«Signora,
«Io vegeto. Questa sarebbe l'unica frase che io dovrei mettere in
carta, per darvi le più certe e le più chiare novelle de' fatti
miei, _Sed si tantus amor casus cognoscere nostros_, cioè se voi
avete tanto desiderio di conoscere particolarmente e diffusamente
come io vegeti, _incipiam_, comincierò.
«Mi alzo anch'io di buon mattino, e vado a contemplare i monumenti
di questa bella ed illustre città; poi in Brera a meditare su d'un
quadro di Raffaello, o all'Ambrosiana a scartabellare vecchi codici,
come un erudito, e senza intendervi nulla, del pari.
«Più tardi, all'ora in cui i milanesi si alzano da letto, vo a far
colazione al caffè Martini, dove si scambiano le prime parole della
giornata. Sto a sentire le chiacchere di certi buontemponi, intorno
all'ultimo amante della contessa tale, intorno alla festa della tal
altra, o i giudizi sul ballo della Canobbiana, o i commenti
sull'ultimo articolo del _Pungolo_. Quindi si piglia una carrozza e
si va a desinare fuori le porte; o si desina in città e si esce a
fare una cavalcata sui bastioni col dottor C. uno dei miei più cari
amici, il quale ha un umore come il mio; poi si va a teatro, e da
capo al Martini, o al Cova, o dove meglio torna al mio bizzarro
collega.
«Ma quello che io faccia davvero, non so. Per rompere un tratto la
monotonia del vivere, siamo andati fino a Bergamo, a salutare la
statua di Torquato Tasso nella più malinconica piazza antica che io
abbia veduta mai; di là fino a Brescia, e, Dio cel perdoni, fino a
Lonato. Se non ci fossero i tedeschi, saremmo andati fino a Venezia.
A Lonato, un bel paese che ha una chiesa più grande del naturale, ho
visitato le rovine di un castello dei Veneziani, dal sommo del quale
si vede il lago di Garda. Mi parve di scorgere il mare, e non ebbi
pace fino a tanto non giunsi a Desenzano, dove mi imbarcai per
Sirmione, a visitare gli avanzi della villa di Catullo. Ma non mi
chiedete ricordi; viaggio con desiderio fino alla meta; quando
giungo, mi passa la voglia, e non vedo l'ora di tornarmene via.
«Eccovi la mia vita; sono stanco, e sapete il perchè? Io credo di
averlo indovinato. Di tanto in tanto, sul mare della vita vi colgono
di cosiffatte calme moleste; non tira una bava di vento; la vela non
giova, e non s'ha braccia per andare a remi. Io sono in questo
misero stato, e se non fossi il vostro medico e non temessi colle
opere di far contro alle mie stesse parole, potrei dirvene di belle,
circa la utilità della vita.
«Voi intanto risanate, che siete chiamata a risplendere nel mondo
per bellezza e bontà. Io pure ho speranza di vincere questa
fiacchezza, e venir presto ad ammirare l'opera mia.... anzi a
baciarle le mani.
«GUIDO.»