CAP. LXIV.

_Come le compagnie condotte in Piemonte cominciarono a guerreggiare._

Le compagnie tratte per lo marchese e per la Chiesa di Provenza,

condotte in Piemonte in questi tempi della moria cominciata in

Milano del mese d’agosto, cominciarono a guerreggiare nel Piemonte,

dove acquistarono al marchese sette castella le più loro arrendute.

Messer Galeazzo si ridusse a Moncia fuggendo di Milano la morìa che

asprissimamente li perseguitava, avendo le sue terre fornite di buona

guardia, e in campo non mise persona: ben tentò di trarne al suo soldo

di quelli della compagnia, e d’alcuna parte li venne fatto per la forza

del fiorino d’oro, non dimanco il resto rimase sì grande, che corse

insino al Tesino senza contasto. Messer Bernabò veggendo la pestilenza

sformata in Milano, che per giorno fu che levò ottocento, e mille e

milledugento, e tal fu dì de’ millequattrocento, e ben parea volesse

ristorare i Milanesi, cui per l’altre moríe non avea assaggiati,

si partì di Milano con tutta sua famiglia, e andonne al suo nobile

castello di Marignano, il quale è verso Lodi, il luogo foresto e di

sana aria, facendo gran guardia che nessuno non gli andasse a parlare,

avendo ordinato col campanaro della torre, che per ogni uomo che

venisse a cavallo desse un tocco. Occorse che certi gentili e ricchi

uomini di Milano andarono a Marignano, ed entrarono dentro; il signore

li ricevette bene, ma turbato contro il campanaro mandò su la torre

suoi sergenti, e comandò lo gettassono della torre; i quali andati su,

trovarono il campanaio morto appiè della campana: per la qual cagione

messer Bernabò terribilmente spaventato di presente senza arresto

abbandonò il castello, e si mise nel più salvatico e foresto luogo, ove

più di due miglia da lunga fece rizzare pilastri con forche ne’ quali

era scritto, che chi li passasse su vi sarebbe appeso. Per allora in

avanti sua vita fu tanto remota e solitaria, che voce corse, e durò

lungamente, ch’egli era morto, ed egli n’era contento per farne a tempo

suo vantaggio. Giugneremo a questo, per non fare nuovo capitolo, che in

questi tempi della moria, che anche requistava in Vinegia, morì il doge

loro, e funne fatto un giovane di quarantasei anni, il quale non era di

gran famiglia, nomato Lorenzo Celso: costui per la maturità de’ suoi

costumi e virtù montò a questo onore, e innanzi ai più antichi e più

nobili cittadini oltre a loro consuetudine: e pertanto notato l’avemo,

e per la sequela del fatto.

Cronica di Matteo Villani, vol. 5 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 68 / 217 题