CAPITOLO VII.

Per chi non è avvezzo a viaggiare, il momento di uscire, stipato fra la

gente, dalla stazione in una città grossa, dà sempre un certo impiccio:

figuratevi poi Prandino, il quale, con quel po' po' di peso che aveva

sullo stomaco, arrivava per l'appunto a Venezia, dove non era mai stato,

fuorchè una volta sola, da ragazzo.

Dopo di avere attraversata quella tettoia lunga, bassa, stretta, scura

della stazione, egli si trovò, tutt'a un tratto, in faccia del Canal

Grande, dove le acque e il cielo e la terra si confondono amorosi in una

festa di colori. E lì, attorno all'uscita, sul piazzale, c'era una folla

di gondolieri e di servitori d'albergo: i gondolieri sbraitavano, si

spingevano l'un l'altro, si sbracciavano; volevano impadronirsi per

forza dei viaggiatori.

— _Vorla una gondola, signor? Una bela gondola, a un remo, a do remi —

pronta!_....

I servitori d'albergo, invece, tutti in fila, più gravi, più composti,

non facevano altro che ripetere:

— Albergo d'Italia! _Grand Hôtel_ — _Capelo_! Al Vapore! _Pension

Suisse_! La luna! Hôtel Vittoria!

Prandino era rimasto a bocca aperta; quelle grida lo stordivano e

guardava trasognato lo spettacolo del _Canal Grande_, con quella larga

striscia di gondole che formava giù come un'altra riva mobile,

irrequieta, sotto quella bianca, solida, di pietra, e il verdastro

dell'acqua, e il brulichìo di tutta quella gente affaccendata, e più

lontano il ponte grigio che parea trapunto.

— Mi dia lo scontrino. Anderò io a farmi consegnare il bagaglio. Lei,

intanto, prenda una gondola, ma badi bene di contrattare prima, se no,

vogliono il doppio. Tu, mamma, vieni con me, — continuò la Cecilia,

rivolgendosi all'Elisa, che camminava passo passo, colla sua andatura

molle e sentimentale, guardandosi intorno con una certa noncuranza che

la faceva parere una dama inglese da strapazzo. — Tu, mamma, vieni con

me. Quattrocchi ci vedono più di due, e poi, alle volte, non si sa mai,

potrei dimenticarmi qualche _capo_....

Questo pericolo non c'era proprio.... piuttosto ci poteva essere

l'altro, che se ne ricordasse uno di più!

— Tu, Gegio, sta bono, resta col Conte.

— No! Io voglio andare colla mamma grande!

— Torniamo subito!

— No! Io voglio andare colla mamma grande!

— E tu va colla mamma grande, seccatore, marmotta, che non sei altro!

Un ometto magro, agile, colla faccia maschia, espressiva, annerita dal

sole, con in testa un cappellaccio di paglia, e indosso un camiciotto di

rigatino stinto, era stato attento alla scena: però, appena scomparse le

signore con Gegio, si avvicinò a Prandino e, come se già lo conoscesse

da un pezzo:

— _Son qua mi, signor_ — gli disse tutto umile — _son qua mi_.

— Avete una gondola?

— _La vegna co mi, ghe digo; la vegna co mi e no la se indubita_!

Prandino lo guardò tutto consolato: non gli pareva vero che qualcuno si

occupasse di lui in quella folla, per toglierlo d'imbarazzo e, senza dir

motto, seguì il barcaiolo.

Questi lo fece piegare a sinistra.

Poco dopo, dalla stazione usciva un facchino con un gran baule sulle

spalle, una valigia in una mano e due sacche in un'altra. Dietro di lui

venivano la Cecilia, tutta piena di scatole e di cassette, la Contessa

con una cappelliera da una parte, e Gegio, che le dava la mano,

dall'altra.

— _Bapi! Ohè! Bapi! Porta qua la roba del signor_ — gridò il barcaiolo,

che lo riconobbe, mentre Prandino tornava indietro di corsa, per aiutare

la Cecilia, che in quello stato, rossa e dondolante, con tutto il peso

della roba fra le mani, pareva dovesse scoppiare.

_Bapi_, che aveva voltato a destra, appena udì la voce che lo chiamava,

alzò gli occhi, chè la testa non la poteva muovere sotto al baule, e

piegò, trotterellando curvo, a sinistra.

— Si va per di qua? — chiese Cecilia a Prandino. L'Elisa non gli parlava

mai, era in collera per la scenaccia che le aveva fatto a Mestre.

— Sì, per di qua. Ho trovato una bella gondola, grande, pulita.

Adagio adagio, si avvicinarono alla riva; ma quale non fu lo sdegno

della Cecilia e l'espressione ironica della Contessa, quando videro che

Prandino, invece di una gondola, aveva noleggiato un battello. Era una

barca grande davvero! e pulita, co' suoi guancialini candidi, filettati

di rosso!

Però tutto il sentimento aristocratico di casa Navaredo si rivoltò

dinanzi a quel democratico mezzo di trasporto. La Cecilia strepitò,

l'Elisa si strinse indispettita nelle spalle, e Gegio si mise a piangere

perchè avea paura che la mamma non volesse più andare in barca. Ma tanto

e tanto ogni diverbio era inutile: il baule e le sacche erano già

dentro, Prandino lo aveva preso, dunque bisognava adattarsi. La Cecilia,

alla quale davano mano in tre, scese ed entrò nel battello protestando

che, se ci fosse stato là suo marito, non avrebbe tollerata quella

canzonatura, e continuò a brontolare concitata finchè il battello

scendeva lungo il Canale.

Il perfido battelliere la lasciò sfogare per un pezzo, ma poi, senza

fissare in faccia a nessuno, senza piegare la testa, guardando in alto,

come se parlasse coi fili del telefono:

— _Il batelo sono più sicuro de la gondola_ — disse serio serio —

_perchè co una scarampetola da niente si schivano dal tranvai: e invece

la gondola vengano rebaltata facilmente. Anche gieri, do gondole

sburtarono il vaporeto e andarono a ramengo coi passeggeri in aqua_.

— _Haohe!_.... — gridò poi piegando il battello per voltare in un rio.

— _Stalì!_.... — rispose una voce interna e subito una gondola uscì dal

rio, quasi urtando contro il battello che entrava; ci fu uno scambio di

insolenze fra i barcaioli e ognuno tirò diritto per la sua strada.

Fra Prandino e l'Elisa, il malumore durò ostinato tutto quel giorno. A

desinare, Prandino, discorrendo colla Cecilia, fece capire a quell'altra

che lui si trovava così male a Venezia da pensare sul serio di

ritornarsene a casa il giorno dopo. Ma nè la Cecilia nè l'Elisa gli

risposero punto in proposito e continuarono invece a chiacchierare, a

scambiarsi mezze parole, sorrisi significantissimi, che si riferivano a

discorsi sott'intesi fra loro due e che Prandino non doveva capire.

Nulladimeno madre e figlia mangiarono con buonissimo appetito: l'Elisa

masticava lentamente, silenziosamente e malinconicamente coll'aria di

scomodarsi per compire un sacrifizio; la Cecilia divorava in furia,

quasi avesse paura di non arrivare a tempo a mangiare di tutto. La

Contessa, intanto, per non perdere il tempo, godeva di essere ammirata,

non essendoci di meglio, dal direttore della locanda, un signore

dall'aspetto pulito, elegante, che andava e veniva nella sala da pranzo,

dispensando ordini coll'aria severa d'un diplomatico, mentre la Cecilia,

di soppiatto, intascava pane, frutta, formaggio, tutto ciò che le

capitava, perchè con quella provvista risparmiava la colazione sua e

quella di Gegio.

Il contegno delle signore, quei misteri che non finivano mai,

l'indifferenza che gli dimostrava l'Elisa, tutto ciò, metteva addosso a

Prandino una smania, una gelosia, una inquietudine da non dire.

— Certo — pensava egli fra sè — certo parlano del Maggiore; certo le

loro parole si riferiscono a lui. Maledetta combinazione!.... Ma come

mai era egli a Padova!... Fu un accidente, o un incontro combinato tra

loro d'accordo!.....

Il timore che il Maggiore capitasse un giorno o l'altro a Venezia e si

facesse vedere al passeggio o al Lido coll'Elisa, lo angustiava

fortemente; e in questa grande angustia c'era un po' di gelosia e

insieme di vanità ferita; c'era la paura di perdere l'amore della

Contessa e c'era anche l'apprensione che la gente, vedendola col

Maggiore, non riputasse più lui, Prandino, il solo amante fortunato.

Nè a rasserenarlo contribuivano le amabilità scherzose di Gegio, il

quale, pieno come un otre, sdraiato sulla seggiola, si divertiva a

schizzare i noccioli delle ciliegie adosso a Prandino, che gli era

seduto di contro.

Preso il caffè, la Cecilia si volse a sua madre e — Vuoi che andiamo a

vestirci? — le chiese, alzandosi lei da tavola, per la prima.

— Andiamo pure.

L'Elisa aveva mangiato troppo; aveva caldo, sudava e, adesso, delle

chiazze rosse, accese, trasparivano sotto la cipria della faccia.

— Io esco un momentino, — disse l'Ariberti alla Cecilia, chè, con

quell'altra, anche lui voleva tenere il broncio.

— Esce solo?.... Senza aspettarci? — gli domandò Elisa un po' inquieta

per quegli indizi di ribellione.

— Voglio passare da mio cugino Badoero. Non si sa mai, potrei

ritornarmene via presto da Venezia, anche domani forse, e, a buon conto,

desidero prima salutarlo.

— Faccia pure il suo comodo.

— Fra una mezz'ora, fra un'ora, forse, tutt'al più, sarò certo di

ritorno all'albergo.

— Faccia pure, faccia pure. Vuol dire che, se noi saremo uscite, ci

ritroverà in piazza o al Caffè.

— A qual Caffè? perchè, suppongo, ce ne sarà più d'uno anche a Venezia.

— Al _Florian_. Dovrebbe saperlo: la _buona società_ non va altro che al

_Florian_.

— Ma come vuoi che sappia lui queste cose? — saltò su a dire la Cecilia

— se ti prende ancora un battello per una gondola!

L'Ariberti arrossì dalla rabbia e avrebbe dato dieci lire, delle dugento

sessanta circa che gli rimanevano, per potersi sfogare tirando le

orecchie ben bene a quel monellaccio di Gegio, che, dopo la risposta

impertinente della mamma, s'era messo anche lui a dar la baia a Prandino

e non la finiva più di gridare a perdifiato:

— Oh bello! oh bello!.... per una gondola prende un battello!....

Colla stizza in corpo salì per andare nella sua camera, a prender il

cappello, i guanti e la mazzetta. Salì su su, tutte le scale, quante ce

n'erano, perchè, assicurandolo che di là potea veder la laguna, lo

avevano alloggiato proprio sotto il tetto. Quando fu di sopra, s'accorse

di non avere la chiave: scese di nuovo e la domandò ai camerieri che

incontrava nelle sale del primo piano. Ma questi che aveano ancora dei

pranzi da servire, andavano e venivano affaccendati, carichi di piatti e

di roba, mostrando chiaro che non c'era tempo da badare a lui. Prandino,

in mezzo a tutta quella gente che gli passava dinanzi senza nemmeno

salutarlo, oppure rispondendogli appena a monosillabi, provava

soggezione. Quegli abiti neri erano più puliti e più nuovi e più

eleganti del suo, capiva di non esser nulla là, per quella gente, mentre

invece a Vicenza era pur sempre _il signor conte_, e temeva che avessero

subito indovinato com'egli fosse uno di quei forestieri che ne han

pochini da spendere.

— Che numero ha il signore? — gli chiese un cameriere.

— L'ottantasei.

— È di sopra la chiave dell'ottantasei? — domandò il primo interlocutore

ad un altro che passava.

— No.

— Allora l'avrà da basso il portiere.

— Grazie — e Prandino scese giù a terreno.

— Avete la mia chiave?

— Che numero? — Il portiere era un uomo alto, colle fedine all'inglese,

l'aria grave, i modi asciutti e che ci soffriva molto a essere

scomodato.

— L'ottantasei.

Il portiere non si mosse da sedere: era sdraiato sopra una poltrona, non

si levò il berretto, cerimonia che del resto non prodigava mai

agl'italiani, ma teneva in serbo per gl'inglesi, i tedeschi e gli

egiziani, e sempre senza parlare, indicò all'Ariberti l'ultima chiave

appesa all'ultimo chiodino della tavoletta.

Prando prese la chiave, risalì su su, nella sua camera a cercarvi ciò

che voleva e poi ridiscese di corsa. Era ansante, sudato: ma gli stava a

cuore di dare una lezione a quell'animale di portiere. Però, certo,

quando avrebbe saputo con chi aveva da fare, avrebbe usato altri modi.

— Sapete indicarmi il palazzo Badoero?

Il nostr'uomo si mosse dalla poltrona con visibile malcontento, e senza

alcuna fretta uscì fuori a domandare l'indirizzo richiesto, ad un

gondoliere.

— _Vorla una gondola, signor, andaressimo più presti_.

— Non ho premura. Grazie. — Se per caso — e Prandino si rivolse al

portiere — se per caso venisse all'albergo il conte Badoero a cercare di

suo cugino il conte Eriprando degli Ariberti, che sono io, ditegli che

fra una mezz'ora sarò qui di ritorno.

— Sarà fatto, signor Conte! — E questa volta il portiere, con grande

soddisfazione di Prandino, si toccò il berretto.

Il nostro giovinotto, avviandosi e internandosi fra quelle _calli_ così

strette e affollate, dove la puzza d'acqua salsa, stagnante, si confonde

coll'odore di pesce fritto, non aveva altro che un solo pensiero:

trovare il modo di far patire all'Elisa un po' di quel malcontento, di

quell'inquietudine che pativa lui.

— Certo — pensava — certo stasera mi aspetterà un bel pezzo al Caffè....

Tanto e tanto il maggiore è a Treviso e non ho paura di lui, dunque....

che mi aspetti!... Comincierà anche lei ad essere un po' inquieta non

vedendomi capitare. D'ora in poi cambierò sistema. Già colle donne, lo

dicono tutti, bisogna farsi desiderare per essere desiderati. A buon

conto il mio cugino Badoero, molto probabilmente, uscirà con me: andremo

insieme in piazza San Marco, egli mi presenterà forse a qualche suo

amico, fors'anche a qualche bella signora, e l'Elisa, vedendomi fare il

galante colle altre, proverà alla sua volta il divertimento della

gelosia. Brutta stupida!....

Ma, e il suo cugino Badoero lo avrebbe accolto proprio bene? Se invece

lo trattasse, come si dice, dall'alto al basso? Se non volesse saperne

di lui? Se lo licenziasse sbrigandosene con un complimentino a fior di

labbra?

Anche questa era una spina, e una spina che lo pungeva tanto più

profondamente, quanto più il povero Ariberti si avvicinava al palazzo

del suo illustre cugino. È vero che per nobiltà di sangue l'uno valeva

l'altro, ma fra i Badoero e gli Ariberti c'era una differenza notabile

di quattrini e, in questo mondo ladro e democratico, i quattrini sono un

gran che, anche quando non sono tutto come nella maggior parte dei casi.

Quando tirò la maniglia del campanello la sua mano tremava ed era così

confuso che al gondoliere che gli aprì la porta domandò del padrone

dandogli del _lei!_...

Però si riconfortò presto, chè il Conte lo ricevette subito, dopo due

minuti soli di anticamera. Badoero fu con lui di una cortesia senza

esempio. Gli fece tante di quelle espansioni, di quelle profferte, come

se fossero stati due amiconi che non si fossero veduti da anni, non già

due cugini che non s'erano veduti mai.

Il Badoero era amabilissimo e possedeva una parlantina che non lasciava

tempo a quell'altro nemmeno di respirare, non che di ringraziarlo. E

Prandino lo guardava e sorrideva chinando il capo, tanto per rispondere

in qualche modo. Del resto non ve n'era bisogno, perchè il cugino

rispondeva da sè alle sue proprie domande.

— La Contessa vostra madre sta benone, già s'intende? Bravo, ne ho molto

piacere. Desidero proprio di conoscerla di persona, e lo farò, oh se lo

farò! la prima volta che passo da Vicenza per andare a Milano, mi ci

fermo tra una corsa e l'altra. Vedrete, vedrete; non vi prometto di più,

perchè voglio essere di parola, ma tra una corsa e l'altra mi ci fermo

di sicuro. Voi già siete venuto a Venezia per le bagnature? Avete fatto

benissimo: quest'anno avremo una stagione veramente eccezionale. Volete

una sigaretta?.... Vi fermerete tutto il mese, s'intende — quantunque

non sarete qui per la cura, ma per il passatempo dei bagni. — Bene,

bene! andremo al Lido insieme, anzi, tanto per cominciare, trovatevi

domani sul vaporetto delle tre. Non vi offro nemmeno un invito per il

_club_: d'estate non ci si va mai. Però, una sera o l'altra, se avrete

gusto di fare un _taglietto_ al _lansquenet_ od un paio di punti

all'_écarté_, vi ci condurrò. Mi rincresce, _nom de Dieu_, che oggi,

proprio oggi, ho un _rendez-vous_. Aspetto il conte Potapow, cugino

dell'aiutante generale dello Czar, col quale dobbiamo andare dalla

principessa di Lentz. Bisognerà che la conosciate la principessa: nasce

Oldenburg. Suo padre, prima di morire, è stato gran duca, e ha regnato

per otto giorni. Oh! qui a Venezia abbiamo una colonia forestiera molto

numerosa e molto scelta. Mi rincresce proprio di questo impegno

preventivo, ma come si fa? Non sono profeta, nè figlio di profeta e non

potevo certamente immaginare il bel regalo della vostra carissima

visita. Del resto già si sa bene; meglio stasera che domani. Appena

arrivato, anche voi avrete molte cose da fare e io, anzi, non voglio

essere indiscreto e non vi trattengo di più. Dunque a rivederci domani;

siamo intesi: sul vaporetto delle tre. Vi presenterò alla Principessa. A

proposito, dove siete, anzi fra noi parenti, dobbiamo trattarci col tu,

lo permetti non è vero?....

— Oh! si figuri!....

— .... Dove sei sbarcato? Al _Grand Hôtel_?....

— No, all'_Hôtel della Gondola d'Oro_.

— Dicono che non ci si stia male. L'anno scorso vi tenne un

_pied-à-terre_ per qualche mese il commendatore Jamagata. È il console

della Cina e del Giappone. Te lo farò conoscere anche lui.

Quando il conte Eriprando degli Ariberti si trovò fuori dal palazzo

Badoero era tutto beato, tutto gongolante, e fissava la gente per la

strada con una superbia da Rodomonte.

Gli pareva d'essere diventato un altro uomo. Solamente le dugento

sessanta lire rimanevano sempre le stesse, e anzi, adesso, gli

sembravano ancora meno di prima. E fu per l'appunto questa povertà che a

poco a poco gli rase dal cuore tutta la contentezza dell'accoglienza

così festosa e del _tu_ scambiato col Badoero; _tu_ nel quale la sera

innanzi egli osava appena sperare con un sussulto d'ambizione.

Ma tant'è, in questo mondaccio non v'è cosa bella e desiderata, che una

volta raggiunta non perda tutti i suoi fascini, tutte le sue attrattive.

Anche la promessa d'essere presentato alla principessa di Lentz, al

conte Potapow ed al commendatore Jamagata, quantunque fosse una fortuna,

nulladimeno aveva per lui il suo lato pericoloso. Con dugento sessanta

lire, come avrebbe potuto vivere per un paio di settimane in una

compagnia così illustre?.... Tanto illustre che al suo confronto, gli

sembrava rimpicciolito anche il grande Badoero, e trovava odiosamente

_borghese_ madama D'Abalà?

E se un bel giorno, sul vaporetto delle tre, gli capitasse alle spalle

il cavalier Pinocchio e, prendendolo pel ganascino, gli discorresse ad

alta voce dell'impiego, mentr'egli, magari, si troverebbe seduto fra la

discendente del Granduca e il rappresentante dell'Impero Celeste?! E se

il cugino Badoero si fermasse proprio a Vicenza?.... A questa idea tremò

tutto dallo sgomento. Egli vedeva mamma Orsolina nella sua vesticciuola

di percallo a quadrettoni caffè, vedeva la figura magra, lunga,

allampanata della signora Luciana aprir l'uscio della cameretta che

serviva da cucina, da guardaroba e da anticamera, all'elegante

visitatore; e si sentì stringere il cuore, e desiderò d'essere

sotterrato vivo, piuttosto di assistere a quella scena. Allora ebbe

quasi vergogna di sua madre, povera vecchietta, dimenticando ch'egli, o

bene o male, si trovava a Venezia a fare il signore, perchè la mamma

aveva perduto le notti intere a lavorare per lui e un giorno aveva

rinunciato alla cena e un altro al desinare per mettergli insieme quei

pochi quattrinelli che bastavano appunto per renderlo infelice.

Anche quel caldo, quell'afa sciroccale, contribuivano non poco alla sua

tristezza e al suo abbattimento. Nelle _calli_ strette e infocate

cominciava a farsi buio. Il cielo era grigiastro e il sole calava

imbronciato fra certi nuvolacci di piombo, che sembrava non lasciassero

correr giù nemmeno un fil d'aria.

Prandino camminava lemme lemme, abbandonandosi come lo portavan le gambe

e la gente, fermandosi a ogni ponte a guardare svogliato da una parte e

dall'altra, ma senza intendere nulla, senza che lo commovessero, senza

che gli strappassero dal cuore nemmeno un sospiro di meraviglia, nè

quella magìa di colori e di contrasti, nè quei rii silenziosi, nè quelle

case lunghe, scure, chiuse come il mistero, dove una figura di donna che

appare a un balcone, risveglia nell'anima versi d'amore, forse da anni

dimenticati, dove una voce che si leva alta, lontana, fa pensare a un

dramma o a un delitto.

Prandino si moveva lentamente, guardando intorno, ma senza veder nulla.

Dinanzi agli occhi egli non aveva altre immagini che l'Elisa e il

Maggiore, Badoero e mamma Orsolina, le dugentosessanta lire e il conte

Potapow.

Ma così, dopo essersi per un bel pezzo lasciato trasportare dalla

corrente, gli sembrò, un po' alla volta, che il cielo si facesse più

chiaro, che le calli divenissero meno buie e il brulichìo della gente

più spesso e rumoroso, finchè tutto a un tratto si trovò in piazza,

sotto le _Procuratie_, proprio di fronte a san Marco.

Ma le meraviglie che là dentro e d'intorno gli si affacciarono alla

vista, non lo commossero punto.

Il suo spirito non era disposto per quell'incantevole spettacolo dove

l'opera di Dio si confonde con l'opera dell'uomo in un'armonia

maravigliosa di linee e di colori; dove più si ammira ciò che è

eternamente bello, la forma; dove più si sente ciò che è eternamente

grande, l'anima.

Invece egli ne risentì come una grave malinconia, come uno sgomento

vago, indefinito. Eran le sette già sonate da un pezzo, e la piazza,

allora deserta, pareva ancora più vasta. Era rischiarata da un riflesso

bigio, squallido, e i leggii preparati per la musica, senza che avessero

intorno anima viva, e le seggiole bianche e vuote dei Caffè gli facevano

l'effetto d'altrettanti scheletrini, disposti in riga in quel vasto e

splendido cimitero. Anche l'allegria dei colombi mancava a quell'ora:

forse essi pure erano andati altrove a desinare. Soltanto qua e là sotto

le _Procuratie_ egli vedeva qualche persona che passeggiava, qualche

altra ferma, in piedi, o seduta. Di tratto in tratto, è vero, la piazza

era attraversata da una frotta di signore e di signori, dagli abiti

strani, chiari, eleganti, dai cappelli d'ogni foggia e d'ogni tinta, che

camminavan lesti, che ridevano, che parlavano tutte le lingue, a due a

tre in crocchi separati: erano forestieri che ritornavano dal Lido col

_vaporetto_, ma che sparivano, si dileguavano via com'eran venuti, in un

attimo. Una volta Prandino fu involto da una di quelle folate, e sentì

crescere l'uggia che aveva intorno, perchè nessuno badava a lui, perchè,

fra tutta quella gente, egli era un ignoto, un nulla, e, allora là,

solo, in mezzo alla piazza san Marco, soffrì di nostalgia, per la sua

cittaduzza dov'egli era pur qualche cosa, dove tutti lo conoscevano pel

_signor conte_, dove tutti sapevano che egli era l'amante della

Navaredo.

Ma però quando passo passo, uscendo dalla severità maestosa, solenne

della piazza Grande, entrò nella _piazzetta_, allora quella gaia

giocondità di vedute e quell'aria odorosa, umida, saporita che

d'improvviso gli sbuffò frizzante sulla faccia, allora la riva, la

Giudecca, san Giorgio e le isole lontane, allora quell'acqua azzurra

come il cielo e argentina, gli fecero provare commozioni nuove,

vivissime, mentre una dolcezza profonda, una mestizia soave dagli occhi

gli scendea giù in fondo all'anima, suscitandovi un impeto generoso di

espansione, di tenerezza e d'amore. Allora la figuretta di mamma

Orsolina gli riapparì dolce, cara, affettuosa, allora ricordò tutte le

cure, tutto l'affetto della signora Luciana, e pensò come potrebbe

impiegare parte delle dugentosessanta lire per portare all'una e

all'altra un ricordo di Venezia. Ma più che non l'avesse mai amata, più

che non l'avesse adorata mai, gli ritornò l'Elisa dentro al cuore. In

quel punto sentì che i torti erano di lui, ch'egli era stato

ingiustamente geloso, ch'era stato inurbano, che l'aveva trattata male,

e affrettò con ogni desiderio il momento di trovarsi solo con lei, per

abbracciarsela stretta, per dirle che le voleva tanto e tanto bene, per

domandarle perdono di tutto, per fare la pace insieme.

Andò all'albergo per trovarla, ma le signore non erano ancora rientrate.

Allora tornò in piazza a cercarle. Adesso s'era fatto notte, la piazza

era gremita di gente, i Caffè affollati, e la luce viva, sfacciata del

gas, la musica echeggiante, il mormorio confuso e il chiaccherìo

pettegolo della folla, il calpestìo dei piedi, il fruscìo delle vesti lo

sbalordivano, lo inebbriavano quasi. Nulladimeno, passò e ripassò da

_Florian_ due, tre, quattro volte, ma l'Elisa non c'era e nemmeno quella

uggiosa della D'Abalà, che, tant'è, avrebbe veduta volontieri, perchè,

vicino a lei, sarebbe stato sicuro di scorgere anche l'Elisa. Ritornò a

fare la piazza in su e in giù, ma ancora inutilmente. Egli era stanco:

la luce, la musica, il chiasso gli davano il mal di capo, aveva gli

occhi che gli bruciavano ed era così stanco che le gambe gli si

piegavano, e incespicava nelle ondulazioni disuguali del selciato.

Dov'erano andate?... Dove s'erano cacciate?... Era stato un gran stupido

a non aspettarle, a non uscire con loro. Si seccava a star così solo,

senza conoscer nessuno, fra tutta quella gente.

— Che fossero sedute sotto i portici?

Ancora non era abituato a chiamare _Procuratie_ quei palazzi.

Salì i gradini, entrò sotto, camminò avanti, ma quando fu proprio

dinanzi al caffè Florian, gli pareva d'essere sul palco scenico d'un

teatro. Ebbe soggezione di tutta quella luce, sentì una vergogna strana

in mezzo a tutta quella gente. Credea che ciascuno non avesse nulla di

meglio da fare che badare a lui. Proprio sulla porta del Caffè c'era

Badoero che discorreva con un bel vecchio dal tipo aristocratico, alto,

colla barba bianca: il conte Potapow di sicuro!... Prandino arrossì, si

fece piccin piccino, voltò via la testa per non essere riconosciuto, e

fuggì lesto a nascondersi nel buio, perchè in mezzo a quello sfarzo

d'illuminazione aveva scorto che le sue scarpe dalle suole troppo

grosse, erano coperte di mota, e gli era sembrato che tutte le macchie e

le frittelle da mamma Orsolina levate in quei due anni dal suo abito

nero, saltassero fuori di nuovo, pettegole, impertinenti, per deriderlo

e perchè fosse deriso.

Respirò più sollevato quando si trovò lontano dalla piazza e si avviò

subito verso l'albergo della Gondola d'oro.

— È ritornata la Contessa? — chiese al portiere.

— Il numero? — rispose questi che, come al solito, non buttava via le

parole.

— Numero quaranta.

Il portiere guardò la tavoletta delle chiavi.

— Il numero quaranta è in casa.

Ciò detto, si voltò nella sua poltrona e cominciò a leggere la _Gazzetta

di Venezia_, con molta attenzione.

Prandino, questa volta, non badò più che tanto alla boria del portiere,

ma fece gli scalini a due a due e si fermò, ansante per la corsa e un

po' tremante per l'emozione, a battere al numero quaranta.

— Chi è? — domanda l'Elisa di dentro.

— Son io.

— Avanti.

L'Elisa era occupata nell'accomodare la sua roba dentro al cassettone.

— Dove vi siete nascoste? V'ho aspettato fino adesso, girando su e giù

per la piazza come un matto. Sono stanco morto.

E Prandino si lasciò cadere sopra una sedia facendosi vento col

cappello, che là dentro, in quella cameretta bassa, angusta, si

soffocava dal caldo.

— Cecilia, dopo pranzo, si sentì male e non ebbe più voglia di vestirsi.

— Però siete uscite tutt'e due.

— Sì, ma per poco. Abbiamo fatto una corsa fino in _Merceria_ per

comperare i nostri _costumi_ da bagno; e poi, siccome ci sentivamo

stanche, siamo ritornate subito all'albergo.

— Io sono stato da Badoero, e sono giunto in tempo per trovarlo in casa.

M'ha fatta un'accoglienza festosa, affettuosissima, povero Badoero.

Voleva anzi che stasera si uscisse insieme per presentarmi alla

principessa di Lentz, una gran signora: suo padre è stato un duca

regnante. — Non _ti_ lascio più. Voglio che facciamo vita comune. — Ma

io ho risposto subito che per questa sera mi doveva scusare. — Sai, —

gli ho detto, — sono appena arrivato. Ho tante cose da fare!... — Così,

a fatica, me ne sono liberato per venire al _Florian_, ma tu non

c'eri!... Abbiamo fissato di ritrovarci domani, sul vaporetto delle tre.

Te lo presenterò. Vedrai, è un giovinotto molto simpatico.

L'Elisa lo lasciava dire e stava zitta, intenta alle sue faccenduole,

senza badargli.

— A Venezia fa più caldo che a Vicenza, — riprese l'altro, dopo un po'

che durava quella scena muta. — C'è un soffoco opprimente che dà alle

gambe. Quando sono uscito, pareva che volesse piovere da un momento

all'altro. Adesso invece s'è rimesso al bello, e c'è un sereno, di

fuori, che invoglia ad andare a fare una _sgondolata_.

Prandino tentava tutti i mezzi per intavolare la conversazione; ma

faceva fiasco. Allora, tanto per farla parlare, le si rivolse

direttamente e: — la Cecilia, è andata a letto? — le domandò.

— Sì, poco fa. Anche Gegio cascava dal sonno.

— Sua madre dà troppo da mangiare a quel ragazzo. E... tu....

— Io?

— Sì, che cosa conti di fare?

— Metto a posto questa roba, poi finirò coll'andarmene a letto anch'io.

Prandino, a questo punto, si alzò, guardò l'uscio colla coda

dell'occhio, se era ben chiuso, poi si avvicinò all'Elisa e cominciò per

abbracciarla.

— Stia fermo.

— Sei in collera?

— Mi lasci stare, la prego: non mi secchi.

— Ma che cos'hai?

— Ho, e te lo dico chiaro e tondo, ho che se non moderi il tuo

_temperamento_, è meglio che tu vada per la tua strada.

— Che cosa ho fatto poi, alla fine....

— Tu mi tratti, come non sono mai stata trattata da nessuno. Sei geloso

di tutto, d'una parola, d'una mosca che vola....

— Il Maggiore mi pare che sia tutt'altro che una mosca.

— Torni daccapo?

— Ma non vedi che scherzo?

— Sì, ma son seccata d'esser sempre _taquinée_ anche ne' tuoi scherzi.

— Se sono geloso, è perchè ti voglio molto bene.

— Oh Dio, quasi quasi, sarebbe il caso di dire un po' meno d'amore e un

po' più di creanza! Lo sai bene che non sono uscita ieri di collegio, e

che non posso fare sgarbi a tutti per la tranquillità del tuo cuore.

— No.... ma....

— Che cosa, ma?

— Spiegami un po' tutti quei sorrisi, quei sottintesi, quelle mezze

parole colla Cecilia?

— Si rideva di te, del tuo muso, delle tue lune, delle tue gelosie, dei

tuoi sospetti; ecco di che si rideva, se lo vuoi proprio sapere.

Prandino, anche questa volta, credette all'Elisa ciecamente e, al

solito, fu beato e contento. L'Elisa, sentendosi forse rimordere la

coscienza per qualche marachella che avesse anche lei da farsi

perdonare, quella sera non stette molto sul tirato, e però fecero presto

la pace, e in modo tale che dopo si vollero più bene di prima.

Prandino, sempre insistente e ostinato nelle sue idee, tornò da capo con

la sua _sgondolata_; e la Elisa adesso accettò senza farsi molto

pregare.

Appena fuori dell'albergo ed entrati in gondola, cominciarono tutti e

due a respirare un po' meglio.

La gondola, dapprima, si avviò lenta, leggera, dondolante, per quei rii

foschi, silenziosi, dove la tenebra fitta era spezzata sfacciatamente

dai fanali a gas, che, colla loro tozza modernità, stonavano sugli

angoli delle muraglie così artisticamente tetre, o meglio era interrotta

qua e là dai riflessi di luce rossastra che si spandevano dalle

finestre, illuminando, fra le ombre, qualche tratto di architettura

gotica o bizantina le cui linee fantastiche ridestavano nello spirito

mille storie lontane di vendette, di sangue e di amori infelici.

Poi sempre lenta, sempre leggera, sempre dondolante, la gondola passando

pel rio così solennemente triste del _Ponte dei sospiri_, uscì fuori,

all'aperto. Allora la piazzetta del Palazzo ducale apparì d'improvviso

come una scena da teatro, col suo sfoggio di smaglianti colori, col

frastuono delle sue voci confuse interrompendo il melanconico

raccoglimento dei nostri innamorati, che tornarono a sentirsi a miglior

agio, quando allontanandosi dalla riva di nuovo rientrarono nelle

tenebre per uscir fuori ancora in mezzo ad una luce più tranquilla, in

una calma perfetta, nella queta laguna di San Giorgio.

Giunti là, Prandino si pose a sedere sul _trasto_ guardandosi attorno

cogli occhi meravigliati e l'Elisa sospirò con un sospiro che le veniva

proprio dal cuore.

Vi era diffusa una luce pallida pallida, l'acqua era immobile, il cielo

chiarissimo, leggero e vaporoso, da sembrare un immenso velo trapunto di

stelle.

Il silenzio era così vasto che pareva avesse preso il suo regno in

quella solitudine incantata; eppure da tutta quella pace, usciva quella

melodia che consola, che accarezza lo spirito: era il bello, era la

musica dell'occhio, che scende già a farsi sentire nell'anima: melodia

arcana, dolcissima che il tonfo del remo accompagna come un ritornello

misurato, sollevando ad ogni battuta scintille fosforescenti, mentre la

luna alta, bianca, serena, par fremere anch'essa rifrangendo i suoi

raggi tremolanti nel cristallo delle acque.

— Com'è bello! — esclamò l'Elisa.

L'Ariberti non rispose nulla: ma quella voce e quelle parole allora lo

urtarono e lo infastidirono.

— Mi vuoi bene?

— Sì.

— Dammi un bacio, bambino.

Il giovinotto si volse indietro a guardare, e poi fe' cenno alla donna

che sarebbero stati veduti dal gondoliere. Ma tutto ciò fu un pretesto;

egli allora non si sentiva la volontà, il desiderio di darle un bacio.

In quel punto non sentiva di amarla. L'Elisa, quasi quasi gli era

indifferente e, peggio, quasi quasi gli spiaceva. Mai come in quella

sera e in quel momento egli aveva sentito l'amore, ma non era l'amore

che gli poteva dare la donna viva e sensuale.

Egli si sentiva commosso da un sentimento vago, etereo come quel cielo

vaporoso, casto come il cristallo di quell'acqua intatta. Era un amore

che gli entrava nell'anima per la prima volta colle prime impressioni

subite in quel luogo d'incanto, e così nuovo per lui: però era infinito

come l'idea e usciva dalle ristrettezze della materia per diffondersi

nella vastità del pensiero.

L'Elisa aveva perduti tutti i suoi fascini, tutte le sue seduzioni.

Nessuna donna di questo mondo egli avrebbe sentito in quel punto di

poter amare, nessuna donna fino allora conosciuta poteva prestare le

sembianze all'ideale della sua mente. Soltanto là, in alto, in alto, nel

fondo di quel cielo leggero come il fiato di una fanciulla, egli

intravedeva una forma vaga, diafana, indistinta che non avea mai veduta

e che non avrebbe veduta mai: che si avvicinava a poco a poco al suo

pensiero, per scomparire a poco a poco simile a sognato fantasma che

fugge via dissipandosi coi primi bagliori dell'alba.

— Vuoi che torniamo, bambino?... — gli disse l'Elisa alla fine,

stringendosi attorno lo scialle con un brivido di freddo.

Il gondoliere voltò la barca, tornò indietro, e poi venne giù verso il

_Canal Grande_.

Appunto perchè quelle impressioni erano state così forti e improvvise,

appunto perciò, si dissiparono subito, appena finito l'incanto che le

avea suscitate. Invece lo spettacolo nuovo che gli si preparava e che

contrastava singolarmente col primo, ne produsse in Prandino altre del

tutto diverse da quelle, ma non meno vive e sentite.

Dopo tanta luce, adesso la gondola, sempre lenta, sempre leggera e

dondolante, si sprofondava nelle ombre misteriose del _Canal Grande_.

A mano a mano che s'inoltrava, la Venezia dei Dogi e delle feste, della

voluttà e dei piaceri, del Messer Grande e delle cortigiane, si faceva

strada non più nell'anima, ma nei sensi di Ariberti. Allora Otello e

Desdemona, Bianca Cappello e la Faliero, Alfredo de Musset e la Sand,

Byron e la Guiccioli, la leggenda e la storia dei vecchi palagi

ingigantiti dalle tenebre gli risollevarono nella mente la memoria di

quegli amori, gli riaccesero nel sangue il calore di quelle passioni:

non era più una forma vaga, indistinta, lontana, che rischiarava adesso

il pensiero dell'Ariberti, ma su quelle acque cupe come l'abisso egli

sentiva correre aliti di sensualità acuti, penetranti, e vinto dalle

nuove seduzioni tornò lui questa volta a piegarsi sul _trasto_ e chiese

un bacio all'Elisa che non gli venne negato.

— _Ahoé!_ — gridò il gondoliere che piegava per entrare in un rio.

— _Stalì! Ahoé!_ — rispose vicina un'altra voce, e una gondola a due

remi, nella quale si distinse appena un'immagine bianca di donna, che

sorrideva mollemente sdraiata ad una figura bruna di giovanotto, uscì

velocemente perdendosi nelle tenebre lungo il canale: era un'altra

strofa, che si dileguava nell'ombre, di quel poema eterno dell'umanità

che a Venezia ha il suo canto più vario e più appassionato.

Sott'acqua: racconto · 第 12 / 25 题