II.

Chi ha conosciuto Guido Laurenti? E chi si ricorderebbe di lui, anco

se io dicessi il suo vero nome? Nessuno, io credo; imperocchè egli era

un giovine modesto, il quale non faceva parlare di sè, e il suo modo

di vivere non attirava l'attenzione di alcuno; perchè se ne stava

quasi solo ed aveva pochissimi amici, cheti e modesti come lui;

perchè, finalmente, nel fatto delle relazioni sociali, quattro o

cinque anni di assenza sono l'eternità, o poco meno.

Egli è sparito da Genova, e nessuno ha chiesto, un mese dopo la sua

partenza, che cosa fosse avvenuto di quel giovine biondo, dallo

sguardo e dal portamento severo, che si vedeva qualche volta per via;

perchè lo si chiederebbe adesso? I due o tre che lo conoscevano un po'

da vicino, sono dispersi anch'essi sulla faccia della terra; poi gli

eventi molteplici e tempestosi di questi ultimi anni sono passati su

di noi tutti, ed hanno cancellato perfino la sua pallida figura

dall'albo delle ricordanze, fuggevoli come la impronta fotografica che

non è stata anche fermata sul vetro dal.... aiutatemi a dire..... dal

cloruro d'oro. Unico suo amico rimasto sulla breccia, e non immemore

mai, so che c'era, perchè l'ho amato di molto; so che è andato via,

perchè l'ho accompagnato alla calata del porto, dond'è partito per

alla volta d'Alessandria d'Egitto, perchè ricevo spesso sue lettere,

ed una or non è molto da Bombay, nella quale mi dice che certamente

non tornerà più in Europa.

Ell'è una storia semplice, la sua; è la storia di un gentil cuore, ed

io amo raccontarvela, perchè onora la specie umana, la quale, pigliata

in complesso, si disonora tanto al cospetto di Dio, con tutte le sue

ire ingenerose e i suoi ignobili amori.

Guido Laurenti era l'ultimo rampollo di una ricca famiglia della

Liguria occidentale, il che è quanto dirvi che era ricco egli stesso;

ma, più assai che di danaro, era ricco d'ingegno e di nobiltà di

carattere. Non pativa difetto di nulla per essere noverato e celebrato

tra i primi; ma non gli andava a' versi, e se ne stava da sè, vivendo

alla cheta, con pochi amici e molti libri, che sono i migliori amici

del mondo.

Quando io lo conobbi, egli dimorava in una di quelle gaie viottole,

così frequenti a Genova, dove la montagna, disposta ad anfiteatro,

manda verso il piano tante collinette digradanti. Le piccole valli

sono diventate, o diventano, larghe e magnifiche strade: su per le

colline laterali s'inerpicano le viottole, tra muri di giardini e di

ville, e fianchi di palazzine gelose. Ora io non dirò in quale di

tante viottole dimorasse Laurenti; indovinate, tra quelle di S.

Gerolamo, dei Cappuccini, di S. Bartolomeo degli Armeni, e

qualchedun'altra lì presso.

La casa era piccina; due piani, con sei camere per ciascheduno;

dipinta da fuori di colore aranciato, che era una vaghezza a vederla;

uno dei lati coperto, fino al cornicione del pian di sopra, da una

spalliera di gaggia e di gelsomini; al pian terreno la sala, il

salotto, il tinello, la cucina, la cameretta del servitore e quella di

una vecchia fante, o cameriera che fosse; al pian di sopra la camera

da letto, lo spogliatoio, la biblioteca, e tre camere per gli ospiti

di Laurenti, che erano coleòpteri, lepidòpteri, uccelli, pesci,

rettili impagliati, conchiglie, denti ed altri avanzi di animali e

piante fossili.

Imperocchè, già lo sapete, studio prediletto e passatempo di Guido

Laurenti era la storia naturale. Egli aveva incominciato colla

botanica e colla entomologia, scienze vicine di casa, come è vicino

l'insetto al fiore, ma era presto salito per tutti gli altri rami

delle scienze naturali. Non si è appassionati cultori della flora,

senza darsi anche allo studio della fauna, nè dell'una e dell'altra,

viventi, senza correre alle estinte, le cui forme sono eternate nel

grembo della terra. Gli è uno studio che affascina, e accade allo

studioso come a quel tale cacciatore della leggenda, che fu condotto

dai voli di un merlo fantastico da un capo all'altro d'Europa. Dalla

osservazione della natura in tutti i suoi grandi periodi, nasce il

desiderio di approfondire le origini. L'antichità della terra, scritta

in vaste pagine stratiformi, conduce difilati al problema della

costituzione della materia, a quella sostanza vaporosa che turbinò un

giorno nello spazio, agitando e rassodando in sè medesima tutti i

germi delle cose. Per tal guisa, di naturalisti si diventa astronomi;

si corre di analogia in analogia, di ipotesi in ipotesi, a bisdosso

delle comete; si naviga da Marte ai pianeti telescopici, da Giove a

Saturno, a Urano, a Nettuno, e si è balestrati fuori del sistema

solare a investigare i segreti della Via lattea. La scienza è una

grande catena; la cellula che forma il tessuto organico del

microscopico infusorio e le sterminate migliaia di mondi che si

riflettono in un cantuccio di lente del vostro telescopio, sotto la

pallida forma di una nebulosa, sono i due capi della catena, che

ambedue si saldano nell'infinito, nello infinito dove l'anima,

sbigottita dapprima, vacilla e dubita di sè stessa, poi confidente si

addorme.

Guido Laurenti era tutto a questi studi geniali, alternando le

materie, e la teorica colla pratica. Mattiniero come le lodole, dava

le prime ore alla botanica del suo giardino, volonterosamente

inchinandosi a tutti gli uffici del perfetto giardiniere. Sarchiava,

innaffiava le sue aiuole, potava i rami, curava le margotte, maritava

le viole e i garofani, creava nuove famiglie di tulipani, fantasticava

le camelie azzurre. Poi ordinava in battaglia sempre nuove legioni di

scarabei, di farfalle e d'altre minute bestiuole, a complemento delle

sue collezioni; perdeva le ore intorno alle antenne di un grillo, alle

alucce di una libellula, con una sollecitudine, con una pazienza da

scienziato tedesco.

E adesso i lettori benevoli non me l'abbiano in conto di un arido

professore, di un pedante noioso. Già, le scienze naturali sono lo

studio di chi ha cuore, e giovano a serbargliene la nativa freschezza.

Nell'involucro dell'entomologo e del botanico, come dell'astronomo,

c'è sempre il poeta, giusta il più profondo significato della parola.

So bene che cotesto sembrerà un paradosso a molti, pei quali il

sentimento, fior di poesia, sta tutto e si mostra nel passeggiare a

caso, colla testa in aria e gli occhi svagati, nel contorcersi a

teatro per un gorgheggio di soprano, nel far la cera languida ad una

donna e susurrarle settenarii, e sopratutto poi nello aver ribrezzo

d'ogni cosa materiale. Un uomo il quale applichi l'algebra a quelle

stelle lucenti che piovono una luce sì tepida sui nostri amori, o dia

un nome semibarbaro e latino, per amore di classificazione, a que' bei

fiori che noi offriamo, insieme coi rilievi del nostro cuore, alle

dive della ribalta, non può essere che un pedante, un arnese da museo,

un tomo _in folio_ che manda odore di rinchiuso, cinquanta passi

discosto.

A costoro basterebbe rispondere che il più gran poeta del secolo,

Goethe, è stato uno scienziato di vaglia, e lo studiare di chimica non

parve disdicevole al creatore di Margherita e di Werther. Uno

scrittore francese, e dei più originali, fa ancora, io credo, il

giardiniere a Nizza, ed è tanto superbo di aver dato il nome ad una

nuova varietà di camelie, come di averlo stampato, a molte migliaia di

copie, nelle storie di _Sous les tilleuls_ e di _Fort en thème_. Non

gli è dunque vero che lo studio della natura inaridisca la mente. Egli

è per l'appunto nello indagare la vita dei minimi che si aguzza lo

ingegno alle più sottili analogie, e si fa la mano a tutte le varietà

degli umani sentimenti. Gli amori misteriosi delle piante, le simpatie

che governano il mutamento dei colori nei petali della viola del

pensiero, o della camelia, iniziano meglio d'ogni altra cosa al

segreto lavorìo delle passioni. La scienza non apparta dalla umanità,

e da nessuna delle sue ineffabili consolazioni. Chi sa come sia

formato il microscopico _rotifero_, che vive in una goccia d'acqua,

che si dissecca e muore con lei, pronto a rinascere alla prima stilla

che inumidisca la inerte materia, può spesso divinare gli arcani

patimenti del cuore, e la potenza dei rimedii infinitamente piccoli

sulle piaghe più grandi.

La casa di Laurenti, il giardino e il terrazzo (loggiato al pian

terreno e terrazzo di sopra) erano dunque un tempio della scienza.

Egli era sempre lassù; salvo qualche visita al Museo dell'Università,

dove andava a studiare con Lessona, e le gite autunnali dei monti,

egli usciva di rado dal suo nido. Faceva pochissime visite, e non avea

altra distrazione che il teatro Carlo Felice, perchè amantissimo della

musica.

E il cuore?--chiederanno le lettrici.--Giovane, come voi dite, non

amava egli? Tutto quel piccolo mondo di intelligenza e di gentilezza

non era avvivato, riscaldato dalla presenza di una donna?

L'olmo e l'edera · 第 15 / 45 题