Si chiamava Angelo De Boni. La sua famiglia, oriunda di Zugliano, il
capo-luogo del circondario, era un tempo fra le più agiate di quelle
valli. Possedeva i pascoli migliori, le_ baite_ le meglio costrutte, e
il belato e le campanelle delle sue mandrie si sentivano a molte e
molte leghe all'ingiro. Le donne De Boni erano citate per le loro
gonne di seta e cotone, lusso che non si permettevano se non la moglie
dell'Intendente e la sorella dell'Esattore. Quelle gonne invidiate
avean valso anzi a far correre pel paese certe voci poco benevoli
sulla rettitudine dei costumi di casa De Boni.
Questa si componeva di due famiglie riunite in una sotto il governo di
due fratelli, il padre e lo zio di Angelo. Quest'ultimo, uomo dato in
corpo ed anima alla religione, rimasto vedovo in giovane età con due
ragazze e senza erede maschio, natura bisbetica e malinconica, teneva
i conti, regolava le spese, e viveva in casa (una grande casaccia
umida e burbera la cui porta maestra era sempre chiusa) come una
lumaca nel guscio. Il padre di Angelo era l'opposto del
fratello. V'erano due ore soltanto sulle ventiquattro in cui egli si
ricordasse di avere una famiglia e una casa: al mezzogiorno, vale a
dire all'ora del desinare, e a mezzanotte, vale a dire all'ora del
coricarsi. Il resto della giornata lo passava girando da un pascolo
all'altro, da questo a quel bosco, calzato di due enormi stivali, che
in paese erano proverbiali, e armato di un alto e grosso bastone le
cui solide proprietà non erano ignote a nessuno dei suoi pastori e dei
suoi coloni, compresi i vecchi, le donne, e i fanciulli. Alla sera,
giocava a _tresette_ all'osteria, trincando come un bufalo,
bestemmiando come un vetturale, pallido se vinceva, scarlatto se la
fortuna gli voltava le spalle, arcigno, beffardo, arrabbiato
sempre. Sua moglie era una donna piccina e grassotta, di un biondo
cinereo, con una pelle la cui floscidità appariva più che mai nelle
palpebre, le quali non potevano star sollevate un minuto secondo,
talchè chi non la conosceva poteva credere ch'ella fosse cieca o
avesse il dono di camminare ad occhi chiusi.
Del resto, essere passivo e inconcludente, errava per la casa, dal
solaio alla cantina, accusando flemmaticamente e inappuntabilmente ad
ogni bisogno, colla regolarità di un pendolo, come un sonnambulo, come
un automa. Non si capiva come quella _cosa_ avesse potuto procreare
due volte. Giacchè il signor Angelo aveva avuto un fratello. È vero
che costui--vivo, pochi lo avevano veduto, morto, nessuno ne osava
parlare... almeno in publico. Era il secondo genito e pare che la sua
venuta al mondo non avesse gran fatto garbato all'autore dei suoi
giorni. Le dicerie andavano più in là: si mormorava che l'infelice
avesse dovuto accorgersi allo sbaglio fatto nascendo, appena uscito di
fascie. Fu il cane della casa; cane a tal punto che un bel giorno,
(l'infelice contava allora quattr'anni) un calcio paterno nel ventre
lo aveva messo a filo di vita. D'allor in poi la rachitide si
impadroni di quel diseredato che vedevate, origliando alle fessure
delle finestre, strascinarsi, smorto e coll'asma, dietro le gonne
della madre affaccendata e noncurante, finchè andava a ricoverar le
visioni e la tosse in qualche angolo della casa, dove le mosche
fossero meno numerose e accanite nel tormentarlo. Due anni dopo quel
calcio, la portaccia De Boni si aperse, un piccolo feretro ne uscì, e
tutto fu detto. Le due cuginette di Angelo erano ciò che in campagna
chiamano due _leggierine_; non brutte, non belle, orgogliose e facendo
pesare i gruzzoli della loro dote su tutte le fanciulle del paese,
incapaci di un buon pensiero, atte a diventar due esperte cortigiane o
due donne simili alla loro zia, secondo l'occasione e le circostanze,
si assomigliavano in tutto, e si accordavano in tutto, tranne che in
due cose sole: la maggiore aveva un culto speciale pei girasoli che
alla minore mettevano spavento: questa si sarebbe pasciuta per la vita
eterna di stufato d'agnello, e all'altra veniva la nausea solo a
sentirne l'odore. Del resto il vecchio bigotto che si spartiva la vita
fra i registri dei bovini e dei laticinii, e il _Manuale di Filotea_,
le lasciava far quanto volevano, e, purchè non gli lasciassero mai
sfornita la scatola del tabacco, non se ne imbarazzava nè punto nè
poco.
Questa suprema noncuranza del presente e dell'avvenire della loro
prole, era l'unico punto di somiglianza fra i due fratelli De
Boni. Rotto appena il guinzaglio inevitabile della primissima
infanzia, il piccolo Angelo, nerboruto e tracotante ragazzotto dai
capelli fulvi e dallo sguardo battagliero, si era affrettato ad
approfittarne. Era lo spirito folletto, il genio malefico delle mandre
e dei pastori. A piedi nudi, a capo scoperto, lo scudiscio in mano,
quando non era qualche cosa di peggio, facesse caldo, facesse freddo,
sotto il sole, sotto la pioggia, piombava nei tugurii, rovesciava le
pentole, gettava l'acqua della polenta sui focolali a stento
attizzati, prendeva i vecchi per la barba, i marmocchi pel naso o le
orecchie, attaccava dei razzi alla coda dei gatti, trovava un gusto
matto ad affumicar le tane dei sorci, e, quando, stanco finalmente e
trafelato se ne ritornava a casa sull'imbrunire, aveva sempre in tasca
un cartoccio destinato al suo prediletto passatempo della sera. Quel
cartoccio conteneva una dose di quella polvere di cui si riempie la
striglia adoperata sul corpo dei cavalli e dei muli, egli ne faceva
incetta mediante pochi quattrini, presso i ragazzi dei mulattieri
dipendenti da suo padre, e, arrivato a casa, salìa pian pianino alla
camera del fratello rachitico, alzava le coltri del suo letticciuolo,
e con gioia satanica ne cospargeva copiosamente le lenzuola. Nulla dà
il prurito come quella polvere; un prurito morboso, insopportabile,
spasmodico. Il povero piccino si coricava all'avemaria, e non era
appena sdraiato che cominciava a contorcersi e a gemere. Angelo,
appostato dietro l'uscio, si teneva i fianchi, e gongolava pensando
che la infelice creatura ne avrebbe avuto fine al mattino
seguente. Era questa la _bonne bouche_ del suo quotidiano banchetto di
piccole infamie.
Un avvenimento straordinario, e complicato da molti casi fatali, venne
a troncarle sul più bello, od almeno a cambiarne il corso.
Il vecchio scorridore di giogaie, l'iracondo dispensiero di bastonate,
il bevitore senza pari, il giuocatore febbricitante, cominciava a
sentire il peso degli anni inesorabile. I primi bagliori dell'alba che
venivano a trovarlo nel letto, egli non li salutava più coll'animo
lieto di una volta; «così presto?» pensava, e vestivasi con minor
sollecitudine, guardando con un senso d'invidia, che non voleva
spiegare a sè stesso, la moglie che russava dall'altra parte. Le erte
lo infastidivano; brontolava assai spesso contro l'incuria degli
appaltatori stradali: e si sorprendeva le molte volte, a mezzo del
cammino altre volte percorso d'un tratto, seduto sotto una quercia,
colla testa annuvolata e le ginocchia indolenzite. Nel tempo stesso il
suo carattere subiva insensibilmente una trasformazione. Il malumore
senza parentesi serene, il non mai interrotto digrignare dell'animo
suo, subiva adesso dei lunghi intervalli di stanchezza, nei quali
pareva che quell'orso si sprofondasse in una profonda ed amara
meditazione. Erano rimorsi? Era presentimento di avvenire funesto? La
podagra lo assalì repentina come un colpo di fulmine, e colla podagra
tutti gli incomodi e le sofferenze reali o immaginarie che sono
conseguenza degli improvvisi cambiamenti nelle abitudini inveterate.
Allora, a sentirlo, non c'era giuntura che non gli dolesse, nè c'era
altro sollievo per lui, che stroppicciargli le dita: ciò che la
placida sua consorte disimpegnava colla impassibilità e lo scrupolo
con cui rigovernava ogni sera il vasellame di cucina. Al mattino era
preso da granchi fortissimi allo stomaco che lo contorcevano sulle
lenzuola come una serpe a cui si sia fracassata la testa; e lo
seppellivano sotto una montagna di pannolini caldi che, egli, dopo un
momento, gettava dalla finestra.
Condannato all'immobilità dalla malattia, ebro di noia, un pensiero
che non gli era mai passato pel capo dacchè era uscito dalla scuola,
gli attraversò la mente: che cioè esistevano dei libri e che
probabilmente essi dovevano essere stati fatti per qualche cosa. Ne
chiese; e fu un grande avvenimento in famiglia. Le due pulzelle
corsero a nascondere nel solaio certi volumi che usavano leggere di
soppiatto e che vendeva loro di tanto in tanto il compiacente mercante
girovago (il _masciago_) che passava pel paese ogni quindici giorni; e
il lettore del _Manuale di Filolea_ fu molto contrariato di veder un
vuoto nelle due file di libri ascetici che componevano tutta la sua
supellettile letteraria.
Poche persone venivano a visitare l'ammalato: la casa De Boni aveva
qualche cosa scritto sulla facciata che parea dire alla
gente--«stanimi lontano». E ancora, a quei che vi andavano di tanto in
tanto, vuoi per carità, vuoi per altri fini, la mezz'ora, presso quel
capezzale, somigliava a una mezz'ora passata in una tomba. Il vecchio
podagroso li salutava con un monosillabo, poi li lasciava parlare,
mentre la sua attenzione pareva aggirarsi le mille miglia lontano. Le
labbra erano in perpetua agitazione, e gli occhi che teneva
abitualmente fissi alla parete davanti a sè, d'improvviso, a un punto
inconcludente del discorso che gli era fatto, si animavano e venivano
a squadrar stranamente dal capo ai piedi il narratore. Ciò che facea
rabbrividire e balzar sulla sedia costui. A volte, li interrompeva sul
più bello di una narrazione con un addio, secco come una acciuga, e
riapriva un _San Tomaso d'Aquino_, o il _Mese di Maria_,
riaccomodandosi il guanciale sotto la testa.
La famiglia non si diede per molto tempo pensiero di queste ascetiche
malinconie. Ma un giorno il figlio Angelo s'accorse che la cosa si
spingeva a conseguenze imprevedute e per lui poco gradevoli. Suo padre
diventava caritatevole,--faceva delle elemosine. Per un uomo, noto per
la sua tirchieria, la cosa era grave. Era certo segno di un grande
disordine morale; perciò i maggiori eccessi diventavano possibili.
Diffatti la sua prodigalità in breve non ebbe più limiti. Buttava via
il danaro e le robe dalla finestra--letteralmente.
Quale era stata la causa di sì strano rivolgimento?
Ecco: un giorno leggendo il Vangelo; gli era caduta sottocchio quella
sentenza, satura di un sublime socialismo, che dice:--_In verità vi
dico è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che
non un ricco entri nel regno dei cieli_.--E poi la risposta del Cristo
al Fariseo:--_Se vuoi la salute, va, vendi ogni aver tuo, e danne il
prezzo ai poveri_.
Queste parole avevano rimescolato le viscere del vecchio peccatore
spaventato. Il suo animo fu sopraffatto da superstiziosi terrori.
Inoltre una voce gli sussurrava in cuore:--che ti servono a te oramai
le ricchezze? tu sei impotente a goderne: poco ti resta da vivere--e
tu dovresti sagrificar la tua salute eterna per il bene degli eredi?
Posta così la quistione--l'egoismo l'aveva sciolta subito.--L'avaro
era diventato prodigo per ispeculazione, e collocava i suoi averi
all'interesse nella cassa pensioni del Padre eterno.
Ma ciò non poteva sembrare ugualmente utile a quei di casa sua,
specialmente al figlio Angelo, che contava allora già più di
trent'anni e che, da quando il padre s'era ammalato, si considerava
come capo della famiglia. Egli aveva col sangue ereditato tutta la
sordidezza e la prepotenza del padre:--si oppose vigorosamente alla
sua ruinosa follia. Non lo perdette più d'occhio un minuto; prese un
robusto montanaro tra i suoi mandriani e lo creò carceriere del
vecchio idiota, Costui, felice di vendicarsi dei maltrattamenti avuti
dal De Boni, fece il mestiere a meraviglia;--custodiva rigorosamente
il suo padrone e lo picchiava un poco ogni giorno. La famiglia non se
ne dava per intesa. Ma il povero rimbambito entrava in parossismi
furiosi: egli urlava come un ossesso--tanto che la gente si fermava
nella strada. Un giorno qualcuno gridò ad alta voce contro queste
violenze--e il montanaro affacciatosi alla finestra rispose:
--Ma è pazzo, pazzo da legare.
Questa scena diede ad Angelo un'idea: pensò di liberarsi di quel
fastidio col mettere il vecchio al manicomio.
E andò difilato dal!'intendente. Ma questi, udito il suo desiderio,
tirò innanzi delle difficoltà;--ci volevano tante condizioni per far
ricoverare il vecchio--eppoi, egli non era povero,--era necessario
pagare una retta mensile piuttosto grave.
Angelo uscì di là bestemmiando contro questa società che non gli usava
la finezza di liberarlo di suo padre. Ma in quel torno una circostanza
venne a favorire il suo disegno.
Un giorno che pioveva a rovesci e le vie della piccola città erano
mutate in torrentelli melmosi, un avvenimento stranissimo faceva
dimenticare quel tempaccio agli avventori raccolti nella così detta
bottega da caffè, l'unica del resto, a cinque leghe all'ingiro, che
potesse portare o bene o male tal nome. La pareva mutata, all'immenso
ronzio che vi si udiva, in un alveare di api antidiluviane: chi
ragionava _ex cathedra_, chi avanzava osservazioni sommesse, chi
parlava all'orecchio del vicino, chi girava da questo a quel
capannello come in cerca di consigli o di spiegazioni; talchè la
povera conduttrice del negozio, sudata come un pulcino, faceva una
confusione non mai veduta nel distribuire le tazze di caffè, i
_capiler corretti_ e i bicchierini di _anesone_ di Brescia.
--No, no, no, diceva a mezza voce, aggiustandosi la cravatta intorno
al collo, il vecchio cancelliere Anastasio; no, qui c'è sotto un
mistero.
--_Mysterium, mysterium invocat_! notava cattedraticamente il maestro
di scuola; e, ne attesto i sette savii della Grecia, il mistero che
circonda questi signori non comincia qui.
--Eh! bontà di Dio! voi siete pulcini nel guscio ancora; e volete
pigolare, e delle cose e della gente delle grandi città. Se ci aveste
passato un mese e cinque giorni di seguito, come me... bontà di Dio!...
a Milano! I palazzi, i teatri, gli equipaggi... il corso... il caffè,
e... come lo chiamano il laus... lans... chinetto, il maca... ca... il
camao... giuochi d'inferno!... Quante famiglie di cui ieri si parlava
come del re Erode, ricchi da non saper più contar i denari... da un
momento all'altro, trac! colle gambe all'aria... e chi l'ha avuta, l'ha
avuta! Allora, somigliano buone anche le cittaduzze di campagna, anche
le borgatelle dei montanari.
Chi parlava con tanta esperienza di causa era il signor Ernesto, il
più bel giovane del paese a detta delle mammine, e quello che
_vestiva_ con maggior garbo, a detta delle fanciulle. Quel mese e
cinque giorni passati a Milano lo circondavano di gloria, come
l'aureola dei Santi, ed egli passava la vita, in un ozio senza riposo,
bellimbusto davanti alla farmacia e al caffè, giocatore ammanierato e
pieno di mentita sbadataggine al tavolino delle carte, annoiato e
contento, sbadigliando e pavoneggiandosi, capace di parlare dall'alto
al basso anche col re, se lo avesse incontrato, e lasciando sempre nel
discorso una filza di sottintesi che davano a pensare agli ingenui
suoi compaesani chi sa quanti romanzi pieni di tragiche e sentimentali
vicende... tutte nel giro di quel mese e di quei cinque giorni.
Egli si arricciò i lunghi baffi neri, arrotondò coll'indice della
destra le tese di un cappello di feltro di una bianchezza insolente, e
lasciata cader con grande rumore la stecca che aveva nella sinistra,
e, inalberandosi come uno che stia per prendere la corsa, soggiunse:
--Le città... le grandi città come Milano! come Parigi!--non sono
stato a Parigi... ma fa lo stesso; chi ha visto Milano ha visto
Parigi... miglia più, miglia meno. Il denaro fugge, scappa, scivola,
svapora, svanisce, dilegua... lo so io... pur troppo!
E abbassandosi all'orecchio del fabbriciere anziano di S. Gaudenzio;
--Soltanto in donne!!!... lo so io...
--Uh! cattivo soggetto!
E una risatina tra carne e pelle piena di libidine senile e di riserva
bigotta.
Ma la piccola porta dai vetri pieni di gemme di pioggia, che vi
serpeggiavano or rapide or lente in tutte le direzioni, cigolò sui
cardini, e l'apparire di un personaggio dall'incesso lento e maestoso
fece restar lì di botto tutte quelle labbra cicaleggianti, ronzanti e
roboanti. Il piccolo cancelliere si alzò, fece un arco della schiena,
afferrò una sedia, l'alzò di peso, l'offerse; il fabbriciere spalancò
una enorme scatola, schiuse un sorriso cretino, si ripulì le labbra
colla lingua e mormorò un «posso?» dolce come una ciliegia bucherata
dai passeri; il bell'Ernesto se ne ritornò al bigliardo, con aria
dispettosa. Provatevi a interrompere un agricoltore che parla di un
prato di marcita, o un veterano che descrive un campo di battaglia!
Il nuovo arrivato, nientemeno che la prima autorità della provincia,
il rappresentante del governo, il signor «Intendente» come dicevasi a
que' tempi in Piemonte, chiuse con calma e dignità l'ampio ombrello
scarlatto dal manico d'ottone, e passando coll'indifferenza di un nume
fra gli astanti, andò a consegnarlo alla padrona perchè lo facesse
asciugare; poi, sempre con quel tal passo, tornò indietro, sedette,
non prima di aver ben divise l'una dall'altra le falde del lungo
soprabito, cavò il fazzoletto, si soffiò il naso, vi raddrizzò sopra
gli occhiali, e, finalmente, con una voce da basso sfiatato:
--Servo di loro signori, disse, guardandosi intorno senza girar il
capo, tempaccio da lupi, eh! tempaccio da lupi.
E il maestro di scuola, il quale doveva essere un uomo maligno, e che,
solo fra tutti, non aveva mutato contegno all'arrivo del signor
Intendente, pensava più che non mormorasse facendo mostra di gettar
gli occhi su un vecchio giornale:
«... Graviter commotus, et alto
Prospiciens, summa placidum caput extulit nuda».
Grandi erano il rispetto e la deferenza che creavano intorno al signor
Intendente l'alta sua carica e il suo burbero carattere; ma, quel
giorno, l'emozione degli animi era tanta che deferenza e rispetto
furono posti in un canto per dar luogo ad una salva di interrogazioni
che si successero fitte e insistenti come una gragnuola di maggio.
Lungi dall'indispettirsi per la insolita mancanza ai riguardi
dovutigli, il degno magistrato, senza dar risposta a nessuno,
appoggiate ambo le mani al tavolo, gongolava, e incrociate le dita,
faceva girar chetamente l'uno intorno all'altro i due pollici; ciò che
è un segno non dubbio di benessere e di soddisfazione.
Cessata finalmente la tempesta, fu un silenzio profondo, religioso,
solenne. Uno andò a chiudere per bene gli usci perchè nessuno stridor
di molla o di cardini venisse a sturbar la voce invocata; dietro il
banco si cessò di ripulir chicchere e cucchiaini, e la padrona,
raggomitolato il grembiale e assicuratolo alla cintura per di dietro,
venne a collocarsi nell'uditorio, a rispettosa distanza,
s'intende. S'udiva il passo delle mosche che gremivano il soffitto.
Il signor Intendente si soffiò un'altra volta il naso, si racconciò
un'altra volta le falde dell'abito, un'altra volta diè un piccolo
colpo magico agli occhiali, e, come se parlasse dall'alto della
bigoncia, così prese a dire:
--Fin dalle prime trattative intavolate fra il signor De Emma, da oggi
nostro novello concittadino, e l'israelita Zaccaria, desse furono
note a questa Regia Intendenza. Non che i due contrattanti, o solo
uno dei due ne avesse resa cognita l'autorità; a ciò nessuna legge
obbligavali. Tale comunicazione sarebbe stata atto di pura cortesia;
ma tale comunicazione all'autorità non fu fatta. Tuttavia, o
signori, benchè le finestre del regio palazzo ov'essa ha sua sede,
appaiano chiuse la più parte del giorno, e benchè qui il nostro caro
cancelliere si vegga passar tante ore seduto al tavolino del
tresette (e i due auguri sorrisero, l'uno maliziosamente, l'altro
con un sorriso vago e melenso), tuttavia, dico, essa, l'autorità,
non cessa un minuto mai di aver occhi per vedere, orecchie per
udire, non cessa un istante di vegliare _au salut de l'empire_, come
diceva mio padre di buona memoria, cantarellando vicino al fuoco.
Scrissi quindi, privatamente, prima, ad alcune influentissime persone
di Milano,--persone alto locate, assai alto locate, che mi onorano di
loro stima e amicizia, per aver informazioni sul conto del signor
D'Emma e famiglia.
Non posso attribuire il loro ostinato silenzio alle mie replicatissime
lettere, a una dimenticanza a un oblio, che offenderebbero, oltre che
la mia persona, anche le vostre, o signori, di cui sono, e me ne
onoro, il rappresentante.... benchè indegno.... come dice il parroco
quando si dà il nome di pastore.
Un mormorio che voleva significare: «le pare, degnissimo! ma so ben
che scherza ecc. ecc.» salì alle nari dell'Intendente, più soave della
presa di tabacco che gli tenne dietro.
Il magistrato continuò:
--Difficilissima posizione, o signori, è la mia. Alte questioni di
giurisprudenza ci sorgono intorno ad ogni piè sospinto nella
intricata selva della amministrazione. Dove finisce il diritto
privato, dove l'ingerenza del pubblico diritto incomincia? Come
uomo, come figlio di questo fortunato comune che il governo di Sua
Maestà Sabauda mi assegnava come una seconda patria, e tale è per
me, voi lo sapete,--io poneva a me stesso questa domanda: noi siamo
davanti ad un fatto nuovo, stranissimo, oscuro, il quale presenta,
sotto ogni lato considerar lo si voglia, adito al sospetto, al
dubbio, alle incertezze, alle diffidenze. E che, o signori! Una
delle più ampie e considerevoli case della nostra città, è cercata,
contrattata, venduta, nell'ombra, nel mistero, come se in quella
ricerca, in quel contratto, in quell'affare si nascondesse un
delitto. Il venditore interrogato, non risponde, si eclissa, diventa
invisibile. L'acquisitore è assente e direi quasi d'ignota
dimora. Si sa finalmente che giungerà da Milano; più tardi, che si
chiama il signor Abbondio de Emma. La vecchia casa del Giudeo viene
in fretta ed in furia riattata: eccoci invasi da una turba di operai
d'ogni mestiere e condizione; arrivano carri pieni di suppellettili;
l'oro e i marmi scintillano di sotto alle imbottiture indiscrete e
alle coperte che svolazzano al vento. Tutto ciò,--una montagna di
roba,--entra, si ammassa là dentro; la porta si chiude; e così
ermeticamente che un gatto non potrebbe trovar un buco per cui dare
un'occhiata...--Signori, ho letto, nei tempi in cui avevo tempo da
perdere, le mille e una notti, un libro pieno delle cose più
stravaganti di questo mondo e dell'altro. Ebbene, assistendo a
questo spettacolo, quel libro mi tornò in mente. L'impressione che
questo complesso di cose fece sull'animo mio, d'uomo e di cittadino,
fu l'impressione che voi tutti provaste, o signori. Me lo dicevano,
fin dal primo giorno, i vostri sguardi scrutatori, le vostre
sommesse parole; le timide inchieste delle vostre spose e delle
vostre fanciulle me lo dicevano. Questa nostra pacifica famiglia,
così calma nella sua modestia, così modesta nella sua calma,
somigliava ad un nido su cui passi d'improvviso l'ombra di qualche
augello solitario e lontano.
A questa immagine poetica e peregrina, il facondo oratore si arrestò,
e parve accorgersi che era da un pezzo che si logorava i polmoni,
giacchè, voltasi alla padrona che lo guardava tutta attonita,
coll'ammirazione beata di chi non capisce ciò che ascolta, le ordinò
con aria di paterna protezione:
--Madama... una _mezz'acqua_ d'agro: mah!... mi raccomando.
Fu servito, bavette un sorsellino, si soffiò il naso, ecc. ecc., e
riprese:
--È colomba o avoltoio cotesto signor De Emma? Ci porterà la
benedizione o la rapina? Ecco il pensiero che mi assediava e pesava,
lo so, sulla città intera. Ma, ripeto: dove finisce il diritto
privato, dove comincia l'ingerenza del pubblico diritto? Oh! se si
fosse sconnessa una sola pietra del selciato di publico dominio
davanti alla casa Zaccaria, se vi avessero ammonticchiati sol
quattro mattoni che disturbassero più o meno la circolazione, oh!
siatene certi signori, che in tal caso avrei scritto immediatamente
_ex_ ufficio, e tutto sarebbe venuto alla luce. Ma nulla di tutto
ciò; non uno spruzzo di calce, non un granello di sabbia su cui
poter movere il più modesto lamento. Ecco perchè non scrissi,
dapprima che in forma affatto privata e confidenziale. Confido, o
signori, che voi apprezzerete questo mio prudente procedimento.
--Però... tuttavia... osarono interrompere alcuni sommessamente.
Il signor Intendente alzò allora il capo, a guisa del gallo che sta
per cantare;--e fu con tono di superna commiserazione per quegli
ingenui interruttori che ripigliò:
--Tuttavia, però, se.... ma.... davvero che, con tutto il rispetto
dovuto, miei cari signori, mi fanno _da_ ridere. Mi ascoltino, e
s'accorgeranno che l'autorità sa e può fare il suo dovere. Irritato
dal silenzio dei miei amici di Milano, e come il mistero in
quistione cresceva ogni giorno e assumeva ogni giorno più allarmanti
proporzioni......--Tuttavia, però.... dicevano loro signori? Ebbene
io presi una eroica decisione: riferii il tutto nei suoi minuti
particolari all'illustre mio collega, che è a capo della regia
Intendenza centrale di Novara, chiedendo per mia regola e per
tranquillità dei miei amministrati, ampie, formali, categoriche
informazioni.
--E....? E....? Si udì da tutte le parti.
--E le informazioni mi sono giunte categoriche, ampie, formali!
Viaggiando in ferrovia, voi avete provato senza dubbio insieme ai
vostri compagni di viaggio quel senso di sollievo che vi allarga il
petto, avete mormorato o pensato quell'_ah!_ della liberazione che
sale involontariamente alle labbra, quando dopo essere stati sepolti
dei minuti che sembrano eterni nella oscurità fuliginosa di una
galleria, il convoglio sbuca finalmente a riveder la luce del sole.
Così respirarono tutti gli avventori del piccolo caffè, alle ultime
parole dell'Intendente, mentre un pallido raggio di sole si faceva
strada attraverso alla pioggia diminuente, come se anche la natura
sentisse il bisogno di tirar il fiato dopo quella interminabile
filastrocca.
Per giustificare ancor meglio quella febbrile curiosità, mi basterà
dire (avrei veramente dovuto dirlo prima) che quel mattino stesso
quattro carrozze da posta portanti il misterioso signor De Emma, la
sua famiglia e uno stuolo numeroso di servidorame erano trionfalmente
entrate per la via principale, facendo traballar le imposte delle case
e più ancora la fantasia dei loro abitanti.
Momento solenne! Il piccolo cancelliere allungava il collo, si palpava
le braccia, spirava tenerezza e beatitudine da tutti i pori, dileguava
come un sorbetto; il fabbriciero cacciava fuori dell'orbita due occhi
vischiosi che somigliavano due pallottole di amatista, e non
s'accorgeva d'aver in mano la scatola da cinque minuti e che metà del
tabacco era andato ad asciugare i liquidi di cui era costellato il
pavimento. Anche il maestro che aveva appena mostrato di prestar
attenzione al bello stile del magistrato, si era degnato di avvicinare
la sedia, e, guardando al soffitto per non aver l'aria di un gonzo
metteva negli orecchi tutto l'acume di cui privava le pupille. La
partita al bigliardo si era interrotta; il bell'Ernesto, colla stecca
fra le gambe e un mozzicone di zigaro spento in un angolo della bocca
si era abbassato al livello della attenzione di quei _provinciali_; la
padrona del negozio si asciugava il sudore...
Il signor Intendente gongolava, gongolava....