CAPITOLO VI.

Il treno-_omnibus_ da Vicenza per Venezia parte alle 12,27, ma alle 11 e

mezzo il conte Eriprando degli Ariberti giungeva in carrozzella alla

stazione.

Aveva la faccia scura. Mamma Orsolina, nell'abbracciarlo, era scoppiata

in un dirotto pianto, e nemmeno le celie della Luciana valsero a

dissipare in lui l'impressione affettuosamente melanconica di quel

distacco.

Smontò, pagò il vetturino che brontolò sulla mancia, consegnò la

valigia, prese un biglietto di _prima classe_, che infilò in bella

mostra sotto il nastro del pioppino, e, con un gran sussiego, si pose a

passeggiare sul piazzale, fuori della stazione, aspettando che _lord

Palmerston_ gli conducesse l'Elisa e la Contessina.

Intanto, mentre girava l'occhio per osservare se il suo biglietto verde

era notato con rispetto da quelli che viaggiavano in _seconda_, col

fazzoletto si spazzolava la polvere dal vestito nero, e, mentalmente,

rifaceva quei benedetti conti: fra il biglietto, la vettura e il

bagaglio, aveva già speso undici lire. Non gliene rimanevano più altro

che dugento sessantanove. Eran pochine!... Già, per far le cose ammodo,

gli sarebbero occorse trecento lire nette da poter spendere a Venezia,

senza doverle intaccare per il viaggio.

Era ancora immerso in questi calcoli, quando _lord Palmerston_, che, col

suo _traino_ misurato, scalpitava forte sulle pietre con un _cioc ciac_

tutto particolare, gli fe' battere il cuore e alzare la testa.

Non si era ingannato: era proprio la carrozza di casa Navaredo.

Prandino, diventando rosso, corse allo sportello e lo aperse. Gegio,

subito gli saltò addosso, e, siccome aveva mangiato delle ciliegie e ne

aveva ancora le manine sporche, così gli lasciò l'impronta delle dita

sui polsini della camicia.

Lesta lesta discese poi la contessa Elisa, coperta fin sotto al mento,

da uno spolverino d'_orleans_ color piombo, con un cappello di paglia

scura, che le veniva giù sugli occhi, e una veletta fitta, bigia, che le

girava attorno al collo e le nascondeva bene la faccia.

La contessina Cecilia, su per giù vestita come sua madre (già per lo

più, era la Beppa la sarta di tutte due) fu l'ultima a muoversi, e,

messo un piede sul predellino, prima di toccar terra, si appoggiò tutta

alla mano del giovanotto, perchè, come al solito, anche allora, la

Contessina era, per dir la cosa più pulitamente che si può, _in istato

interessante_.

— Ha preso i biglietti? — chiese subito costei, appena scesa di

carrozza, colla sua vocina fessa, col suo piglio rabbioso, al povero

Prando, intimidito tanto da non sapere come dirle di no.

— Ma, veramente, aspettava....

— Che cosa aspettava? Che li prendessi io anche per lei? Non sa forse

che andiamo a Venezia? Intanto, non vede? allo sportello c'è già la

gente accalcata e noi dovremo star qui ferme impalate, chissà per quanto

tempo!

— La Contessa può accomodarsi nelle _sale di aspetto_, — disse uno dei

facchini che aveva tirati giù dalla vettura il baule e le sacche da

viaggio.

Ma la Cecilia non ne volle sapere, tutta scalmanata a correre intorno,

dondolandosi in quello stato, a contare le sacche, le cassette, le

scatole, le cappelliere, se c'erano tutte e a sorvegliare quelle che si

dovevano consegnare, e quelle da tenersi in mano. Gridava, smaniava,

dava in escandescenze per un nonnulla.

Voleva essere subito sbrigata, su due piedi, come se al mondo non ci

fosse stata che lei da servire; faceva un casa del diavolo per le cose

più semplici, era malcontenta di tutto, sospettava che tutti, e

specialmente il Governo, la volessero frodare, tirava le orecchie a

Gegio, brontolava con sua madre, perchè non sapeva farsi ubbidire, e

ogni cinque minuti concludeva dicendo che se ci fosse stato là suo

marito, la tale e tal'altra cosa non sarebbe successa.

E così arrovellandosi anche per un'inezia, la sua faccia d'un bianco

giallo da linfatica, grassa, rotonda, col naso minuto, a punta, le

labbra sottili, le sopracciglia spelacchiate, s'infocava tanto sugli

zigomi, da diventare violacea, mentre in quei momenti i suoi occhietti

bigi guardavano losco.

La Cecilia, fin dalla nascita, era stata la croce, e una croce molto

pesante, degli adoratori della contessa Navaredo. Anzi, si può giurare

senz'altro, che, se qualcuno avesse commesso (per modo di dire) qualche

peccatuzzo colla mamma, la figliola ci avrebbe pensato lei a dargliene

la penitenza.

Da bambina, per farla tacere, e per farla andar via, ci volevano i

confettini, le bambole mute e parlanti, i cestini da lavoro, le cucine

di stagno e le strade ferrate d'ottone. Però, se i vostri regali non le

davano nel genio, stava là con tanto di muso, senza moversi, a farvi

degli sgarbi: ma se invece le piacevano troppo, allora non vi lasciava

più, vi era sempre addosso, e vi prendeva a voler bene con un amore

seccantissimo che vi dimostrava pestandovi i piedi, saltandovi sulle

ginocchia, baciucchiandovi colla bocca umida e impiastricciata di dolci,

e sciupandovi la cravatta coi suoi ditini, ch'erano stati un po'

dappertutto.

Grandicella, era maliziosa come uno scimmiotto e s'innamorava lei degli

adoratori di sua madre, che generalmente se la cavavano coll'arricchire

alla Contessina gli _album_ dei francobolli, col regalarle libri morali,

fiori, gingilli, coll'ammirare i suoi dipinti, col deliziarsi alle sue

sonatine di pianoforte, col giurare che avrebbe avuto una bellissima

voce anche pel canto, e col dir male di tutte le ragazze che si

maritavano, e, peggio ancora, dei giovanotti che le sposavano. Ma ce ne

fu uno, più minchione degli altri, il sottoprefetto D'Abalà che avendo

tentato inutilmente tutti gli espedienti per piacere alla mamma, e

volendo proprio piacerle a ogni costo, chiuse gli occhi e si prese la

figliuola.

Tutti respirarono, tranne, s'intende, il sottoprefetto; ma tutti per

poco. Delle sue pene ella faceva soffrire un po' ogni conoscente.

Il sigaro le faceva male, gli odori delle essenze peggio, se parlavate

forte, le doleva la testa, se parlavate piano, dicevate male di lei.

Ogni mese dovevate correre in traccia di un medico nuovo per un nuovo

consulto, ad ogni parto andare in traccia di una nutrice forte, sana,

robusta, non bella, perchè era gelosa, e di poca spesa. Ogni giorno poi,

bisognava cercarle una cuoca o una cameriera, perchè, da lei ci

restavano tutt'al più una settimana corta corta, e poi scappavano via

come se avessero avuto il fuoco alle calcagna.

Nei vostri discorsi dovevate sempre alludere al ministro dell'Interno

per protestare che era un asino, perchè non rendeva giustizia ai meriti

dell'avvocato D'Abalà. Dovevate confessare che tutte le donne erano

brutte, dichiarare che quello di far figliuoli era un gran merito e

ammettere che il sottoprefetto era più bello, più buono, più forte e più

intelligente di voi.

— Dunque? Ha preso questi biglietti? — chiese la Cecilia a Prandino,

quando lo vide venir via dallo sportello.

— Eccoli, Contessina. Per lei, per la Contessa e mezzo per Gegio.

— Come?! Gegio ha tre anni e gli devo prendere il mezzo biglietto? Se

per Gegio non ho mai pagato nulla?... Ma lei s'è fatto imbrogliare!...

Ma lei non sa viaggiare!... Ma lei è rimasto sempre in un baule!...

Faccia, faccia il piacere, la _vadi_ e glielo dia indietro!

— Ma....

— Che cosa, ma?

— Ma adesso, voleva dire.... che non.... che una volta staccato non lo

riprendono più.

— No? E allora? Che cosa me ne devo fare? La _vadi_, la _vadi_, si

faccia sentire e non si lasci canzonare in questo modo. Sicuro, santo

Dio, che con quella faccia sbalordita.... pare sempre addormentato.

Gliela farebbe sotto il naso anche un santo, gliela farebbe. Ah! se ci

fosse mio marito.... con lui, glielo dico io, lo ripiglierebbero, e

senza tanti discorsi. La _vadi_, la _vadi!_...

Prandino, tutto sconcertato e vergognoso, corse dal bigliettinaio col

mezzo biglietto, ma non riuscì se non a farsi strapazzare anche da lui.

— E così?... — domandò la contessina Cecilia all'Ariberti, quando lo

vide entrare nella _sala di aspetto_. Ma quelle due parole furono dette

con una cera, con un tono, con un'espressione tale, che il povero

Prandino non ebbe più cuore d'andare avanti.

— Sì.... lo han ripreso, — disse tutto abbattuto e colla voce fioca. Il

sacrificio era consumato: altre quattro lire e cinquanta centesimi se

n'erano ite.

— Ha veduto?... Ma sicuro che bisogna muoversi, che bisogna parlare, e

anche saper mostrare i denti se occorre! Andiamo, si svegli adesso, e mi

aiuti un po' a portar questa roba. Prenda in mano quelle due sacche,

quella scatola e quella cappelliera e andiamo fuori: il treno è

arrivato.

Si mossero tutti e due, e l'Elisa dietro, dritta, silenziosa, senza

occuparsi di nulla, lasciando ogni briga alla Cecilia, come se fosse lei

la mamma. Gegio era sempre fra le gambe di chi aveva più fretta e voleva

sempre dare la mano a chi le aveva ambedue impedite.

Il trovare buoni posti e l'accomodarsi nello scompartimento, non fu la

cosa più facile del mondo. Il conte degli Ariberti era già andato

innanzi e indietro per due volte, quant'era lungo il treno, seguendo la

Contessina che correva su e giù, brontolando e spaventando i

viaggiatori, che erano già dentro le carrozze. Vedendola così trafelata

e con tutta quella roba, chiudevano in fretta gli sportelli, oppure si

affacciavano in piedi all'ingresso, per preservarsi da quell'invasione.

— Partenza!... Padova, Mestre, Venezia!... Primi posti avanti, secondi

indietro, terzi in fondo!...

L'Elisa, che passeggiava in su e in giù anche lei, ma lentamente, per

conto suo, vide uno scompartimento dove c'erano dentro solo due inglesi

maschi, seduti l'uno di faccia all'altro. Chiamò la figlia e vi salirono

su tutti e quattro.

Prandino là dentro, fra quei due musi seri seri, che non si scomodavano,

che non gli davano posto, che non si movevano nemmeno per restringere la

loro roba che, sparsa com'era, di qua e di là, occupava tutta la rete,

sentiva un grande imbarazzo e anche una certa soggezione. Quell'ambiente

ricco e severo della _prima classe_, se era quello del suo sangue, non

era però quello della sua borsa.

Egli, in certo modo, invidiava un po' la disinvoltura di Gegio, il quale

aveva già camminato pacifico sui piedi dell'Inghilterra, e poi, dando

una inciampata fra le gambe di uno dei due, s'era voltato per dire alla

contessina Cecilia: — guarda, mamma, come sono brutti!

Ma la Contessina aveva altro pel capo. Era in piedi, tutta occupata a

disporre le sacche e le valigie.

— Con permesso, _pardon_, scusino, già ci deve essere posto per tutti;

abbiamo pagato anche noi.

L'Elisa s'era subito rincantucciata comoda comoda, senza badare a nulla,

nell'angolo vicino a un finestrino, e anche Prandino riuscì, alla fine,

a potersi sedere e a tenere il posto di faccia all'Elisa, ma quando

erano già cominciati gli urti e le toccatine di piedi, proprio sul più

bello, gli inglesi, dopo essersi guardati in faccia con un'occhiata

significantissima, levarono dei sigari d'avana dalle tasche, li accesero

e, in due o tre sbuffate, riempirono di fumo lo scompartimento.

— Ma, Conte.... Siamo forse in un _coupé da fumare?_

Così dicendo, la Cecilia cominciò a tossire, a fiutare il fazzoletto, a

morderlo.... però senza ottenere alcun effetto, chè i due inglesi,

imperterriti, non si lasciavano commuovere da tutte quelle convulsioni.

Lo scompartimento era proprio destinato pei fumatori e la Contessina

dovette rassegnarsi ed essere lei la prima a cedere.

Strepitò perchè le aprissero lo sportello, gridò prima in italiano che

era una _sconvenienza_, e poi lo gridò in francese, corse giù, come

meglio potè, dal vagone, e Prandino dietro, carico di nuovo di tutto il

bagaglio e con Gegio fra le gambe, che piangeva perchè aveva paura che

non si andasse più a Venezia.

La Contessa intanto aveva osservato che il _sotto capostazione_, un bel

giovanotto biondo col berrettino foderato d'arancio, messo sulle

ventiquattro, le teneva gli occhi addosso con mesta ammirazione e cheta

cheta, senza dir verbo, scendeva anche lei dal _coupé_, ma però con la

grazia e la compostezza che non l'abbandonavano mai.

Cecilia D'Abalà, com'è naturale, era adesso su tutte le furie. La gente

le faceva circolo intorno, e i viaggiatori, col capo sporto fuori dalle

finestrelle, la stavano a guardare, ridendo tra loro.

— È una sconvenienza! una mancanza di educazione! Bisogna avere dei

riguardi per le signore! Oh! se ci fosse stato mio marito!... Avrei

voluto vederlo!... Avrebbe saputo insegnar la creanza, lui, a quei

signori!...

— Anch'io — soggiunse sommessamente Prandino che voleva essere pure

tenuto in qualche conto — anch'io ho detto loro che potevano essere più

gentili.

— Sì, ma gliel'ha detto in italiano e allora.... chi lo capisce?...

L'Elisa, peraltro, otteneva cogli occhi più che sua figlia colla lingua,

perchè il _sotto-capo_, da un momento all'altro, fece aprire uno

scompartimento, destinato a rimaner chiuso fino a Padova, e là dentro,

comodamente presero posto tutti i nostri viaggiatori. Prandino si

profuse in ringraziamenti col giovane impiegato, e a titolo di regalo

gli offrì il suo biglietto di visita, con tanto di corona nel mezzo, ma

il _sotto-capo_ si trovò meglio ricompensato dal sorriso che gli volse

di sotto alla veletta la contessa Navaredo. In quanto alla Contessina,

questa volta ch'era una sgarbatezza il tacere, non aprì bocca: avean

pagati i biglietti, dunque toccava a quei signori della ferrovia a

trovar loro i posti!...

— Padova, Mestre, Venezia!...

Finalmente furon tutti seduti. Prandino riuscì a mettersi daccapo in

faccia alla Contessa; finalmente suonò il corno, la campanella, la

macchina fischiò, il treno si mosse, e non c'eran da temere altri

inconvenienti. Gegio, inginocchiato sul sedile, guardava fuori dal

finestrino dall'altra parte; la Cecilia gli stava vicina tenendolo per

la falda del camiciotto perchè non cadesse fuori, e i nostri due

innamorati eran così vicini che potevan parlare liberamente, come se

fossero restati soli.

— Sembra una persona per bene, quel _sotto-capo_, ed è molto gentile —

disse lui.

— Sì, davvero? non ci ho badato — rispose lei: poi chinandosi un po' —

sei contento, bambino? — gli chiese piano piano, accarezzandolo cogli

occhi e col suo fiato caldo che gli corse sulla faccia e che lo fece

tremar tutto.

— Oh! sì, e non credevo che al mondo si potesse esserlo tanto!...

I quattro piedi si cercarono, s'incontrarono, si toccarono di nuovo e

non si lasciarono più fino a Poiana.

Prandino toccava il cielo col dito e, pare impossibile, lo toccava col

dito dei piedi....

Forse per questo la sua felicità era così vicina ad andarsene colle

gambe all'aria!

Da Poiana a Padova fu un lungo e non interrotto sdilinquimento

sentimentale, mentre Gegio canticchiava con urlacci così stonati da

romper la testa, se non fossero stati attutiti un po' dal rumore e dallo

sbattere del treno, e la Contessina dormiva, forse per il dispiacere di

non aver alcuno da strapazzare.

— Mi ami?

— Tanto, tanto!

— Avrai delle lune?

— No.... se non ti lascerai fare la corte da nessuno.

— Chi vuoi che me la faccia, bambino?

— Tutti vorranno fartela, poichè sei tanto bella.

— Non temere, sarò buona.... vedrai.... e poi a Venezia, non so che cosa

sia.... ma sono sempre stata più buona che in tutti gli altri luoghi.

Prandino ne avrebbe fatto senza di una tale confessione, ma già un po'

di chiaro-scuro ci voleva.

— Perchè fai il muso adesso?... cos'hai?...

— Nulla, un pensiero che m'è passato per la testa.

— Dimmelo....

— Sciocchezze! Non lo ricordo nemmeno.

— È impossibile! Voglio saperlo,

— Ma se non lo ricordo più, ti dico!... senti, senti, cara: una sera....

una sera andremo in gondola noi due soli?

— Oh! sì!

— E... là... mi dirai anche là di volermi bene?

Questa volta, l'Elisa non gli rispose nulla, ma sospirò, levando gli

occhi al cielo, in un modo tale che pareva Santa Lucia, prima

dell'operazione.

Prandino sognava a occhi aperti: quei dodici giorni alle bagnature gli

si paravano dinanzi alla mente con tutte le dolcezze, i fascini, le

commozioni, le ebbrezze volute e sperate dal suo cuore. Egli si sentiva

felice: anzi, si sentiva l'uomo più felice della terra, e, quando il

treno arrivava sotto la tettoia di Padova, non desiderava più nulla....

nemmeno le trenta lire che gli mancavano per fare le trecento.

Lo scompartimento dov'erano i nostri viaggiatori si fermò proprio in

faccia al Caffè della stazione, e però la contessina Cecilia si sentì

subito fame, e Gegio sete di _un'aqua di marena_.

Il Conte smontò dalla carrozza, entrò nel Caffè e, strascicando l'erre,

fece portare fuori un'acqua pel bambino e un caffè e panna, _colla

cesta_, per la D'Abalà.

— E lei, Contessa, non desidera nulla?

— No, grazie, Conte.

— Pagate, che dopo, stasera, faremo tutto una cosa sola coi biglietti —

disse la Cecilia ad Ariberti, che s'incamminava di nuovo verso il Caffè.

Mentre però i camerieri, che l'avevano visto a scendere da un _coupé_ di

prima classe e che avevano adocchiata la corona del portasigari, gli

davano del conte a tutto andare, egli si sentì stringere il ganascino da

due dita forti come l'acciaio; si volse subito, ma, appena conobbe chi

lo trattava in quel modo tanto confidenziale, diventò rosso rosso, e

fece una profonda scappellata. Era nientemeno che il cavaliere

Pinocchio, capo divisione nelle _Strade Ferrate dell'Alta Italia_,

quello al quale il conte degli Ariberti s'era raccomandato tanto per

avere un impiego.

— Oh! bravo, bravo, bravo il nostro Prandinello! E per dove si viaggia?

— Vado a Venezia.

— A Venezia? Oh! che briccone! A Venezia!... bravo, bravo, bravo. Ci

sono stato anch'io un paio di giorni fa, e sarà facile che vi ritorni

ancora quest'altra settimana.

— Davvero? Sarei felicissimo d'incontrarla, Cavaliere.

Questa felicità di Prandino non era mica tutt'oro colato, ma egli la

buttò là nulladimeno con una grande espansione.

— Sicuro; o al Lido, o in piazza, o sotto le Procuratie ci rivedremo

certo.... bravo, bravo, bravo. E come sta mamma Orsolina?

— Benissimo, grazie, Cavaliere.

— Oh! a proposito, Prandinello mio, saprete che ho per voi delle buone

nuove.

— Magari!... — magari me le desse a bassa voce, — pensava il poveretto

ch'era sulle brace, perchè gli pareva che tutti quanti lo stessero là a

guardare. Ma il cavaliere Pinocchio, uomo tagliato piuttosto alla buona,

e che in tutte le stazioni sulla rete dell'_Alta Italia_, gli pareva

d'essere in casa sua, parlava forte, lentamente e colla bocca piena,

perchè stava masticando una focaccia calda calda, della _Meneghina_.

— Ieri sono stato a Verona, e ho parlato col capo-traffico.... M'ha

detto di aver sollecitata la vostra chiamata in servizio. Per la fine di

questo mese o pei quindici del venturo è quasi certo che sarete a posto.

Già si sa bene, farete anche voi il tirocinio come avventizio, ma

intanto....

— Partenza per la linea di Venezia!...

— Scusi.... Grazie tante, Cavaliere!... — E Prandino si mosse per

scappar via.

— Oh!... c'è tempo.... c'è tempo....

— Ma sa.... non vorrei.... chiudono gli sportelli...

— Andate, andate. Ci rivedremo a Venezia.

— Servitor suo, Cavaliere. — E Prandino tornò di corsa dov'era l'Elisa,

ma era aspettato anche là da una brutta sorpresa.

Il suo posto in faccia alla Contessa era stato preso da un signore

grassotto, di mezza età, vestito piuttosto male, con una lente

all'occhio, il quale, tutto miele, ascoltava sorridendo la contessa

Elisa, che gli parlava chinata verso di lui e facendo l'occhio di

triglia.

La D'Abalà s'era un po' avvicinata alla madre, e Gegio stava seduto

tutto moine e carezze sopra una gamba del signore dalla lente.

Prandino, appena lo riconobbe, e lo riconobbe subito, si sentì tremar le

gambe, mancare la lena e gli si oscurò la vista. Salì inciampando nello

scompartimento; rosso, rosso, fece un risolino da ebete, come per

salutare la comitiva, ma adesso aveva un bel mostrarsi affabile, nessuno

gli badava più. Tanto per darsi un po' di contegno, accarezzò i capelli

di Gegio, ma questi gli si voltò irritato, con una mossaccia dispettosa,

e, quasi lo sapesse di fargli dispetto, si pose a baciucchiare la mano

pelosa del suo nuovo amico.

— Andiamo, Gegio, non essere seccante. — Si conoscono? — chiese poi

l'Elisa a quell'altro, indicandogli Prandino.

— Veramente di vista.... credo di sì; ma presentazione non c'è stata.

— Il conte Eriprando degli Ariberti; il marchese del Mantico.

Il maggiore si volse verso Prandino con grande sussiego, e serio, grave,

si pose a fissarlo colla lente nell'occhio in una maniera come se non

avesse da guardare un uomo, ma un monumento. Prandino invece, che voleva

sembrare disinvolto, si alzò dal suo posto, gli venne incontro, gli

prese, gli strinse la mano, tanto che il polsino, colle macchie rosse

delle ciliege di Gegio, si slacciò dal bottone e gli corse giù, fuori

della manica.

La Contessa e il Maggiore, ripresero subito la conversazione a bassa

voce; la Contessina, da lontano, sorrideva all'una ed all'altro; Gegio

fra le gambe del Maggiore giocava coi ciondoli dell'orologio.

— Sta a vedere, — pensava Prando dopo di essersi accomodato il polsino,

— sta a vedere che questo animale viene a Venezia con noi? Se fosse

vero, io mi fermo a Mestre!... — E intanto si mordeva i baffi, scoteva

convulsamente i tacchi sul tappeto, allungava il muso, impallidiva,

aggrottava le sopracciglia, ma era tutta fatica sprecata, che già

l'Elisa non gli badava.

Dopo una mezz'oretta, terminarono di parlarsi così a bassa voce; e

allora il Maggiore, per cambiar discorso, cominciò prima a dir male del

suo colonnello, e poi dopo a discorrere di cavalli, di corse, di

cocchieri di Monte-Carlo, di centinaia di migliaia di lire, delle

scuderie del duca A., delle rimesse del principe B., dei _box_ del conte

C.

Prandino ne capiva poco, ma siccome quell'altro parlando, di tanto in

tanto lo fissava con la lente, quasi per avere la sua approvazione, egli

si credeva obbligato di fare certi sorrisi che pareano smorfie.

Però la provvidenza c'è dappertutto, anche sulla linea da Milano a

Venezia. Difatti, poco prima di arrivare a Mestre, l'infelicissimo conte

degli Ariberti si sentì tornar l'anima in corpo quando udì il Maggiore

che cominciava a congedarsi.

— Come!... si ferma a Mestre?

Era la prima volta che Prandino osava dirigergli il discorso; ma la

contentezza gli ridava adesso il coraggio.

— Sì, mi fermo a Mestre perchè vado a Treviso dove sono di presidio.

— Però ci rivedremo a Venezia, non è vero? — gli chiese quell'antipatica

della contessina Cecilia.

— E.... potrebbe anche darsi.... ma....

E qui invece di rispondere alla figlia, il maggiore fissò la mamma in

modo che questa arrossì, si chinò languidamente, e tornarono a parlarsi

a bassa voce, cosa che rimise l'uggia e lo sgomento addosso a Prandino.

Il treno cominciava a rallentare.

— Ci siamo? — chiese il Maggiore.

— Ci siamo! — rispose Prandino, e aggiunse mentalmente — se Dio lo

vuole!

— Mestre!... Chi scende a Mestre!...

Il Maggiore prese la sua sacchetta e saltò giù; ma risalì subito sul

predellino a discorrere piano con l'Elisa che si sporgeva mezza fuori

dallo sportello. Prandino, tutto orecchi, non riusciva se non ad

afferrare qualche parola qua e là.

— Dunque? — chiedeva il Maggiore.

— _Cela dépendra!_... — rispondeva la Contessa, sorridendo con

intenzione. E poi parlarono più basso ancora, e Prandino non potè

intender più nulla, soltanto ci fu un momento nel quale gli sembrò che

il Maggiore accennasse a lui e che la Contessa si stringesse un po'

nelle spalle colla stessa mossa, tal e quale, con cui ella soleva

mostrarsi crucciata quando egli, alla sua volta, era geloso delle

lettere del Maggiore.

— E dove ha preso alloggio, Contessa?

— Alla _Gondola d'Oro_ — rispose per lei la Cecilia, avvicinandosi. —

Dunque verrà a trovarci senza fallo a Venezia?

— Non dico di no.... e non dico di sì!... — Il Maggiore evidentemente ci

teneva a fare il prezioso.

— Venga! ma venga, da bravo!

— Vieni! Vieni! non è vero che verrai? sì che verrai? — si pose a

strillare Gegio che riebbe in quel punto un impeto di tenerezza per Del

Mantico.

— Sì.... sì.... verrò!...

— Ma non si parte più?... — chiese Prandino che cominciava proprio a

perdere la pazienza. — Non lo capisco tutto questo ritardo.

— Si vede che aspetteranno l'altro treno.... Ah! eccolo!... Dunque....

buon viaggio, Contessa!

— _Sans adieu!_... — disse questa, stendendogli la mano e rifacendo gli

occhi di triglia.

— _Sans adieu!_ — e anche il Maggiore, grassotto e attempatuccio

com'era, si levò, anche lui, la lente per salutarla nell'inchinarsi,

finchè il treno si muoveva, con un'occhiata lunga e molto sentimentale.

Prandino era ritornato al suo posto, che il Maggiore gli aveva tenuto

caldo, ma aveva un muso, un fare, che diceva più di qualunque sfuriata.

La Contessa allungò il piedino, ma i piedi dell'Ariberti si ritirarono,

quasi avessero paura di scottarsi.

— Che cos'hai? — gli chiese piano l'Elisa, chinandosi verso di lui.

— Nulla! — rispose Prandino, con una manieraccia che pareva le volesse

dare un morso.

— Si comincia male!

E l'Elisa, così dicendo, con aria seccata si riaccomodò nel suo

cantuccio, e fino a Venezia non ci fu più verso di farle dire una

parola.

Intanto, la contessina Cecilia continuava a sfogare il suo vivo

entusiasmo per il Del Mantico: trovava ch'egli era molto simpatico, che

aveva molto spirito, che aveva l'aria di gran signore e, finalmente, che

s'era fatto anche più bello di prima, il che non era proprio vero, nè

poteva essere, perchè, da che mondo è mondo, tutti i capitani, quando

diventano maggiori, diventano più brutti....

Con queste chiacchiere, si attraversava il ponte della laguna, e Gegio

era tutto festante; batteva le manine, gridava, saltava; bisognava

tenerlo, se no, c'era pericolo si buttasse giù dal finestrino.

A un certo punto, quando vide un battelletto con una vela, che filava

diritto diritto in mezzo all'acqua, parve diventasse matto, finchè,

voltatosi di botto all'Elisa, le disse:

— Quando il Del Mantico verrà a Venezia, mi farai comperare una

barchettina nera, con una bella vela bianca come quella là?...

— Tu, caro, devi imparare a non seccare mai nessuno.

— Va là: te la comprerò io la barchettina — gli disse Prandino,

accarezzandolo, perchè, un po' spaventato dalla cera brusca che gli

faceva l'Elisa, sentiva bisogno d'ingraziarsi qualcuno.

— Oh! giusto te!.... Tu non ne hai soldi, tu!.... La mamma ti chiama

sempre Prandino meschino sotto gli alberi della luna!

Cecilia diede un forte pizzicotto al ragazzo e gli soffocò a mezzo le

parole; ma Prandino aveva udito tutto; e queste sono le ragioni per le

quali il conte Eriprando degli Ariberti, che era partito da Vicenza

raggiante di felicità, smontava a Venezia con un muso lungo un palmo!

Sott'acqua: racconto · 第 11 / 25 题