Chi ha conosciuto Guido Laurenti? E chi si ricorderebbe di lui, anco
se io dicessi il suo vero nome? Nessuno, io credo; imperocchè egli era
un giovine modesto, il quale non faceva parlare di sè, e il suo modo
di vivere non attirava l'attenzione di alcuno; perchè se ne stava
quasi solo ed aveva pochissimi amici, cheti e modesti come lui;
perchè, finalmente, nel fatto delle relazioni sociali, quattro o
cinque anni di assenza sono l'eternità, o poco meno.
Egli è sparito da Genova, e nessuno ha chiesto, un mese dopo la sua
partenza, che cosa fosse avvenuto di quel giovine biondo, dallo
sguardo e dal portamento severo, che si vedeva qualche volta per via;
perchè lo si chiederebbe adesso? I due o tre che lo conoscevano un po'
da vicino, sono dispersi anch'essi sulla faccia della terra; poi gli
eventi molteplici e tempestosi di questi ultimi anni sono passati su
di noi tutti, ed hanno cancellato perfino la sua pallida figura
dall'albo delle ricordanze, fuggevoli come la impronta fotografica che
non è stata anche fermata sul vetro dal.... aiutatemi a dire..... dal
cloruro d'oro. Unico suo amico rimasto sulla breccia, e non immemore
mai, so che c'era, perchè l'ho amato di molto; so che è andato via,
perchè l'ho accompagnato alla calata del porto, dond'è partito per
alla volta d'Alessandria d'Egitto, perchè ricevo spesso sue lettere,
ed una or non è molto da Bombay, nella quale mi dice che certamente
non tornerà più in Europa.
Ell'è una storia semplice, la sua; è la storia di un gentil cuore, ed
io amo raccontarvela, perchè onora la specie umana, la quale, pigliata
in complesso, si disonora tanto al cospetto di Dio, con tutte le sue
ire ingenerose e i suoi ignobili amori.
Guido Laurenti era l'ultimo rampollo di una ricca famiglia della
Liguria occidentale, il che è quanto dirvi che era ricco egli stesso;
ma, più assai che di danaro, era ricco d'ingegno e di nobiltà di
carattere. Non pativa difetto di nulla per essere noverato e celebrato
tra i primi; ma non gli andava a' versi, e se ne stava da sè, vivendo
alla cheta, con pochi amici e molti libri, che sono i migliori amici
del mondo.
Quando io lo conobbi, egli dimorava in una di quelle gaie viottole,
così frequenti a Genova, dove la montagna, disposta ad anfiteatro,
manda verso il piano tante collinette digradanti. Le piccole valli
sono diventate, o diventano, larghe e magnifiche strade: su per le
colline laterali s'inerpicano le viottole, tra muri di giardini e di
ville, e fianchi di palazzine gelose. Ora io non dirò in quale di
tante viottole dimorasse Laurenti; indovinate, tra quelle di S.
Gerolamo, dei Cappuccini, di S. Bartolomeo degli Armeni, e
qualchedun'altra lì presso.
La casa era piccina; due piani, con sei camere per ciascheduno;
dipinta da fuori di colore aranciato, che era una vaghezza a vederla;
uno dei lati coperto, fino al cornicione del pian di sopra, da una
spalliera di gaggia e di gelsomini; al pian terreno la sala, il
salotto, il tinello, la cucina, la cameretta del servitore e quella di
una vecchia fante, o cameriera che fosse; al pian di sopra la camera
da letto, lo spogliatoio, la biblioteca, e tre camere per gli ospiti
di Laurenti, che erano coleòpteri, lepidòpteri, uccelli, pesci,
rettili impagliati, conchiglie, denti ed altri avanzi di animali e
piante fossili.
Imperocchè, già lo sapete, studio prediletto e passatempo di Guido
Laurenti era la storia naturale. Egli aveva incominciato colla
botanica e colla entomologia, scienze vicine di casa, come è vicino
l'insetto al fiore, ma era presto salito per tutti gli altri rami
delle scienze naturali. Non si è appassionati cultori della flora,
senza darsi anche allo studio della fauna, nè dell'una e dell'altra,
viventi, senza correre alle estinte, le cui forme sono eternate nel
grembo della terra. Gli è uno studio che affascina, e accade allo
studioso come a quel tale cacciatore della leggenda, che fu condotto
dai voli di un merlo fantastico da un capo all'altro d'Europa. Dalla
osservazione della natura in tutti i suoi grandi periodi, nasce il
desiderio di approfondire le origini. L'antichità della terra, scritta
in vaste pagine stratiformi, conduce difilati al problema della
costituzione della materia, a quella sostanza vaporosa che turbinò un
giorno nello spazio, agitando e rassodando in sè medesima tutti i
germi delle cose. Per tal guisa, di naturalisti si diventa astronomi;
si corre di analogia in analogia, di ipotesi in ipotesi, a bisdosso
delle comete; si naviga da Marte ai pianeti telescopici, da Giove a
Saturno, a Urano, a Nettuno, e si è balestrati fuori del sistema
solare a investigare i segreti della Via lattea. La scienza è una
grande catena; la cellula che forma il tessuto organico del
microscopico infusorio e le sterminate migliaia di mondi che si
riflettono in un cantuccio di lente del vostro telescopio, sotto la
pallida forma di una nebulosa, sono i due capi della catena, che
ambedue si saldano nell'infinito, nello infinito dove l'anima,
sbigottita dapprima, vacilla e dubita di sè stessa, poi confidente si
addorme.
Guido Laurenti era tutto a questi studi geniali, alternando le
materie, e la teorica colla pratica. Mattiniero come le lodole, dava
le prime ore alla botanica del suo giardino, volonterosamente
inchinandosi a tutti gli uffici del perfetto giardiniere. Sarchiava,
innaffiava le sue aiuole, potava i rami, curava le margotte, maritava
le viole e i garofani, creava nuove famiglie di tulipani, fantasticava
le camelie azzurre. Poi ordinava in battaglia sempre nuove legioni di
scarabei, di farfalle e d'altre minute bestiuole, a complemento delle
sue collezioni; perdeva le ore intorno alle antenne di un grillo, alle
alucce di una libellula, con una sollecitudine, con una pazienza da
scienziato tedesco.
E adesso i lettori benevoli non me l'abbiano in conto di un arido
professore, di un pedante noioso. Già, le scienze naturali sono lo
studio di chi ha cuore, e giovano a serbargliene la nativa freschezza.
Nell'involucro dell'entomologo e del botanico, come dell'astronomo,
c'è sempre il poeta, giusta il più profondo significato della parola.
So bene che cotesto sembrerà un paradosso a molti, pei quali il
sentimento, fior di poesia, sta tutto e si mostra nel passeggiare a
caso, colla testa in aria e gli occhi svagati, nel contorcersi a
teatro per un gorgheggio di soprano, nel far la cera languida ad una
donna e susurrarle settenarii, e sopratutto poi nello aver ribrezzo
d'ogni cosa materiale. Un uomo il quale applichi l'algebra a quelle
stelle lucenti che piovono una luce sì tepida sui nostri amori, o dia
un nome semibarbaro e latino, per amore di classificazione, a que' bei
fiori che noi offriamo, insieme coi rilievi del nostro cuore, alle
dive della ribalta, non può essere che un pedante, un arnese da museo,
un tomo _in folio_ che manda odore di rinchiuso, cinquanta passi
discosto.
A costoro basterebbe rispondere che il più gran poeta del secolo,
Goethe, è stato uno scienziato di vaglia, e lo studiare di chimica non
parve disdicevole al creatore di Margherita e di Werther. Uno
scrittore francese, e dei più originali, fa ancora, io credo, il
giardiniere a Nizza, ed è tanto superbo di aver dato il nome ad una
nuova varietà di camelie, come di averlo stampato, a molte migliaia di
copie, nelle storie di _Sous les tilleuls_ e di _Fort en thème_. Non
gli è dunque vero che lo studio della natura inaridisca la mente. Egli
è per l'appunto nello indagare la vita dei minimi che si aguzza lo
ingegno alle più sottili analogie, e si fa la mano a tutte le varietà
degli umani sentimenti. Gli amori misteriosi delle piante, le simpatie
che governano il mutamento dei colori nei petali della viola del
pensiero, o della camelia, iniziano meglio d'ogni altra cosa al
segreto lavorìo delle passioni. La scienza non apparta dalla umanità,
e da nessuna delle sue ineffabili consolazioni. Chi sa come sia
formato il microscopico _rotifero_, che vive in una goccia d'acqua,
che si dissecca e muore con lei, pronto a rinascere alla prima stilla
che inumidisca la inerte materia, può spesso divinare gli arcani
patimenti del cuore, e la potenza dei rimedii infinitamente piccoli
sulle piaghe più grandi.
La casa di Laurenti, il giardino e il terrazzo (loggiato al pian
terreno e terrazzo di sopra) erano dunque un tempio della scienza.
Egli era sempre lassù; salvo qualche visita al Museo dell'Università,
dove andava a studiare con Lessona, e le gite autunnali dei monti,
egli usciva di rado dal suo nido. Faceva pochissime visite, e non avea
altra distrazione che il teatro Carlo Felice, perchè amantissimo della
musica.
E il cuore?--chiederanno le lettrici.--Giovane, come voi dite, non
amava egli? Tutto quel piccolo mondo di intelligenza e di gentilezza
non era avvivato, riscaldato dalla presenza di una donna?