Quasi tutti gli amici del pittore conoscevano un po’ la sua storia; le
svelte colonnine del piccolo _patio_ così fresco in estate, col lamento
sommesso dello zampillo nella conca d’alabastro, oppure gli stupendi
arazzi dello studio nel suo villino moresco ai Monti Parioli, dovevano
persino averla imparata a mente, tante volte egli l’aveva raccontata,
mentre offriva del genuino _wisky_ d’Irlanda, il suo liquore preferito,
o certe deliziose sigarette egiziane, con quella grazia signorile che
gli era particolare.
Vi era nella facilità con cui si lasciava andare a tali intime
confidenze, spesso senza neppure esservi spinto, qualche cosa di
_voluto_, la premura di chi abbia un grosso debito di riconoscenza da
soddisfare, e lo sconti giorno per giorno, coscienziosamente, con una
regolarità che alla lunga abbia finito per fare del culto un’abitudine.
Comunque fosse, costituiva certo un soggetto di viva simpatia l’udire
questo artista già sulla soglia della celebrità, circondato da un lusso
raffinato, ricercatissimo dappertutto, riandare con tanta semplicità il
suo lontano passato, e la triste miseria d’un tempo, la miseria dalla
quale egli forse non sarebbe mai uscito senza la pia creatura ch’era
apparsa inattesamente nell’esistenza di lui come la Provvidenza. Ed
egli non si dava punto l’aria di un eroe alla Smiles, poichè metteva
anzi tutto il suo impegno nel far rilevare che non soltanto gli era
stata aperta, ma ancora spianata la via sino all’ultimo, sino al giorno
in cui s’era trovato in grado di far da sè, come qualunque altro....
Eppoi, egli era un narratore così vivo, così efficace! Mentre
raccontava, quelli che l’ascoltavano si vedevano quasi trasportati
laggiù, in Sicilia, in quel ridente paesello a pochi chilometri da
Palermo, fra il mare e la montagna, lungo la spiaggia brulla, arsa dal
sole, dove vegetava soltanto qualche rara macchia di fichi d’India....
E come rapidamente, con pochi tocchi interessanti, sapeva ricostruire
tutto il triste periodo della sua infanzia, della sua adolescenza,
tanta parte preziosa di esistenza sepolta in un povero villaggio di
pescatori, quasi alle porte della grande città rumorosa e piena di
allettamenti, l’eden donde lo aveano cacciato i vizi di suo padre, la
sfrenata passione del giuoco che lo aveva costretto un bel giorno a
vendere ogni cosa e a ritirarsi per sempre con la moglie ed il bambino
lontano da Palermo, in quella casetta di campagna salvata per miracolo
dal naufragio di tutta la proprietà!
Egli era cresciuto là come un piccolo selvaggio, triste, solitario, tra
il padre mezzo rimbecillito dalla catastrofe, taciturno, intrattabile,
e la mamma ammalata, sempre fra letto e lettuccio, abbandonato quindi
a sè stesso, risentendo penosamente il contraccolpo di una simile
esistenza tirata avanti a furia di espedienti, grazie alla carità ora
di uno, ora di un altro parente. Il ricordo dei primi anni trascorsi
nell’opulenza e nel fasto assediava senza posa il suo infantile
cervello, s’ingrandiva a misura che diveniva più lontano, prendeva
una luminosità fantastica. Erano la sua felicità e il suo tormento
quelle interminabili corse attraverso il passato, quella tumultuosa
sfilata d’immagini: la palazzina al Giardino Inglese, col grazioso
parco dove lo portavano a passeggiare tutte le mattine dentro alla
carrozzella tirata da due capre; la governante francese, una bionda
fine, elegante, che tutti si voltavano a guardare allorchè uscivano
a spasso insieme; il superbo tiro a quattro che suo padre guidava
egli stesso, le giornate di corse; il _bal d’enfants_ in casa dello
zio marchese, dov’egli era andato travestito da mandarino cinese, coi
capelli intrecciati a coda, e certi balli lunghi, lunghi; i mercoledì
sera di sua madre, nei quali faceva una breve comparsa, tirato di qua e
di là, carezzato, baciucchiato, sino a che, ad un cenno della signora,
_mademoiselle_ non lo conduceva a dormire; la cameriera che ogni
mattina veniva a portargli il caffè-latte col panino burrato, mentr’era
ancora a letto, annodandogli intorno al collo un enorme mantile bianco
perchè non avesse ad insudiciare le coperte.... — mille particolari di
un’esistenza viziata e di lusso, tutto il suo piccolo e povero paradiso
perduto!
Non c’erano voluti che pochi mesi di un tale improvviso e radicale
mutamento di vita, per fare dell’adorabile _bébé_ roseo e grassoccio,
sempre ridente, sempre buonino, un ragazzetto esile e pallido, con
un’aria di generale malessere, e sensibile poi, pronto a rompere
in pianto per nulla, altero e solitario come un minuscolo principe
in esilio. Una volta non era così; anzi le sue famigliarità con la
servitù, i suoi trasporti di simpatia per le bambine del portinaio
oppure pel figliuolo del cocchiere, gli procacciavano ad ogni minuto la
solita ramanzina di _mademoiselle_:
— _Il faut se tenir à l’écart des gens comme ça, m’entendez-vous?_
Ma adesso, la sua povertà lo spingeva a rivoltarsi; la memoria del
fasto trascorso, contrastando crudelmente con l’umiliante condizione
succeduta, gli faceva rizzare la testina fieramente. Trascurato
dai genitori che non se ne occupavano punto, allontanato per via
della propria alterezza da tutti coloro i quali gli stavano attorno,
il ragazzo cresceva in uno stato d’isolamento morale che favoriva
eccessivamente lo sviluppo della sua sensibilità e della sua fantasia;
egli se ne stava quasi sempre fuori di casa, errando di qua e di là per
la spiaggia e per la montagna, come uno senza tetto.
Gli anni passavano in tal modo, uno dopo l’altro, senza recare alcun
cambiamento, senza lasciar intravedere alcuna speranza, trasformando
lentamente, nella squallida uniformità di una simile esistenza,
il fanciullo nell’adolescente, l’adolescente nel giovine. La sua
fierezza se ne andava a poco a poco, e vi subentrava invece una
profonda tristezza, uno scoraggiamento indicibile, un sentimento di
completa rinunzia generato dalla coscienza della propria situazione,
dall’insuccesso di ogni tentativo per uscirne, troppo incolto com’egli
era per imprendere una carriera qualunque, troppo ben nato e fine
per adattarsi ad un mestiere, abbandonato dai parenti di Palermo che
avevano tutti una famiglia propria a cui pensare.
Così, continuava a vivere solitario, vagabondando sempre per la
campagna, vegetando malinconicamente, pascendosi lo spirito di fantasie
e di lunghe contemplazioni. Piaceva a lui sopratutto di salire
sulla collina, di arrampicarsi sopra un albero, sopra un muro, un
punto d’elevazione insomma, e di là starsene a fissare il paesaggio
sottostante, la marina che si stendeva a perdita d’occhio, cullando
mollemente, se il tempo era bello, una variopinta flottiglia di barche
peschereccie. Oppure, se ne andava di là dalla montagna, in mezzo ai
campi, e si dimenticava per delle ore, sdraiato a terra, cogli occhi
socchiusi, senza spiegarsi egli stesso il segreto fascino che lo faceva
cadere in contemplazione colà, nell’aperta campagna, la campagna dove
il contadino si spezzava la schiena all’acqua e al sole, ansimando
forte ad ogni colpo di zappa, che il proprietario considerava con
l’occhio cupido, badando ad ingrassare meglio la terra per spremerne
più denaro, attraverso la quale ognuno andava e veniva pei propri
affari, senza riguardarla altrimenti che dal punto di vista del
profitto da trarne, come una cosa da sfruttare.
V’erano dei posti ch’egli prediligeva particolarmente, certi luoghi
quasi selvaggi, dove non si vedeva mai alcuno, e quasi di suo dominio
— un possesso ideale ch’egli finiva col prendere sul serio e non
amava punto dividere con altri. Fu appunto un tal puerile sentimento
di gelosia che provò quella volta che si vide sorpreso in uno dei
suoi posti favoriti dalla forestiera ch’era capitata un bel giorno a
Porticello e aveva preso in affitto una villetta solitaria e lontana
dal paese. Egli se n’era quasi scappato via, contrariatissimo, non
senza risentire però un vago turbamento, un rimescolìo di curiosità. La
scena si era ripetuta ancora, poichè l’amore ed il sentimento comune
del pittoresco rendevano facili simili incontri, e la signora non
aveva potuto fare a meno di notare l’atto di lui e di sorriderne con la
vecchia governante che l’accompagnava.
Questa forestiera — una russa — si chiamava la contessa Barbara
Federowna, ed era una donna giovanissima, con una testa piccola e
bionda, assai dolce, il volto fine, dal profilo quasi tagliente,
coperto sempre da un cupo pallore, eccetto che verso i pomelli su cui
si concentravano due macchie rosse, dagli occhi larghi, nerissimi,
in fondo ai quali si leggeva chiaro un’espressione di stanchezza e
di sfiducia, con una personcina alta e sottile da vespa, le spalle un
po’ curve ed il petto depresso — un insieme che parlava di tisi cento
miglia lontano. Non aveva che la compagnia della vecchia governante,
la quale pareva le fosse assai devota; facevano una vita ritiratissima,
ed era difficile vederle, a meno di passare vicino alla villetta di cui
le finestre aperte lasciavano entrare liberamente l’aria ed il sole, o
d’imbattersi in loro per la campagna, dove le due donne facevano delle
frequenti escursioni.
Alla lunga, egli aveva finito col non fuggire più, rimanendosi
tranquillo a guardare, lasciandosi a poco a poco attirare dalla grazia
sottile della dama, dal particolar profumo di grazia e di gentilezza
che pareva emanare da lei. Una volta, l’avea veduta in mezzo ai campi
che s’aggirava un po’ inquieta, non riuscendo più a trovare la strada
per la quale era venuta; allora, egli s’era avvicinato, timidamente,
indicando la via da prendere, cercando di spiegare con chiarezza
l’itinerario da seguire. Ma come la russa mostrava di capirlo assai
poco, gli venne l’ispirazione di metter fuori, per farsi intendere,
quel po’ di francese che aveva imparato da bambino conversando con
mademoiselle. Ella parve colpita e contenta di ciò e subito gli domandò
il suo nome, e quando egli l’ebbe risposto di chiamarsi Vico Arganti,
cento altre domande seguirono, in folla, nell’animazione del piacere
che le procurava il sentirsi sollevata dalla pena di non comprendere e
di non esser compresa.
In tal modo Vico Arganti e la contessa Barbara Federowna s’erano
conosciuti, e la loro dimestichezza era cresciuta, in seguito, al punto
che un giorno egli s’era creduto non solo autorizzato, ma ancora in
obbligo di portarle un taccuino indubbiamente smarrito da lei durante
una delle sue passeggiate. Il cancello della villetta era aperto, e,
appena entrato, egli s’era trovato in una stanza inondata di luce,
dove se ne stava la contessa, seduta davanti ad un cavalletto di
pittore, nell’atto di copiare dal vero un mazzo di rose. Non era stato
che l’affare di pochi minuti, il tempo di consegnare l’oggettino e di
riceverne dei ringraziamenti cordiali.... Ma tanto era bastato a lui
per notare e fissare nella memoria l’attitudine in cui l’avea sorpresa,
con la testa gettata indietro, considerando fra le palpebre socchiuse
l’effetto della pennellata posata allora sulla tela, e ancora la
scatola dei colori piena di tubetti di latta, bianchi, verdi, rossi,
turchini, gialli, gettati alla rinfusa insieme ai pennelli, al carbone
per disegnare, alla boccetta con l’acqua ragia, la tavolozza coperta da
uno strato denso di colori impastati e fusi tra loro — e sopratutto il
mazzo delle rose che rifioriva sulla tela in un trionfo di tôni rossi
vellutati, di tôni bianchi lattei, di tôni gialli sulfurei, mentre le
altre, le vere, languivano dentro al vaso di cristallo, ripiegandosi
sui loro steli.
D’allora, egli s’era messo a spiare ogni occasione di renderle qualche
piccolo servigio, di avanzare nell’intimità di lei, per penetrare
in quella larga stanza piena di luce, davanti al cavalletto dove la
contessa dipingeva; e le occasioni non si lasciavano desiderare a
lungo, poichè ella pareva tutta contenta di aver trovato un cicerone
che la informasse di tutto mentre la guidava lungo la spiaggia o in
mezzo alla campagna, e poichè amava tanto i fiori. Un giorno che il
giovane gliene portò un fascio enorme, ella quasi sembrava diventata
una bambina, tanto il piacere era vivo. E frattanto che la contessa
affondava nelle rose il viso pallido e affilato, non sazia mai di
contemplarle e di odorarle, egli fissava avidamente la tela esposta
in quel momento sul cavalletto, un pezzo di paesaggio di cui erano
noti a lui i menomi particolari e che gli riviveva adesso davanti agli
occhi, come per incantesimo, con la collina bassa, di un azzurro tenero
tenero, coronata da una folta macchia grigia di ulivi, col gran prato
tutto verde dove qualche filo d’erba cominciava ad ingiallire sotto il
calore del sole di maggio, col vecchio casolare smantellato nel mezzo,
dentro a cui i cacciatori si venivano ad appostare per tendere le loro
reti....
Tornando dalla villetta quel giorno, Vico Arganti aveva risentito
una certa agitazione, il fermento della sua intelligenza la quale
si destava dal lunghissimo torpore, il lavorìo interiore che suole
manifestarsi quasi sempre all’alba di una vocazione che nasce. Tali
sintomi si erano venuti accentuando dippiù, mano mano che egli, sempre
maggiormente addentro nell’intimità della forestiera, trovava modo
di introdursi più di frequente nello studio di lei, spesso mentre era
intenta a dipingere, poichè ella si andava abituando alla sua presenza.
Provava un senso di profondo e crescente stupore. Aveva tanto pieni gli
occhi del paesaggio in cui aveva cominciato a dilettarsi fanciullo, ne
aveva così luminosamente impressa nel cervello la visione!... Ed ecco
che improvvisamente, gli si rivelava la tecnica di un’arte la quale
riproduceva tutto ciò in modo meraviglioso!...
Certo, egli aveva veduto tante volte delle pitture, ma l’opera
compiuta, l’opera in sè stessa lo aveva sempre lasciato indifferente,
perchè non ne avea alcuna nozione, perchè era una cosa troppo al
disopra della sua incolta intelligenza. Era appunto l’opera d’arte al
momento dell’esecuzione, il processo tecnico veduto adoperare, la parte
materiale infine, che svegliava in lui tale fermento e gli metteva
addosso una curiosa febbre d’imitazione. E restava estatico davanti al
cavalletto, covando con gli occhi la tavolozza e il mazzo dei pennelli,
tormentato dalla voglia di fare altrettanto.
Dal canto suo, la contessa cominciava a porre attenzione a quel grande
fanciullo di ventitrè anni che aveva l’aria di trovarsi in un mondo
incantato allorchè entrava nel suo studio, e pareva sentirsi attratto
inconsciamente da una forte vocazione. E a poco, a poco, vagamente
dapprima, poi gradatamente rafforzandosi, le nacque l’idea di trarre
qualche frutto da un tale ardore, di sviluppare e coltivare l’apparente
vocazione, mettendolo sulla via di divenire forse un vero artista.
Le lezioni principiarono subito, occupando delle lunghe ore, senza
stancare mai l’animoso scolaro. In qualche mese di assiduo e febbrile
studio, egli già s’era fatta la mano al disegno, e cominciava ad
adoperare i colori, copiando timidamente le impressioni che la sua
maestra ritraeva dal vero.
Adesso, allorchè egli se ne andava là, nell’aperta campagna, sulla riva
del mare sconfinato, e si dimenticava in quelle sue contemplazioni
favorite, il sentimento che la natura aveva destato in lui sin da
fanciullo, il sentimento covato da tanti lunghissimi anni senza
rendersene conto nè saperlo analizzare, lasciava ciò che d’incosciente
e di nebuloso aveva avuto prima d’allora, prendeva corpo e si affinava
nel tempo medesimo. Il paesaggio di cui s’erano pasciute la vergine
fantasia e la malinconica anima di lui, cominciava ad apparirgli
attraverso l’occhio specialmente sensibile dell’artista, come una
sapiente ed armonica combinazione di linee e di ombre, di piani e di
fondi, di colori e di luce. E contemporaneamente cresceva e maturava
in lui il desiderio vessante di riprodurlo col mezzo dell’arte;
la sensazione diretta principiava grado a grado a non andare più
scompagnata dalla sensazione riflessa, dalle modificazioni subìte
passando attraverso un temperamento particolare d’osservatore, e
l’intima emozione che la contemplazione generava, nasceva già insieme
alla ricerca inquieta del partito pittorico da trarne. Vi era una
logica relazione di cause ed effetti fra quella specie di fascino che
lo spettacolo della natura aveva sempre esercitato su lui, e la sua
improvvisa vocazione per l’arte, una relazione così stretta, che forse
tale vocazione non si sarebbe manifestata mai se, in luogo di fare
della pittura di paese, la forestiera con cui la sua buona stella avea
voluto che si fosse incontrato, avesse trattato la figura o altro. Poi,
una volta compiuto questo processo evolutivo pel quale dal sentimento
incosciente della natura, era generato il sentimento dell’arte, l’uno
e l’altro avevano continuato ad agire insieme, come avviene nei veri
artisti.
I progressi si seguivano rapidamente, anticipando di moltissimo la meta
che nelle scuole d’arte si raggiunge assai più tardi, e ciò grazie
non soltanto alle disposizioni eccezionali delle quali Vico Arganti
era animato, ma ancora alla sapiente ed amorosa direzione della sua
maestra, la quale aveva un reale talento di artista.
Quell’estate, e poi l’autunno e l’inverno successivi, erano passati
per lui in una gaia febbre di lavoro, in una specie di completa
rigenerazione, da cui egli usciva mutato, divenuto tutt’altro uomo,
trasformato dal potente risveglio della sua intelligenza, della sua
energia morale, della sua coscienza. Poi, come entrava di nuovo la
primavera, egli pensò con uno stringimento grande di cuore che forse
la russa, profittando della mite stagione, avrebbe fatto ritorno in
patria, abbandonandolo nella solitudine oziosa ed amara in cui aveva
languito un’eternità. Ma invece, la contessa diceva che l’aria di
Porticello le recava un gran bene, e tutto quel resto d’anno passò
ancora senza che ella parlasse di partire.
In tal modo, i mesi se ne andavano uno appresso all’altro; Arganti
progrediva sempre, con una rapidità incredibile, e cominciava magari
a fare lui pochino da sè, dapprima timidamente, poi con coraggio
e franchezza, grado a grado che vi si faceva la mano. Nonostante
la brevità del tempo e il difetto di un insegnamento accademico,
l’artista cominciava già a sbocciare nello scolare. I primi tentativi
per emanciparsi dalle pastoie della copia, dopo non ancora due anni
di studio accanito, indefesso, superarono ogni aspettativa della
contessa: v’era in certi suoi studietti un gusto così felice nella
scelta del paesaggio e degli effetti da trarne, e sopratutto un senso
così profondo del colore! Non era difficile intuire, appena accennato
adesso, il partito che da quelle felicissime attitudini si sarebbe
potuto cavare in seguito. E già l’avvenire si cominciava a delineare
nettamente davanti agli occhi di Vico Arganti, nella rosea luce dei
progetti che la contessa faceva adesso per lui: ancora qualche po’
di tempo, gli diceva, e lo avrebbe mandato a Roma, allo studio di
un grande paesista polacco, passandogli del proprio una pensione
mensile.... Egli l’ascoltava in silenzio, cogli occhi brillanti
d’entusiasmo, troppo riconoscente e felice per pensare solamente
alla possibilità di un rifiuto, insensibile alle gonfie parole di suo
padre che predicava pomposamente la dignità del nome, l’orgoglio nella
miseria, il dovere di respingere un’elemosina insultante, irrigidendosi
tutto per non lasciarsi smuovere dal viso lacrimoso della mamma, sempre
ammalata, che l’idea di restare senza di lui atterriva.
Gli pareva di sognare, dinanzi alla prospettiva di uscire da quello
stato insopportabilmente triste, di trovarsi in grado di conquistare
il proprio avvenire — un avvenire luminoso e pieno di lusinghe — di
barattare la sua strana e primitiva vita di eterno fanciullo vegetante
come i fiori, come gli alberi, come le erbe, insieme a loro, per
l’esistenza di un uomo che ha delle passioni per cui soffrire e godere,
degli ideali, delle ambizioni per le quali lottare. S’ammazzava a
furia di studio e d’applicazione, avanzando ogni giorno dippiù dei
passi prodigiosi, sopratutto perchè più della febbre che il pensiero
dell’avvenire da conquistare gli metteva in corpo, lo sospingeva
l’anima d’artista ch’era in lui, l’anima sbocciata come un fiore
al cospetto della natura, cresciuta nella contemplazione di essa. E
contava ansiosamente i giorni che gli restavano da aspettare ancora,
secondo il progetto della contessa, prima di partire, di andarsene a
Roma....
Senonchè, gli avvenimenti erano precipitati ad un tratto; un giorno che
si era recato come al solito dalla forestiera, avea trovato la villa
sossopra, e un’aria di tristezza e d’agitazione che stringeva il cuore.
Ella era scoppiata a piangere appena egli entrò timidamente nello
studio, e la vecchia governante allora se l’era presa fra le braccia,
carezzandole i capelli, cercando di consolarla, mettendosi a cullarla
sulle sue ginocchia come una bambina, poichè non voleva rasserenarsi e
ripigliava a piangere convulsamente, col volto contro il petto di lei.
Poi, al primo momento di calma, ella s’era messa a spiegargli perchè
fosse così turbata, la lettera ch’era venuta il giorno avanti e che la
richiamava in Russia subito, senza il menomo indugio!... Vico Arganti
era rimasto là, sbalordito, non sapendo che dire, vedendo crollare
improvvisamente il meraviglioso edificio innalzato per lui.... Invece,
la partenza di lei non distruggeva nulla, ma veniva anzi a maturare il
compimento dei suoi voti. La contessa aveva già disposto ogni cosa,
la lettera pel pittore polacco di Roma e la somma per il viaggio,
per affrontare le prime spese, sino al giorno che gli avrebbe fatto
pervenire il primo assegno sulla pensione destinatagli....
La sera, Vico era tornato ancora alla villa, l’ultima volta, e vi
era rimasto sino a ben tardi: una lunga serata, piena d’intimità,
ch’ella aveva speso prodigandogli un mondo di affettuosi consigli,
mille piccole istruzioni, parlandogli sommessamente, teneramente, come
una mamma, con la voce debole e stanca, interrompendosi ogni tanto,
soffocata dall’emozione... Ed all’alba del giorno dopo era partita,
partita per sempre, per la Russia lontana e nevosa, triste, disfatta
quasi che si portasse la morte nel cuore....
Quindici giorni dopo, era partito anche lui, direttamente per Roma; e
qui, il racconto del pittore s’arrestava, poichè il ricordo dei suoi
primi anni passati nella Capitale, dell’interesse e delle simpatie che
s’era subito guadagnate, dello strepitoso successo suscitato col primo
suo grande quadro alla Promotrice, della rapidità e fortuna con cui
aveva conquistato in un tempo relativamente breve il proprio nome e la
propria posizione, era troppo recente e troppo vivo nei suoi amici.