmeno per la lusinga d'essere
creato... commendatore!... Poi gli era andato bene il tiro colla
_Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali_, e sebbene, in fin dei
conti, non avesse fatto altro che un buon affare per lui, guadagnava
terreno ogni giorno nell'opinione pubblica, e del _Moderatore_, quasi,
poteva infischiarsene.... Lo avevano nominato consigliere alla _Banca
Popolare_, membro della _Congregazione di Carità_... Presidente del
Comitato Promotore per le _Case operaie_ e...
"Ma appunto," pensò d'un tratto lo Zodenigo picchiandosi la fronte
colle dita, "se giovandosi del vento medesimo che il signor _Cavalice_
aveva in poppa egli lo avesse saputo spingere in sulle secche... e gli
fosse occorso l'aiuto del giornale per rimettersi a galla?"
".... Ma in che modo si poteva?... In che modo?... Per Dio, non
ci sarebbe stato altro che fare col suo nome una grande campagna
elettorale: portare il Barbarò candidato alla Deputazione!..."
A questo punto il professore Zodenigo sorrise seco stesso della propria
idea, ma poi, subito, borbottò con un'alzata di spalle:--E perchè
no?... Se ne son visti di più asini, di più ignoranti assai... e di
egualmente bricconi!... In fine poi, il cavalier Barbarò è un uomo
serio, positivo, un uomo pratico... un eccellente amministratore....
Suo figlio è stato con Garibaldi in Tirolo... Il _Moderatore_ può
ignorare benissimo il suo passato, e proporlo candidato e sostenerlo
in buona fede... Poi, nel calore della polemica, se gli avversari
susciteranno qualche scandalo bisognerà difenderlo per l'onore del
partito... ma intanto l'_orang-outang_ sarà nelle mie mani.... E, per
Dio, la pagherà salata la deputazione!
Del resto la prima idea della candidatura Barbarò non era venuta in
mente del tutto a caso al professore Eugenio. In quel tempo, per
l'appunto, il deputato del collegio di Panigale era stato compreso in
una infornata di senatori; il collegio, in conseguenza, dichiarato
vacante, e le nuove elezioni indette per il diciotto del prossimo
mese di gennaio. Si era allora alla fine di dicembre; lo Zodenigo non
aveva dunque che una ventina di giorni, all'incirca, dinanzi a sè,
e urgeva non perdere tempo. Indossò l'abito nero, quello proprio di
parata più lungo e più abbottonato degli altri, mise un cappello a
tuba nuovissimo, che splendeva al sole, e dopo aver fatto colazione
al _Caffè Cova_, come al solito, ma più del solito serbando fra gli
ammiratori suoi che gli facevano corona durante il pasto, il grave
silenzio _monosillàbico_ dei momenti solenni, ordinò un _brum_ con voce
forte, e si fece condurre dal cavalier Barbarò.
Pompeo, che anch'egli aveva appena finito di far colazione, lo
ricevette colla sua cordialità sforzata e chiassosamente volgare; ma
siccome non ignorava le visite fatte in que' giorni dal Professore agli
azionisti credette, a buon conto, di parare la stoccata assicurandolo
subito "che le cambiali in scadenza colla fine dell'anno sarebbero
state ugualmente rinnovate per quanto il momento fosse piuttosto
critico... " Ma lo Zodenigo, a tanta generosità, rispose appena con
un sorriso a fior di labbra e con un cenno del capo quasi più di
protezione che di ringraziamento.
--Diavolo,--pensò Pompeo fra sè,--che cosa c'è di nuovo?--e cominciò a
provare un po' d'inquietudine.
--Ho sentito che il _Moderatore_,--disse poi per tastare il
terreno,--promette di diventar un affar d'oro per il nostro illustre
direttore: bravo!... bravo!... bravo!...--E siccome tutti e due
erano seduti l'uno accanto all'altro, sul canapè, così il Barbarò
ad ogni "bravo" battè col palmo della mano, per dar maggior forza
all'entusiasmo, sulle ginocchia dello Zodenigo. Questi rimase un
momento senza rispondere, poi stirandosi sul canapè e abbassando
le palpebre con una cert'aria di mezzo tra il diplomatico e
l'addormentato:--D'_oo_ no--soggiunse--perchè un giornale in Italia
non potrà mai essere un _afface_; ma si è raggiunto il nostro scopo
e ormai il _Moderatore_ ha guadagnato il suo posto ed è una forza.
Tuttavia--continuò dopo una breve pausa--devo dire a _onooe_ del vero
che gli azionisti non hanno mai indietreggiato dinanzi ai più gravi
sacrifici, e anche in questi giorni hanno versato la somma che ci
occorreva per metterci in grado di vincere le varie concorrenze e poter
entrare fidenti e sicuri nel nostro secondo anno di vita. Insomma anche
dal lato pecuniario lo stato del _Moderatoee_ non potrebbe essere
_migliooe_.
Una tale e così esplicita dichiarazione, che avrebbe rassicurato
chiunque, rese invece maggiormente inquieto e sospeso il Barbarò, che
non potè trattenersi dal lanciare un'occhiata alla sfuggita sul suo
compagno.
--Dove diamine vuol andare a parare....--pensò tra sè.
Ma lo Zodenigo si mostrava imperturbabile. Sdraiato, colle braccia
stese sui guanciali del canapè, cogli occhi semichiusi, soffiava un
poco, perchè cominciava a ingrassare. Adesso ch'egli non scriveva più
versi aveva rinunciato alla zazzera, al ricciolo alla rubacuori, ed
anche all'etisia.
Ci fu un'altra pausa ancora più lunga delle precedenti: Pompeo Barbarò,
oltre all'essere inquieto, cominciava a sentirsi anche un po' seccato
da quel gran sussiego.
--In fine--ripigliò sdraiandosi alla sua volta e ficcandosi le mani in
tasca--si può sapere lo scopo di questa vostra visita?
L'altro aprì gli occhi, fissò Pompeo sorridendo con astuzia, e
battendogli, a sua volta, confidenzialmente sulle ginocchia, gli
domandò avvicinandosi:
--Vi sentite l'animo di _faae_ un gran colpo?
--Fare un gran colpo?... Che colpo?... Di che genere?... Non vi capisco!
--Un colpo tale da soddisfare pienamente la vostra legittima ambizione.
Pompeo indovinò che cosa lo Zodenigo gli stava per proporre: ebbe
un guizzo di foco negli occhietti furbi, arrossì, si confuse; ma fu
un attimo, riprese subito il suo sangue freddo e cominciò a fare lo
svogliato.
--Caro Professore, vi prego, innanzi tutto, di non venire a rompermi le
scatole!... Io amo la mia quiete, la mia pace. Sapete pure che io sono
un uomo d'affari; nient'altro che un uomo d'affari; e come tale la mia
ambizione ormai è soddisfatta.... il mio fine è raggiunto.
--_Excelsioor_... _Excelsioor_... caro cavaliere!
--Andiamo, parlate chiaro: fuori la bomba!
L'altro continuò a sorridere e ritornò a sdraiarsi sul canapè, a
chiuder gli occhi e a soffiare.
--Avanti!... Sentiamo!
--Sapete che il collegio di Panigale è vacante?
--Sì... ebbene....
--Ebbene.... Abbiamo pensato a voi.
--A me?... Per che cosa?
--Accettate?
--Ma che cosa?
--La _candidatuua_.
--La candidatura!--esclamò Pompeo scattando in piedi e fingendo la più
alta meraviglia.--Siete matto?
--No, niente affattissimo.
--La candidatura... a me?!
--A voi, appunto. Siete il più ricco possidente di Panigale; avete in
mano vostra il collegio... dovete rendere questo _seevizio_ al paese...
al _paatito_.
Il Barbarò dal primo stupore passò alla collera... quindi si calmò un
poco, esponendo i grandi, gl'insormontabili ostacoli che si sarebbero
opposti alla riuscita della sua elezione; ma vedendo che l'altro
continuava a sorridere e a soffiare cogli occhi chiusi, senza ribattere
quelle difficoltà, gli si sedette nuovamente accanto sul canapè e
cominciò lui medesimo a trovare talune circostanze in favore: "
...certo che a Panigale aveva molto credito... certo che avrebbe potuto
disporre di un buon numero di voti... " ma lo Zodenigo rimaneva sempre
impassibile.
--Infine parlate una buona volta!... Sentiamo!--esclamò il Barbarò
perdendo la pazienza--da chi sarei presentato, portato, appoggiato?
--Da noi.--Lo Zodenigo, a questo punto, aprì del tutto gli occhi e
fissò serio Pompeo Barbarò.
--Adagio... adagio.... Bisogna andar adagio.... Non sono cose da
risolvere così su due piedi, colla fretta!
Il Barbarò era doppiamente spaventato: spaventato dalla proposta
medesima; spaventato dalla paura di lasciarsela scappare.
Deputato!.. Era un bel salto davvero!... Lusinghiero per la sua
ambizione; ottimo per l'andamento de' suoi affari. Ma... se invece
fosse andato a mettersi in un ginepraio... per avere il gusto di fare
un fiasco? Se... No, no, non ci voleva fretta. Bisognava andare adagio,
molto adagio!
Invece lo Zodenigo dichiarò esplicitamente che non c'era proprio tempo
da perdere, e che per riuscire si doveva aprir subito il fuoco finchè
il nemico non si era ancora _peepaato_. Del rimanente egli aveva
pensato al suo nome per il collegio di Panigale, spinto da due motivi.
Uno di sentimento: perchè il _Modeeatore_ doveva gran parte della sua
fortuna al cavaliere Barbarò; l'altro, e non glielo voleva nascondere,
per opportunità. Visto le aderenze e l'autorità e i molteplici
interessi che rendevano onnipossente il cavalier Barbarò a Panigale,
la vittoria sarebbe stata facile, e al _Moderatore_, per affermarsi
stabilmente, occorreva appunto di ottenere il trionfo in una campagna
elettorale.
--I giornalisti sono come i soldati: non si formano altro che alla
_gueea_.
E tante ne disse e ne ripetè, sempre con un sorrisetto che significava
lo sprezzo per gli altri e la sicurezza di sè medesimo; sempre
con un'aria olimpicamente infallibile, che il Barbarò finì col
maravigliarsi di una cosa sola: che non gli fosse venuto in mente anche
prima, di farlo deputato.
--Ma... e il padre Cammaroto?--esclamò a un tratto il Barbarò tornando
a mostrarsi inquieto.--Che contegno avrebbe tenuto il padre Cammaroto?
--Il Cammaroto è un mattoide: la gente di buon senso, le persone
oneste, e aliene dagli scandali, lo hanno abbandonato: La _Colonna di
fuoco_ ha _oomai_ fatto il suo tempo...--rispose lo Zodenigo chiudendo
del tutto gli occhi e storcendo la bocca in atto di nausea.--È uno
sconcio zibaldone senza misura, senza stile, senza _gaammatica_.
La _Colonna di fuoco_ era un giornale politico che si pubblicava allora
a Milano, diretto da un ex frate catanese: Salvatore Cammaroto.
Al primo momento Pompeo Barbarò, sedotto dall'idea della deputazione,
aveva obliato il frate e il suo giornale, ma adesso invece,
rammentandolo, stentava a rassicurarsi, e fissando lo Zodenigo mormorò,
mentre impacciato intrecciava le dita grosse e nocchiute nel catenone
d'oro:
--Capirete bene... non vorrei... non vorrei aver dispiaceri... ho
molti nemici... troppi nemici.
--Tutta invidia...
--Sicuramente; ma intanto... riderebbero alle mie spalle. I Collalto,
specialmente!... Adesso, sapete?... mi han messo contro anche quel
vecchio gonzo dell'Alamanni. Se riusciranno a impedire il matrimonio
sarà tanto di guadagnato per me e per Giulio, ma.... Ma pure,
scommetterei, dev'essere stata la marchesa Angelica, istigata dal
Capitano, che mi ha dipinto coi colori dell'orco allo zio Francesco!
--Quel _maachese_... quel _maachese_... non _muoee_ mai?
--Lo desiderano troppo, e ciò gli allunga la vita!--rispose il Barbarò
con una sghignazzata.--Ma... ritornando alla _Colonna di fuoco_ vi
confesso che... per le ragioni che v'ho detto e... in questo momento...
mi fa... mi fa... mi fa paura!
Lo Zodenigo sorrise appena, sprezzantemente, senza scomporsi.
Salvatore Cammaroto, il direttore della _Colonna di fuoco_, era un uomo
d'ingegno straordinario e di svariata coltura, ma al quale mancavan,
per disgrazia sua... _due dita di criterio_, di quel certo criterio
senza cui, a sentir la gente di buon senso, riescono vane tutte le più
grandi virtù della mente e del cuore.
Da ragazzo era stato messo in un collegio presso Catania, diretto dai
Padri Scolopi, e subito leggendo la vita di San Giuseppe Calasanzio
si accese di un ardore tale per le pratiche religiose da sembrare
certe volte un allucinato e da far temere anche per la sua salute.
Poi, crescendo cogli anni, s'infervorò nello studio delle discipline
religiose diventando un seguace ardentissimo della dottrina dei
_Minoriti_, e però schierandosi fra gli avversari più acerrimi e più
battaglieri della scuola teologica dei Domenicani, come se avesse
in animo di rinnovare per proprio conto, in mezzo allo scetticismo
e alla indifferenza del secolo decimonono, le dispute e le lotte
accanite del medio evo. In fine quando i suoi parenti, che dopo essere
stati edificati dalla pietà del fanciullo e inorgogliti dal sapere
del giovinetto si preparavano a levarlo di collegio, egli dichiarò
esplicitamente che si sentiva la vocazione, e che voleva farsi frate.
Frate, il padre Salvatore Cammaroto diventò presto popolare per la foga
veemente e colorita delle sue prediche, e per la profonda carità del
suo cuore e delle sue opere. Ma ben presto anche nell'interpretare,
e specialmente nello spiegare i libri sacri, mise fuori il solito
difetto; volle farsi rigido banditore della legge del Vangelo, e urtò
contro gli interessi medesimi della Chiesa, suscitando un grosso
scandalo, ond'ebbe a risentirsi un abate, appartenente ad un'illustre
famiglia dell'aristocrazia romana, il quale non godeva fama di aborrire
i piaceri e i beni terreni come il poverello d'Assisi.