Nuovo carattere del salotto Maffei. — Ancora d’Ippolito Nievo. —
Teobaldo Ciconi. — Aleardo Aleardi e la Maria de’ suoi canti. — Il
maestro Gomes. — Arrigo Boito, Franco Faccio, Emilio Praga. — Mezzo
secolo festeggiato. — La guerra nazionale del ’66. — Il cuore di
Luigi Calamatta. — Nuovi eroismi. — Venezia libera. — Enrico Martin
ed Ernesto Legouvé.
Liberata Milano e la Lombardia, il salotto Maffei ha raggiunto il suo
scopo principale. Non è più, naturalmente, una riunione di congiurati
a favore della libertà; non è più battagliero, ma è pur sempre
patriotico, e ora più che mai elegante e mondano. Gli uomini politici,
che bandirono la necessità della resistenza, per agevolare a Camillo
Cavour l’effettuazione de’ suoi arditi disegni a pro della causa
nazionale, continuano a intervenirvi: sono gli uomini del partito di
Destra che consolideranno l’edificio dell’indipendenza e condurranno
l’Italia a Roma e al sospirato pareggio del bilancio.
I più intimi non possono però frequentarlo assidui come prima. Chi
fu chiamato al Senato del nuovo Regno, chi alla Camera dei deputati,
chi al municipio o ad altri seggi della vita pubblica, alla quale
consacrano la maggior parte del loro tempo e della loro attività;
perciò essi lo visitano solo di tratto in tratto, nelle prime e
tranquille ore della sera o avanti il pranzo, un po’ schivi di
confondersi colla società elegante che affolla sempre più il salotto.
Ora il salotto Maffei cessa dall’esercitare, come riunione concorde,
come potenza disciplinata, il suo influsso sulla pubblica cosa: le sue
forze migliori sono disperse; tutti i suoi amici pensano e agiscono
come vogliono.
E qui può sorgere la domanda: il salotto Maffei, che esercitò tanto
potere sulla politica della redenzione, ne esercitò alcuno nella
letteratura e nell’arte?...
Non si può dire che, con tanti letterati e con tanti artisti eccelsi
che vi furono accolti nello spazio di mezzo secolo, il salotto abbia
esercitata influenza sulla letteratura e sull’arte, facendovi difetto
un capo-scuola che nell’arte e nella letteratura dettasse legge. Certo
la gentil padrona di casa era manzoniana nell’anima; tali erano Giulio
Carcano, Giovanni Rizzi e parecchi altri; ma questi non vietavano altri
gusti, altre scuole letterarie. Giuseppe Verdi manteneva cordiali
relazioni colla contessa, con Carlo Tenca e con altri amici del
salotto; ma la sua natura ha sempre abborrito da quello spirito di
proselitismo (si passi la frase, brutta ma ormai dell’uso) del quale
non andò invece immune un altro sommo: Wagner. Anzi è curioso il vedere
come nel salotto della più antica e più devota amica di Giuseppe Verdi,
le idee wagneriane abbiano preso radice: Filippo Filippi le predicava
fra una barzelletta e l’altra nelle conversazioni del salotto e nelle
appendici della _Perseveranza_; Franco Faccio e Arrigo Boito, per
tacere d’altri minori, le adottarono con trasporto. Il _Mefistofele_
(prima edizione) non nacque in casa Maffei; ma il suo autore vi
primeggiava fin d’allora fra i musicisti.
Manzoniano, specialmente nelle _Confessioni d’un ottuagenario_,
appariva Ippolito Nievo, di Padova; ma già egli cercava una via nuova,
specialmente nella lirica, e l’avrebbe arditamente battuta se gli
fosse bastata la vita. Il Tenca antivedeva in lui un poeta originale;
e originale egli sembra veramente in molte parti delle sue _Lucciole_.
Noi l’abbiamo veduto fra i Garibaldini del salotto Maffei nelle
affollatissime riunioni del ’59; lo rivediamo ora alla vigilia della
spedizione dei Mille.
Ippolito Nievo non amava forse troppo Milano perchè gli pareva che
questa città imitasse Parigi: in Milano, non vedeva di originale che
Un tempio e un uomo:
Manzoni e il Duomo;
come scriveva in una satira frizzante; eppure a Milano era rivolta
l’anima sua; qui viveva il suo alto ideal d’amore, la cugina Melzi, la
Pisana delle _Confessioni d’un ottuagenario_, vivace, arguta, adorabile
e adorata. Il Nievo trovava in Milano, e precisamente in casa Maffei,
l’amico suo più carissimo, Francesco Rosari, al quale scrivea lettere
addirittura soavi.
Col Rosari, il poeta passava le ore più felici. Andavano a desinare
insieme nei sobborghi sotto qualche pergolato all’aria aperta. Una
delle loro mete era la cascina Bullona, dove un parroco allegro gli
invitava a tracannare buoni bicchieri di birra. Il Nievo spianava
allora la fronte, dissipava la sua abituale mestizia e abbandonavasi
alle risate. La contessa Clara Maffei ammirava vivamente i suoi
romanzi, le sue novelle, i suoi versi. Volle da lui il suo ritratto
vestito da garibaldino, e lo collocò in un ricchissimo album di
fotografie, insieme coi ritratti de’ più valorosi. Nel ’59, egli
combattè difatti con Garibaldi in Lombardia, poi tornò a Milano, donde
l’anno appresso ripartì arruolandosi fra i Mille. Finita la spedizione
gloriosa, e ordinata collo scrupolo più rigido l’amministrazione
garibaldina affidata dal Generale alla sua incorruttibile onestà, il
Nievo salpava da Palermo sull’_Ercole_. Non si mancò d’avvertirlo che
quel logoro piroscafo non poteva tenere il mare e correva pericolo;
ma egli sfidava i pericoli; non voleva attendere un altro piroscafo
che sarebbe partito da Palermo tre giorni dopo, poichè gli urgeva
sopratutto ritornare a Milano per rivedere l’amatissima cugina, colei
ch’egli chiamava il “diamante„ del suo cuore.
L’_Ercole_ colò, pur troppo, a picco nel Tirreno; e Ippolito Nievo,
come un altro poeta, Shelley, annegò miseramente in quelle onde.
Allorchè una sera del marzo 1861, venne portata nel salotto Maffei
la luttuosa notizia, fu generale la commozione, ma fu generale anche
l’incredulità. Nessuno voleva credere. “È tanto fortunato quel
giovane, si diceva: scampò da tanti pericoli, sarà incolume anche
stavolta!„ E lo aspettavano ansiosi; e ansiosi andavano a battere alla
sua cameruccia in via Brera. Ma quando si seppe delle condoglianze
inviate da Garibaldi alla famiglia d’Ippolito Nievo “prode tra i più
prodi„ secondo l’espressione dell’Eroe, i dubbii svanirono e la realtà
apparve in tutta la sua tragica desolazione. Il Nievo moriva a soli
ventott’anni; poco dopo, moriva di mal sottile sua cugina.
In questo frattempo, Giannina Milli presentò alla Maffei un poeta e
patriota siciliano nato nell’ultimo anno del secolo scorso: Leonardo
Vigo, l’autore del poema _Ruggero_, che al dire di lui stesso “è
il muggito d’una gente ferita al petto da un despota„. Vediamo il
commediografo Teobaldo Ciconi, udinese, consunto ormai dalla tisi come
quella ventenne contessina Vittoria Fiorio, la cui morte ei pianse in
facili versi rimasti popolari:
Con vent’anni nel cuore
Pare un sogno la vita, eppur si muore!
L’autore della _Figlia unica_, delle _Pecorelle smarrite_, della
popolarissima _Statua di carne_ soccombe nel ’63 a soli trentanove anni.
Incontriamo in casa Maffei il poeta civile più acclamato, il poeta alla
moda, il prediletto delle signore: Aleardo Aleardi. A prima vista,
egli poteva essere scambiato per un tenore di grazia, ma appena apriva
bocca, si comprendeva che per fortuna era ben altro. Egli splendeva in
quel tempo, nello zenith della sua gloria e de’ suoi teneri affetti.
E quanti, troppi, teneri affetti!... Come il Gazzoletti scriveva alla
Maffei, egli s’innamorava ogni giorno; ma non era mai pago de’ proprii
idoli. Anima non volgare, anelando all’ideale, sperava, al pari del
Raffaello del suo idillio gentile, di trovarlo in questa valle di
delusioni:
Onde questa mi piovve insazïata
Ansia d’un bello che non trovo in terra?
Si fantasticava da più di qualcuno (anche nel salotto Maffei) chi fosse
mai la Maria del carme sull’_immortalità dell’anima_; carme improntato
come ogn’altro suo scritto del suo proprio fulgido sigillo poetico.
Quella Maria non era certo un sogno; era (si può dirlo trattandosi d’un
così ideale trasporto) la signora Maria Hermann, napoletana, moglie
d’un signore triestino dal quale viveva divisa. Lasciato il marito,
ella comparve un bel giorno a Verona, e vi soggiornò molto tempo presso
la contessa Giuseppina Guerrieri-Malaspina. Donna di grande bellezza,
di vivace ingegno; di loquela affascinante, ospite d’una fra le più
ricche e cospicue famiglie veronesi, ebbe tosto d’intorno o meglio a’
suoi piedi il fior fiore della società di quei tempi. Ella (soggiunge
un mio cortese informatore) sparve d’un tratto da Verona e non se ne
seppero più nuove.
Aleardo Aleardi (il suo vero nome era Gaetano) discorreva spesso
colla Maffei di Alessandro Manzoni, da lui venerato come la più degna
manifestazione dello spirito di Dio sulla terra; spesso parlava del
proprio amore all’Italia, tacendo delle persecuzioni e della prigionia
nella fortezza di Josephstadt che quell’amore immenso e sincero, il
più durevole certo e il più sincero, gli era costato. Egli scriveva di
frequente alla Maffei lettere garbatissime colla sua scrittura minuta,
regolare, lieve, da damigella; ora la pregava di fargli ottenere il
ritratto del Manzoni colla firma autografa del Grande, ed ora le
raccomandava un maestro di musica o un poeta.
“Mia nobile Amica. Non ho parole per esprimervi la mia gratitudine.
Il ritratto del nostro Grande, che volere o non volere è la più
alta _individualità_ della terra, e la più degna manifestazione
dello spirito di Dio, è già pendente a una parete della mia
stanza da letto, come le imagini d’un santo. È in compagnia di
Beniamino Franklin e di don Mazza, prete veronese, amicissimo
mio, modesto e grande operaio del bene, infaticabile paladino di
carità. Immaginatevi che tra le altre idee gli venne questa: egli
incaricava gente a comperarsi sugli iniqui mercati dell’Africa dei
negri e delle negre giovinette, e, qua trasportati, li educava
nella morale cristiana e nelle discipline della civiltà, perchè
diventati adulti potessero tornando nella lor patria spargerne i
semi con voce più ascoltata perchè fraterna. Insomma, era un uomo
davvero.„
Il maestro brasiliano Gomes fu presentato alla Maffei dall’Aleardi, che
glielo raccomandava e non invano:
“Vi ringrazio della bontà vostra verso il giovane Gomes. Egli
avrebbe bisogno d’essere raccomandato alla plejade dei potenti
che regnano alla Scala: ma il povero selvaggetto non ha coraggio
di pregarvene. Venite voi, misericordiosa, se potete, in soccorso
della sua timidezza.„
Nel 19 marzo 1870, al teatro alla Scala, si rappresentava con esito
felice il _Guarany_ di quel simpatico maestro, allora trentenne, dalla
folta irta chioma, dagli sguardi di fuoco, rassomigliantissimo nel
volto e nei gesti a un altro celebre americano, l’umorista Marc Twain.
Arrigo Boito fu presentato alla Maffei, nel ’63, dal fratello Camillo,
architetto, novellista e critico d’arte. E le furon presentati Franco
Faccio ed Emilio Praga. Questi tre giovani amici, Arrigo, Franco,
Emilio, i due primi veneti e il terzo milanese, muovevano baldi alla
conquista d’un’arte nuova e della gloria.
Arrigo Boito e Franco Faccio, volendosi recare a Parigi, domandarono
alla contessa Clara Maffei una commendatizia per Giuseppe Verdi che,
in quel tempo, si trovava in quella capitale; e la ottennero tosto.
Appunto dall’anno 1863, data la conoscenza d’Arrigo Boito col Verdi,
il quale lo accolse benevolo e lo elesse a suo poeta per le parole
dell’_Inno delle nazioni_ ch’egli doveva musicare per la mostra
mondiale di Londra.
Se gettiamo uno sguardo all’avvenire, come ci apparisce diversa la
sorte dei tre giovani amici, uniti, a quell’ora, in un solo affetto
fraterno, in un solo ideale!
Emilio Praga, figlio d’un agiato conciatore di pelli, per rovesci di
fortuna, si trova da un momento all’altro piombato nella povertà. Le
visioni di marine, di clivi, di fiori, di figurine gentili della fresca
sua _Tavolozza_, s’intorbidano nelle _Penombre_. Non si applaude alla
sua poesia; i fischi gli trapassano il cuore. Soltanto un amico dei
giovani, Eugenio Camerini, ed Emilio Treves nel _Museo di Famiglia_
vorrebbero incoraggiarlo; qualche solitario studente lo ammira
entusiasta. E quello spirito debole, non sa reggere alla lotta, cede;
e sull’esempio di Alfredo de Musset al quale rassomiglia nell’aspetto,
e di Carlo Baudelaire di cui rifà qualche tetra lirica, s’abbandona
alle ebbrezze mortifere; e spira a trentacinque anni di delirium
tremens, separato dalla moglie, lontano dall’unico figlio Marco, da lui
celebrato infante nell’affettuoso _Canzoniere del bimbo_. Lascia pochi
versi inediti, amarissimi, come le _Ore cattive_ dedicate alla madre e
che lo definiscono:
Mi creasti poeta,
E un infelice io sono!
Nel labirinto, in cui cerco una meta,
Sanguino.... e ti perdono!
Se tu avessi saputo
Ciò che il fato allestiva,
Morire in culla mi avresti veduto
Calma e forse giuliva!
Franco Faccio fu più fortunato. Ossequioso, insinuante, ottenne che
si rappresentassero nel primo teatro, alla Scala, le sue opere, delle
quali (ironia della sorte!) sorvive una sola marcia funebre, che venne
eseguita a’ suoi squallidi funerali. Caduto come autore, Franco Faccio
risorse come interprete; e dopo il povero Angelo Mariani, fu salutato
il primo direttore d’orchestra del nostro paese. Clara Maffei, ch’egli
chiamava nelle lettere “mia buona amica e madre„ gioiva delle feste
prodigate al suo amico e, quando egli venne nominato commendatore,
scriveva al dottor Francesco Rosari: “Quanto è stato onorato il nostro
_commendatore_ Faccio! È una parola più lunga di lui; ma non superiore
al suo merito. Se sapesse trovare una intelligente e brava moglie, la
sua vita sarebbe completa e soddisfatta.„
Invece la sua vita finì incompiuta, nell’ebetismo, come quella del
povero Donizetti! La continua fatica del provare, del dirigere
spartiti, in cui profondea tutta l’anima sua, spense a poco a poco
la luce della sua pronta intelligenza, della sua portentosa memoria.
Una bionda cantante inglese, innamorata di lui, si uccide miseramente
a Londra; ed egli, già inebetito, muore qualche anno dopo a Monza in
una cella accanto a quella del proprio padre pur egli demente, che
nulla sospettava della vicinanza del figliuolo. Rideva e danzava per
la sua cella, quel padre (un vecchio cuoco) nella lieta illusione
che il suo Franco fosse lontano, a Pietroburgo, a Berlino, in mezzo
a nuovi clamorosi trionfi; e, l’anno dopo, inconsapevole di tutto,
spirava anche lui nel mese stesso e nel giorno stesso del figlio! —
Orribile è il pensare che quel celebre maestro avvezzo a comandare,
temuto, a legioni di artisti, deve morire dopo aver subito i più
brutali maltrattamenti da parte d’un infame infermiere che, alla sera,
all’insaputa di tutti, gli lega colle corde i polsi e i piedi nel
letto, lo abbandona solo così e, cantarellando, va ad ubbriacarsi!...
Arrigo Boito fu il più fortunato di tutti e tre i giovani artisti. Nel
’68, ei dà coraggioso col suo _Mefistofele_ alla Scala una battaglia in
nome de’ proprii ideali. Che importa se l’opera cade sotto una bufera
di disapprovazioni?... Egli ne soffre, ma con dignità, con alterezza, e
non dispera. Ragionevolmente accorciata, la sua opera risorgerà tredici
anni dopo, e verrà salutata da quegli stessi che l’avevano atterrata.
Da allora, la fama di Arrigo si estenderà incontrastata: egli comporrà
pregevoli libretti per Giuseppe Verdi, e verrà acclamato sulle prime
scene del mondo insieme col Grande.
I nomi di Franco Faccio, di Arrigo Boito e di Emilio Praga brillarono
di nuovo fraternamente uniti quando, nel ’66, deliberarono di accorrere
insieme al campo garibaldino per rendere Venezia all’Italia.
Fu curiosa l’apostrofe che un ufficiale rivolse al Faccio vedendolo
così piccolo accanto al Boito così alto: “Così piccolo, ella vuol
combattere?... Vada almeno nella fila dei piccoli!„ Ma il Faccio:
“Prego di lasciarmi col mio caro amico: al suo fianco, farò meglio il
mio dovere.„ — Fu lasciato.
Emilio Praga e Francesco Faccio rimasero congiunti nella memoria degli
amici di casa Maffei e della contessa per l’omaggio ch’essi vollero
offrire colle rime e colla musica in occasione che la gentile amica
compiva i cinquant’anni.
La sera del 13 marzo 1864, in casa di Clara Maffei, si celebrò difatti
una festa eccezionale. Gli amici, tutti uniti, festeggiarono il mezzo
secolo della contessa, che non nascondeva certo i suoi cinquant’anni,
ma anzi, vispa e briosa, li proclamava con aria trionfale a tutti
quanti. Emilio Praga preparò due strofe graziose; Franco Faccio le
musicò con garbo, e un coro di signorine e di signore le eseguì fra
acclamazioni interminabili. Fu una serata deliziosa. Lumi fulgenti,
fiori, fiori dappertutto! Quanti fiori! La poesia, inedita, del Praga
era questa: