Molti anni, ciò che vuol dire molte sciagure, sono passati dal giorno
in cui bussai a quella porta.
Compivo i venti, avevo la valigia del pittore sulle spalle, e un buon
angelo mi guidava--un angelo che adesso chi sa dove è andato a
nascondersi. Allora io vedevo e sentivo; splendore di cielo, verzure
di convalli, scroscio di torrenti, belate di mandre, tutto brillava,
profumava, cantava per la presenza di lui; e sul nostro passaggio gli
atomi della natura si animavano al contatto delle sue ali per parlar
meco di arte e di gloria.
Quel giorno la conversazione era cominciata al primo nascere del sole,
e aveva continuato senza interruzioni per tutta la strada.
Epperò come fui vicino al villaggio di Sulzena, la stanchezza delle
gambe prevalse. Si fece silenzio.
Tramontava il sole, e pensavo a mia madre; due tra le infinite cose da
cui germina la umana tristezza.
Essa veniva lentamente impossessandosi di me, ma dolce, quasi
voluttuosa, come quella che conduce alle lagrime, di cui parla
Virgilio--_quædam flere voluptas._
E forse le lagrime erano lì per sgorgare, quando la recrudescenza
della fatica diede nuova autorità alle gambe.
Furono questi poveri stinchi a farmi accorto della presenza del
villaggio.
Alla solita strada polverosa, soffice e piana come il pavimento di un
gabinetto principesco, era successo un selciato di pietre druidiche,
sul quale, a non inciampare, vi giuro che o bisognava avervi camminato
appena fuor delle fasce, o aver compiti molte volte i sette anni.
Debbo alla luna, che in quel momento era venuta a far capolino, ed a
un mio talento ginnastico se non mi ruppi il collo, io che sette anni
non li avevo ancora compiti tre volte.
Non è necessario descrivervi il villaggio di Sulzena.
Voi lo conoscete già, per poco che abbiate fatta conoscenza con alcuna
delle nostre montagne. Cotesti villaggi si somigliano tutti. Case, o
meglio capanne_ _(_baite_) ad un solo piano, coperte di schisto nero,
e alla parte del nord, di muschio, al cui verde opaco spesso viene a
sposarsi quello trasparente del caprifoglio avviticchiato alle
pareti. Porte basse e larghe, attraverso alle quali appare il
cortiletto ingombro di gerle, e quasi sempre ombreggiato da un pometo
che in maggio si copre di fiori bianchi e rosa; botteghe, che in
un'ora di esame non arrivereste a indovinare che cosa vendano, se non
esistessero al disopra e ai lati certi orrori di ortografia scritti a
color crudo e per lo più turchino.
Poi il monumento comunale, la fontana perenne, formata di quattro
lastre di pietra appena dirozzate, e dove tre volte al giorno vanno a
dissetarsi in famiglia tutte le giovenche del vicinato.
E se il villaggio possiede un'osteria siete certi di riconoscerla a
una insegna gigantesca colla parola _Albergo_ sovrapposta a un uscio,
cui si ascende per tre o quattro gradini, dietro il quale si cela
umilmente un locale umido sì ma pulito, tappezzato di pentole e di
stagni e dove mancano infallibilmente ai fornelli il cuoco ed il
fuoco.
Ero già passato davanti a buon numero di case, e per quanto avessi
guardato e guardassi in su ed in giù a destra ed a sinistra, l'insegna
non appariva, che mi potesse far sperare in una cena ed in un letto.
Gli abitanti erano già rientrati, vedevo le finestre illuminate dal
riverbero dei focolari; non avevo ancora incontrato di vivo che un
ragazzetto ed un cane. Il primo, spalancati due grandi occhi azzurri
mi aveva contemplato in silenzio per un minuto, poi s'era dato alla
fuga dietro una siepe; il cane aveva abbaiato sommessamente come uno
che non sappia di aver torto o ragione, poi anch'esso via nella
macchia.
Proseguii tra quelle case dalla faccia inospitale, coll'animo alquanto
turbato.
Nei pellegrinaggi artistici non è, del resto, cosa difficile di
trovarsi nell'imbarazzo in cui avevo a quell'ora tutta la probabilità
di essere caduto.
In uno dei libri sacri dell'India sta scritto:
«Se ti nasce una figlia dàlle un nome sonoro abbondante in vocali, e
che sia dolce alle labbra dell'uomo».
L'egual consiglio si sarebbe potuto dare a quei filologhi dabbene che
imposero il nome ai villaggi. Quando si viaggia senza una meta
prestabilita, all'unico scopo di veder uomini e cose, quante volte non
accade di prendere a destra piuttosto che a sinistra, di salire invece
che di scendere, per l'unica ragione che avete preferito, leggendo
sulla vostra _Guida_, fra i molti che vi stanno intorno il villaggio
dal nome più seducente, dal nome più _dolce alle labbra dell'uomo_?
Ma, ahimè, siccome è più che possibile che una Bice, o una Amina, o
una Adele, siano fanciulle meno perfette di una Giovanna, di una
Gregoria, o di una Anastasia, del pari accade che il più bel nome
intitoli spesso la borgata meno simpatica, e, ciò che è più triste se
vi arrivate a notte, una borgata senza osteria.
E tale mi aveva l'aria di essere il villaggio di Sulzena quando,
giunto all'inevitabile fontana, mi scontrai finalmente in un uomo.