LA CINQUANTINA.

Siam venuti, donna Clara,

Per veder la _Cinquantina_,

Quella dama tanto rara

Che le giunse stamattina;

Ma dov’è? non è arrivata?

O è nascosta in mezzo ai fior?...

Ah, burlata — è la brigata:

Quella dama è lunge ancor!

Venne, infatti, stamattina,

Ma fermossi un sol momento;

All’ignota pellegrina

Non garbò l’appartamento,

E in uscir, dicea sdegnata:

Troppi vezzi!... Troppi fior!...

Ah, burlata — è la brigata:

Quella dama è lunge ancor!

Sempre nuove presentazioni rendevano intanto ancor più animato il

salotto Maffei, la cui serenità e gajezza non venne turbata da vive

preoccupazioni nè da tristi avvenimenti che nel 1866, al tempo della

guerra per la liberazione del Veneto.

Alla guerra del ’66, si rinnovarono le scene d’abnegazione del ’59.

Accorrere al campo era dovere de’ giovani; istigarli ad accorrere

era cómpito delle signore. A un giovanotto che si atteggiava a bella

posta ad imbelle, le signore inviarono a casa una bambola! Splendido

esempio di patriotismo offerse un illustre amico di casa Maffei, un

vecchio: l’insigne incisore Luigi Calamatta. Questi, non ostante i suoi

sessantacinque anni, lasciò il bulino per la spada, accorrendo fra i

primi all’appello di Giuseppe Garibaldi.

Il Calamatta, nativo di Civitavecchia, era nipote di quel restauratore

di Porto Anzio che morì avvelenato da alcuni invidiosi. Egli dirigeva

da par suo il Gabinetto d’incisione a Brera. Bel vecchio dalla folta

barba, dal grande vivido sguardo, tutte le volte ch’entrava nel salotto

Maffei facea rivolgere verso di lui tutti gli sguardi. Giorgio Sand,

ben lieta che il proprio figlio Maurizio avesse sposata la figliuola

dell’insuperabile maestro del bulino, non cessava dal lodarne il

carattere. Nell’_Histoire de ma vie_, ella lo dipinse in due tratti:

Calamatta, aimable compagnon dans le rire et dans le mouvement de

la vie d’artiste, est un esprit sérieux, recueilli et juste que

l’on trouve toujours dans une bonne et sage voie d’appréciation des

choses de sentiment. Beaucoup de caractères charmants comme le sien

inspirent la confiance, mais peu la méritent et la justifient comme

lui.

Appena cominciata la campagna del ’66 fra le balze del Tirolo, non

so in quale frangente, il nostro Calamatta corse serio pericolo.

Garibaldi, considerando la grave età e l’ingegno prezioso del vecchio

milite, sacro all’arte, gli ordinò allora di raccogliersi nelle

ambulanze; e quegli fu costretto ad obbedire al comando, ma assai a

malincuore.

L’amor di patria del Calamatta era ben noto anche per la fiera risposta

da lui lanciata al Lamartine. Il poeta delle _Meditazioni_ lo aveva

pregato d’incidergli un bel ritratto; ma, memore del noto insulto

del poeta francese all’Italia (che veramente, nel tempo in cui lo

intercalava in un molle verso, era più terra di morti che di vivi) il

Calamatta gli rispose sdegnato ch’egli apparteneva all’Italia, quindi

era un _morto_ e che il signor committente andasse a farsi incidere dai

_vivi_!

Fra i militi della guerra del ’66, si notavano non pochi amici della

contessa, i quali compirono assai nobilmente il loro dovere.

Nel triste giorno in cui si combatteva a Custoza, parecchie dame

correano presso la Maffei a chiedere notizie dei loro fratelli o dei

figli, che erano al campo. Fra esse, una colta gentildonna pavese, la

contessa Elena Castellani nata contessa Dattili di Borgo Priolo, che

aveva al campo entrambi i figli, Carlo e Luigi.

L’annuncio della battaglia di Custoza, dei feriti, de’ morti, che gli

strilloni de’ giornali vociavano a notte per le vie affollate, riempiva

di trepidazione, d’angoscia il cuore delle povere madri. Commoveva il

caso d’un giovanetto diciannovenne, Pietro Gabba, che, sottotenente

nel 1º reggimento granatieri a Custoza, si slanciò il primo contro il

nemico all’attacco del Monte Croce e lo respinse, ma cadde mortalmente

ferito: trasportato a Verona, morì venti giorni dopo per le ferite, e a

Milano d’ond’era partito impavido, ritornò in una bara.

In più acerbo cordoglio, gettò gli animi la disfatta di Lissa.

Salivano, scendevano le scale della Maffei signori, signore: le notizie

dolorose si incrociavano, si contraddicevano, e pur troppo venivano

confermate dalle notizie di fonti credibili: era uno spasimo. Nel ’59,

gli annunci delle perdite amarissime di giovani valorosi eran temperati

dal gaudio delle vittorie: nel ’66, invece, pur troppo! nessuna

vittoria, e molti giovani fiorenti sacrificati invano.

Ma passi, passi presto la triste visione; passi e splenda l’altra

visione di Venezia libera, libera alfine; di Venezia tradita a

Campoformio dal primo Napoleone, tradita nelle sue speranze a

Villafranca dal terzo Napoleone, il quale ripara alla incompiuta

promessa del ’59 coi negoziati del ’66. Il salotto in questo periodo

sfolgora per l’eleganza e il brio. Ogni giorno, ogni sera, ogni ora,

arrivano lettere entusiastiche da Venezia. L’Aleardi assiste, il 19

ottobre ’66, all’ingresso trionfale delle truppe italiane in piazza

San Marco, sotto un cielo azzurro sorridente, fra gli applausi e i

gridi d’una folla immensa, delirante di gioia, fra lo sventolìo delle

bandiere tricolori, fra le fanfare nazionali confuse alle mille e mille

voci; e ne scrive alla contessa. O giorni che penna umana non può

ritrarre! E quante eclissi di speranze e quante perdite da quei giorni!

Quante labbra adorate, che gridavano evviva, ora mute per sempre!...

Quando, nel marzo del 1868, un’eletta di cittadini francesi trasportò

da Parigi a Venezia le ossa del grand’esule Daniele Manin, il salotto

Maffei dimostrò a quegli egregi quanta venerazione la città delle

Cinque Giornate nutriva pel Dittatore; il quale in mesi terribili

resse con fortezza e senno Venezia e poi nell’esilio serbandosi puro,

intemerato, suscitò legioni d’amici all’Italia, e al momento giusto

seppe sacrificare volentieri, senza rimpianti, i propri antichi ideali

repubblicani per riconoscere che solo dalla monarchia Sabauda, solo

dalla politica di Camillo Cavour l’Italia poteva ricevere l’unione da

tanti secoli invocata.

Carlo Tenca invitò la contessa Maffei ad accogliere colla maggior festa

Ernesto Legouvé, Enrico Martin ed altri che aveano accompagnata la bara

di Daniele Manin a Venezia, quando sostarono per pochi giorni a Milano:

e la contessa diede in loro onore un bellissimo ricevimento. Nuovi

legami di amicizia si annodarono allora tra i Francesi e gl’Italiani;

legami che ahimè! la morte di tanti incliti patrioti, e, peggio, la

morte di tante illusioni allentarono e troncarono con discapito d’ambe

le nazioni sorelle. Quale entusiasmo anche allora per la Francia!... —

Storia antica!

Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886) · 第 38 / 77 题