— Ho dei dati per credere ch’ella sia morta.... da un pezzo!...
Vico Arganti non conchiudeva mai altrimenti, con un accento di dolorosa
convinzione che arrestava ogni domanda sulle labbra degli ascoltatori.
Ed egli non sapeva, non imaginava neppure, dicendo ciò — grazie alla
dimenticanza di una cameriera — che la dolce benefattrice fosse stata
a Roma, dopo il matrimonio di lui, e che fosse venuta a cercarlo in
quel suo villino ai Monti Parioli.... Ella s’era partita dal cuore
della Russia per rivederlo, dopo più di quattro anni dal suo richiamo
presso il marito, quattro anni di insopportabile prigionia nelle terre
dove il conte s’era confinato, languendo accanto a quel moribondo
che avea durato un’eternità a finirla con le sue sofferenze. Tanto
tempo trascorso non era bastato a guarirla dalla sua febbre; lungi
dal consumarsi anzi, non solo la passione di lei aveva trionfato del
tempo e della separazione, ma avea trovato ancora modo di afforzarsi
maggiormente, grazie alle particolari condizioni di solitudine e di
penetrante assorbimento interiore nelle quali s’era prolungata, grazie
sopratutto alla natura particolare della sua anima, mistica anima
slava.
Durante quel lungo e desolato periodo, ella era sempre vissuta in
ispirito col suo lontano amore, ed era una siffatta comunione ideale
appunto che l’aveva aiutata a sopportare il sacrificio eroico a cui
s’era votata dedicandosi assolutamente all’infermo. Se avea interrotto
completamente ogni corrispondenza con Arganti, era perchè non aveva
voluto tradirsi giusto all’ultimo, quando tutto le era parso finito,
allorchè aveva creduto di potersi raffermare nel suo proposito di
silenzio a qualunque costo, senza trovarsi a troppe dure prove. Si era
contentata di seguire da lontano i passi di lui, di partecipare in tal
modo ai suoi progressi, alle sue vittorie, dapprima dietro le indirette
ma regolari informazioni del pittore polacco il quale l’avea preso al
proprio studio, e in seguito su pei giornali, per le riviste d’arte
che ella si procurava e che si occupavano dei quadri di lui, delle
sue esposizioni annuali alla Promotrice, dei suoi invii all’estero,
oppure attraverso la piccola cronaca dei giurì d’arte, delle feste al
Circolo di via Margutta a cui egli prendeva parte.... Tutto ciò però
non era riuscito ad ingannare il desiderio furioso di tornare a lui
che non s’era acquetato un minuto, l’imperioso bisogno di rivederlo
che l’avea posseduta costantemente ed era divenuto più tormentoso
giorno per giorno. Nel terribile contrasto fra il suo amore che le
gridava di abbandonare il marito, di andarsene a raggiungere l’altro,
e il sentimento del dovere e della pietà che le imponevano di restare,
quest’ultimo aveva trionfato; ma come ella era uscita esausta da una
simile lotta, quale disastrosa vittoria per la propria salute era stata
la sua!...
La liberazione era giunta, alla fine!... Ella non l’aveva invocata, non
l’aveva affrettata col pensiero, ma poichè era venuta non aveva potuto
non respirare di sollievo, non esultarne nel fondo dell’anima sua. I
medici, davanti al progetto di un così lungo viaggio, nello stato di
salute in cui ella si trovava, s’erano fatti gravi, avevano lasciato
travedere il pericolo di conseguenze fatali. Ma Barbara Federowna aveva
sorriso ed era partita senz’altro!... Forse che i medici ci capivano
per nulla nelle cose del cuore? Quel viaggio da cui essi cercavano di
dissuaderla, era per lei, al contrario, la salute, era la vita, era il
balsamo d’ogni male! Ella non sapeva bene ciò che sarebbe avvenuto, non
aveva in mente alcun proposito determinato, ma le balenava vagamente
allo spirito una radiosa visione di felicità, adesso ch’era libera e
padrona di sè, adesso che egli non era più il povero ragazzo sognatore
e spostato d’una volta, ma era divenuto un uomo in tutta la dignità
della parola.... Ed era giunta a Roma, e s’era fatta condurre a casa di
lui senza neppure avvertirlo prima, dominata da una febbre d’emozione
tale, che ella aveva persino temuto di sentirsi abbandonare dalle sue
forze all’ultimo momento....
Arganti si trovava giusto allora fuori di Roma, in un castello sul lago
di Nemi dove l’aveano invitato a passare qualche tempo insieme alla sua
famiglia. Però, la cameriera rimasta a custodia del villino, vedendo
quella forestiera dall’aria tanto distinta, così pallida e sofferente,
che per poco non era venuta meno udendo la sua risposta, l’aveva
invitata ad ogni modo ad entrare, e poichè osservava l’interessamento
strano da cui sembrava presa, gli sguardi ansiosi che andava gettando
attorno, s’era messa a condurla in giro per le stanze, mostrandole
ogni cosa colla compiacenza con cui la padrona o il signore usavan
fare gli onori della loro ammirabile casa a coloro i quali, amici o
stranieri, venivano a visitare lo studio. Così, Barbara Federowna aveva
ascoltato anche lei la musica sommessa dello zampillo cadente nella
conca d’alabastro del piccolo _patio_ moresco, era passata davanti ai
magnifici arazzi dello studio, attraverso l’adorabile Louis XV del
salotto, s’era trovata infine in mezzo alla camera nuziale col gran
letto di quercia scolpita che si stendeva sotto l’ombra discreta del
baldacchino di vecchio broccato celeste....
Ma ella era entrata colà disposta a ricevere l’orribile colpo;
già, prima di metter piede nell’intima stanza che doveva rivelarle
brutalmente l’atroce realtà, ella aveva intravisto la donna, ne aveva
sentito la presenza in quella casa troppo ampia, troppo ordinata per
essere l’abitazione di uno scapolo, e dove apparivano ad ogni passo le
traccie d’una mano femminile. Ed ora restava annientata, sussultante,
colla testa in tumulto e gli occhi che non sapevano staccarsi dal letto
largo e profondo, di cui i morbidi cuscini, la candida rimboccatura
del lenzuolo sopra la coltre imbottita di piume, raccontavano tutto
un lascivo poema di carezze, gli amorosi anelli della catena dalla
quale era avvinto per sempre l’uomo ch’ella furiosamente adorava, per
cui aveva vissuto e spasimato tanti anni!... Poi, improvvisamente,
l’energia nervosa che la teneva ancora ritta, le venne meno, e parve a
lei che ogni cosa si fosse messa a turbinarle intorno e il terreno le
sfuggisse sotto i piedi....
Quando riaprì gli occhi, si vide distesa sopra un divano, ben coperta
dalla coltre che la cameriera, spaventata, non sapendo che fare, aveva
strappato in furia dal letto gettandogliela addosso, mentre le faceva
aspirare una boccetta di sali inglesi presa sulla specchiera della
padrona. Allora, ella trovò la forza di respingere da sè con un gesto
violento la coperta di damasco verde che la schiacciava, le scottava
le carni, e si levò, cercando d’abbozzare un sorriso rassicurante,
spiegando che non era nulla, che un po’ d’aria l’avrebbe aiutata a
rimettersi.
Ella andò infatti ad affacciarsi alla finestra di cui la cameriera
aveva spalancato in fretta le imposte, e parve un momento dimenticarsi
così.... I suoi sguardi vaghi e senza luce erravano intorno per la
campagna sottostante, e si fermavamo paurosamente verso un punto
lontano, lontano, dove ella indovinava essere piazza di Termini e la
grande stazione che l’occupava da un lato. Di là era venuta, di là
sarebbe ripartita fra breve, poichè più nulla la tratteneva ancora
a Roma, poichè non le restava che andarsene a morire nel suo paese,
vicino a qualcuno che almeno l’avrebbe pianta forse. Ma l’idea di
rimettersi in viaggio, di riattraversare il fiero supplizio contro
cui soltanto l’eroica fede dell’amor suo l’avea fatta resistere,
quell’atroce sballottolamento per un’interminabile successione di
chilometri, durante tre giorni di seguito, respirando l’aria viziata
dal fumo della vaporiera, troppo grave pei suoi polmoni di tisica,
dibattendosi tra le frequenti crisi di tosse, la rendeva folle
d’angoscia.... E d’altra parte, la possibilità di vederlo adesso, se
si fosse trattenuta ancora qualche giorno a Roma, d’incontrarlo forse a
fianco di sua moglie, le appariva addirittura mostruosa!...
Che fare dunque?... Che fare mai?... Forse che ella ne sapeva niente,
forse che era più capace di formare un progetto qualunque, di avere
un resto di volontà? Una sola cosa sapeva, una sola cosa sentiva: che
bisognava uscir tosto, senza più un secondo d’indugio da quella casa
dove ella non era che un’intrusa, donde _l’altra_ l’avrebbe duramente
scacciata, se fosse sopraggiunta....