_Come le compagnie condotte in Piemonte cominciarono a guerreggiare._
Le compagnie tratte per lo marchese e per la Chiesa di Provenza,
condotte in Piemonte in questi tempi della moria cominciata in
Milano del mese d’agosto, cominciarono a guerreggiare nel Piemonte,
dove acquistarono al marchese sette castella le più loro arrendute.
Messer Galeazzo si ridusse a Moncia fuggendo di Milano la morìa che
asprissimamente li perseguitava, avendo le sue terre fornite di buona
guardia, e in campo non mise persona: ben tentò di trarne al suo soldo
di quelli della compagnia, e d’alcuna parte li venne fatto per la forza
del fiorino d’oro, non dimanco il resto rimase sì grande, che corse
insino al Tesino senza contasto. Messer Bernabò veggendo la pestilenza
sformata in Milano, che per giorno fu che levò ottocento, e mille e
milledugento, e tal fu dì de’ millequattrocento, e ben parea volesse
ristorare i Milanesi, cui per l’altre moríe non avea assaggiati,
si partì di Milano con tutta sua famiglia, e andonne al suo nobile
castello di Marignano, il quale è verso Lodi, il luogo foresto e di
sana aria, facendo gran guardia che nessuno non gli andasse a parlare,
avendo ordinato col campanaro della torre, che per ogni uomo che
venisse a cavallo desse un tocco. Occorse che certi gentili e ricchi
uomini di Milano andarono a Marignano, ed entrarono dentro; il signore
li ricevette bene, ma turbato contro il campanaro mandò su la torre
suoi sergenti, e comandò lo gettassono della torre; i quali andati su,
trovarono il campanaio morto appiè della campana: per la qual cagione
messer Bernabò terribilmente spaventato di presente senza arresto
abbandonò il castello, e si mise nel più salvatico e foresto luogo, ove
più di due miglia da lunga fece rizzare pilastri con forche ne’ quali
era scritto, che chi li passasse su vi sarebbe appeso. Per allora in
avanti sua vita fu tanto remota e solitaria, che voce corse, e durò
lungamente, ch’egli era morto, ed egli n’era contento per farne a tempo
suo vantaggio. Giugneremo a questo, per non fare nuovo capitolo, che in
questi tempi della moria, che anche requistava in Vinegia, morì il doge
loro, e funne fatto un giovane di quarantasei anni, il quale non era di
gran famiglia, nomato Lorenzo Celso: costui per la maturità de’ suoi
costumi e virtù montò a questo onore, e innanzi ai più antichi e più
nobili cittadini oltre a loro consuetudine: e pertanto notato l’avemo,
e per la sequela del fatto.