Era un mattino di maggio. Il cielo sereno come suole nella poetica
plaga dello Stretto veniva tagliato nel suo lontano orizzonte dalle
vette degli Apennini di Calabria, ed il sole già sorto indorava con
fantastica armonia le tremule acque del mar messinese. Il placido
venticello della primavera scuoteva le fronde degli alberi ed agitava
sullo stelo le erbe del campo ed i fiorellini del prato. Il pispissio
dei passeri e delle rondini risuonava melodioso nella gran pace di
natura, e lo squillo dei corni pastorali interrotto a tratti dai vaghi
concerti delle campane dei villaggi seminati sulla pendice delle
montagne e lungo la costiera cresceva incanto al sorriso della terra.
Sembrava tornasse la vita alle piante ed all'onde, e gli uccelli
salutassero col canto il ritorno dell'astro lumeggiante. La purezza
dell'aria, lo spiccato del cielo, il verde delle vette, lo smeraldo
dell'acque di Pace e Scilla: tutto ricordava la beata Sicilia,
coll'atmosfera rapita alla torrida India.
A chi abbandona le casupole del Faro per ascendere il monte, s'apre a
poca distanza dal mare una strada larga ma erta, sassosa e qui e là
interrotta da torrentelli e gore. È l'unica via che metta a
Curcoraggio, povero paesuolo a sei miglia dalla costa e che veduto dal
ponte delle navi par costrutto a precipizio poco in su di Messina. Di
là tu vedi la patria di Maurolico, e la cittadella che oggi la
difende: di là scorgi confusa nelle penombre delle falde Aspromonte e
Reggio, la terra delle fate, col suo castello rossastro e col dosso
smaltato di ville e palazzotti; di là ammiri la pittoresca cascata del
San Giovanni e la fuga di colli e colline che, staccate dai bruni
monti ritti a lor tergo, scendono in dolci e fruttiferi declivii al
mare in cui par s'immergano e scompaiano. Ampia veduta hai lassù, e
quasi ti sembra d'aver più libero il respiro, più facile la parola,
più maschie le idee. Sospeso tra cielo ed acque contempli la maestà
del creato e saluti colla poesia del pensiero l'onnipotenza degli
elementi e l'immensità degli esseri. Là vivi vita vera, e le sole ali
ti mancano a spiegar il volo dal ceppo all'alta volta delle sfere.
Su quella strada camminavano due uomini. Amendue rozzamente vestiti ma
con pulitezza, portavano ad armacollo lo schioppo ed appesa alla
cintola l'aguzza falce dei montanari di Val di Mone. Il loro passo era
rapido, e siccome nati fra quelle balze, lesti varcavano i massi per
ogni dove seminati ed oltrepassavano i ruscellini impaludanti la via.
Parlavano concitati, ed a chi li avesse veduti da lontano sarebbe
sembrato altercassero e quasi venissero d'istante in istante alle
mani. Eppure erano amici, ed il loro dialogo calmo e composto. Il più
grande di essi era anche il più vecchio, e nei vivi lampi dell'occhio
mostrava la piena degli affetti che gli tenzonavano in cuore, nel
mentre col pugno sul calcio scuoteva a violenti scosse l'arme sorella.
Il giovane avea neri capelli o mustacchi, ed un sorriso amaro e
beffardo muovevagli le labbra e gli aggrottava lo ciglia. Il primo si
chiamava Bizco, il secondo Pierio. Il padre s'appoggiava al figlio, e
spesso lo contemplava collo sguardo, quasi scrutasse tacito il di lui
pensiero e volesse indovinare quali divisamenti rimuginasse in
cervello.
--È cosa orribile... non so più contenermi.
--Ah sì, l'offesa è profonda!
--La cancellerò col sangue!
--No, Bizco, non cimentatevi. Il nemico è forte... e noi...
--Io pure son forte... vedi queste braccia? hanno calati fendenti
mortali laggiù... vedi questa cicatrice che mi sfregia? l'ebbi al
passaggio del Po, combattendo da prode... ed avrò paura d'un codardo
seduttore? no, no, figlio, non temere... son forte!
--Oh sì, siete forte!... ma povero!
--Colui, lo so, è ricco... ma per Bizco...
--Zitto, padre mio... ecco Zelmira.
--Non una parola, Pierio!
Affrettarono il passo e raggiunsero lo spianato dell'umile chiesuola
del paese. Ivi sostarono, e vedendo la giovinetta muovere alla lor
volta in atto di sorpresa, si scambiarono un'occhiata eloquente, e
separaronsi. Ma prima che Pierio si fosse allontanato, Bizco gli
strinse con isforzo la mano, lo mirò fiso, e disse con lenta voce
solenne:
--Lo giuri?
E siccome il giovane esitava alquanto ed alzava le palme quasi
pregasse, Bizco replicò con ira mal repressa:
--Lo giuri?
--Lo giuro!