DOPO IL ’59.

Nuovo carattere del salotto Maffei. — Ancora d’Ippolito Nievo. —

Teobaldo Ciconi. — Aleardo Aleardi e la Maria de’ suoi canti. — Il

maestro Gomes. — Arrigo Boito, Franco Faccio, Emilio Praga. — Mezzo

secolo festeggiato. — La guerra nazionale del ’66. — Il cuore di

Luigi Calamatta. — Nuovi eroismi. — Venezia libera. — Enrico Martin

ed Ernesto Legouvé.

Liberata Milano e la Lombardia, il salotto Maffei ha raggiunto il suo

scopo principale. Non è più, naturalmente, una riunione di congiurati

a favore della libertà; non è più battagliero, ma è pur sempre

patriotico, e ora più che mai elegante e mondano. Gli uomini politici,

che bandirono la necessità della resistenza, per agevolare a Camillo

Cavour l’effettuazione de’ suoi arditi disegni a pro della causa

nazionale, continuano a intervenirvi: sono gli uomini del partito di

Destra che consolideranno l’edificio dell’indipendenza e condurranno

l’Italia a Roma e al sospirato pareggio del bilancio.

I più intimi non possono però frequentarlo assidui come prima. Chi

fu chiamato al Senato del nuovo Regno, chi alla Camera dei deputati,

chi al municipio o ad altri seggi della vita pubblica, alla quale

consacrano la maggior parte del loro tempo e della loro attività;

perciò essi lo visitano solo di tratto in tratto, nelle prime e

tranquille ore della sera o avanti il pranzo, un po’ schivi di

confondersi colla società elegante che affolla sempre più il salotto.

Ora il salotto Maffei cessa dall’esercitare, come riunione concorde,

come potenza disciplinata, il suo influsso sulla pubblica cosa: le sue

forze migliori sono disperse; tutti i suoi amici pensano e agiscono

come vogliono.

E qui può sorgere la domanda: il salotto Maffei, che esercitò tanto

potere sulla politica della redenzione, ne esercitò alcuno nella

letteratura e nell’arte?...

Non si può dire che, con tanti letterati e con tanti artisti eccelsi

che vi furono accolti nello spazio di mezzo secolo, il salotto abbia

esercitata influenza sulla letteratura e sull’arte, facendovi difetto

un capo-scuola che nell’arte e nella letteratura dettasse legge. Certo

la gentil padrona di casa era manzoniana nell’anima; tali erano Giulio

Carcano, Giovanni Rizzi e parecchi altri; ma questi non vietavano altri

gusti, altre scuole letterarie. Giuseppe Verdi manteneva cordiali

relazioni colla contessa, con Carlo Tenca e con altri amici del

salotto; ma la sua natura ha sempre abborrito da quello spirito di

proselitismo (si passi la frase, brutta ma ormai dell’uso) del quale

non andò invece immune un altro sommo: Wagner. Anzi è curioso il vedere

come nel salotto della più antica e più devota amica di Giuseppe Verdi,

le idee wagneriane abbiano preso radice: Filippo Filippi le predicava

fra una barzelletta e l’altra nelle conversazioni del salotto e nelle

appendici della _Perseveranza_; Franco Faccio e Arrigo Boito, per

tacere d’altri minori, le adottarono con trasporto. Il _Mefistofele_

(prima edizione) non nacque in casa Maffei; ma il suo autore vi

primeggiava fin d’allora fra i musicisti.

Manzoniano, specialmente nelle _Confessioni d’un ottuagenario_,

appariva Ippolito Nievo, di Padova; ma già egli cercava una via nuova,

specialmente nella lirica, e l’avrebbe arditamente battuta se gli

fosse bastata la vita. Il Tenca antivedeva in lui un poeta originale;

e originale egli sembra veramente in molte parti delle sue _Lucciole_.

Noi l’abbiamo veduto fra i Garibaldini del salotto Maffei nelle

affollatissime riunioni del ’59; lo rivediamo ora alla vigilia della

spedizione dei Mille.

Ippolito Nievo non amava forse troppo Milano perchè gli pareva che

questa città imitasse Parigi: in Milano, non vedeva di originale che

Un tempio e un uomo:

Manzoni e il Duomo;

come scriveva in una satira frizzante; eppure a Milano era rivolta

l’anima sua; qui viveva il suo alto ideal d’amore, la cugina Melzi, la

Pisana delle _Confessioni d’un ottuagenario_, vivace, arguta, adorabile

e adorata. Il Nievo trovava in Milano, e precisamente in casa Maffei,

l’amico suo più carissimo, Francesco Rosari, al quale scrivea lettere

addirittura soavi.

Col Rosari, il poeta passava le ore più felici. Andavano a desinare

insieme nei sobborghi sotto qualche pergolato all’aria aperta. Una

delle loro mete era la cascina Bullona, dove un parroco allegro gli

invitava a tracannare buoni bicchieri di birra. Il Nievo spianava

allora la fronte, dissipava la sua abituale mestizia e abbandonavasi

alle risate. La contessa Clara Maffei ammirava vivamente i suoi

romanzi, le sue novelle, i suoi versi. Volle da lui il suo ritratto

vestito da garibaldino, e lo collocò in un ricchissimo album di

fotografie, insieme coi ritratti de’ più valorosi. Nel ’59, egli

combattè difatti con Garibaldi in Lombardia, poi tornò a Milano, donde

l’anno appresso ripartì arruolandosi fra i Mille. Finita la spedizione

gloriosa, e ordinata collo scrupolo più rigido l’amministrazione

garibaldina affidata dal Generale alla sua incorruttibile onestà, il

Nievo salpava da Palermo sull’_Ercole_. Non si mancò d’avvertirlo che

quel logoro piroscafo non poteva tenere il mare e correva pericolo;

ma egli sfidava i pericoli; non voleva attendere un altro piroscafo

che sarebbe partito da Palermo tre giorni dopo, poichè gli urgeva

sopratutto ritornare a Milano per rivedere l’amatissima cugina, colei

ch’egli chiamava il “diamante„ del suo cuore.

L’_Ercole_ colò, pur troppo, a picco nel Tirreno; e Ippolito Nievo,

come un altro poeta, Shelley, annegò miseramente in quelle onde.

Allorchè una sera del marzo 1861, venne portata nel salotto Maffei

la luttuosa notizia, fu generale la commozione, ma fu generale anche

l’incredulità. Nessuno voleva credere. “È tanto fortunato quel

giovane, si diceva: scampò da tanti pericoli, sarà incolume anche

stavolta!„ E lo aspettavano ansiosi; e ansiosi andavano a battere alla

sua cameruccia in via Brera. Ma quando si seppe delle condoglianze

inviate da Garibaldi alla famiglia d’Ippolito Nievo “prode tra i più

prodi„ secondo l’espressione dell’Eroe, i dubbii svanirono e la realtà

apparve in tutta la sua tragica desolazione. Il Nievo moriva a soli

ventott’anni; poco dopo, moriva di mal sottile sua cugina.

In questo frattempo, Giannina Milli presentò alla Maffei un poeta e

patriota siciliano nato nell’ultimo anno del secolo scorso: Leonardo

Vigo, l’autore del poema _Ruggero_, che al dire di lui stesso “è

il muggito d’una gente ferita al petto da un despota„. Vediamo il

commediografo Teobaldo Ciconi, udinese, consunto ormai dalla tisi come

quella ventenne contessina Vittoria Fiorio, la cui morte ei pianse in

facili versi rimasti popolari:

Con vent’anni nel cuore

Pare un sogno la vita, eppur si muore!

L’autore della _Figlia unica_, delle _Pecorelle smarrite_, della

popolarissima _Statua di carne_ soccombe nel ’63 a soli trentanove anni.

Incontriamo in casa Maffei il poeta civile più acclamato, il poeta alla

moda, il prediletto delle signore: Aleardo Aleardi. A prima vista,

egli poteva essere scambiato per un tenore di grazia, ma appena apriva

bocca, si comprendeva che per fortuna era ben altro. Egli splendeva in

quel tempo, nello zenith della sua gloria e de’ suoi teneri affetti.

E quanti, troppi, teneri affetti!... Come il Gazzoletti scriveva alla

Maffei, egli s’innamorava ogni giorno; ma non era mai pago de’ proprii

idoli. Anima non volgare, anelando all’ideale, sperava, al pari del

Raffaello del suo idillio gentile, di trovarlo in questa valle di

delusioni:

Onde questa mi piovve insazïata

Ansia d’un bello che non trovo in terra?

Si fantasticava da più di qualcuno (anche nel salotto Maffei) chi fosse

mai la Maria del carme sull’_immortalità dell’anima_; carme improntato

come ogn’altro suo scritto del suo proprio fulgido sigillo poetico.

Quella Maria non era certo un sogno; era (si può dirlo trattandosi d’un

così ideale trasporto) la signora Maria Hermann, napoletana, moglie

d’un signore triestino dal quale viveva divisa. Lasciato il marito,

ella comparve un bel giorno a Verona, e vi soggiornò molto tempo presso

la contessa Giuseppina Guerrieri-Malaspina. Donna di grande bellezza,

di vivace ingegno; di loquela affascinante, ospite d’una fra le più

ricche e cospicue famiglie veronesi, ebbe tosto d’intorno o meglio a’

suoi piedi il fior fiore della società di quei tempi. Ella (soggiunge

un mio cortese informatore) sparve d’un tratto da Verona e non se ne

seppero più nuove.

Aleardo Aleardi (il suo vero nome era Gaetano) discorreva spesso

colla Maffei di Alessandro Manzoni, da lui venerato come la più degna

manifestazione dello spirito di Dio sulla terra; spesso parlava del

proprio amore all’Italia, tacendo delle persecuzioni e della prigionia

nella fortezza di Josephstadt che quell’amore immenso e sincero, il

più durevole certo e il più sincero, gli era costato. Egli scriveva di

frequente alla Maffei lettere garbatissime colla sua scrittura minuta,

regolare, lieve, da damigella; ora la pregava di fargli ottenere il

ritratto del Manzoni colla firma autografa del Grande, ed ora le

raccomandava un maestro di musica o un poeta.

“Mia nobile Amica. Non ho parole per esprimervi la mia gratitudine.

Il ritratto del nostro Grande, che volere o non volere è la più

alta _individualità_ della terra, e la più degna manifestazione

dello spirito di Dio, è già pendente a una parete della mia

stanza da letto, come le imagini d’un santo. È in compagnia di

Beniamino Franklin e di don Mazza, prete veronese, amicissimo

mio, modesto e grande operaio del bene, infaticabile paladino di

carità. Immaginatevi che tra le altre idee gli venne questa: egli

incaricava gente a comperarsi sugli iniqui mercati dell’Africa dei

negri e delle negre giovinette, e, qua trasportati, li educava

nella morale cristiana e nelle discipline della civiltà, perchè

diventati adulti potessero tornando nella lor patria spargerne i

semi con voce più ascoltata perchè fraterna. Insomma, era un uomo

davvero.„

Il maestro brasiliano Gomes fu presentato alla Maffei dall’Aleardi, che

glielo raccomandava e non invano:

“Vi ringrazio della bontà vostra verso il giovane Gomes. Egli

avrebbe bisogno d’essere raccomandato alla plejade dei potenti

che regnano alla Scala: ma il povero selvaggetto non ha coraggio

di pregarvene. Venite voi, misericordiosa, se potete, in soccorso

della sua timidezza.„

Nel 19 marzo 1870, al teatro alla Scala, si rappresentava con esito

felice il _Guarany_ di quel simpatico maestro, allora trentenne, dalla

folta irta chioma, dagli sguardi di fuoco, rassomigliantissimo nel

volto e nei gesti a un altro celebre americano, l’umorista Marc Twain.

Arrigo Boito fu presentato alla Maffei, nel ’63, dal fratello Camillo,

architetto, novellista e critico d’arte. E le furon presentati Franco

Faccio ed Emilio Praga. Questi tre giovani amici, Arrigo, Franco,

Emilio, i due primi veneti e il terzo milanese, muovevano baldi alla

conquista d’un’arte nuova e della gloria.

Arrigo Boito e Franco Faccio, volendosi recare a Parigi, domandarono

alla contessa Clara Maffei una commendatizia per Giuseppe Verdi che,

in quel tempo, si trovava in quella capitale; e la ottennero tosto.

Appunto dall’anno 1863, data la conoscenza d’Arrigo Boito col Verdi,

il quale lo accolse benevolo e lo elesse a suo poeta per le parole

dell’_Inno delle nazioni_ ch’egli doveva musicare per la mostra

mondiale di Londra.

Se gettiamo uno sguardo all’avvenire, come ci apparisce diversa la

sorte dei tre giovani amici, uniti, a quell’ora, in un solo affetto

fraterno, in un solo ideale!

Emilio Praga, figlio d’un agiato conciatore di pelli, per rovesci di

fortuna, si trova da un momento all’altro piombato nella povertà. Le

visioni di marine, di clivi, di fiori, di figurine gentili della fresca

sua _Tavolozza_, s’intorbidano nelle _Penombre_. Non si applaude alla

sua poesia; i fischi gli trapassano il cuore. Soltanto un amico dei

giovani, Eugenio Camerini, ed Emilio Treves nel _Museo di Famiglia_

vorrebbero incoraggiarlo; qualche solitario studente lo ammira

entusiasta. E quello spirito debole, non sa reggere alla lotta, cede;

e sull’esempio di Alfredo de Musset al quale rassomiglia nell’aspetto,

e di Carlo Baudelaire di cui rifà qualche tetra lirica, s’abbandona

alle ebbrezze mortifere; e spira a trentacinque anni di delirium

tremens, separato dalla moglie, lontano dall’unico figlio Marco, da lui

celebrato infante nell’affettuoso _Canzoniere del bimbo_. Lascia pochi

versi inediti, amarissimi, come le _Ore cattive_ dedicate alla madre e

che lo definiscono:

Mi creasti poeta,

E un infelice io sono!

Nel labirinto, in cui cerco una meta,

Sanguino.... e ti perdono!

Se tu avessi saputo

Ciò che il fato allestiva,

Morire in culla mi avresti veduto

Calma e forse giuliva!

Franco Faccio fu più fortunato. Ossequioso, insinuante, ottenne che

si rappresentassero nel primo teatro, alla Scala, le sue opere, delle

quali (ironia della sorte!) sorvive una sola marcia funebre, che venne

eseguita a’ suoi squallidi funerali. Caduto come autore, Franco Faccio

risorse come interprete; e dopo il povero Angelo Mariani, fu salutato

il primo direttore d’orchestra del nostro paese. Clara Maffei, ch’egli

chiamava nelle lettere “mia buona amica e madre„ gioiva delle feste

prodigate al suo amico e, quando egli venne nominato commendatore,

scriveva al dottor Francesco Rosari: “Quanto è stato onorato il nostro

_commendatore_ Faccio! È una parola più lunga di lui; ma non superiore

al suo merito. Se sapesse trovare una intelligente e brava moglie, la

sua vita sarebbe completa e soddisfatta.„

Invece la sua vita finì incompiuta, nell’ebetismo, come quella del

povero Donizetti! La continua fatica del provare, del dirigere

spartiti, in cui profondea tutta l’anima sua, spense a poco a poco

la luce della sua pronta intelligenza, della sua portentosa memoria.

Una bionda cantante inglese, innamorata di lui, si uccide miseramente

a Londra; ed egli, già inebetito, muore qualche anno dopo a Monza in

una cella accanto a quella del proprio padre pur egli demente, che

nulla sospettava della vicinanza del figliuolo. Rideva e danzava per

la sua cella, quel padre (un vecchio cuoco) nella lieta illusione

che il suo Franco fosse lontano, a Pietroburgo, a Berlino, in mezzo

a nuovi clamorosi trionfi; e, l’anno dopo, inconsapevole di tutto,

spirava anche lui nel mese stesso e nel giorno stesso del figlio! —

Orribile è il pensare che quel celebre maestro avvezzo a comandare,

temuto, a legioni di artisti, deve morire dopo aver subito i più

brutali maltrattamenti da parte d’un infame infermiere che, alla sera,

all’insaputa di tutti, gli lega colle corde i polsi e i piedi nel

letto, lo abbandona solo così e, cantarellando, va ad ubbriacarsi!...

Arrigo Boito fu il più fortunato di tutti e tre i giovani artisti. Nel

’68, ei dà coraggioso col suo _Mefistofele_ alla Scala una battaglia in

nome de’ proprii ideali. Che importa se l’opera cade sotto una bufera

di disapprovazioni?... Egli ne soffre, ma con dignità, con alterezza, e

non dispera. Ragionevolmente accorciata, la sua opera risorgerà tredici

anni dopo, e verrà salutata da quegli stessi che l’avevano atterrata.

Da allora, la fama di Arrigo si estenderà incontrastata: egli comporrà

pregevoli libretti per Giuseppe Verdi, e verrà acclamato sulle prime

scene del mondo insieme col Grande.

I nomi di Franco Faccio, di Arrigo Boito e di Emilio Praga brillarono

di nuovo fraternamente uniti quando, nel ’66, deliberarono di accorrere

insieme al campo garibaldino per rendere Venezia all’Italia.

Fu curiosa l’apostrofe che un ufficiale rivolse al Faccio vedendolo

così piccolo accanto al Boito così alto: “Così piccolo, ella vuol

combattere?... Vada almeno nella fila dei piccoli!„ Ma il Faccio:

“Prego di lasciarmi col mio caro amico: al suo fianco, farò meglio il

mio dovere.„ — Fu lasciato.

Emilio Praga e Francesco Faccio rimasero congiunti nella memoria degli

amici di casa Maffei e della contessa per l’omaggio ch’essi vollero

offrire colle rime e colla musica in occasione che la gentile amica

compiva i cinquant’anni.

La sera del 13 marzo 1864, in casa di Clara Maffei, si celebrò difatti

una festa eccezionale. Gli amici, tutti uniti, festeggiarono il mezzo

secolo della contessa, che non nascondeva certo i suoi cinquant’anni,

ma anzi, vispa e briosa, li proclamava con aria trionfale a tutti

quanti. Emilio Praga preparò due strofe graziose; Franco Faccio le

musicò con garbo, e un coro di signorine e di signore le eseguì fra

acclamazioni interminabili. Fu una serata deliziosa. Lumi fulgenti,

fiori, fiori dappertutto! Quanti fiori! La poesia, inedita, del Praga

era questa:

Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886) · 第 37 / 77 题