II.

Molti anni, ciò che vuol dire molte sciagure, sono passati dal giorno

in cui bussai a quella porta.

Compivo i venti, avevo la valigia del pittore sulle spalle, e un buon

angelo mi guidava--un angelo che adesso chi sa dove è andato a

nascondersi. Allora io vedevo e sentivo; splendore di cielo, verzure

di convalli, scroscio di torrenti, belate di mandre, tutto brillava,

profumava, cantava per la presenza di lui; e sul nostro passaggio gli

atomi della natura si animavano al contatto delle sue ali per parlar

meco di arte e di gloria.

Quel giorno la conversazione era cominciata al primo nascere del sole,

e aveva continuato senza interruzioni per tutta la strada.

Epperò come fui vicino al villaggio di Sulzena, la stanchezza delle

gambe prevalse. Si fece silenzio.

Tramontava il sole, e pensavo a mia madre; due tra le infinite cose da

cui germina la umana tristezza.

Essa veniva lentamente impossessandosi di me, ma dolce, quasi

voluttuosa, come quella che conduce alle lagrime, di cui parla

Virgilio--_quædam flere voluptas._

E forse le lagrime erano lì per sgorgare, quando la recrudescenza

della fatica diede nuova autorità alle gambe.

Furono questi poveri stinchi a farmi accorto della presenza del

villaggio.

Alla solita strada polverosa, soffice e piana come il pavimento di un

gabinetto principesco, era successo un selciato di pietre druidiche,

sul quale, a non inciampare, vi giuro che o bisognava avervi camminato

appena fuor delle fasce, o aver compiti molte volte i sette anni.

Debbo alla luna, che in quel momento era venuta a far capolino, ed a

un mio talento ginnastico se non mi ruppi il collo, io che sette anni

non li avevo ancora compiti tre volte.

Non è necessario descrivervi il villaggio di Sulzena.

Voi lo conoscete già, per poco che abbiate fatta conoscenza con alcuna

delle nostre montagne. Cotesti villaggi si somigliano tutti. Case, o

meglio capanne_ _(_baite_) ad un solo piano, coperte di schisto nero,

e alla parte del nord, di muschio, al cui verde opaco spesso viene a

sposarsi quello trasparente del caprifoglio avviticchiato alle

pareti. Porte basse e larghe, attraverso alle quali appare il

cortiletto ingombro di gerle, e quasi sempre ombreggiato da un pometo

che in maggio si copre di fiori bianchi e rosa; botteghe, che in

un'ora di esame non arrivereste a indovinare che cosa vendano, se non

esistessero al disopra e ai lati certi orrori di ortografia scritti a

color crudo e per lo più turchino.

Poi il monumento comunale, la fontana perenne, formata di quattro

lastre di pietra appena dirozzate, e dove tre volte al giorno vanno a

dissetarsi in famiglia tutte le giovenche del vicinato.

E se il villaggio possiede un'osteria siete certi di riconoscerla a

una insegna gigantesca colla parola _Albergo_ sovrapposta a un uscio,

cui si ascende per tre o quattro gradini, dietro il quale si cela

umilmente un locale umido sì ma pulito, tappezzato di pentole e di

stagni e dove mancano infallibilmente ai fornelli il cuoco ed il

fuoco.

Ero già passato davanti a buon numero di case, e per quanto avessi

guardato e guardassi in su ed in giù a destra ed a sinistra, l'insegna

non appariva, che mi potesse far sperare in una cena ed in un letto.

Gli abitanti erano già rientrati, vedevo le finestre illuminate dal

riverbero dei focolari; non avevo ancora incontrato di vivo che un

ragazzetto ed un cane. Il primo, spalancati due grandi occhi azzurri

mi aveva contemplato in silenzio per un minuto, poi s'era dato alla

fuga dietro una siepe; il cane aveva abbaiato sommessamente come uno

che non sappia di aver torto o ragione, poi anch'esso via nella

macchia.

Proseguii tra quelle case dalla faccia inospitale, coll'animo alquanto

turbato.

Nei pellegrinaggi artistici non è, del resto, cosa difficile di

trovarsi nell'imbarazzo in cui avevo a quell'ora tutta la probabilità

di essere caduto.

In uno dei libri sacri dell'India sta scritto:

«Se ti nasce una figlia dàlle un nome sonoro abbondante in vocali, e

che sia dolce alle labbra dell'uomo».

L'egual consiglio si sarebbe potuto dare a quei filologhi dabbene che

imposero il nome ai villaggi. Quando si viaggia senza una meta

prestabilita, all'unico scopo di veder uomini e cose, quante volte non

accade di prendere a destra piuttosto che a sinistra, di salire invece

che di scendere, per l'unica ragione che avete preferito, leggendo

sulla vostra _Guida_, fra i molti che vi stanno intorno il villaggio

dal nome più seducente, dal nome più _dolce alle labbra dell'uomo_?

Ma, ahimè, siccome è più che possibile che una Bice, o una Amina, o

una Adele, siano fanciulle meno perfette di una Giovanna, di una

Gregoria, o di una Anastasia, del pari accade che il più bel nome

intitoli spesso la borgata meno simpatica, e, ciò che è più triste se

vi arrivate a notte, una borgata senza osteria.

E tale mi aveva l'aria di essere il villaggio di Sulzena quando,

giunto all'inevitabile fontana, mi scontrai finalmente in un uomo.

Memorie del Presbiterio: Scene di Provincia · 第 11 / 46 题