L'amore è una triste cosa, e sto per dire una delle più gravi malattie
dei tempi odierni. Non già che fosse sconosciuto agli antichi, chè
sarebbe dir troppo; ma ogni lettore assennato vorrà ammettere che
quella passione, rozza forma dell'istinto, passò per molte e molte
filiere lungo il corso dei secoli, innanzi di affinarsi a quel modo
che oggi si nota, e di aguzzarsi tanto, da penetrar nelle carni a
guisa di pugnale.
Le svariate e progressive forme della educazione umana hanno
temperato, mutato ogni cosa, e l'amore anzi tutto. L'uomo primitivo,
colui che s'innoltrava nella boscaglia armato di una accetta di selce,
non sentì altro nel cuore che la voce confusa dello istinto brutale.
La donna non gli fu data da santità di connubio, ma dal furto, dalla
rapina, e il giorno delle nozze non fu celebrato da geniali conviti,
nè da canto di bardi. Chiusa nella spelonca, ella amò il suo rapitore,
perchè era forte, perchè combatteva le fiere e portava a lei le
spoglie sanguinose; perchè le ornava il collo coi denti del mostro
ucciso, o con le pagliuzze del rilucente metallo, raccolte nel letto
dei fiumi. Essa lo temeva e lo desiderava ad un tempo; non lo
rispettava, non lo amava ancora. Ed egli, poi, non riconosceva che il
diritto della forza; quando si sentiva offeso, combatteva; quando la
donna gli andava a versi, combatteva ancora. La vita era la guerra; la
soddisfazione dell'istinto era il trionfo.
Più tardi, fu gran segno di civiltà la donna chiusa in uno
scompartimento della tenda. La famiglia creò le consuetudini; le
consuetudini assunsero forma ed autorità di legge. Allora la donna non
si rubò più; si ebbe dai parenti, in pegno d'alleanza, o in mercede di
prestati servigi, sempre come una cosa, e senza dolersi molto, o
rompere il patto, se ella aveva gli occhi cisposi. Si pigliava la
donna come moglie, o come serva, ma non la si amava ancora; ella per
contro incominciava ad amare colui che la rendeva feconda. Per lei,
talfiata, se bella, si facevano guerre; il nemico calava sulla tribù
come un avvoltoio sulla preda; uccideva il padrone, e ne ereditava la
donna, timida creatura, senza volontà per resistere, senza odio per
respingere l'amplesso di mani insanguinate.
Il greco ed il romano, tutti intesi alla vita pubblica, non hanno
tempo per gli affetti soavi. La donna che amano e cantano, non è mai
la moglie, ma una facile bellezza, straniera alla famiglia, Lalage,
Lesbia, Cinzia, e tutte l'altre regine dell'ode e della elegia, sono
donne intorno alle quali si perde la umana dignità, donne che fanno
piangere in distici Catullo, Tibullo e Properzio, ma non uccidono
nessuno. L'amore è un arciero bendato, che scaglia le sue frecciate
perfino a Giove, suo avolo; ma nessuno muore per le conseguenze della
ferita. Paragonate cotesto con Werther e Jacopo Ortis.
Antichi esempi di forti amori ve n'ha, ma feroci, teatrali, cantabili,
come la forma tragica od epica per cui gli hanno fatti passare i
signori poeti. L'amore da pari a pari, che si filtra in tutte le
costumanze, in tutte le bisogne della vita, è scaturito dal medio evo,
da questo gran crogiuolo di cose nuove, da questo ricostruttore del
mondo. La donna nelle più umili sfere sociali è già la compagna
dell'uomo; nelle più alte è, più che compagna, regina; tende a
superarlo, e ne verrà a capo, imperocchè essa ha più virtù, più
affetto, più sottile intelligenza di lui. Egli è ancora per molti
rispetti lo schiavo della materia; essa è già la forma eterna, il
_weibliches Wesen_ del dottor Fausto, la _diva_ degli antichi. Anchise
che fu innalzato al talamo di Venere, Peleo che ottenne in maritaggio
da Giove la più bella delle sue oceanine nipoti, non sono più a' tempi
nostri invenzioni mitologiche. Il mondo appare a prima giunta più
materiale, ed è in quella vece dieci cotanti più poetico di prima. Si
soffre per l'amore, perchè l'amore si è immedesimato nella vita. È
egli vero che noi diventiamo più deboli, più infermicci, diventando
più civili? Le armature degli avi ci opprimono col loro peso, nè più
verremmo a capo di tendere l'arco di Ulisse. Per contro, un dardo che
a' tempi andati vellicava la cute, oggi ci entra nelle carni e ne
uccide. L'amore è una malattia. Chi lo avrebbe mai detto ad Ippocrate?
Guido Laurenti era infermo da senno. Come fu uscito dalla casa
Argellani e si ridusse nella sua camera, pianse a guisa d'un bambino,
ma le lagrime non valsero a sollevarlo. Il suo caso era grave. Se la
signora Luisa fosse stata una donna leggiera, la quale avesse
stuzzicato l'amor suo per farsene giuoco di poi, egli avrebbe potuto
odiarla tre mesi e disprezzarla per tutto il rimanente della sua vita.
Questi odii e questi dispregi, anco sragionati (poichè non sempre si
ha ragione intiera contro la donna che ci offende) aiutano a vivere, e
danno, se mi è consentita la frase, il tono, il chiaroscuro alla vita.
Ma come odiare la donna gentile, che era innocente d'ogni artifizio,
d'ogni lusinga più lieve con lui? E come sperare di farsi amare da
lei, da quella donna diventata necessaria alla sua esistenza, se nel
cuore di quella donna era scolpita l'immagine di un altro? Pari alla
vezzosa Minoide, abbandonata dormente sul lido di Nasso, egli non
vedeva scampo, nè uscita, nè speranza, nè tregua.
Uscì finalmente di casa, dopo avere stancata la mente in ogni più
disperato proposito. Aveva giurato di non andar più da quella donna;
ma come fare? Non era egli il suo medico? E doveva lasciarla morire,
perchè essa non lo amava e non lo avrebbe amato giammai? Era dicevole,
onesto, generoso, il fuggire da lei?
Questa interna battaglia durò molti giorni. Il povero giovine voleva e
disvoleva; malediceva e pregava; rimpiangeva le gioie della materia e
la vita sollazzevole che avrebbe potuto fare, ad annegarvi dentro
quella delicatezza di sentire che è sempre ragione di tanti patimenti;
cercava gli amici e li sfuggiva; andava a consolare l'inferma, poi
correva a teatro, dove qualche volta vedeva il Percy, e si struggeva a
guardarlo. Se avesse potuto sfogarsi contro di lui! Ma la vendetta gli
avrebbe forse divelto l'amore dal seno?
Intanto la donna gentile era sospesa tra la vita e la morte. La
scienza di Guido la teneva in vita, senza salvarla, senza allontanarla
d'un passo dall'orlo pauroso del nulla.
Fu questo dolente spettacolo quotidiano che rafforzò nell'anima
tribolata di Laurenti il più generoso consiglio: rimanere al suo
posto, contenderla con ogni sua possa alla morte, o morire con lei.
Questa specie di patto, di compromesso tra il suo dolore e il dovere,
valse a calmarlo, e, mostrandogli la morte come una uscita aperta nel
fondo, a farlo rimanere, tranquillo in apparenza e sereno, presso la
povera donna.
La malattia della signora Argellani, fatta più grave dalla ricaduta,
non era di quelle che inchiodano la loro vittima sul letto. V'erano
giorni ch'ella stava alzata e scendeva anche in giardino; ma lo
sfinimento era manifesto, e riusciva più doloroso a vedersi, in quanto
che si scorgeva la bellissima donna attendere tranquillamente a tutte
le consuetudini della vita.
Un giorno, con dolce violenza, egli l'aveva condotta a diporto in capo
alla prateria, vicino alla conserva delle piante esotiche. Là seduta,
ella stava guardando in aria, senza fare parola.
--A che pensate, signora?--le chiese Guido, mettendo per la prima
volta nel suo discorso la forma amichevole del voi.
--Penso al sole che muore;--rispose Luisa.--Vedete che dolce morire,
senza improvvisi contrasti di luce e di tenebre! I raggi si vanno
allontanando man mano dalla terra; poi le nuvole, anch'esse, di rosee
si fanno pallide; giunge il crepuscolo.... e tra poco la notte,
inavvertita quasi, apportatrice di calma.
Laurenti si nascose il viso tra le mani, per celare le lagrime che gli
rompevano improvvise dagli occhi; ma il singhiozzo, che non potè
nascondere del pari, fece volgere dal suo lato la signora.
--Perchè piangete, amico mio?
--Oh, voi mi fate un gran male con simiglianti discorsi!--proruppe
egli a dire.--Ho la disgrazia di esser giovine, e di non saper
conservare la serenità dell'animo, dinanzi alle malattie come la
vostra, nelle quali la prima cagione è la volontà, e che assumono, già
ve l'ho detto una volta, il carattere del suicidio. Morire! morire,
perchè un uomo non vi ama!....
--No, signor Laurenti; mi conoscete assai poco. Io morirò perchè la
vita non mi par bella, nè desiderabile punto. Anche gli uomini possono
aver contribuito a farmela parer tale, ma non è per essi che io muoio.
--Sofisma!--esclamò il giovine,--Voi, intanto, infastidita del
presente, rimpiangete il passato.
--Se ciò fosse vero, ve lo direi schiettamente;--rispose la donna
gentile.--Credetemi, amico; e che io possa perdere la stima di un uomo
generoso come voi siete, se io non penso ora, e fermamente, che, posta
innanzi a me la scelta tra la più misera esistenza e il ritorno delle
prime illusioni, non istarei in forse un solo momento ad eleggere
quella. Ma, noi, povere donne, siamo pur troppo come quell'edera
lassù, che dal vostro muraglione è andata ad allacciarsi al tronco
dell'olmo. Non l'avete mai osservata, voi?
Guido sospirò, e non rispose.
--Or bene, io l'ho guardata spesso, e sempre con tenerezza ineffabile.
Essa è il nostro simbolo, sebbene l'abbiamo così mal battezzata nel
dizionario dei fiori; essa è il simbolo del cuore, di cui le sue
foglie hanno quasi la forma, di cui le sue costumanze riproducono la
vita. «_Où je m'attache, je meurs_» bella impresa che fa trovata, io
credo, da una povera figlia d'Eva, la quale guardò una pianta di edera
prima di me, e vi riconobbe l'immagine sua!
--L'uomo, dunque...... sempre l'uomo!--esclamò, con accento di
amarezza Laurenti.
--Sì, l'uomo, se così volete,--soggiunse la signora Argellani,--ma non
già un certo uomo. Strappate quell'edera dall'albero, al quale s'è
abbarbicata, ed ella muore. Ma muore ella forse perchè non può più
avvinghiarsi a quell'albero, e pendere in graziosi festoni dai rami?
No, signor Laurenti; essa muore perchè è stata divelta, schiantata ed
infranta. Noi siamo come l'edera; divelte dal nostro luogo di elezione
moriamo; ma non istate a credere che rimpiangiamo l'affetto degli
uomini dappoco, e che moriamo perchè esso ci manca; dite piuttosto che
siamo le vittime dei nostri errori, e paghiamo largamente colla vita
un fallato giudizio. Io dunque non rimpiango nulla, se non forse di
aver fatto perdere il tempo al mio ottimo medico.
Guido la ringraziò con un cenno del capo, ma non rispose motto. Egli
pensava a mille cose in un tempo, e, tra i concetti che gli giravano
confusi nella fantasia, gli pareva che dovesse esserci il buono. Però
stava cercando, e non rispondeva nulla a quel disperato ragionamento.
Ma come gli parve di aver trovato, si alzò in piedi e le disse:
--Mi avete promesso di venire domani a fare una gita in carrozza.
--Sì, e non disdico la mia parola. Sarà la mia ultima uscita. A che
ora verrete?
--Alle undici, se non vi dispiace.
--No, certo; e dove andremo?
--Perchè questa curiosità? Quando io vi ordino qualche pozione,
domandate voi come si chiama?
--Avete ragione, e poichè non c'è nulla che m'abbia a risanare, mi
farò presso di voi un merito di non chiedervi nulla.
Laurenti stette muto per la terza volta; ma per la prima volta,
accompagnandola in casa, le offerse il suo braccio. Ella del resto era
molto stanca, e ne aveva bisogno per reggersi in piedi.