X.

Mi decidevo a seguire la miserevole coppia, pronto a mettermi in mezzo

se le percosse dell'aguzzino si fossero ripetute, quando un improvviso

trambusto nel presbiterio mi fece tornare sui miei passi. Era come se

molte persone andassero e venissero parlando tutti in una volta a voce

concitata e sommessa.

Giunsi col cuor stretto alla porta della cucina, e vidi il farmacista

che, curvo sui fornelli, soffiava nel fuoco, disfacendo nel tempo

stesso un cartoccio.

--Che cosa succede? gli chiesi.

--È venuto male a Don Luigi, rispose tra un soffio e l'altro.

--Seriamente?

--Peuh! Così, così..., i suoi soliti disturbi, ma con forza maggiore.

E, svolto del tutto il cartoccio, versò una polvere bianca in un

colino.

Io volai nel salotto.

C'erano tutti i commensali meno don Sebastiano, il vice-curato, il

quale notai allora con sorpresa, era sfumato via quetamente, come

fosse un ombra impassibile alle cose di questo mondo. Tutti facevano

capannello in un angolo, daccanto alla finestra per cui io avea spiato

un momento prima; ma al mio giungere don Gaudenzio se ne staccò, ed io

potei inoltrarmi fino al seggiolone ove avean posto a sedere il povero

curato.

Egli era estremamente pallido e respirava affannosamente,

comprimendosi il cuore colla mano destra, stringendo colla sinistra,

tutta convulsa, quella dell'organista che gli teneva un fazzoletto

inzuppato sulla fronte, e cacciava fuori dalla cravatta il mento

aguzzo ad una distanza alla quale, fino a quel giorno, non era

probabilmente mai giunto. Baccio, col viso stravolto parlava a bassa

voce con Don Prosdocimo, i cui lineamenti severi si erano rabboniti di

molto, la Mansueta guardava in cielo e non pareva accorgersi delle

lagrime grosse e rare che le gocciavano sulle guancie.

Il curato mi sorrise, e parve, al movimento delle labbra, che volesse

parlarmi, ma non potè; allora abbassò gli occhi e non li rialzò che

alla voce di Bazzetta il quale con una chicchera fumante in mano, gli

diceva:

--Ecco la camomilla; sa che le ha sempre fatto bene, vedrà che le farà

bene ancora. Giù, giù, mentre è calda; si faccia coraggio.

--Quel benedett'uomo, diceva Don Anastasio colla sua voce burbera e

piena di convinzione. non ha altri momenti da scegliere per venire a

disturbare il signor curato?--E lui, così buono, da guastarsi la

digestione per dargli udienza.... a quel....

Uno sguardo di Don Luigi, che aveva finito di ingoiare la pozione, gli

troncò le parole in bocca.

--Come si sente? Va meglio?.... un cuscino per appoggiare la testa....

Il curato crollò il capo, ed accennò al cuore.

--Questo è troppo piccolo, disse Bazzetta a Baccio che portava un

cuscino;--uno di quelli del divano, là in gabinetto.

Trovandomi il più vicino all'uscio, ne andai in cerca io. Con mia

grande sorpresa trovai disteso sul divano il panciuto don Gaudenzio,

il quale, come se nulla fosse accaduto, appisolava beatamente col capo

appoggiato appunto sui cuscini di cui venivo in traccia,

Lo scossi a più riprese, ma inutilmente. Socchiudeva gli occhi ad ogni

mio urto, sussurrava poche parole inintelligibili, e tornava a

russare. Perduta pazienza, afferrai uno dei cuscini, e, tenendo fermo

contro il muro quella montagna di carne rorida di sudore, lo tirai a

me violentemente. Il capo del prete ricadde sul cuscino sottoposto e

continuò via, sorridendo bestialmente, nel sonno, senza accorgersi di

essere disceso di un piano.

Cadeva il sole, quando una febbre violenta assalse Don Luigi, dopo un

sopore affannoso che era durato tutta la giornata, interrotto da

lunghi tremiti e da sospiri repressi. Il Bazzetta, tranne alcune corse

al suo negozio, era sempre stato con me al suo fianco, e fummo noi due

che, aiutati da Baccio, trasportammo e ponemmo a letto l'infermo.

I due sacerdoti erano partiti per dar passo agli uffizi divini del

pomeriggio; e l'organista ci aveva lasciato due ore dopo lo sviluppo

del male, facendomi di grandi inchini e raccomandandomi caldamente di

restare finchè Don Luigi non fosse perfettamente ristabilito.

--Domani, disse mettendosi il cappello, cercherò di venire, ma ho

tanta strada da fare e fa tanto caldo.... Basta, parto meno

crucciato perchè v'è qui lei. Loro signori di città sono gente di

esperienza; è proprio il Signore che l'ha mandato.

E si avviò con quel passo misurato, nè frettoloso, nè lento, delle

persone abituate a far sempre la medesima strada. Baccio intanto si

preparava ad andar per il medico il quale teneva la sua dimora legale

a una grossa borgata a tre leghe dal nostro villaggio. Ma non fu senza

arricciare il naso che Bazzetta rispose alla proposta del campanaro il

quale pel primo pensò alla necessità dell'Esculapio:

--Il medico! Perchè gli cavi anche quel po' di sangue che ha in corpo!

Il medico!.. febbre? Un salasso!... polso abbattuto? Mignatte!...

Oppressione di capo? Mignatte!.... Delirio, agitazione nervosa? Un

salasso! Salassi e mignatte, ecco il sistema del dottor Caniveri.... un

uomo che stimo, del resto. Se si lasciasse fare a me.... lo do sano in

due giorni, solo lasciandolo in calma. S'interruppe, pensò, poi

avvicinatosi a Baccio gli disse all'orecchio una parola.

E soggiunse:

--Che te ne pare?

--Magnifica idea!

--Quello è l'uomo che ci vuole: vado da lui; e al diavolo il signor

Caniveri.

Verso le sei di sera, Baccio partì, tutto orgoglioso del bastone col

corno di camoscio, ch'io gli avevo prestato di gran cuore, sapendo di

fargli un segnalato piacere.

Bazzetta crollava il capo vedendolo allontanarsi e fu con voce

dispettosa che mi disse: Io resterò fino a mezzanotte, e ritornerò sul

far del giorno. Intanto voi cercate di divagarvi, chè davvero, per

essere la prima vi è toccata una giornataccia.

Poi, avvicinatosi, mi prese per un braccio e ammiccando gli occhi

soggiunse:

--C'è in casa un vinettinino impagabile. Non fate complimenti; ne

troverete nell'armadio, in cucina.

E salì alla camera del curato.

Io feci un giro pel villaggio. Gruppi di montanari e di villanelle,

seduti davanti alle porte delle capanne, s'indugiavano a respirar

l'aria balsamica della sera. Da qualche finestra debolmente illuminata

uscivano le nenie del rosario, interrotte dal chiocciare delle galline

che sbucavano d'ogni parte dalle siepi degli orti, per ricoverarsi al

pollaio.

Passando davanti alla fontana, pensai: Chi sa se questa notte non

succederà l'inondazione. E mi pareva di veder Baccio colla sua famosa

calza in mano. Un vero attruppamento di ragazzi stava immobile, cogli

occhi spalancati, come davanti a qualche cosa di straordinario, in

faccia alla porta di una casupola le cui finestre, a differenza di

tutte le altre, erano spalancate. Chiesi a un d'essi che cosa

attirasse la loro attenzione, ma il ragazzotto, per tutta risposta se

la diede a gambe, seguito dall'intiera falange.

Mi inoltrai dissotto all'androne; non so perchè, quella casa aveva

qualcosa di strano da cui mi sentivo attirato. Nel cortile non c'era

nessuno; sulla loggia che lo incoronava erano distese materasse e

lenzuola in gran numero; un cagnolino guaiva presso una porta

semichiusa.

--Abbruciate altro aceto, mamma Lena! ouf! si direbbe che è morta da

una settimana!

E una vecchia, curva come un tronco abbattuto, attraversò il cortile

con una lanterna in mano e miagolò:

--Vengo, Lisa! e voi andate là da quel poveretto che a furia di

piangere finirà per perdere gli occhi.

Era la casa della povera Gina.

Due ragazzetti, i suoi orfani, vennero a sedersi accanto al cane, con

una enorme scodella di latte e pan giallo, ridendo e giocando, fra

l'una e l'altra boccata. Ma il cane di tanto in tanto ripeteva i

guaiti.

Partii da quel luogo, quasi col rimorso di averlo profanato colla mia

indiscreta curiosità, e me ne ritornai al presbiterio, ripensando al

sogno della notte e alla quantità e alla universalità degli umani

dolori.

Le campane dell'Ave Maria squillavano malinconicamente; in assenza di

Baccio si era andato a cercare il suo sostituto, un vecchio piccino,

pellagroso, e che zoppicava. Nell'alternarsi incerto degli squilli si

sentiva qualche cosa del suo incesso.

Entrai nella cucina, non illuminata che dalla fioca luce del

crepuscolo: il fuoco era semispento. Un grosso moscone volava su e

giù, ronzando affannosamente e dando ad ogni tratto del capo nelle

casseruole appese ai muri. Non vedevo nessuno.

--Il curato dorme ed io bevo. Venite a farmi compagnia. Era lo

speziale, accovacciato e sepolto nell'ombra sotto la cappa immensa

del camino. Mi avvidi subito ch'egli si era rifatto, colla

bottiglia, delle noie e delle fatiche della giornata. I suoi

occhietti brillavano nel buio come due carbonchi. Gli sedetti

dirimpetto, e, sorseggiando quel vinettinino davvero squisito, si

cominciò a chiacchierare.

Il lettore si imagina di leggieri quali dovettero essere e come

insistenti le mie domande. Avevo giurato a me stesso di non chiudere

occhio se non avessi prima saputo qualche cosa intorno a quel sindaco

misterioso che mi appariva il perno, il movente del dramma, del cui

svolgimento il caso mi faceva spettatore.

Il Bazzetta sulle prime fu restìo come un mulo. Sapeva di grandi cose

(ci teneva a convincermene) ma prudenza gli suggeriva di tenerle per

sè. Pochi erano al fatto di così gravi affari: nessuno forse, dopo il

curato ed il sindaco, li conosceva a fondo come lui: responsabilità

quindi maggiore, obbligo più formale di rinchiudersi nel

silenzio. Queste mezze rivelazioni, queste reticenze non facevano

naturalmente che accrescere a dismisura la mia curiosità. Misi a

contribuzione tutta la mia eloquenza, e pregai e insistetti tanto che,

quando Dio pur volle, non senza l'aiuto del vino ripetutamente

versato, il dabbene speziale, si decise a snocciolarmi tutta una

storia.

--La Mansueta, disse, quasi per scusar sè stesso, l'ho mandata a

dormire, chè guai dubitasse soltanto che mi permetto di narrarvi le

disgrazie che sentirete, e di cui è, poveretta, la causa senza

volerlo. Se narro a voi, proprio perchè siete voi, è perchè penso

che, alla fin delle fini, fra pochi giorni sarete lontano le cento

miglia, e della mia storia non vi ricorderete più nemmeno il

principio. Accendo la pipa, scusatemi, e poi mi starete a sentire.

Ciò che udii quella sera, nel silenzio opaco e tristo di quella

cucina, vorrei potere e saper ripetere colla rozza ed efficace

semplicità con cui narrava il dabbene speziale; ma dovrei accennare le

interruzioni, citare le osservazioni, ch'egli vi intercalava, senza di

che l'effetto sarebbe mancato e il racconto non farebbe che diventar

più prolisso. Preferisco quindi riassumere alla meglio e raccontarvi

con parole mie:

Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia · 第 21 / 46 题