Una delle più care soddisfazioni che si possano provare viaggiando, è
quella del ritrovarsi, dopo un buon sonno, in un paese dove si è
giunti di notte e di cui, per conseguenza, non avete che una idea
complessiva raccolta nel buio, e, il più delle volte, affatto opposta
alla realtà. Giacchè tenebra vuol dire esagerazione, così nel bene
come nel male, nel brutto come nel bello. Svanita la fatica del corpo
e l'animo riposato delle memorie del cammino percorso, le novità che
vi circondano par che acquistino attrattive maggiori. Uscendo dalla
nuova camera o solo mettendo il capo alla finestra, l'aspettazione e
la curiosità sono soddisfatte, comunque sia la scena che vi si
affaccia, nel modo stesso che se foste davanti ad un quadro nel
momento in cui l'artista ne toglie il lenzuolo che lo nascondeva. La
porta e la finestra danno sull'ignoto; un passo, e voi sapete,
d'improvviso, a che vi hanno condotto le tante leghe percorse;
un'occhiata, e vi decidete a restare o rifare il bagaglio:--parlo a
coloro che viaggiano--come si dovrebbe sempre viaggiare--senza meta
prestabilita.
Ora la mia finestra dava sul giardino del presbiterio; un giardino
ampio e solcato, sparso da viali di varia larghezza che si
intersecavano ad angoli retti, dando altrettanti confini alle
aiuole. In quegli angoli sorgevano, sovrapposti a rozze basi di
mattoni dei vasi di limoni di straordinario rigoglio, le cui foglie si
distinguevano, pel luccichio, in mezzo a tutte le altre. Le viti
sorrette da lunghi pali, erravano in tutte le direzioni, qui formando
delle vie coperte sotto cui intravedevo panche e tavole di pietra
scura, là abbarbicandosi ai muri che da due lati facevano ala al
giardino. La vegetazione era splendida: maggio aveva fatto il suo
dovere. Le macchie dei fiori, gialli, rossi, turchini, bianchi, viola,
amaranto, si mescevano in pazza allegria colle infinite gradazioni del
verde dei legumi; peri e pruni contorcevano i loro tronchi nodosi,
avvolti completamente, come da un abito di festa, nei fiorellini color
rosa e color pavonazzo del rhododendron e della glicina. Non saprei se
fossero cresciuti per colmar panieri o per comporre ghirlande. Ma quel
che dava l'intonazione a quel quadro di tutte le tinte eran le
rose. Avresti detto che quella notte ne fosse venuta una nevicata: ce
n'erano dappertutto, in alto, in basso, sulle pareti, in mezzo alle
viti, sui tetti, per terra. Il dolce fiore di Venere non crebbe mai
con tanta dovizia intorno ai templi di Lesbo. L'emblema della
virginità, le rose bianche, nascondevano intieramente il fianco del
presbiterio, non lasciando scoperto che quel tanto che era necessario
per dar spazio alle imposte delle finestre: la mia ne era tutta
incorniciata. La rosa delle quattro stagioni dominava dispoticamente,
nelle siepi, la turba passeggiera dei tulipani, dei garofani e delle
anemomi; le rosette dalle cento foglie, simbolo delle grazie,
gremivano il chiosco posto a capo del viale più grande, e si
cacciavano a destra e a sinistra sul muricciuolo di cinta,
occhieggiando.
Era evidente che il curato amava i suoi fiori platonicamente; tranne
forse per le funzioni solenni della chiesa, li lasciava crescere e
morire sullo stelo. Infatti un tappeto di foglie tremolanti copriva i
viali: tutti quei fiori pagavano il tributo della umana fragilità non
all'uomo, ma alla natura e le loro salme, scomposte e sparpagliate
dall'aria, volavano intorno in vortici odorosi, a somiglianza di
farfalle: non avevo quasi aperta la finestra, che il pavimento della
camera ed il letto ne erano coperti.
Di là dal muro di cinta si protendeva la campagna, in pendio; pochi
metri coltivati a frumento, esile e sparuto come un povero esiliato
dal suo clima; e, interotte qua e là dalle macchie dei castagni e
degli onici, praterie piene di sentieruoli. Più in su, la montagna da
cui io era sceso il dì innanzi, arida e brillante delle sue frane
silicee. Alla mia destra sporgeva, oltre il fianco della casa
parocchiale, a poca distanza, un edificio rustico, di proporzioni, per
quanto modeste, pure assai più grandiose di tutte quelle intravedute
attraversando il villaggio. Certo doveva essere l'abitazione di
Baccio. Due fanciulli vi stavano giocando sul balcone di legno, e una
donna, col capo circondato alla moda montanina di un fazzoletto rosso,
distendeva tutto all'ingiro i pannolini del bucato.
Fui interrotto nelle mie rapide osservazioni dalla buona Mansueta che,
viste schiuse le imposte, si era affrettata a prepararmi il caffè e me
lo porgeva, fumante e profumato, chiedendomi come avessi passata la
notte.
Chiesi subito del curato: stava cantando messa.
Quel _cantando_ mi fe' rissovvenire che eravamo in domenica; epperò mi
credetti in dovere di affrettare la mia modesta toeletta per dar
saggio del mio rispetto ai doveri dell'ospitalità, col far parte dei
fedeli raccolti in quel momento intorno a Don Luigi.
Discesi e, poichè la vecchia mi aveva preceduto di qualche tempo,
giunto in faccia alla scaletta, mi trovai imbarazzato davanti a due
porte, non ricordandomi quale di esse mettesse al gabinetto da cui ero
uscito la sera. Ne apersi una a caso e mi accorsi di aver sbagliato;
pure andai avanti. Ne valeva la pena. Era il deposito delle
suppellettili più importanti e degli arredi sacri di maggior valore,
il _capharnaum_ della chiesa. Il baldacchino rosso a ricami e frangie
d'oro, sorretto dalle sue quattro aste collocate in altrettanti vasi
di pietra, occupava, con una posa obliqua che rammentava un ubriaco,
il mezzo dello stanzone.
Intorno, candelabri di metallo pulito, lanterne da processione infisse
sopra bastoni di color rosso già sbiadito verso le estremità dal
sudore delle mani dei _confratelli_; crocifissi pure di
metallo--allampanati, portanti al congiungimento delle due aste una
specie di rosa fatta di raggi in ottone invece del Cristo. Tuttociò,
disposto in ordine di battaglia sul pavimento, pareva allacciato, come
da serpi di argento, dalle catenelle sottili dei turiboli. Un armadio
gigantesco sorgeva contro il muro: le imposte ne erano spalancate. Vi
pendeva tutta una famiglia di abiti sacerdotali, camicie, cotte,
stole: guardando da lontano somigliavano una fila di preti
appiccati. Un grosso messale antico mi tentò; l'apersi, e lessi in
lettere rosse intercalate a lettere nere: _Breviarium Romanum ex
decreto Sacrosanti Concilii Tridentini restitutum, S. PII
V. Pontificis Maximi jussu Editum, Clementis VIII et Urbani
VIII. Auctoritate recognitum in quo Officia novissima sanatorum
accurate sunt disposita. Venetiis, MDCCXXVII. Apud Nicolaum
Pezzana_. Una di quelle vecchie edizioni logore e belle che fanno
pensare. Quasi a ogni pagina erano mazzetti di rose disseccate che
avevano colorato leggermente all'ingiro i caratteri, e mescolato il
loro profumo di un giorno a quello eterno del libro.
Dietro una stia piena di galline chioccianti e su cui stavano
sparpagliati una infinità di sacchetti e di cartocci di semi, portanti
il nome della specie scritto su cartoline appese al collo, a mo' di
decorazioni, s'innalzava appoggiata al muro una immensa tela
oblunga;--ai suoi lati drappeggiavano quattro bandiere tricolori
circondanti colle loro pieghe le lettere cubitali, di color giallo,
imitante l'oro, che dicevano: _Viva lo Statuto_. Quel _viva_ però
pareva fosse stato esposto alla pioggia tutto solo, tanto era sbiadito
in confronto del resto del dipinto; come se il curato a imitazione
degli auguri romani, lo avesse qualche volta esposto sulla porta della
chiesa, senza altre parole al suo seguito, per celebrare la festa del
Dio ignoto. Mi avvicinai, e scorsi sul secondo _v_ le impronte
evidenti di una raschiatura; per poco che un'unghia fosse passata di
nuovo lassù, si sarebbe letto un _via_ invece di leggere un _viva._
Ciò mi fece pensare alla parete d'un seminario, su quelle stesse
montagne, dove avevo ammirato quest'altra iscrizione epigramma balordo
di sanfedisti:_ Stat ut 0_ (sta come zero).
I lettori vedranno in seguito come io fossi in errore, cedendo in quel
momento, davanti a quel _v_ nebuloso, a un dubbio poco lusinghiero
verso il vecchio curato, e più ancora verso il giovanile entusiasmo
che mi aveva così repentinamente animato verso di lui. Però l'ingiusto
pensiero non durò che un minuto. Riapersi il Breviario; mi parve di
vedervi specchiato il bel viso dell'uomo che vi leggeva il paradiso
attraverso le rose, e giurai a me stesso che era impossibile ch'egli
fosse un nemico della patria.