Mi decidevo a seguire la miserevole coppia, pronto a mettermi in mezzo
se le percosse dell'aguzzino si fossero ripetute, quando un improvviso
trambusto nel presbiterio mi fece tornare sui miei passi. Era come se
molte persone andassero e venissero parlando tutti in una volta a voce
concitata e sommessa.
Giunsi col cuor stretto alla porta della cucina, e vidi il farmacista
che, curvo sui fornelli, soffiava nel fuoco, disfacendo nel tempo
stesso un cartoccio.
--Che cosa succede? gli chiesi.
--È venuto male a Don Luigi, rispose tra un soffio e l'altro.
--Seriamente?
--Peuh! Così, così..., i suoi soliti disturbi, ma con forza maggiore.
E, svolto del tutto il cartoccio, versò una polvere bianca in un
colino.
Io volai nel salotto.
C'erano tutti i commensali meno don Sebastiano, il vice-curato, il
quale notai allora con sorpresa, era sfumato via quetamente, come
fosse un ombra impassibile alle cose di questo mondo. Tutti facevano
capannello in un angolo, daccanto alla finestra per cui io avea spiato
un momento prima; ma al mio giungere don Gaudenzio se ne staccò, ed io
potei inoltrarmi fino al seggiolone ove avean posto a sedere il povero
curato.
Egli era estremamente pallido e respirava affannosamente,
comprimendosi il cuore colla mano destra, stringendo colla sinistra,
tutta convulsa, quella dell'organista che gli teneva un fazzoletto
inzuppato sulla fronte, e cacciava fuori dalla cravatta il mento
aguzzo ad una distanza alla quale, fino a quel giorno, non era
probabilmente mai giunto. Baccio, col viso stravolto parlava a bassa
voce con Don Prosdocimo, i cui lineamenti severi si erano rabboniti di
molto, la Mansueta guardava in cielo e non pareva accorgersi delle
lagrime grosse e rare che le gocciavano sulle guancie.
Il curato mi sorrise, e parve, al movimento delle labbra, che volesse
parlarmi, ma non potè; allora abbassò gli occhi e non li rialzò che
alla voce di Bazzetta il quale con una chicchera fumante in mano, gli
diceva:
--Ecco la camomilla; sa che le ha sempre fatto bene, vedrà che le farà
bene ancora. Giù, giù, mentre è calda; si faccia coraggio.
--Quel benedett'uomo, diceva Don Anastasio colla sua voce burbera e
piena di convinzione. non ha altri momenti da scegliere per venire a
disturbare il signor curato?--E lui, così buono, da guastarsi la
digestione per dargli udienza.... a quel....
Uno sguardo di Don Luigi, che aveva finito di ingoiare la pozione, gli
troncò le parole in bocca.
--Come si sente? Va meglio?.... un cuscino per appoggiare la testa....
Il curato crollò il capo, ed accennò al cuore.
--Questo è troppo piccolo, disse Bazzetta a Baccio che portava un
cuscino;--uno di quelli del divano, là in gabinetto.
Trovandomi il più vicino all'uscio, ne andai in cerca io. Con mia
grande sorpresa trovai disteso sul divano il panciuto don Gaudenzio,
il quale, come se nulla fosse accaduto, appisolava beatamente col capo
appoggiato appunto sui cuscini di cui venivo in traccia,
Lo scossi a più riprese, ma inutilmente. Socchiudeva gli occhi ad ogni
mio urto, sussurrava poche parole inintelligibili, e tornava a
russare. Perduta pazienza, afferrai uno dei cuscini, e, tenendo fermo
contro il muro quella montagna di carne rorida di sudore, lo tirai a
me violentemente. Il capo del prete ricadde sul cuscino sottoposto e
continuò via, sorridendo bestialmente, nel sonno, senza accorgersi di
essere disceso di un piano.
Cadeva il sole, quando una febbre violenta assalse Don Luigi, dopo un
sopore affannoso che era durato tutta la giornata, interrotto da
lunghi tremiti e da sospiri repressi. Il Bazzetta, tranne alcune corse
al suo negozio, era sempre stato con me al suo fianco, e fummo noi due
che, aiutati da Baccio, trasportammo e ponemmo a letto l'infermo.
I due sacerdoti erano partiti per dar passo agli uffizi divini del
pomeriggio; e l'organista ci aveva lasciato due ore dopo lo sviluppo
del male, facendomi di grandi inchini e raccomandandomi caldamente di
restare finchè Don Luigi non fosse perfettamente ristabilito.
--Domani, disse mettendosi il cappello, cercherò di venire, ma ho
tanta strada da fare e fa tanto caldo.... Basta, parto meno
crucciato perchè v'è qui lei. Loro signori di città sono gente di
esperienza; è proprio il Signore che l'ha mandato.
E si avviò con quel passo misurato, nè frettoloso, nè lento, delle
persone abituate a far sempre la medesima strada. Baccio intanto si
preparava ad andar per il medico il quale teneva la sua dimora legale
a una grossa borgata a tre leghe dal nostro villaggio. Ma non fu senza
arricciare il naso che Bazzetta rispose alla proposta del campanaro il
quale pel primo pensò alla necessità dell'Esculapio:
--Il medico! Perchè gli cavi anche quel po' di sangue che ha in corpo!
Il medico!.. febbre? Un salasso!... polso abbattuto? Mignatte!...
Oppressione di capo? Mignatte!.... Delirio, agitazione nervosa? Un
salasso! Salassi e mignatte, ecco il sistema del dottor Caniveri.... un
uomo che stimo, del resto. Se si lasciasse fare a me.... lo do sano in
due giorni, solo lasciandolo in calma. S'interruppe, pensò, poi
avvicinatosi a Baccio gli disse all'orecchio una parola.
E soggiunse:
--Che te ne pare?
--Magnifica idea!
--Quello è l'uomo che ci vuole: vado da lui; e al diavolo il signor
Caniveri.
Verso le sei di sera, Baccio partì, tutto orgoglioso del bastone col
corno di camoscio, ch'io gli avevo prestato di gran cuore, sapendo di
fargli un segnalato piacere.
Bazzetta crollava il capo vedendolo allontanarsi e fu con voce
dispettosa che mi disse: Io resterò fino a mezzanotte, e ritornerò sul
far del giorno. Intanto voi cercate di divagarvi, chè davvero, per
essere la prima vi è toccata una giornataccia.
Poi, avvicinatosi, mi prese per un braccio e ammiccando gli occhi
soggiunse:
--C'è in casa un vinettinino impagabile. Non fate complimenti; ne
troverete nell'armadio, in cucina.
E salì alla camera del curato.
Io feci un giro pel villaggio. Gruppi di montanari e di villanelle,
seduti davanti alle porte delle capanne, s'indugiavano a respirar
l'aria balsamica della sera. Da qualche finestra debolmente illuminata
uscivano le nenie del rosario, interrotte dal chiocciare delle galline
che sbucavano d'ogni parte dalle siepi degli orti, per ricoverarsi al
pollaio.
Passando davanti alla fontana, pensai: Chi sa se questa notte non
succederà l'inondazione. E mi pareva di veder Baccio colla sua famosa
calza in mano. Un vero attruppamento di ragazzi stava immobile, cogli
occhi spalancati, come davanti a qualche cosa di straordinario, in
faccia alla porta di una casupola le cui finestre, a differenza di
tutte le altre, erano spalancate. Chiesi a un d'essi che cosa
attirasse la loro attenzione, ma il ragazzotto, per tutta risposta se
la diede a gambe, seguito dall'intiera falange.
Mi inoltrai dissotto all'androne; non so perchè, quella casa aveva
qualcosa di strano da cui mi sentivo attirato. Nel cortile non c'era
nessuno; sulla loggia che lo incoronava erano distese materasse e
lenzuola in gran numero; un cagnolino guaiva presso una porta
semichiusa.
--Abbruciate altro aceto, mamma Lena! ouf! si direbbe che è morta da
una settimana!
E una vecchia, curva come un tronco abbattuto, attraversò il cortile
con una lanterna in mano e miagolò:
--Vengo, Lisa! e voi andate là da quel poveretto che a furia di
piangere finirà per perdere gli occhi.
Era la casa della povera Gina.
Due ragazzetti, i suoi orfani, vennero a sedersi accanto al cane, con
una enorme scodella di latte e pan giallo, ridendo e giocando, fra
l'una e l'altra boccata. Ma il cane di tanto in tanto ripeteva i
guaiti.
Partii da quel luogo, quasi col rimorso di averlo profanato colla mia
indiscreta curiosità, e me ne ritornai al presbiterio, ripensando al
sogno della notte e alla quantità e alla universalità degli umani
dolori.
Le campane dell'Ave Maria squillavano malinconicamente; in assenza di
Baccio si era andato a cercare il suo sostituto, un vecchio piccino,
pellagroso, e che zoppicava. Nell'alternarsi incerto degli squilli si
sentiva qualche cosa del suo incesso.
Entrai nella cucina, non illuminata che dalla fioca luce del
crepuscolo: il fuoco era semispento. Un grosso moscone volava su e
giù, ronzando affannosamente e dando ad ogni tratto del capo nelle
casseruole appese ai muri. Non vedevo nessuno.
--Il curato dorme ed io bevo. Venite a farmi compagnia. Era lo
speziale, accovacciato e sepolto nell'ombra sotto la cappa immensa
del camino. Mi avvidi subito ch'egli si era rifatto, colla
bottiglia, delle noie e delle fatiche della giornata. I suoi
occhietti brillavano nel buio come due carbonchi. Gli sedetti
dirimpetto, e, sorseggiando quel vinettinino davvero squisito, si
cominciò a chiacchierare.
Il lettore si imagina di leggieri quali dovettero essere e come
insistenti le mie domande. Avevo giurato a me stesso di non chiudere
occhio se non avessi prima saputo qualche cosa intorno a quel sindaco
misterioso che mi appariva il perno, il movente del dramma, del cui
svolgimento il caso mi faceva spettatore.
Il Bazzetta sulle prime fu restìo come un mulo. Sapeva di grandi cose
(ci teneva a convincermene) ma prudenza gli suggeriva di tenerle per
sè. Pochi erano al fatto di così gravi affari: nessuno forse, dopo il
curato ed il sindaco, li conosceva a fondo come lui: responsabilità
quindi maggiore, obbligo più formale di rinchiudersi nel
silenzio. Queste mezze rivelazioni, queste reticenze non facevano
naturalmente che accrescere a dismisura la mia curiosità. Misi a
contribuzione tutta la mia eloquenza, e pregai e insistetti tanto che,
quando Dio pur volle, non senza l'aiuto del vino ripetutamente
versato, il dabbene speziale, si decise a snocciolarmi tutta una
storia.
--La Mansueta, disse, quasi per scusar sè stesso, l'ho mandata a
dormire, chè guai dubitasse soltanto che mi permetto di narrarvi le
disgrazie che sentirete, e di cui è, poveretta, la causa senza
volerlo. Se narro a voi, proprio perchè siete voi, è perchè penso
che, alla fin delle fini, fra pochi giorni sarete lontano le cento
miglia, e della mia storia non vi ricorderete più nemmeno il
principio. Accendo la pipa, scusatemi, e poi mi starete a sentire.
Ciò che udii quella sera, nel silenzio opaco e tristo di quella
cucina, vorrei potere e saper ripetere colla rozza ed efficace
semplicità con cui narrava il dabbene speziale; ma dovrei accennare le
interruzioni, citare le osservazioni, ch'egli vi intercalava, senza di
che l'effetto sarebbe mancato e il racconto non farebbe che diventar
più prolisso. Preferisco quindi riassumere alla meglio e raccontarvi
con parole mie: