L'anno 1269, indizione 12ª, a mezzo Aprile, cadde una abbond

CRONACA

DI

FRA SALIMBENE PARMIGIANO

DELL'ORDINE DEI MINORI

VOLGARIZZATA DA

CARLO CANTARELLI

SULL'EDIZIONE UNICA DEL 1857

CORREDATA DI NOTE E DI UN AMPIO

INDICE PER MATERIE

=Vol. Secondo=

PARMA

LUIGI BATTEI EDITORE

1882

_Il traduttore si riserva

il diritto della proprietà letteraria_

CRONACA

DI FRA SALIMBENE DI ADAMO PARMIGIANO DELL'ORDINE DE' MINORI

a. 1266

L'anno del Signore 1266, Re Carlo passò il ponte di Ceprano[1] col

suo esercito per andare contro Manfredi Principe, di Puglia e Sicilia,

figlio dell'Imperatore deposto Federico II; poi Re Carlo coll'esercito

passò il ponte di S. Germano[2], ed entrò di forza in S. Germano; agli

11 di Febbraio prese Capua, poscia sconfisse Manfredi e l'esercito

di lui presso Benevento. Il qual Manfredi cadde morto con tremila de'

suoi, tra cui il Conte Galvano, Annibale nipote del Cardinale Riccardo,

Enrico Marchese di Scipione, nipote di Uberto Pallavicini, e molti

altri Baroni; e Manfredi fu sepolto appiè del ponte di Benevento[3],

un venerdì 26 Febbraio. Fu anche presa la moglie di Manfredi con due

suoi figliuoli e con tutto il tesoro in Manfredonia. (Questa città la

fabbricò Manfredi, e le impose il proprio nome; e fu fondata in vece di

un'altra città, che si chiamava Siponto, a due miglia di distanza; e,

se il Principe viveva pochi anni ancora, sarebbe diventata una delle

più cospicue città del mondo. È tutta murata in giro, come dicono, ed

ha un porto sicurissimo; è alle radici del monte Gargano; la strada

principale è già abitata; sono già poste le fondamenta delle case

nelle altre strade, che sono larghissime, e aggiungono molto alla

bellezza della città. Ma Re Carlo l'ha tanto in uggia, che non la vuol

nemmeno sentir nominare, anzi vuole che si chiami Siponto nuova).

Nella stessa battaglia restò prigioniero anche il Conte Giordano e

Pietro Asino di Fiorenza, e molti altri rimasero morti sul campo. Il

Principe Manfredi però ebbe alcune buone qualità, di cui ho parlato

a sufficienza nel lavoro che feci intorno a Gregorio X. E ciò ridico

perchè lo storiografo deve essere imparziale, sicchè d'una persona non

dica soltanto il male, e ne tacia il bene. I Cortigiani principali di

Manfredi furono: Il Conte Galvano Lancia, che era il primo della Corte,

e più d'ogni altro influente; era Piemontese ed aveva attinenza di

parentela col Marchese Lancia; il Conte Giordano e il Conte Bartolomeo

ambedue Piemontesi; il Conte di Caserta di Puglia, che tradì Manfredi,

di cui, credo, aveva in moglie una sorella; il Conte di Acerra della

Puglia di Terra di Lavoro; Giovanni da Procida, potente e grande

nella Corte di Manfredi, ed è in voce d'aver egli propinato il veleno

a Re Corrado, ad istanza del fratello Manfredi; Manfredo Maletta,

che vive tuttora, Conte Ciamberlano, potentissimo alla Corte di

Manfredi, ricchissimo, e da Manfredi stesso prediletto. Questo Maletta

avendo potuto sfuggire alla strage che si fece dell'esercito del suo

Signore, si ricoverò a Venezia, e vi abitò finchè Pietro d'Aragona

invase il Regno dalla parte di Messina contro Re Carlo, fratello del

Re di Francia S. Lodovico di buona memoria. Ed ora il prenominato

Ciamberlano è uno dei grandi e prediletti nella Corte di Pietro

d'Aragona. Egli sa dove stanno nascosti molti tesori. È valentissimo

e perfetto compositore di canti e canzonette, e per suonare strumenti

musicali è stimato non aver pari al mondo. È regnicolo, cioè oriondo

del Regno. E qui è da notare che Re Carlo fece uccidere molti, or

l'uno or l'altro, che si spacciavano per Manfredi. Imperocchè non

manca mai chi, a cagione di lucro, s'infinge per Manfredi; sia pur

anche che si esponga al pericolo della morte. L'anno stesso poi 1266,

Brescia, che era sotto la Signoria del Marchese Uberto Pallavicini,

si ribellò al Marchese, ed i Bresciani che erano dentro la città, e

quelli che ne erano fuorusciti, fecero tra loro pace e concordia, e

si rappacificarono anche coi Milanesi e coi Bergamaschi, in Febbraio.

L'anno stesso, i Modenesi fuorusciti occuparono il castello di Monte

Valerio[4], per tradigione di Ugolino da Guiglia, un nobile del

contado di Modena, che fattosi d'improvviso traditore e nemico, di

amico e fedele che era dei Modenesi della città, cioè degli Aigoni,

che parteggiavano per la Chiesa, e ribellatosi a quelli che in molte

maniere l'onoravano, lo consegnò ai fuorusciti, cioè ai Gorzano e a

quelli di parte loro; i quali occupando il detto castello molestavano

in diversi modi la diocesi di Modena. Perciò, i predetti Modenesi

della città, colla milizia dei Reggiani, e forte numero di popolani ed

alcuni Parmigiani si posero a campo virilmente e potentemente attorno

al castello; ed ivi durando tutto il mese, fu tanta la fame e la sete

a cui furono ridotti quei del castello per la moltitudine degli uomini

e degli animali, che non vi si poteva più vivere; e inoltre vi si era

fatto un insoffribile fetore, sicchè dopo aver perduto per forza, ai

3 di luglio, lo steccato, già ridotti agli estremi, avuto affidamento

del rispetto alle persone, abbandonarono, ai 4 di Luglio stesso, il

castello. Allora il prenominato traditore Ugolino di Guilia, mentre

malato morto si trasportava via dal castello, fatto segno alle grida

e all'ira del popolo, fu crudelmente ucciso in mezzo al campo; ed il

castello fu completamente distrutto. L'anno stesso, ai 3 di Settembre,

si rappacificarono tra loro la fazione di quei di Sesso che era fuori,

e la fazione dei Roberti, che eran dentro. E a Reggio fu Podestà

Bonacorso de' Bellincioni da Firenze, che fu tanto benefico ai poveri,

quanto severo coi nobili. E i nobili ne lo cacciarono, perchè sosteneva

i diritti del Comune, e faceva buona giustizia...... Lo stesso anno, i

Guelfi Fiorentini ritornarono in Firenze, e ne espulsero i Ghibellini.

Lo stesso anno, Re Carlo assediò Poggibonsi[5], e vi era stato dintorno

a campo lungo tempo, quando l'ebbe per accordi; ed ivi morì sua moglie

l'anno seguente. L'anno 1266, una grande moltitudine di Saraceni

passando lo stretto venne in Ispagna, e si unirono a quelli che già

vi erano, e, volendo riconquistare quella parte di Spagna che avevano

perduta, fecero immensa strage di cristiani. Ma in fine, serratisi

insieme i cristiani del paese, e aggiuntivisi molti crociati da

diverse parti, riportarono, quantunque con gravi perdite, vittoria sui

Saraceni.

a. 1267

L'anno del Signore 1267, indizione 10ª, Re Carlo in Toscana strinse

di lungo assedio il castello di Poggibonsi, ove erasi chiuso un forte

nucleo di nobili avversi alla Chiesa; finalmente venne con loro ad

accordi e se ne andarono. Fu pure conchiusa pace e concordia tra i

Cremonesi di dentro la città e i fuorusciti, per mediazione del Legato

del Papa. E Uberto Pallavicino perdette la Signoria di Cremona e di

altre città, nelle quali aveva signoreggiato, e se ne tornò a' suoi

castelli di Ghisaleggio e Landasio nella diocesi di Piacenza. E il

Pallavicino stesso restava meravigliato che un prete solo, e colle sole

blandizie delle sue parole, l'avesse potuto espellere da' suoi dominii;

e perciò era solito dire:

Cum verbis blandis et factis saepe nefandis

Amentem prudens fallere saepe solet.

Con opra rea, ma con parole molli,

L'accorto spesso sa gabbare i folli.

E se lo meritò bene il Pallavicino di perdere la Signoria di Cremona,

perchè temendo di perderla se i devoti che si flagellavano fossero

andati a Cremona, fece piantare le forche lungo il Po....... Così

lo stesso anno uscì di Cremona, con quei di parte sua, Bosio di

Dovara e fu assediato nella Rocchetta[6]. Questi due iniqui Signori

spadroneggiarono molti anni in Cremona. Questo stesso anno, verso

la festa del beato Francesco, Corradino figlio di Corrado, che era

figlio di Federico Imperatore deposto, venne dall'Alemagna per andare

in Puglia a ricuperare contro Re Carlo la Terra degli avi suoi; e

molti Toscani e Lombardi si associarono a lui, e per via non incontrò

alcun ostacolo sino al giorno della battaglia. Perciò l'esercito dei

Cremonesi di dentro la città, per timore di Corradino e dei Veronesi,

sciolse l'assedio della Rocchetta. Questo Corradino era giovine di

lettere, e parlava benissimo latino: e lo stesso anno, in ottobre,

andò a Verona con numerosissima milizia tedesca. Così l'anno stesso, in

Luglio, di notte, furtivamente, Giacomino da Palù ascese ed entrò sul

sasso di Bismantova, ove fu ucciso Turco da Bismantova. Dai Reggiani

e Parmigiani fu pure quell'anno, in Agosto, cinta d'assedio Crovara,

ed i Reggiani vi avevano tre trabucchi, i Parmigiani uno. E Crovara[7]

si arrese a patti, e Bismantova pure fece la sua dedizione, e diede

ostaggi al Comune di Reggio, per sigurtà che non gli avrebbero per lo

innanzi recata offesa. Così pure in Dicembre, ai nove, fu riconquistato

il castello di Reggiolo, occupato dai Cremonesi, che l'avevano avuto da

quei di Sesso, che lo possedevano per ragion di conquista; e fu dalle

mani dei Cremonesi riscattato a prezzo di tremila lire reggiane, oltre

le spese per ambasciate, militi e fanti, che andarono a servizio dei

Cremonesi.

a. 1268

L'anno 1268, indizione 11ª, i Parmigiani cinsero di assedio Borgo S.

Donnino coll'aiuto de' Modenesi, Cremonesi, Piacentini e Reggiani; e se

ne ritirarono dopo esservi stati lungo tempo attorno, e aver distrutto

nel contado alberi, biade, vigne e case. E allora i Parmigiani si

rappaciarono con que' loro concittadini che soggiornavano in Borgo S.

Donnino. Quell'anno infermò Papa Clemente IV, il giorno di S. Cecilia,

e otto giorni dopo, cioè la vigilia di S. Andrea, morì. L'anno stesso,

Corradino passò presso la Rocchetta e vicino a Brescia; poi tornò alla

Rocchetta di Bosio, passò l'Adda e pel Ticino si recò a Pavia, ove si

fermò molti giorni; poscia si portò a Pisa, traversando le Terre del

Marchese del Carretto, e per mare. Il suo esercito arrivò più tardo

a Pisa passando per il territorio dei Fieschi. E lo stesso anno si

accostò a Roma marciando attraverso la Toscana, a malgrado dei Guelfi

del paese, e raccolse uomini su quel di Lucca. Così nello stesso

millesimo, la vigilia del beato Bartolomeo, s'azzuffò l'esercito di

Corradino coll'esercito di Re Carlo, il quale ne trionfò; e dalla parte

di Corradino molti cadendo furon morti. Vi fu grande strage, e molti

si diedero a fuga, e molti altri Baroni e cavalieri rimasero prigioni.

Lo stesso Corradino col Duca d'Austria e moltissimi altri fu fatto

prigioniero e condotto nelle carceri di Palestrina. Ed Enrico fratello

del Re di Castiglia, che era allora Senatore di Roma, fu parimente

preso in questa battaglia con Galvagno Lanza. Il quale, insieme a

molti altri Pugliesi traditori, fu ucciso con due suoi figli presso

Roma. E l'anno stesso Modenesi e Reggiani presero Brandola[8].... E,

il dì di S. Luca Evangelista, la moglie di Re Carlo venne a Reggio

con numerosissimo seguito di fanti, di cavalieri e balestrieri. E,

non un mese dopo, arrivò a Reggio il Conte di Fiandra in compagnia di

sua moglie, che era figlia di Re Carlo, con una moltitudine di gente,

che tutti andavano in Puglia dopo la sconfitta di Corradino e de'

suoi, nella quale battaglia rimase prigioniero Corrado di Antiochia,

nipote dell'Imperatore, che era evaso dalla prigione del Re per opera

di Giacomo di Napoleone e compagni, che erano nell'accampamento dei

Saraceni. E quella sconfitta avvenne nei campi Palentini, presso

il fiume[9] della Marca, vicino ad Albi[10]. E lo stesso anno, dopo

tre mesi, fece a Corradino medesimo, al duca d'Austria nel regno di

Puglia, e al Conte Gerardo da Pisa..... fece loro presso Napoli mozzar

la testa. Morì anche quell'anno, ai 28 Novembre, Papa Clemente IV,

nativo della Provenza. Questo Papa Clemente, che ebbe moglie e figli,

prima fu avvocato di grande rinomanza e consigliere del Re di Francia:

dipoi, morta la moglie, per merito di vita buona e di rara scienza, fu

fatto Vescovo di Puy[11], poscia Arcivescovo di Narbonne; in seguito,

Vescovo e Cardinale della Sabina; finalmente, mandato da Papa Urbano

IV in Inghilterra, come Legato per la riformazione della pace, fu, in

sua assenza, dai Cardinali eletto Papa, a Perugia, e si diede tanto

alle veglie, ai digiuni, alle preghiere e ad altre buone opere, che si

crede che Iddio pe' meriti di lui abbia liberato la Chiesa dai gravi

disordini, che a quei tempi l'affliggevano. Egli, quando Corradino

nipote dell'Imperatore Federico, s'accingeva a battere Re Carlo, a

cui il Papa aveva dato il Regno di Sicilia, mentre molti disperavano

delle sorti di Carlo, sia perchè l'esercito di Corradino era grosso,

sia perchè la Sicilia s'era ribellata a Carlo stesso, predisse in un

pubblico sermone...... che Corradino come fumo si dissiperebbe, e Carlo

entrerebbe in Puglia siccome inconscia vittima. E l'evento gli fece

ragione; poichè Corradino, dopo presa la fuga, fu fatto prigioniero,

e n'ebbe tronco il capo; e il suo nome, in pochi giorni, svanì come

fumo. Questo Papa canonizzò anche a Viterbo, nella chiesa dei frati

Predicatori, una Edwige duchessa di Polonia, vedova di ammirabile

santità, la quale, tra gli altri suoi miracoli, essendosi differita

di molti anni la sua canonizzazione......... La qual cosa saputasi

da un ebreo, si fece subito battezzare con tutta la sua famiglia. Lo

stesso anno, ai 5 di Dicembre, Manfredo dei Roberti, eletto Vescovo

di Verona chiuse i suoi giorni; e, nello stesso mese, morì Pietro da

Vico, Prefetto di Roma. E lo stesso anno 1268, il Soldano di Babilonia,

devastata l'Armenia, occupò Antiochia, una delle più cospicue città del

mondo, e, presi ed uccisi uomini e donne, la ridusse una solitudine,

e....... per la maggior parte li uccise; e questo avvenne ai 16 di

Maggio, vigilia dell'Ascensione. Così pure nel millesimo sussegnato,

cioè 1268, Corradino, nipote del fu Imperatore Federico, sprezzando

la scomunica del Papa, levando le armi contro Carlo, fatto dalla

Chiesa Re di Sicilia, aggiunti ai Tedeschi, che aveva, molti Lombardi

e Toscani, arrivò a Roma, dove, accolto solennemente, alla imperiale,

si associò il Senatore di Roma Enrico, fratello del Re di Castiglia

e molti Romani, e s'avviò contro Carlo in Puglia; ma dopo un'aspra

battaglia campale, Corradino, co' suoi che voltavan le spalle, fu fatto

prigioniero, e da Carlo con due nobili decapitato.

a. 1269

L'anno 1269, indizione 12ª, a mezzo Aprile, cadde una abbondantissima

neve, che durò, in pianura, due giorni e due notti: e cominciò a

nevicare a mezzanotte tra Sabato e Domenica, nè cessò che sino a

verso sera. La notte successiva si ebbe forte brina, l'altra ancora,

brina fortissima, che distrusse tutte le vigne. E in quell'anno fu dai

Reggiani distrutto il castello di Pizegolo[12], come anche Toano[13]

fu distrutto e raso al suolo. Questo fu un anno di venti furiosissimi;

e, nel mese di Luglio i Cremonesi andarono a campeggiare attorno alla

Rocchetta di Bosio da Dovaria, che venne a soggezione del Comune di

Cremona; e, a norma de' patti sanciti tra le parti belligeranti, la

Rocchetta fu smantellata. Così pure Lucera de' Saraceni in Puglia

si arrese a Re Carlo. E nello stesso anno, in Settembre, duecento

fanti montanari con cavalleria e fanteria della diocesi di Modena,

si recarono, per l'interesse del Comune, nel Frignano contro Guidino

Montecucoli, fratello di Bonacorso, per riedificare un castello in

servizio dei Serafinelli della stessa Terra del Frignano[14]; e ne

restaron morti e prigionieri di fanti e di cavalieri. E allora accorse

il Conte Maginardo con numeroso corpo di militi di Bologna e della

diocesi in aiuto del suddetto Guidino; e si combattè una accanita

battaglia, e furono presi, impiccati e morti quasi tutti quelli della

diocesi di Reggio, e vi morì con un suo segretario, Guido di Mandra,

che era, pel Comune, Capitano di quelli della diocesi di Reggio. Lo

stesso anno, la rocca di Bardi[15], nel mese di Novembre, si arrese al

Comune di Piacenza; e i Parmigiani distrussero sino alle fondamenta

la muraglia di cinta di Borgo S. Donnino, spianarono le fossa del

castello, e mandarono comandando ai Borghigiani di abbandonare il

castello, e fabbricando case, si facessero un borgo lungo la strada

verso Parma. Quell'anno stesso il Marchese Uberto Pallavicini, guercio,

vecchio e invecchiato nel mal fare, morì in montagna nell'amarezza

dell'anima e nel dolore, senza confessione e senza penitenza, e senza

dare alcuna soddisfazione alla Chiesa. E i frati Minori furono là,

volendo tentare di convertirlo a Dio, almeno in punto di morte......

A cui disse frate Gerardino di S. Giovanni in Persiceto, lettore di

teologia nel convento dei frati Minori di Parma: Il Savio ne' Proverbii

6º dice: _Corri, affrettati, risveglia il tuo amico_: Ed io adempiei

a questo precetto della Scrittura, o Signore, recandomi da voi per la

salute dell'anima vostra, ch'io voglio conquistare al cielo........

E il Pallavicino, rispose: Non ho rimorso in coscienza di tener nulla

che sia d'altri. A cui frate Gerardino replicò; _Chi nasconde le sue

colpe non sarà indirizzato; chi se ne confesserà e le abbandonerà,

riceverà misericordia_. Ma frate Gerardino riconoscendo che s'affannava

invano, disse: _Ho fatto quel che toccava a me_ ecc. e l'abbandonò alla

pertinacia di lui....... Penso che frate Gerardino fosse mandato al

Pallavicino o dai Parmigiani, o da qualche Legato per richiamarlo alla

legge della Chiesa. Perocchè quando Papa Clemente passò da Piacenza,

come privato, per andar a ricevere l'investitura del papato, disse

ad alcune persone: A nome mio, dopo ch'io sia partito di quì, dite

a quel Signore che tiene la Signoria di Cremona, che se vuol essere

amico di Dio e della Chiesa e lasciar vivere la gente in pace, io

porrò opera acciocchè il Papa gli faccia buona e festosa accoglienza,

e gli usi misericordia........ I Parmigiani però del Pallavicino

se ne sono vendicati ancor vivo, smantellandogli le castella, e

devastando le Terre che aveva occupato....... Signoreggiò vent'anni

in Cremona; che se altrettanti avesse servito a Dio, n'avrebbe avuto

in mercede il regno eterno. Iddio gli perdoni i molti danni, che ha

fatto ai Parmigiani, ai Cremonesi, ai Piacentini e a molte altre

città Lombarde; ma neppur esso se la passò impunemente...........

Nello stesso anno, si tenne un Capitolo generale in Assisi, essendo

tutt'ora Ministro Generale frate Bonaventura; nè vi era Papa, perchè

i Cardinali non avevano ancora potuto accordarsi. In questo tempo i

Bolognesi si recarono a Primaro, e vi eressero un castello contro i

Veneziani. (Primaro è una località su quel di Ravenna, dove il Po che

rade Argenta, entra in mare). E corsero i Veneziani contro i Bolognesi

con grosso esercito, con navi, baliste, màngani e trabucchi e con ogni

maniera d'argomenti da guerra; e fecero alto alla sponda opposta del

Po, e tentarono un vigoroso attacco al castello de' Bolognesi, e vi

fu grosso combattimento. I Veneziani battevano la torre de' Bolognesi

con màngani e trabucchi; ma i Bolognesi difesero virilmente il loro

castello, sicchè i Veneti abbandonarono l'impresa. Ed i Bolognesi

stettero quivi a oste, credo, due o tre anni, e ne morirono trecento,

o cinquecento, per la malaria del mare, e per la moltitudine delle

zanzare, delle pulci, delle mosche e dei tafani. E frate Pellegrino

del Polesine Bolognese, dell'Ordine de' frati Minori, andò e compose

in accordo Veneti e Bolognesi. I Bolognesi distrussero il castello che

avevano fatto, e quindi partirono, donando molto legname del castello

sfatto ai frati Minori di Ravenna. E siccome io abitava allora a

Ravenna, mi pare che la distruzione di quel castello da parte dei

Bolognesi, e la loro partenza da Primaro accadessero quando Corradino

fu sbaragliato da Carlo, cioè nel 1268. (Ed innumerevoli stormi di

quegli uccelli, che nelle vigne devastano le uve, e che dal volgo si

chiamano tordi, passarono nell'autunno di quell'anno, sicchè ogni sera

dopo cena sino al crepuscolo della notte, e per molti giorni, appena

si poteva liberamente vedere il cielo. Ed erano talora due, tre strati

l'uno sopra l'altro, e coprivano l'estensione di tre o quattro miglia.

E, poco dopo, altri stormi d'uccelli dello stesso genere sopravvenivano

volando, stormeggiando, e gracidando in suono che parea di lamento. E

questo ripetevasi per molti giorni, verso sera, discendendo dai monti

alle valli, e tutto il cielo ingombravano. Ed io con altri frati ogni

sera usciva a vedere, a osservare, a empirmi di meraviglia, e volendo

stare all'aperto, all'aperto non si era, perchè quegli uccelli velavano

tutto il cielo. E dico cosa vera, da me veduta; nè l'avrei creduta a

chi me l'avesse contata). La cagione poi, per cui i Bolognesi andarono

a Primaro e fabbricarono ivi un castello è questa. I Veneziani sono

uomini avari, tenaci e superstiziosi, e vorrebbero assoggettare a sè

tutto il mondo, se fosse possibile; e trattano ruvidamente i mercanti

che vanno ai loro mercati, e vendono caro, e fan pagare molti pedaggi

in più luoghi del loro territorio, per una stessa persona e per un

sol viaggio. E se qualche mercante porta colà le sue merci a vendere,

non può riportarnele, anzi è costretto a vendere, voglia non voglia;

e se una nave carica, che non sia delle loro, per qualche avaria si

ricoveri nei loro porti, non può uscirne, se prima non ha venduto le

merci a loro; e dicono che fu per volere di Dio che quella nave riparò

in un loro porto; al che nulla si può contraddire. Nel tempo in cui

Roglerio di Bagnacavallo dominava a Ravenna, sopravvennero i Veneziani,

e costruirono un castello allo sbocco delle valli, e sulla riva del

Po pel naviglio che va da Ravenna al Po dalla parte di S. Alberto,

e promisero ai Ravennati, che i Veneti avrebbero tenuto il castello

per cinquant'anni e che annualmente, per tale concessione, avrebbero

pagato alla cittadinanza di Ravenna, cioè al Comune, cinquecento lire

della moneta Ravennate; e pagavano puntualmente, come io ho veduto.

Ma i Veneziani in questo affare vi ebbero cinque furberie, o malizie.

La prima fu che mentre questa concessione doveva durare, come s'è

detto, cinquanta anni e non più, ora si maneggiano a perpetuarla;

nè solamente lo dicono, ma lo mostrano a fatti; perchè mentre prima

avevano edificato il castello di legname, ora lo fanno di muraglia.

La seconda è che da questa stazione intercettano la via alle navi

Lombarde, che non possono trar nulla nè dalle Romagne, nè dalla Marca

d'Ancona; da' quali paesi potrebbero esportare frumento, vino, olio,

pesce, carne, sale, fichi, uova, formaggi, frutta, ed ogni sorta di

vettovaglie, se i Veneziani non l'impedissero. Terza, perchè girano

per ogni verso facendo incetta in queste due provincie d'ogni sorta

di vettovaglie, e, perchè prima di loro non ne facciano raccolta,

prevengono i Bolognesi, ai quali per la molta popolazione e per la

fame degli abitanti delle città e delle campagne, urge necessità

di avere abbondanza di tali provvigioni. Per la qual cosa, nessuna

meraviglia se i Bolognesi si sono levati ad alzare un castello contro

i Veneziani, a cagione dei quali dovrebbero accendersi di sdegno ed

insorgere anche tutti i Lombardi, e condurre un esercito e far guerra

ai Veneziani per i danni che loro apportano. Quarta, perchè nel porto

di Santa Maria di Ravenna hanno sempre all'àncora una galea armata,

affinchè di lì nessuno possa uscire con vittovaglie, chiudendo ogni

sbocco ai Ravennati, ai Bolognesi, ai Lombardi. Il che non era punto

nei patti della concessione. Quinto, perchè tengono sempre in Ravenna,

a spese del Comune, un console, che chiamano Vicedomino, coll'ufficio

di sorvegliare con sollecitudine, con somma diligenza e oculatezza,

che i Ravennati non tramino alcun che in danno dei Veneziani, nè

ordiscano nulla contro l'attuale stato di cose; il che pure non era

fra' patti. E i Veneziani denominarono quel castello Marcamò, volendo

dire il mare chiamò, stante che dal castello si ode il suono delle

onde quando il mare è agitato, e si sollevano i cavalloni. Domandai

al Conte Roglerio di Bagnacavallo se l'avesse fatto fare egli quel

castello; e mi rispose: Fratello, io non l'ho fatto fare, se non nel

senso che l'ho lasciato costruire, essendochè quando si fece, io aveva

tanta autorità in Ravenna da poter impedire che si facesse. Ma per tre

motivi lasciai fare: 1º perchè io aveva per moglie una veneziana; 2º

perchè in quel tempo i miei nemici erano fuori di Ravenna; 3º perchè me

ne veniva vantaggio, pagando i Veneziani ai Ravennati cinquecento lire

annue. D'altronde noi non ne risentiamo danno di sorta, perchè Ravenna

ha tanta abbondanza di vettovaglie, che sarebbe stoltezza volerne

di più. Di fatto una larga scodella piena colma di sale a Ravenna

costa un piccolo denaro; all'osteria si pagano altrettanto dodici

ova cotte e condite; quando è la stagione delle anitre selvatiche, se

voglio, posso comprarne una grassissima per quattro piccoli denari; e

talvolta ho visto che, se taluno s'incaricava di pelarne dieci, gliene

davano cinque di mercede. La stessa soperchiarìa usano i Mantovani a

Governolo[16]. (Una volta era della Contessa Matilde, come era anche

la città di Mantova): perchè quivi non si accetta pedaggio dalle navi,

che passano pel Po, ma le costringono a navigare per dieci miglia sino

a Mantova. E dopo che ivi hanno fatto vedere le merci, scaricandole

e ricaricandole e pagando il pedaggio, li fanno (sic) ritornare al Po

per lo stesso canale naviglio, sendochè altra via non avrebbero aperta,

se non ritornando a Governolo. Per la qual cosa sdegnati i Cremonesi

fecero quella Tagliata, di cui più sopra a suo luogo abbiamo parlato,

discorrendo cioè dell'anno in cui fu fatta, la quale molto giovò

ai Mantovani, e danneggiò i Reggiani, avendo loro distrutto campi,

vigne e ville. Questa Tagliata sino a Primaro[17] impaludò larga zona

di terreni, distrusse e sommerse molte ville, e dove prima si aveva

abbondanza di frumento e di vino, ora si ha copia di pesci di diverse

specie.

a. 1270

L'anno 1270, indizione 13.ª, nel mese d'Aprile, Domenica delle olive,

arrivò a Reggio l'Imperatore di Costantinopoli che era in viaggio per

oltremare; e, il giorno stesso, nel convento dei frati Minori, creò

cavaliere Giacomino di Roteglia[18], che poi pel 1.º di Maggio bandì

una gran corte, per trovarsi alla quale tutti i cavalieri e quasi tutti

i giovani gentiluomini di Reggio vestirono a nuovo, e poi fecero doni

dei loro vestiarii. Lo stesso anno, ai 27 di Giugno, Giovedì, mancò ai

vivi Bonifazio da Foiano, Arciprete della Chiesa maggiore di Reggio,

uomo di lettere e fratello germano di Guglielmo Vescovo di Reggio,

ed era stato anche Arciprete di Campigliola. Morì a S. Salvatore ove

dimorava, e fu sepolto nella Chiesa maggiore. L'anno stesso, in Agosto,

furono smantellati i fortilizi, le castella e le case degli aderenti

al partito di quei di Sesso della diocesi di Reggio, e, nel mese di

Settembre, furono mandati a confino essi e ventiquattro loro amici,

appartenenti anch'eglino alla diocesi di Reggio, con ingiunzione di

stare al di là di Bologna, di Tortona e di Verona. Così, in Settembre

fu anche morto Arverio, fratello di Bonacorso da Palù, con due figli

ed altre persone, da Giacomino da Palù; il quale Giacomino da Palù, a

più riprese, fece strage di molti del suo casato; cioè uccise il padre

di suo genero, Alberto Caro, ed il genero, che aveva nome Zanone, e

il figlio della propria figlia, bambino ancor lattante, battendolo

contro terra, e Arverio, che era suo fratello consanguineo, e un altro

ancora del suo casato. Così, nel millesimo sussegnato 1270, non vi era

nè Papa, nè Imperatore; e il Re di Francia Lodovico il cristianissimo,

non rattenuto dal pensiero delle fatiche e delle spese, che altra volta

aveva fatto oltre mare, di nuovo imprese il viaggio con due figli, il

Re di Navarra, e moltissimi Baroni e Prelati della Chiesa per liberare

Terra Santa. Ma per redimere più agevolmente Terra Santa deliberarono

di assoggettare prima alla potestà dei cristiani il Regno di Tunisi,

che, trovandosi a mezza via, impediva di non poco il viaggio a quelli

che passavano per andar oltre mare. Ma dopo che con un pronto e forte

colpo di mano ebbero occupato il porto e Cartagine, che è presso

Tunisi, nell'esercito de' Cristiani cominciò a infuriare la malattia,

che quell'anno infieriva lungo le coste di quel mare; e mietè, prima,

la vita d'un figlio del Re, poi quella del Legato del Papa, Cardinale

Albanese, in seguito quella del Re stesso cristianissimo, Lodovico,

e di molti Conti e Baroni e semplici soldati. Come poi abbia chiusi

i suoi giorni il Re prenominato.... Nella sua malattia non cessando

mai di lodare Iddio, talvolta alle lodi intercalava questa preghiera:

_Fammi, o Signore, tener in non cale la prospera sorte del mondo, e

non paventare l'avversa_. Pregava anche per il popolo che aveva tratto

seco, dicendo: _Santifica e custodisci, o Signore; il tuo popolo_. E

in sul punto di esalare l'ultimo respiro, alzò gli occhi al cielo e

disse: _Entrerò in casa tua, adorerò nel santo tempio tuo, e confesserò

il tuo nome, o Signore_. Pronunziate queste parole, s'addormentò nel

Signore. E in mezzo al turbamento d'animo dell'esercito dei cristiani,

e alla festa che ne facevano i Saraceni, ecco che con numerose squadre

di milizia arrivò Carlo Re di Sicilia, a sollecitare il quale, vivo

ancora il Re di Francia, era venuto suo fratello; il cui arrivo molta

esultanza suscitò negli animi dei cristiani, e molta trepidazione nei

Saraceni. E quantunque, a quanto appariva, fossero di numero superiori

ai cristiani, pure mancava loro l'ardimento di provocarli a generale

battaglia; ma con loro arti recavano ai cristiani molte molestie;

delle quali questa fu una. Quella regione è molto sabbiosa, e, in

tempo di siccità, sommamente polverosa; laonde i Saraceni appostarono

molte migliaia d'uomini sopra un monte vicino ai cristiani, e quando

soffiava il vento nella direzione dei cristiani, smovevano la sabbia,

e se ne sollevavano nubi e nembi d'un polverìo, che era molestissimo

ai cristiani. Ma finalmente, per pioggia caduta, cessò la polvere, e

i cristiani, appostate le macchine e tutti gli argomenti guerreschi,

s'apparecchiavano ad oppugnare Tunisi da mare e da terra; il che

incutendo timore ai Saraceni, vennero a patti coi cristiani. Tra i

quali patti è fama che i principali fossero i seguenti: che tutti i

cristiani prigionieri in quel Regno si lasciassero in libertà; che

nei monasteri fabbricati nelle città di quel Regno ad onore del nome

di Cristo, si potesse liberamente predicare il Vangelo dai frati

Minori e Predicatori, od altri che fossero; che liberamente si potesse

battezzare chi il desiderasse; che, pagate le spese della crociata al

Re, la Tunisia fosse tributaria al Re di Sicilia. E molti altri patti

furono convenuti, che quì sarebbe troppo lungo annoverare. E mentre per

l'arrivo di Odoardo Re d'Inghilterra, in compagnia di una moltitudine

di Frisoni ed altri pellegrini, era cresciuto di tanto il numero dei

combattenti cristiani, che si giudicava arrivassero a 200000, e si

sperava che bastassero non solo a redimere Terra Santa, ma anche a

soggiogare tutti i Saraceni, sì numeroso esercito, per le peccata de'

cristiani, si disperse senza aver apportato alcun notevole vantaggio.

Perocchè il Legato, che avrebbe dovuto dirigerli, fu rapito da morte;

Terra Santa, a cui doveano avviarsi, mancava del governatore dei

pellegrini; il Patriarca, che fu delegato per Terra Santa, era morto;

la Sede Apostolica che a tutti doveva sopravvedere e provvedere, era

vacante; e il Re di Navarra, che era partito malato dall'Africa, giunto

in Sicilia, soccombette alla sua malattia.

a. 1271

L'anno del Signore 1271, indizione 14.ª, l'ultimo di Marzo, arrivò di

passaggio a Reggio, Filippo Re di Francia con suo fratello e col suo

esercito, ed ebbe ospitalità nel palazzo di Guglielmo da Fogliano,

che allora era Vescovo di Reggio. Il qual Re andava in Francia colla

salma di suo padre Lodovico Re di Francia, che trasportava dall'Africa,

dove era morto a Cartagine presso Tunisi. E lo trasportava in un'urna

chiusovi con aromi; ed in un'altra urna portava la salma di Tristano

suo fratello e figlio del Re predetto, che era morto parimente a

Cartagine con molti altri Baroni, che s'eran mossi per redimere oltre

mare la Terra Santa. E dopo otto giorni passò pure da Reggio il Conte

di Fiandra colla sua gente e la sua milizia. In quell'anno fu enorme

carestia di biade; tanto che in Maggio e Giugno lo staio di fava si

vendeva sei soldi imperiali; lo staio di melica, tre, quattro soldi

imperiali; lo staio di spelta costava due soldi e mezzo imperiali

sul pubblico mercato, e in contratti privati dieci soldi reggiani;

lo staio del frumento si pagava venti soldi imperiali in pubblico;

ed in privato, otto soldi imperiali. E lo stesso anno i Cremonesi

andarono a oste contro il castello di Malgrate[19], e vi stettero fino

a tanto che lo ebbero a patti, e lo diroccarono e rasero al suolo. Lo

stesso anno fu anche devastato il territorio di Crema sino alle fossa

della città, in Giugno, dai Milanesi. Ed era allora Podestà di Milano

Roberto da Tripoli, cittadino Reggiano, dei Roberti. In quell'anno fu

costituita in Bologna una compagnia, che si chiamava della giustizia;

ed era numerosa assai e composta dei migliori popolani di quella

città; e mandò ottocento dei suoi armati ai confini del territorio

Bolognese per la sicurezza della città. Nello stesso anno, Deto dei

Cancellieri di Pistoia fu sei mesi Podestà di Reggio, da San Pietro

al 1º. di Gennaio; e il detto Podestà andò ad assediare il castello

di Corvara, ai 22 di Luglio, con fanteria e cavalleria del quartiere

di Castello e di S. Nazzaro. Vi concorse anche un quartiere della

città di Parma. E il Comune di Reggio mandò tre trabucchi, e tre quei

di Parma. Il Comune di Mantova, in aiuto del Comune di Reggio, pel

detto assedio, inviò venticinque balestrieri; quel di Castiglione di

Toscana anch'esso mandò a servigio del Comune di Reggio un manipolo

di balestrieri. E vi stettero a oste i detti quartieri di Castello e

di S. Nazzaro diciasette giorni; poi vi andarono i fanti ed i cavalli

del quartiere di S. Pietro e di S. Lorenzo per ventitrè giorni. Poscia

vi ritornarono quelli del quartiere di Castello e di S. Nazzaro per

undici giorni; ed ebbero, per capitolazione, tanto il castello che la

Terra di Corvara; e il castello lo atterrarono, la Terra la devastarono

a volontà del Comune di Reggio; e quelli che erano dentro il castello

ebbero affidamento per le persone e le robe loro; e stettero ai bandi e

alle condanne del Comune di Reggio, che s'impossessò del castello ai 19

Settembre, giorno di Sabato. E Giacomino da Palù, per la restituzione

di quella Terra, toccò quattrocento lire imperiali. Nell'Agosto di

quell'anno i Bolognesi corsero a oste sulla diocesi di Modena, e

cinsero di assedio Savignano[20] e Montombraro[21]; stantechè fra i

Comuni di Bologna e di Modena vi era una convenzione, per la quale

i Modenesi non potevano avere alcun castello alla destra del Panaro,

e perciò i Bolognesi distrussero que' due castelli.... E, per questi

sei mesi, si pagò lo staio del frumento otto soldi imperiali e più; lo

staio di spelta, otto _grossi_; una libbra grossa di carne di maiale,

14, 15, 16, 17, 18 imperiali; una libbra grossa d'olio d'ulivo, due

soldi imperiali; quattordici fichi secchi, un _reggiano_; dodici o

tredici mandorle, un _reggiano_; uno staio di farro, 12 o 13 _grossi_.

Ed ogni altra sorta di vettovaglie fu quell'anno scarsissima. Ed in

quest'anno, allorchè si trasportava in Francia la salma di S. Lodovico

Re di Francia, per intercessione di lui, che è come dire per amore

di lui, operò Iddio molti miracoli.... Nella città di Reggio, quando

eravi di passaggio il corpo di S. Lodovico, Giacomo degli Alucii alzò

preghiere a Dio, acciocchè per amore del Santo lo esaudisse; e il

Signore rese miracoloso il suo Santo, il quale sanò per miracolo una

gamba a Giacomo degli Alucii. A Parma, che è la mia città, quella cioè

di cui sono nativo, guarì una fanciulla di un cancro, che aveva in un

braccio. E, nel 1274, maestro Rolando Taverna Parmigiano, Vescovo di

Spoleto, cui Papa Martino IV mandò in Francia a raccogliere e scrivere

i miracoli di S. Lodovico Re di Francia, perchè lo voleva canonizzare

e inscrivere nell'Albo dei Santi, reduce dalla Francia, dove era

andato per la preaccennata commissione, disse a me in Reggio, dove io

allora abitava, che aveva raccolti e notati settantaquattro miracoli,

diligentemente provati con testimonianze attendibili ed autorevoli.

a. 1272

L'anno 1272, indizione 15ª, fu creato Papa Gregorio X, che prima si

chiamava Tedaldo Visconti di Piacenza. E per discordia de' Cardinali

la cristianità era stata senza Papa tre anni, nove mesi e ventun

giorni. E lo stesso anno, ai 14 di Marzo, lunedì, morì Enzo figlio

del fu Federico Imperatore, che era nelle carceri di Bologna; ed ebbe

sepoltura nel convento de' frati Predicatori; e il Comune di Bologna

lo fece imbalsamare, e tutta la città gli rese solenni onori funebri

alla sepoltura. Considera ora le opere di Dio. Questo Re Enzo fu

figlio illeggittimo dell'Imperatore Federico; eppure ebbe tanti onori

in morte sulla sua tomba. Chè per lui fu un onore morire ed esser

sepolto in Bologna; essere dai Bolognesi stato fatto imbalsamare;

essere ricevuto nel convento loro dai frati Predicatori, ed ivi essere

messo a dormire l'eterno sonno con S. Domenico. Mentre Corrado, figlio

legittimo dello stesso Imperatore, mancò di questi onori non solo, ma

quando si trasportava a Palermo, ove sono le tombe dei Redi Sicilia,

dai Messinesi ne furono gettate le ossa nel mar di Messina, e buttato

pasto ai pesci....... perchè aveva fatto danno e sfregio ai Messinesi,

come aveva fatto il padre di lui.... Nel medesimo anno, nel suddetto

mese di Marzo, morì il Cardinale Ottaviano; e i frati Minori di Reggio

comprarono alcune case presso al loro convento, e il Comune incaricò

periti stimatori, che calcolassero il valore di prezzo di quelle case

da comprarsi in buona fede, e il Consiglio tutto concordò. E così

ampliarono il loro convento e aprirono una strada nuova che s'allineava

direttamente colla casa di Arduino de' Tacoli, che va alla chiesa di

S. Giacomo, dove abitano i frati dell'Ordine di Pietro peccatore di

S. Maria in Porto di Ravenna; del qual Ordine è Santa Fenicola di

Parma. E nello stesso anno, in Aprile, i Bolognesi co' loro amici

s'accordarono e tennero un Consiglio generale, ed un Consiglio de'

popolani, ed arringarono e statuirono di voler andare a oste col loro

carroccio sulla diocesi di Modena, per torre al Comune e alla città

di Modena tutta quella parte di diocesi che avevano alla destra del

Panaro. Ed i Bolognesi fecero incidere a lettere su d'una pietra, che

il Comune di Bologna era deliberato di andare a quella impresa. E la

pietra fu murata nel palazzo del Comune di Bologna, sicchè il Podestà e

il Capitano del popolo di Bologna, quando erano in palazzo, la avevano

sott'occhi ogni giorno. E i Bolognesi quotidianamente premevano il

detto Podestà e Capitano ad armare a tal fine l'esercito, avendo il

Comune deliberato in proposito, e avendo il Podestà e il Capitano

giurato di eseguire la deliberazione. Inoltre i Bolognesi inviarono ai

Parmigiani alcuni loro ambasciatori, i quali nel palazzo del Comune di

Parma perorarono domandando e pregando da parte dei loro concittadini,

che ai Parmigiani piacesse di non immischiarsi nelle vertenze del

territorio Modenese posto tra la Secchia e Bologna; come essi non

s'intrometterebbero in quanto accadesse tra la Secchia e Parma; che era

quanto dire: Prendetevi la signoria della città e diocesi di Reggio

sino alla Secchia, che noi faremo altrettanto della città e diocesi

di Modena sino alla Secchia stessa. E fu risposto che non era uso

de' Parmigiani far danno ai loro vicini quando non avevano colpa. E

li rimandarono inesauditi, nè vollero prestare il loro assenso alle

proposte de' Bolognesi, e mantennero sino ad oggi pace e amicizia co'

loro vicini Reggiani e Modenesi. Nè la città e Comune di Modena volle

cedere ai Bolognesi quella parte di diocesi e territorio, che era sulla

destra del Panaro, anzi cercarono di aiuto i loro amici per difendersi

contro i Bolognesi. E in aiuto dei Modenesi accorsero da Cremona

cento cavalieri con tre cavalli ciascuno, da Parma due mila uomini

di fanteria e mille di cavalleria. Accorse pure il Marchese d'Este da

Ferrara, e dalla città di Reggio molta cavalleria, oltre i maggiorenti

e più potenti e più nobili della città, non a spese del Comune, ma per

conto ed onore proprio. E i Bolognesi trassero fuori e condussero nella

piazza del Comune di Bologna il loro carroccio; ma quando giunse il

momento pe' Bolognesi di formare il loro esercito, la fazione di quelli

dei Geremei di Bologna non volle prendere l'armi contro i Modenesi,

e stavano anzi pronti ed in armi alle loro case; e se gli altri

Bolognesi si fossero mossi contro i Modenesi, la fazione di quei de'

Geremei aveva progetti e accordi di far entrare in Bologna il Marchese

d'Este con tutta sua gente, e i Parmigiani, i Cremonesi, i Reggiani

e i Modenesi, che erano in Modena, e molti Toscani e Romagnoli, ed

espellere da Bologna tutti quelli del partito de' Lambertazzi. Quindi

i Bolognesi si ristettero dall'andare sopra Modena. Lo stesso anno,

all'ultimo di Maggio, uscì di vita Gerardo da Tripoli, e fu sepolto il

1º di Giugno, mercoledì, vigilia dell'Ascensione, nel monastero di S.

Prospero di Reggio. E durante la Podesteria del predetto Podestà, cioè

Triverio dei Rustici, cittadino di Gubbio[22], si ebbe gran carestia

d'ogni sorta di vettovaglie, tale che uno staio di frumento costava 8,

9, 10 soldi imperiali; uno staio di spelta si vendeva quattro soldi

imperiali, e 13 e 14 _grossi_; uno staio di melica 12, 13, 15, 16

_grossi_; uno staio di fava 15, 18, 20 _grossi_; uno di ceci 8, 9 soldi

imperiali; una libbra grossa di carne di maiale 18, 20, 22 imperiali;

una libbra d'olio d'ulivo, 22 soldi imperiali; e un peso di cacio 8, 9

soldi imperiali; uno staio di fagiuoli, 20 grossi, e 7 soldi imperiali.

E d'ogni altra specie di _vettovaglie_, per tutto il detto tempo, vi fu

massima penuria; e durò due anni. Nello stesso millesimo, in Luglio,

Guglielmo Luigini fu nominato Abbate del monastero di S. Prospero

di Reggio, confermato dal Legato, che era a Piacenza, ed insediato

nell'ufficio ai 13 di Luglio, mercoledì. E per quel giorno il detto

Abbate fece imbandire un sontuoso banchetto, a cui furono invitati

i Chierici, i Religiosi e i migliori cittadini di Reggio. E nel 30

Luglio, sabato, morì Bonifazio di Canossa, e fu sepolto in S. Leonardo

della città di Reggio. Ai venti di Maggio dello stesso anno, arrivò a

Reggio Odoardo Re d'Inghilterra, che era di ritorno colla moglie da'

paesi d'oltremare, e fu ospitato nel palazzo del Vescovo; e, il giorno

appresso, si rimise in viaggio alla volta del suo paese. Lo stesso anno

cominciò la fabbrica del palazzo nuovo del Comune di Reggio, sul trivio

di quei di Sesso e di altre casamenta, che erano di Ugo Speciale,

e d'altre casamenta ancora prospettanti sullo stesso trivio; e morì

nell'anno stesso Guido Gaio de' Roberti, che fu sepolto nella chiesa

dei frati Minori.

a. 1273

L'anno 1273, indizione 1ª, il dì 27 Settembre, cioè nella festa

dei SS.i Cosma e Damiano, giunse a Reggio Papa Gregorio X co' suoi

Cardinali, e ricevette ospitalità nel monastero di S. Prospero; e, il

giorno seguente, mosse per Parma, affrettato dal bisogno di andare a

Lione per tenervi Concilio. Questo Gregorio, di santissima religione,

era compassionevole dei poveri, largo e benigno sopra ogni altro

uomo, molto misericordioso e mansueto. Egli, quando era Arcidiacono di

Liegi, e, per divozione, era in viaggio per oltremare, trovandosi di

alloggio nel palazzo di Viterbo, fu dai Cardinali proclamato Papa. Egli

fece una nomina di Cardinali lodatissima, per avere eletto personaggi

insigni e valenti. Al terz'anno del suo pontificato, per aiuto di

Terra Santa, cui voleva visitare in persona, celebrò uno straordinario

Concilio a Lione, che si aperse il 1º di Maggio; al quale intervennero

anche ambasciatori straordinari dei Greci e dei Tartari. Dei Greci,

che promettevano di ritornare all'unità della Chiesa, e a provarlo

confessarono che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figliuolo,

e cantarono solennemente il Simbolo in seno al Concilio. Dei Tartari,

che battezzati nel corso del Concilio, ritornarono al loro paese. Il

numero de' Prelati presenti al Concilio fu di 500 Vescovi, 60 Abbati,

e circa 1000 altri Prelati. Questo Papa nel Concilio diede molte ed

utili disposizioni relative ai soccorsi per Terra Santa, alla elezione

de' Sommi Pontefici, e allo stato della Chiesa universale. Durante

il Concilio, gli elettori degli Imperatori elessero il Conte Rodolfo

di Lamagna Imperatore dei Romani. Allora Rodolfo Re dei Romani e Re

dei Franchi insieme a molti Baroni presero la croce per andare in

soccorso di Terra Santa. Questo Papa aveva una rara esperienza delle

cose secolari; nè studiava a guadagni, ma a soccorrere i poveri. Morì

e fu sepolto ad Arezzo. Cominciò l'anno 1272, e, dal giorno della sua

elezione, tenne la Sede Apostolica quattro anni e dieci giorni; ed il

papato restò vacante dieci giorni.

a. 1274

L'anno 1274, indizione 2.ª, fu celebrato a Lione da Gregorio X un

Concilio generale nel quale soppresse l'Ordine dei Saccati, e la

congregazione, o piuttosto la dispersione di quei villani e ribaldi,

che si dicono e non sono apostoli, ma sono anzi una sinagoga di

Satana, e l'avanguardia dell'Anticristo, del quale Ordine fu fondatore

Gherardino Segalello in Parma, che in mille modi folleggiò, come

ricordo d'aver già detto e veduto, e fece folleggiare tanti altri; ma

si avverò in lui ciò che Davide già da tempo lontano aveva predetto nel

salmo 57º: _Al nulla si ridurranno, come acqua che scorre: tende il suo

arco sino a che siano annientati_. Quest'arco teso fu Papa Gregorio

X, che nel Concilio generale di Lione soppresse quelle Religioni di

mendicanti, che di recente erano state istituite, cioè quella dei

Saccati, e di quei ribaldi che chiamavano sè stessi apostoli, volendo

egli dare esecuzione alla Decretale di Innocenzo III, fatta in Concilio

generale, che dice: Acciochè la troppa diversità delle Religioni non

induca grave confusione nella Chiesa di Dio, abbiamo assolutamente

proibito che nessuno istituisca una Religione nuova; e chiunque

voglia darsi ad una Religione, si volga ad una di quelle, che sono

già approvate. Nel millesimo preindicato, la città di Bologna fu in

preda ad un grave conflitto intestino, e in parte fu messa a fuoco.

E il partito imperiale di detta città, quello cioè dei Lambertazzi,

fu spogliato e scacciato nella festa di S. Giovanni Battista. Nel

qual anno, un sabato, 2 Giugno, sul mattino, i Bolognesi partigiani

dell'Impero, per timore che arrivassero rinforzi a quelli del partito

della Chiesa contro gli imperiali stessi, senza violenza e senza colpo

ferire se la svignarono da Bologna, e si ricoverarono a Faenza. La

quale, nell'anno stesso, dai Bolognesi, che erano ancora in Bologna,

cioè da quelli di parte della Chiesa, fu stretta d'assedio, e ad

aiutarli concorse anche una certa quantità di pedoni, cavalieri e

balestrieri di Modena, Reggio, Parma e Cremona, e fu tutt'all'intorno

devastata e distrutta. Le quali cose, io, che allora abitava a Faenza,

ho vedute e riconosciute.

a. 1275

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II · 第 1 / 25 段