XI.

L'indomani Don Luigi uscì subito dopo il desinare,--e più tardi lo

aspettai invano al solito ritrovo. Non mi sentivo di vena a lavorare;

dopo aver buttate giù, a lunghi intervalli delle pennellate a casaccio

di quelle che non persuadono la coscienza, presi una risoluzione,

raccolsi i miei barattoli e me ne tornai difilato a casa,

Don Luigi non era rientrato.

Baccio mi disse misteriosamente:

--Il sor curato è salito alla Carbonaia, ciò vuol dire che tornerà di

buon umore.--Non c'è stato da quasi un mese; quella passeggiata gli

fa sempre un gran bene.

Il sagrestano si fregava le mani soddisfatto e intieramente sicuro

dell'efficacia del rimedio,

Compresi dalle sue parole che si trattava del terreno prediletto,

causa delle contestazioni del sindaco.

Mi prese ansietà di vedere questo miracoloso rifugio. Mi feci indicare

la strada e, sotto pretesto di andare incontro al curato, affrettai il

passo per prevenire il suo ritorno.

Il sole era alto ancora e il luogo non era distante che un miglio

scarso.

Dopo una mezz'oretta di un sentiero scheggioso e incassato in una gola

stretta e boscosa, sbucai sopra un piccolo altipiano, quasi tondo,

posto sul culmine di un poggetto, una specie di sperone del monte

Grigio, il quale s'innalza brullo nel fondo. Si domina di là il

villaggio, e la valle fino a Zugliano.

Era quella la mia meta: la riconobbi subito dalla quercia fronzuta che

spiegava maestosa nel mezzo i suoi rami sopra gli avanzi di una

casupola bassa abbandonata come se ne vedono tante in montagna, specie

di covo umano da cui il bisogno o la morte ha snidato la vita.

Malgrado il suo nome prosaico di Carbonaia il luogo è delizioso: vi

cresceva un'erbetta minuta e d'un bel color chiaro chiazzato a lunghe

zone di menta fiorita. È remoto ed aperto nel tempo stesso. Lo Strona

lo difende da una parte, e un inaccessibile burrone dall'altra: una

macchia fitta di castagni cresciuti rigogliosi dalle ceneri degli

antichi forni permettono di spiare non visti tutti i sentieri che

scendono dal monte e salgono dalla valle.

La dimora che ha servito ai carbonai è deserta da molti anni; la

natura ha preso possesso di quella rovina. L'ha coperta di muschi

d'edera: ha riempito tutte le fenditure coi capelveneri e colle

felci,--tuttavia essa può servire di riparo contro un temporale

improvviso.

Come mi aveva detto lo speziale, non era un fondo fruttifero; il

godimento quasi del tutto nominale di esso era da tempo immemorabile

lasciato alla parrocchia, cioè ai poverelli che nel nome di lei ne

ricavavano qualche pugno d'erba l'estate e qualche fardellino di legna

l'inverno. Ma il sindaco pretendeva rivendicarlo per antico dritto di

proprietà non mai abbandonato che precariamente dal comune,--e

coonestava l'animosità col progetto di farvi passare una viottola

assai incomoda del resto che dalla strada provinciale, che saliva al

di là della Strema, mettesse direttamente senza passar in paese alla

frazione di Fontanile, le cui case si vedevano in fondo accovacciate

in una piega del monte e non giustificavano davvero colla loro

importanza quella singolare premura sindacale.

Inoltrandomi fra le macchie, scoprii don Luigi.

Era seduto dietro la casupola sopra un grosso ceppo di castagno

coverto di muschio; teneva la fronte bassa appoggiata al dosso della

mano e aveva le guancie rigate di lagrime.

Non si accorse di me.

Ebbi rimorso di averlo spiato.

Per salvare almeno le apparenze, mi rivolsi indietro pian piano e,

quando mi fui allontanato convenientemente, mi posi a cantarellare ad

alta voce per metterlo sull'avviso della mia presenza.

Egli mi richiamò per nome.

Quando tornai da lui, s'era ricomposto, ma senza ombra di

dissimulazione. Mi diè uno sguardo di amichevole confidenza, mi prese

la mano e la tenne alcuni minuti nelle sue senza far motto.

--Figliuolo, mi disse poi, ho pensato alle idee ieri manifestate dal

dottore.... e, posso errare, ma quello mi pare materialismo nè più, nè

meno.--È un argomento che prova troppo.... e nulla. Coll'ammettere

l'irresponsabilità delle inclinazioni, si esclude la colpa, e il male;

si esclude la pena, la sanzione e il giudice.... È tutto una

conseguenza. Quanto a me, dinanzi a questo cielo e a questi luoghi,

testimoni di tutti i miei pensieri.... e dei miei errori,--vi

assicuro,--del male che ho fatto preferisco sentirmene responsabile e

accusarmene,--perchè ciò mi da la speranza di ottenere perdono per me

e la consolante certezza che sarà riparato per gli altri. Che ne dite?

Che potevo dire? Il materialismo allora mi dava assai meno fastidio di

adesso. Non lo conoscevo che da lontano, e mi seduceva coll'apparenza

di una generosa, eroica ribellione contro la più assoluta autorità

dell'universo. Pure ammiravo l'ingenua bontà di quell'animo che

s'adombrava al pensiero di esser liberato da una obbligazione e

protestava contro l'assoluzione offertagli, con una logica che veniva

dal sentimento più che dal raziocinio.

Esternai la convinzione che le sue parole non avessero altro movente

che una eccessiva austerità di coscienza.

--Il male che avete fatto è un modo di dire, soggiunsi, ma non è di

tal natura da rimordervi troppo.... e quanto alla riparazione ella è

bella e fatta a quest'ora....

--Zitto, vi prego,--m'interruppe subitamente turbato,--zitto, voi

non sapete nulla.

Volevo replicare, ma egli ripetè:

--Non sapete nulla, non sapete nulla.

Poi dopo alcuni minuti di silenzio, con maggior calma e una

malinconica intonazione di voce:

--No davvero, figliolo, non posso scroccarvi un giudizio tanto

indulgente. La santità di ser Ciappelletto mi ripugna.

La sua modestia era tanto sincera e tanto viva che non ardii

combatterla, tacqui.

Don Luigi si alzò, passò il braccio sotto il mio e mi trasse con sè in

gran fretta.

Al principio del sentiero si volse, abbracciò con uno sguardo di

ineffabile tenerezza quel suo prediletto ricovero.

--È forse l'ultima volta ch'io vengo quassù, mormorò;--oh i decreti di

Dio colpiscono giusto....

Cominciammo a scendere la china in silenzio.

Don Luigi era triste, accasciato come non l'avevo mai visto. Mi parve

allora assai più vecchio del solito; si appoggiava al mio braccio e

camminava a stento.

Appressandosi al villaggio si rinfrancò un poco; ma non tanto che

Baccio non s'accorgesse della sua tristezza.

E mi disse con sincera schiettezza:

--Vossignoria è andato a disturbare il curato; ha fatto male, ha fatto

male. Egli aveva bisogno di restar solo.

--Perchè? domandai sorridendo a fior di labbra.

--Perchè, quando nessuno l'inquieta, egli trova colà nella solitudine

il rimedio di tutti i suoi fastidi.

E mi contò i mirabili effetti di quel luogo sull'animo del curato,

ch'io sapevo già dallo speziale.

--Ma cosa ci trova lassù?

--Dicono, rispose esitando il sacrestano e abbassando la voce, dicono

che venga un angelo a visitarlo.

--Un angelo, chi l'ha veduto?

--Saranno quasi vent'anni, un giorno tornando dalla Valsesia, scendevo

per il Mongrigio. Arrivato a un certo punto dove il sentiero sovrasta

al piano della Carbonaia guardo in giù e scorgo qualcosa di bianco fra

i castagni: era una figura di donna ravvolta in un velo lungo fino a

terra sotto al quale traspariva una veste azzurra. La visione passò

lentamente fra gli alberi e scomparve dietro il muro dei carbonai. Non

la vidi che un minuto, ma ne fui abbagliato. Splendeva più del

cielo!,--andava cauta ma tanto leggiera che non pareva toccasse la

terra. Dopo il primo stupore calai giù, passai il ponte dello Strona

e, girando intorno alla collina, passai la strada di Sulzena. Allo

sbocco del sentiero della Carbonaia incontrai don Luigi. Allora aveva

dei dispiaceri ed era triste, afflitto più di adesso. Ma quel dì mi

sembrò tutt'altro: mi passò vicino senza vedermi, incantato come uno

che viene dal paradiso.

Il paragone di Baccio non mi sembrò punto strano: il suo racconto in

cui altri più positivo di me non avrebbe visto che una fiaba

grossolana, mi interessava grandemente. Lo ascoltai come la più seria

cosa del mondo. Egli era certo in buona fede. Eravamo in sacristia

dove don Luigi ci aveva lasciati soli per entrare in chiesa a parare

l'altare per la benedizione. Il sacrestano mi fece la sua confidenza

agitando il turibolo a ravvivarne le brace. Il barlume del crepuscolo

cadeva dall'alte e strette finestrello su certi visi pallidi di

madonne e di sante; il bisbiglio sommesso dei devoti che entravano in

chiesa, certi echi profondi, un acuto profumo d'incenso,--la maestà

del luogo disponevano l'animo al meraviglioso.

Un po' di prodigio cresceva attrattive alla misteriosa figura del

curato.

Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia · 第 34 / 46 题