III.

— Ho dei dati per credere ch’ella sia morta.... da un pezzo!...

Vico Arganti non conchiudeva mai altrimenti, con un accento di dolorosa

convinzione che arrestava ogni domanda sulle labbra degli ascoltatori.

Ed egli non sapeva, non imaginava neppure, dicendo ciò — grazie alla

dimenticanza di una cameriera — che la dolce benefattrice fosse stata

a Roma, dopo il matrimonio di lui, e che fosse venuta a cercarlo in

quel suo villino ai Monti Parioli.... Ella s’era partita dal cuore

della Russia per rivederlo, dopo più di quattro anni dal suo richiamo

presso il marito, quattro anni di insopportabile prigionia nelle terre

dove il conte s’era confinato, languendo accanto a quel moribondo

che avea durato un’eternità a finirla con le sue sofferenze. Tanto

tempo trascorso non era bastato a guarirla dalla sua febbre; lungi

dal consumarsi anzi, non solo la passione di lei aveva trionfato del

tempo e della separazione, ma avea trovato ancora modo di afforzarsi

maggiormente, grazie alle particolari condizioni di solitudine e di

penetrante assorbimento interiore nelle quali s’era prolungata, grazie

sopratutto alla natura particolare della sua anima, mistica anima

slava.

Durante quel lungo e desolato periodo, ella era sempre vissuta in

ispirito col suo lontano amore, ed era una siffatta comunione ideale

appunto che l’aveva aiutata a sopportare il sacrificio eroico a cui

s’era votata dedicandosi assolutamente all’infermo. Se avea interrotto

completamente ogni corrispondenza con Arganti, era perchè non aveva

voluto tradirsi giusto all’ultimo, quando tutto le era parso finito,

allorchè aveva creduto di potersi raffermare nel suo proposito di

silenzio a qualunque costo, senza trovarsi a troppe dure prove. Si era

contentata di seguire da lontano i passi di lui, di partecipare in tal

modo ai suoi progressi, alle sue vittorie, dapprima dietro le indirette

ma regolari informazioni del pittore polacco il quale l’avea preso al

proprio studio, e in seguito su pei giornali, per le riviste d’arte

che ella si procurava e che si occupavano dei quadri di lui, delle

sue esposizioni annuali alla Promotrice, dei suoi invii all’estero,

oppure attraverso la piccola cronaca dei giurì d’arte, delle feste al

Circolo di via Margutta a cui egli prendeva parte.... Tutto ciò però

non era riuscito ad ingannare il desiderio furioso di tornare a lui

che non s’era acquetato un minuto, l’imperioso bisogno di rivederlo

che l’avea posseduta costantemente ed era divenuto più tormentoso

giorno per giorno. Nel terribile contrasto fra il suo amore che le

gridava di abbandonare il marito, di andarsene a raggiungere l’altro,

e il sentimento del dovere e della pietà che le imponevano di restare,

quest’ultimo aveva trionfato; ma come ella era uscita esausta da una

simile lotta, quale disastrosa vittoria per la propria salute era stata

la sua!...

La liberazione era giunta, alla fine!... Ella non l’aveva invocata, non

l’aveva affrettata col pensiero, ma poichè era venuta non aveva potuto

non respirare di sollievo, non esultarne nel fondo dell’anima sua. I

medici, davanti al progetto di un così lungo viaggio, nello stato di

salute in cui ella si trovava, s’erano fatti gravi, avevano lasciato

travedere il pericolo di conseguenze fatali. Ma Barbara Federowna aveva

sorriso ed era partita senz’altro!... Forse che i medici ci capivano

per nulla nelle cose del cuore? Quel viaggio da cui essi cercavano di

dissuaderla, era per lei, al contrario, la salute, era la vita, era il

balsamo d’ogni male! Ella non sapeva bene ciò che sarebbe avvenuto, non

aveva in mente alcun proposito determinato, ma le balenava vagamente

allo spirito una radiosa visione di felicità, adesso ch’era libera e

padrona di sè, adesso che egli non era più il povero ragazzo sognatore

e spostato d’una volta, ma era divenuto un uomo in tutta la dignità

della parola.... Ed era giunta a Roma, e s’era fatta condurre a casa di

lui senza neppure avvertirlo prima, dominata da una febbre d’emozione

tale, che ella aveva persino temuto di sentirsi abbandonare dalle sue

forze all’ultimo momento....

Arganti si trovava giusto allora fuori di Roma, in un castello sul lago

di Nemi dove l’aveano invitato a passare qualche tempo insieme alla sua

famiglia. Però, la cameriera rimasta a custodia del villino, vedendo

quella forestiera dall’aria tanto distinta, così pallida e sofferente,

che per poco non era venuta meno udendo la sua risposta, l’aveva

invitata ad ogni modo ad entrare, e poichè osservava l’interessamento

strano da cui sembrava presa, gli sguardi ansiosi che andava gettando

attorno, s’era messa a condurla in giro per le stanze, mostrandole

ogni cosa colla compiacenza con cui la padrona o il signore usavan

fare gli onori della loro ammirabile casa a coloro i quali, amici o

stranieri, venivano a visitare lo studio. Così, Barbara Federowna aveva

ascoltato anche lei la musica sommessa dello zampillo cadente nella

conca d’alabastro del piccolo _patio_ moresco, era passata davanti ai

magnifici arazzi dello studio, attraverso l’adorabile Louis XV del

salotto, s’era trovata infine in mezzo alla camera nuziale col gran

letto di quercia scolpita che si stendeva sotto l’ombra discreta del

baldacchino di vecchio broccato celeste....

Ma ella era entrata colà disposta a ricevere l’orribile colpo;

già, prima di metter piede nell’intima stanza che doveva rivelarle

brutalmente l’atroce realtà, ella aveva intravisto la donna, ne aveva

sentito la presenza in quella casa troppo ampia, troppo ordinata per

essere l’abitazione di uno scapolo, e dove apparivano ad ogni passo le

traccie d’una mano femminile. Ed ora restava annientata, sussultante,

colla testa in tumulto e gli occhi che non sapevano staccarsi dal letto

largo e profondo, di cui i morbidi cuscini, la candida rimboccatura

del lenzuolo sopra la coltre imbottita di piume, raccontavano tutto

un lascivo poema di carezze, gli amorosi anelli della catena dalla

quale era avvinto per sempre l’uomo ch’ella furiosamente adorava, per

cui aveva vissuto e spasimato tanti anni!... Poi, improvvisamente,

l’energia nervosa che la teneva ancora ritta, le venne meno, e parve a

lei che ogni cosa si fosse messa a turbinarle intorno e il terreno le

sfuggisse sotto i piedi....

Quando riaprì gli occhi, si vide distesa sopra un divano, ben coperta

dalla coltre che la cameriera, spaventata, non sapendo che fare, aveva

strappato in furia dal letto gettandogliela addosso, mentre le faceva

aspirare una boccetta di sali inglesi presa sulla specchiera della

padrona. Allora, ella trovò la forza di respingere da sè con un gesto

violento la coperta di damasco verde che la schiacciava, le scottava

le carni, e si levò, cercando d’abbozzare un sorriso rassicurante,

spiegando che non era nulla, che un po’ d’aria l’avrebbe aiutata a

rimettersi.

Ella andò infatti ad affacciarsi alla finestra di cui la cameriera

aveva spalancato in fretta le imposte, e parve un momento dimenticarsi

così.... I suoi sguardi vaghi e senza luce erravano intorno per la

campagna sottostante, e si fermavamo paurosamente verso un punto

lontano, lontano, dove ella indovinava essere piazza di Termini e la

grande stazione che l’occupava da un lato. Di là era venuta, di là

sarebbe ripartita fra breve, poichè più nulla la tratteneva ancora

a Roma, poichè non le restava che andarsene a morire nel suo paese,

vicino a qualcuno che almeno l’avrebbe pianta forse. Ma l’idea di

rimettersi in viaggio, di riattraversare il fiero supplizio contro

cui soltanto l’eroica fede dell’amor suo l’avea fatta resistere,

quell’atroce sballottolamento per un’interminabile successione di

chilometri, durante tre giorni di seguito, respirando l’aria viziata

dal fumo della vaporiera, troppo grave pei suoi polmoni di tisica,

dibattendosi tra le frequenti crisi di tosse, la rendeva folle

d’angoscia.... E d’altra parte, la possibilità di vederlo adesso, se

si fosse trattenuta ancora qualche giorno a Roma, d’incontrarlo forse a

fianco di sua moglie, le appariva addirittura mostruosa!...

Che fare dunque?... Che fare mai?... Forse che ella ne sapeva niente,

forse che era più capace di formare un progetto qualunque, di avere

un resto di volontà? Una sola cosa sapeva, una sola cosa sentiva: che

bisognava uscir tosto, senza più un secondo d’indugio da quella casa

dove ella non era che un’intrusa, donde _l’altra_ l’avrebbe duramente

scacciata, se fosse sopraggiunta....

La prima donna · 第 26 / 36 题