[1] _Vita del Padre Girolamo Savonarola_. Ginevra, 1781.
[2] _Della Storia del P. Girolamo Savonarola, libri quattro, dedicati a
S. A. Pietro Leopoldo_. Livorno, 1782.
[3] _Hieronymus Savonarola und seine Zeit. Aus den quellen
dargestellt_, von A. G. Rudelbach. Hamburg, 1835. — Avvertiamo il
lettore che, forse, troverà alcuna di queste notizie, accennata
novamente nelle note. Nondimeno, credemmo necessario di raccogliere
nella prefazione tutto ciò che più importava conoscere intorno ai
biografi.
[4] _Girolamo Savonarola, aus grossen Theils handschriftlichen Quellen
dargestellt_, von Fr. Karl Meier. Berlin, 1836.
[5] Nel corso della nostra opera e nell’Appendice, si vedono le prove
di ciò che diciamo.
[6] _Storia di S. Marco_ del P. Vincenzo Marchese dei predicatori,
pubblicata la prima volta a Firenze, nel _San Marco illustrato_; e
poi negli _Scritti varii_ del P. Vincenzo Marchese, Firenze, 1855, Le
Monnier.
[7] _Jérôme Savonarole, sa vie, ses prédications, ses écrits_, par F.
T. Perrens. Paris, 1853.
[8] _Art chrétien_, par Rio. Paris 1836.
[9] _Neue Propheten, Drei historisch-politische Kirchenbilder_, von
D. Karl Hase. Leipzig, 1851. Sono tre saggi sopra Giovanna d’Arco, il
Savonarola e gli Anabattisti. — _Savonarola, ein Gedicht_ von Nicolaus
Lenau, vierte Auflage. Stuttgart und Tübingen, 1853.
[10] _The life and martyrdom of Girolamo Savonarola, illustrative of
the history of Church and State connexion_, by R. R. Madden, London,
1854.
[11] Fra i più recenti lavori, dobbiamo citare quello del Sig.
Bartolommeo Aquarone. Noi ci asteniamo dal giudicarlo, perchè scritto
da un nostro amico, e venuto alla luce quasi insieme col nostro.
[12] Venne poi stampato a parte: _Vita del P. F. Girolamo Savonarola_,
scritta dal P. F. Pacifico Burlamacchi, lucchese. Lucca, 1764.
[13] _Vita R. P. Fr. Hieronymi Savonarola_, auctore Ill. D. Joan.
Franc. Pico. Parisiis, 1674. Questa edizione curata dal Quetif, è in
tre volumi; i due ultimi e la metà del primo, contengono le aggiunte
fattevi dallo stesso Quetif.
[14] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_, lib. II, e la biografia anonima,
che trovasi nella Magliabechiana, fra i Ms. del Conventi, 1, VII, 28.
[15] Nel convento di S. Marco.
[16] Nella Riccardiana.
[17] La medesima che è citata nella nota 1.
[18] Le opere del Razzi si trovano manoscritte nella Magliabechiana e
nella Riccardiana.
[19] La curiosità che destavano questi processi era tale, ed il tempo
che dovemmo impiegare a compiere il nostro lavoro fu così lungo;
che non ci era possibile impedire che altri pubblicasse alcuni dei
documenti, che noi andavamo trovando e dei quali, certo, non volevamo
far mistero. Per queste ragioni, non possiamo presentare come inediti,
tutti i documenti intorno al processo, che noi scoprimmo In Firenze; nè
possiamo astenerci dal metterli nella nostra Appendice, perchè quelle
pubblicazioni, curate da chi non aveva fatto studio particolare del
soggetto, dovettero, per necessità, riuscire imperfettissime. Così
avvenne della pubblicazione d’uno dei processi apocrifi del Savonarola,
fatta dal chiariss. Prof. Paolo Emiliani Giudici nell’appendice
alla sua _Storia dei municipii italiani_. Più diligenti furono gli
eruditi compilatori del Giornale _Storico degli Archivi Toscani_, nel
pubblicare altri documenti, una parte dei quali noi avevamo ritrovati,
e parte ne avevamo raccolti, dietro alcune indicazioni date dal Meier.
Nondimeno, anche questa pubblicazione riusciva assai incompiuta e
scorretta, come avremo occasione di mostrare nell’appendice.
[20] È nostro debito il dire che, se abbiamo potuto compiere con
diligenza e precisione questo esame, lo dobbiamo in gran parte alla
gentilezza del conte Carlo Capponi. Egli possiede una collezione delle
opere, opuscoli, lettere del Savonarola, e di tutto ciò che riguarda
la sua vita; così compiuta e bene ordinata, che non crediamo alcun
privato, in Italia o fuori, abbia nulla di simile. Ha messo, poi, a
nostra disposizione, così i libri come i MS. della sua biblioteca,
con tanta cortesia, che noi sentiamo l’obbligo di attestargliene
pubblicamente la nostra gratitudine. La medesima testimonianza dovremmo
rendere ancora a molti altri, che ci furono larghi dei loro favori;
ma non potremmo tralasciare i nomi del P. Marchese, che ci ha sempre
incoraggiato con paterno affetto; e del dott. Danzi di Milano, che,
senza neppure conoscerci, volle aiutarci come fratello.
[21] Dopo incominciata la stampa di quest’opera, abbiamo avuto la
fortuna di rinvenire un MS. che per molti e molti anni avevamo invano
cercato, e che era conosciuto col titolo: _Giornate_ di Lorenzo Violi.
Si trova nella Magliabechiana, Stanza I, scaf. I, palch. X, n. 32: è
intitolato _Apologia, per modo di dialogo, in difensione delle cose
predicate dal Rev. P. F. Hieronimo Savonarola._ Un brano di questo MS.,
che pubblichiamo nel Doc. IV dell’Appendice, metterà in chiaro quali
prediche furono con diligenza raccolte e quali no.
[22] _Prediche sopra Ezechielle_ ec., come sopra. Bisogna notare,
che in questo volume il quaresimale e l’avvento sono uniti sotto la
stessa numerazione: l’avvento, perciò, finisce colla predica ottava. Il
quaresimale comincia colla nona.
[23] Predica XLIII e XLIV. Intende riferire più particolarmente a
quelli che, avendo dei benefici in famiglia, cercavano di osarne
illecitamente, vendendoli o facendo vestir l’abito a chi non voleva.
[24] Predica XIX.
[25] Predica XVII.
[26] Predica XXII, sospesa. Una delle accuse che il Savonarola moveva
assai spesso al clero, era di non credere nella transustanziazione:
tanto era lontano da quel protestantismo che alcuni gli vorrebbero
attribuire.
[27] Predica XXII, sospesa.
[28] Qui riferisce a Mariano da Gennazzano, di cui fra poco conosceremo
le segrete trame. Ma il Savonarola era così alieno dal venire a
personalità, che in questa occasione, quasi unica, si scusò col popolo
di aver troppo chiaramente fatta allusione a persona che, pure, non
nominava.
[29] Qui allude all’offerta del cappello cardinalizio.
[30] Predica XXVIII; sospesa.
[31] Nardi, _Storia di Firenze_, pag. 115.
[32] Più oltre dovremo parlare di Lamberto e della sua relazione, che
daremo nell’Appendice.
[33] Giovanni de’ Medici, più tardi papa Leone X.
[34] Il fiorino, il cui rapporto colla lira andò sempre mutando, valeva
allora fra le 5 e le 6 lire.
[35] Ritorno di Cosimo.
[36] Dopo la Congiura dei Pazzi.
[37] Vedi nell’Appendice la sovraccennata relazione dell’Antella,
documento importante, dal quale abbiamo cavato tutta la descrizione
della vita e costumi di Piero.
[38] Guicciardini, _Storia di Firenze, Storia d’Italia_; Nardi;
Parenti; Pitti, ec.
[39] «Per le quali cose ingagliardito Piero, richiedendo di favore
la Lega, gli mancò sotto il Duca di Milano.» Guicciardini, _Storia di
Firenze_, cap. XV.
[40] Ora, Porta Romana.
[41] Per tutta questa narrazione, vedi Nardi, Guicciardini, Cerretani,
Parenti, Pitti, Sismondi ec.
[42] Vedi lettera, più sopra citata, del Benivieni a Clemente VII.
[43] Il Nardi dice, che erano 500 cavalli leggieri e altrettanti
o più fanti «benissimo a ordine e genti fiorite»; il Guicciardini,
_Storia d’Italia_, dice 600 Cavalli e 400 fanti; il Parenti 120 uomini
d’arme, 300 Cavalli e 1500 fanti; l’Ammirato ed il Sismondi dicono 800
Cavalli, e 3000 fanti. Noi abbiamo preferito di seguire la relazione
dell’Antella, che doveva conoscere queste cose meglio d’ogni altro.
[44] Il Borgia diceva che il fatto «non era suto di suo consentimento
e saputa.» Vedi _Lettera a Lorenzo di Filippo Strozzi_, scritta da
un tale _Antonio servo tuo_, in data del 20 maggio 1497. Magliab. Cl.
XXXIV, Cod. 288.
[45] Il Violi, a carte 53 retro, parla minutamente di Doffo Spini. Vedi
il MS. magliab.
[46] Nardi, _Storia di Firenze_; Parenti, idem; Burlamacchi, _Vita_
ec.; Barsanti, Idem; Violi, _Le Giornate_, ec.
[47] Vedi queste Deliberazioni nell’Archivio delle Riformagioni.
[48] Questi fatti sono dal Violi, dal Burlamacchi e dagli altri
biografi minutamente descritti.
[49] Così lo distinguevano da molti altri di simil casato, in Firenze.
[50] Il racconto di questo fatto abbiam cavato, non solamente dai
biografi e storici sopra citati; ma anche da alcune lettere di privati,
che si trovano manoscritte nella Magliabechiana. Una è di Alessandro
Giugni a Lorenzo di Filippo Strozzi, in data del dì 4 maggio 1497 (Cl.
XXXVII, 288); un’altra, indirizzata al medesimo, nello stesso giorno, è
scritta da Jo. de Boromeo (Cl. XXIV, 288).
[51] Questo opuscolo, di cui si trovano diverse edizioni del tempo,
S. L. et A., ci è servito moltissimo a comporre il racconto autentico
e minuto del fatto, che ivi è narrato da un testimonio oculare. Il
suo titolo è: _Predica del venerando P. F. Hieronymo da Ferrara,
facta la mattina dell’Ascensione 1497_. V’è premesso un _Prohemio_
che incomincia: «Hieronymus Cinoctius Barnabe Rodiano suo salute.»
Il Cinozzi ha scritto anche una breve Vita del Savonarola, che è
manoscritta nella Riccardiana.
[52] Vedila nel Quétif, vol. II, pag. 170.
[53] Burlamacchi, Nardi, Parenti, Barsanti, Cinozzi, Violi. Vedi anche
le Deliberazioni nell’Archivio delle Riformagioni.
[54] Di questo fatto abbiamo qualche notizia anche in una _Lettera a
messer Lorenzo di Filippo Strozzi_, scritta da _Antonio servo suo_,
in data del 20 maggio 1497. «In la terra, come sai, i rumori sopra
il Frate sono suti grandi, et parvero le cose in termine da dovere
chiarire qualche animo. Et per evitare inconvenienti, s’è fatto sopra
ciò, questa mattina, una gran pratica; et la Signoria e altri, intendo,
s’affaticano comporre e’ ciptadini in bona pace, et di levare via
queste parti del Frate e non Frate, che dànno disonore e danno alla
città, al pubblico et al privato; et in questa pace pare s’intenda
ch’el Frate sia exiliato.» Magliab., Cl. XXXIV, 288.
[55] Più volte il Savonarola accenna a questa violenza dei sermoni del
Gennazzano, la quale, d’altronde, era assai nota.
[56] Aveva la data del 22 maggio 1497, ed è stata da tutti erroneamente
creduta una risposta al Breve di scomunica. Il Breve, scritto il 12
dello stesso mese e ritardato per via, come si vedrà, non era anche
arrivato a Firenze. Gli storici contemporanei non ci dànno il giorno
preciso dell’arrivo; ma ci dicono che fu verso la fine del mese: le
lettere manoscritte da noi esaminate, fino a quel termine, non parlano
ancora di scomunica (vedi anche quella del 20 maggio, citata più
sopra). D’altronde, se la lettera da noi riportata nel testo, fosse
scritta in risposta alla scomunica, non avrebbe alcun senso. Di ciò
sembrò avvedersi anche il Meyer; ma egli non trovò modo a correggere
l’errore, ritenendo con molti altri, che il breve partito da Roma il
12, dovesse, verso il 16 o 17, essere in ogni modo giunto a Firenze.
[57] Violi, Burlamacchi, Pico, Barsanti. Marchese, Nardi, Parenti, ec.
[58] Qui si vede quanto fosse vero quello che il Savonarola aveva
detto, che il papa, cioè, avesse accettato le scuse del suo non andare
a Roma.
[59] Per questo Breve vedi l’Appendice. Il Padre Marchese sembrò
dubitare che questo fosse il vero Breve, perchè vi manca la forma
dovuta; ma noi torneremo, altrove, sopra tal quistione.
[60] Questa epistola trovasi anche nel Quétif, vol. II, pag. 188.
[61] È latina e si trova pure nel Quétif, vol. II, pag. 191.
[62] Violi, Burlamacchi, Barsanti, Pico, ec.
[63] Di ciò parlano minutamente il Nardi, il Violi, il Burlamacchi,
Barsanti, ec.
[64] Queste lettere si trovano pubblicate nei _Documenti_ del P.
Marchese.
[65] Vedi la lettera stessa nel Quétif e nel P. Marchese.
[66] Molte altre lettere scrissero i Magistrati. — Una del 21 luglio,
lodava mess. Alessandro e mess. Ricciardo, per le cure avute nel ben
disporre i cardinali verso il Savonarola, raccomandava l’adoperarsi
sempre più, e diceva esservi molti che oppugnavano la cosa. Scrissero
di nuovo il 1º agosto, lodando l’ambasciatore, e rallegrandosi che «la
Sua Santità si mostri benevola e propizia verso di noi:» mandavano
anche due lettere di ringraziamento ai cardinali di Capaccio e di
Perugia, i quali s’erano adoperati in favore di quella causa. L’11
agosto, raccomandavano di fare ogni sforzo possibile, per ben disporre
i sei cardinali proposti agli affari ecclesiastici, ed ai quali
sembrava dovesse andare la causa del Savonarola. Il 26 settembre
scriveano al cardinal Caraffa, raccomandandogli d’adoperarsi appresso
al papa; il 28 settembre, al Bracci, perchè sollecitasse il cardinal
Caraffa; il 13 ottobre, lo stesso; il 7 novembre, mandarono due
lettere, di cui parleremo più basso. Vedi Documenti del P. Marchese.
[67] Più tardi Pio III.
[68] Lettera a Lodovico Pittorio, cancelliere del duca Ercole I di
Ferrara. Vedila nel P. Marchese. Il fatto, poi, della offerta di quel
cardinale trovasi ripetuto nel Burlamacchi, Barsanti, Souveges; e viene
dal P. Marchese riconfermato.
[69] Vedi il Guicciardini, _Storia d’Italia_, e gli storici
contemporanei.
[70] Fu pubblicata dal Perrens, nell’appendice al suo primo volume.
[71] Di ciò parla l’ambasciator di Roma, nelle sue lettere.
[72] Daremo in Appendice queste due dichiarazioni o lettere al papa.
Fra le sottoscrizioni alla seconda di esse, v’è il nome di un Niccolò
d’Alessandro Machiavelli, che il Perrens erroneamente credette fosse
quello del Segretario fiorentino, che era invece figlio di Bernardo.
[73] Lettera del Savonarola a suo fratello Alberto, in data del 21
luglio. Vedi P. Marchese, _Documenti_ ec.
[74] Il non avere ciò osservato, fu causa dell’errore gravissimo in cui
è caduto il sig. Perrens, dicendo che il Savonarola si mostrasse timido
e indifferente nel fatto della peste.
[75] Probabilmente sono quelli, di cui si trova un abbozzo imperfetto e
monco, nel volumetto intitolato: _Alcuni sermoni devoti di F. Jeronimo
Savonarola, sopra il principio della Cantica e altri luoghi_; Venezia
1556. Quelli sulla Cantica sono anch’essi solamente abbozzati; ma
vi si trovano dei brani in italiano, meno imperfetti di quelli sopra
Geremia, e non senza pregio. L’originale di questi, insieme con molte
altre selve di sermoni, lezioni ec., si trova nella Magliabechiana,
ed è un prezioso codice di appunti autografi, del quale parleremo
nell’Appendice.
[76] Vedi P. Marchese, _Documenti_ ec.
[77] Ibidem.
[78] Ibidem.
[79] Era scritto in data del 15 luglio 1497; fu pubblicato allora a
Firenze, e più tardi a Venezia, 1538, nel volumetto intitolato: _Alcuni
devotissimi trattati di F. Jeronimo Savonarola_ ec.
[80] Durante questi mesi, il Savonarola scrisse varie lettere. — A
Maria Angiola Sforza, sul ben vivere, 24 maggio 97. — A Francesco Pico,
sullo stesso soggetto, 8 maggio 97. — In un’altra allo stesso, dice
che la scomunica non ha avversato l’opera sua, che i frati stanno,
invece, lieti e contenti; 2 luglio 97. — A due giovani donne ferraresi,
consigliandole a bene apparecchiarsi, per meglio condurre il loro
proponimento di farsi monache; 24 maggio 97. — A messer Bertrando
Ferrarese, protonotario apostolico: si congratula della sua fede,
la quale, provata nelle tribolazioni, non viene da lume naturale; 12
luglio 97. — Al Duca di Ferrara: lo conforta alla fede, ed a credere
che Dio procede misuratamente nelle sue cose, senza alterarne un jota;
1 agosto 97. — A Giovanna Caraffa moglie del conte Gio. Francesco
Pico: si congratula della sua fede, la conforta a non temere le
tribolazioni; 13 agosto. — Alla stessa. «Non bisogna avere coscienza
troppo scrupolosa: la carità estingue ogni peccato, e più piace a Dio
colui che vive lieto nel bene, di colui che si tormenta negli scrupoli.
Nei dubbi si consigli coi buoni e stia al loro arbitrio. Il marito è
capacissimo di consigliarla, il rimettersi a lui sarebbe anche assai
accetto al Signore.» 6 novembre 97.
[81] Durò in tutto due mesi e mezzo.
[82] Il Nardi, il Machiavelli e molti storici parlano di questa cattura
dell’Antella. Vedi nell’Appendice la lettera che aveva indosso.
[83] Queste notizie abbiam cavate dalla lettera che si trovò indosso
all’Antella, e dalla confessione che scrisse dipoi. Non sappiamo il
giorno preciso di questa cattura; ma in una lettera del 10 agosto, che
la Signoria indirizzava all’ambasciatore di Roma, si parla del fatto
come già avvenuto. Archivio delle Riformagioni, _Minute di lettere ad
ambasciatori_: secondo l’antica numerazione, il codice era segnato Cl.
X. Dist. 1, Nº 198.
[84] La lettera sopra citata, dice che la cattura dell’Antella «ha
scoperto la radice di qualche maligno umore, in persona da _non poter
perseguire_;» ma poi cerca dar poco rilievo alla cosa, aggiungendo
che sono _vani effetti_; «perchè se mai vi fu repubblica unita a
distruggere la tirannide, questa è dessa.»
[85] Nella narrazione di questo giudizio, abbiano seguito sempre i
documenti autentici; e fra gli storici ci siamo valsi principalmente
del Pitti (Archivio Storico, vol. I), che racconta questi fatti con
grandissima precisione.
[86] Questa è la rivelazione di cui abbiamo più volte parlato, e che
daremo nell’Appendice.
[87] Di ciò parla il Nardi nella sua _Storia di Firenze_, pag. 153.
[88] L’avola di Piero era una Tornabuoni.
[89] Diverso da Giovanni Cambi storico e tutto del popolo, diverso
anche da quel _ricco_ Cambi di via del Cocomero; era propriamente di
quei da S. Trinità.
[90] Era suocero d’una sorella di Piero. Per tutte queste notizie vedi
Nardi, _Storia di Firenze_, pag. 130, vol. I; Cerretani, idem, MS.
magliabec.; Parenti, idem; Guicciardini, idem, cap. XV; Pitti, idem.
[91] Pitti, _Storia di Firenze_.
[92] Per vincere una deliberazione nella Signoria, che era composta
di 9 membri, si richiedevano 6 voti; lo stesso numero ci voleva negli
Otto, perchè i _due terzi_ erano la maggioranza legale: quando si
andava per maggioranza numerica, dicevasi _votare per le più fave_.
[93] Pitti, _Storia di Firenze_.
[94] Il Pitti suppone che il notaio tralasciasse di segnare i pochi
voti contrari, non potendo supporre che non ve ne fusse alcuno.
[95] Pitti, _Storia di Firenze_.
[96] Vedi il Pitti, che riporta fedelmente i discorsi tenuti nella
Pratica. Vedi anche il Cerretani ed il Parenti.
[97] I Gonfalonieri delle Compagnie ed i Buoni Uomini, ma qui
principalmente i primi.
[98] Il Nardi, il Pitti ed altri parlano dell’effetto che produsse
l’arrivo di quelle lettere. Lo stesso _frammento di Pratica_, che
abbiamo trovato nell’Archivio delle Riformagioni, incominciando a darci
il sunto della discussione, dice così: «E’ nostri magnifici et excelsi
signori, fatto leggere più lettere da Roma da Ser Alexandro, et da
Milano da Ser Francesco Pepi, et da alcuni altri cittadini esistenti a
Roma, senza subscriptione,.... fu dimandato consiglio ec.» Cl. II, Cod.
137, _Frammenti di Pratiche_.
[99] «Quando si dubita di tumulto, secondo le leggi comuni, si soglion
torre via gli appelli.» Così nel Guicciardini, _Storia di Firenze_,
pag. 160.
[100] Tutta questa discussione è riportata fedelmente dal _Frammento di
Pratica_, più sopra citato.
[101] In questa narrazione ed in questi discorsi, abbiamo fedelmente
seguito il Pitti, _Storia di Firenze_, (Vedi _Arch. Storico_ Vol. I).
[102] Pitti, Cerretani, Nardi. Secondo il Pitti andarono nel Palazzo
del Bargello; ma il Cerretani, forse con più esattezza, dice che
andarono in quello del Capitano, che era accanto alla Dogana vecchia e
vicino al Palazzo dei Signori.
[103] _Minute di Lettere ad ambasciatori_, 1496-97; Archivio delle
Riformagioni. Vedi Appendice.
[104] Questo dobbiamo dire, perchè più tardi troviamo una provvisione
che toglie _ogni bando di ribelli_.
[105] Nardi, Cerretani, Pitti, Machiavelli, Parenti, Guicciardini, ec.
[106] Vedi il processo a stampa. Qui si rammenti il lettore, che tutte
le alterazioni del processo, furon fatte sempre e solo a danno del
Savonarola; quindi si può creder pienamente tutto ciò che vien detto in
suo favore.
[107] Processo fatto dai commissari del Papa. Vedi appendice.
[108] Vedi lib. II, cap V di quest’opera. Il Machiavelli ed il
Guicciardini furon tra i primi a muovere tale accusa contro al
Savonarola; e la loro autorità si tirò dietro quasi tutti gli altri.
Il Guicciardini cercò, nella sua _Storia di Firenze_, correggere in
parte l’errore commesso nella _Storia d’Italia_; ma lo fece piuttosto
moderando le espressioni, che correggendo i fatti. Quei due storici,
sebbene nella loro giovanezza avessero conosciuto il Savonarola,
scrissero assai più tardi, e quando già il suo nome era soggetto di
mille ingiuste accuse; per il che, non sempre riescì loro di sfuggire
tutte quelle opinioni erronee, che si spargevano per calunniare il
frate repubblicano. Pure, anche l’autorità del Guicciardini e del
Machiavelli deve cedere al vero, quando questo risulta così chiaro da
documenti di cui non si può disputare l’autorità.
[109] Il Guicciardini parla di questa nimicizia nella sua Storia di
Firenze.
[110] Pitti, _Storia di Firenze_; Cerretani, idem.
[111] Lettera dei Signori, in data del 7 novembre 1497. Vedi P.
Marchese, Doc. XVII.
[112] Hieronymi Savonarolæ, _Lamentatio Sponsæ Christi adversus
tepidos, et exhortatio ad fideles Christi ut praecentur pro renovatione
Ecclesiæ_. Florentiæ apud Laurentium de Morgianis, 1497. Quest’opuscolo
venne proibito a Roma. — Qui dobbiamo accennare ad un’altra
operetta che dal Meyer e dall’Audin de Rians viene attribuita al
Savonarola; sebbene, a nostro avviso, egli non ne sia il vero autore.
Quest’operetta ha per titolo: _Loqui prohibeor et tacere non possum_;
il Meyer la vide manoscritta nella biblioteca Bouturlin, l’Audin la
trovò stampata nei quattrocentisti della Riccardiana, dove anche noi
l’abbiamo esaminata. È un opuscolo di sei carte, stampato senza data,
e senza nome d’autore; le idee non sarebbero lontane da quelle del
Savonarola, sebbene il latino, più studiato, ci fece fin da principio
dubitare che egli ne fosse l’autore. «I pastori,» così incomincia,
«lasciano deviare le pecorelle a loro arbitrio, scacciano quelle che
restano nella buona via, minacciano con pene severissime quelle che
cercano la sorgente di acqua pura; onde mi è vietato il parlare (_loqui
prohibeor_). — Ma io vedo questi pastori dissipatori interdire i ricchi
pascoli al gregge, e le pecorelle magre e stente sono abbandonate
in cibo alle bestie selvagge; onde io non posso tacere (_tacere non
possum_). — I giudici e gli anziani, a cui spetterebbe il giudicare,
siedono sulla sedia di perdizione e rovesciano ogni ordine; l’arbitrio
è in luogo della legge, e la malvagità sopprime la debole voce del
giusto; onde mi è vietato il parlare.» E così continuando la prima
parte di questo scritto, conclude finalmente: _Ideo loqui cogor et
exclamare compellor_. Ed allora tutto pieno di speranza, egli esclama:
«Ecco già ogni servo loda il suo Signore. La mia bocca è piena, o
Signore, del tuo amore, e canterò la tua gloria: già cade la notte e
sorge l’aurora d’un giorno migliore; la nostra redenzione è vicina.»
Senza dubbio tali idee si potrebbero attribuire al Savonarola; se, in
due o tre luoghi, non fosse troppo chiara l’allusione a lui stesso,
come già morto. Eccone un esempio: «Fratres et discipuli carissimi qui,
ab ipso fonte uberrimo, prædulcissima eloquia, magno obtectamento,
frequentius hauserunt; qui tanquam exanimes et velut stupidi altiora
doctrinæ mirabantur; qui virum omni quavis scientia præclarissimum
magnaque sanctitate venerandum firmissime asserebant, Instanter
prædicabant, omnique demonstrationum genere id animis hominum inserere
nitebantur. Nunc, ac si lethæi fluminis unda demersi, in silentio
trahunt dies suos, et ad unuscuiusque rei pavent occursum. Nonnulli ex
eis, timore perterriti, digito labris imposito, silentium indicant,
si quos noverint hilari vultu loquentes magnalia Dei. Nec desunt
qui, asperiori obedientiæ malleo simplicium dorsum incurvent; quia
et obliquis oculis intuentur quos pristinæ fidei quippiam servasse
crediderint.» E qui noi troviamo nell’esemplare riccardiano, segnato
nel margine, con caratteri antichi: _la fede nel Frate_; come pure
in un altro luogo, dove l’autore nomina «martyres Dei inclytos,» la
stessa mano ha segnato nel margine: _il Frate e i tre compagni_, segno
evidente che l’opuscolo era conosciuto non essere del Savonarola.
Nella Riccardiana esso è legato con molti altri del Savonarola e dei
suoi discepoli, ed è preceduto da una lettera di Gio. Franc. Pico
della Mirandola, _A li electi di Dio abitanti nella città di Firenze_,
datata il _giorno della Resurrezione_, 1498. In questa lettera il
Pico conforta ad aver fede nella dottrina del Savonarola, le cui
profezie certamente si verificheranno. È facile che anche l’opuscolo
seguente fosse lavoro del giovane Pico. (Vedi Riccardiana, 123,
quattrocentisti.)
[113] Nella bibliografia premessa al Burlamacchi, se ne cita
un’edizione del 1497. La più parte di questi opuscoli del Savonarola
furono ristampati in varie collezioni fatte a Venezia, due delle
quali videro la luce nel 1537 e 1538, col titolo: _Alcuni devotissimi
trattati_, ec.
[114] Stampata a Firenze, 1497; ed a Venezia, _Alcuni devotissimi
trattati_ ec.
[115] Data in Firenze, in San Marco, a dì 17 ottobre 1497; stampata a
Firenze nel medesimo anno.
In questo luogo accenneremo altri opuscoli del Savonarola che, o
furono scritti in questo anno, o sono stati da noi tralasciati nei
capitoli antecedenti. Noteremo prima di tutto l’_Esposizione dei dieci
Comandamenti_, indirizzata alla badessa delle Murate e stampata in
Firenze, sin dal 1495. È una minuta e diligente guida per far l’esame
di coscienza. — Anche nel 1495 fu stampata, e poi ripubblicata molte
volte, l’_Epistola alla Contessa della Mirandola_ che aveva divisato
monacarsi. Si parla in essa del fine da proporsi nel vestir l’abito,
e del modo come conseguirlo; della perfetta unione che il fedele deve
cercare di aver con Cristo, facendolo vivere nella sua anima.
_Le Dieci Regole da orare nel tempo delle grandi tribolazioni_ furono
stampate nel 1497, insieme con l’Epistola alle Suore d’Annalena: il
Meyer cita, delle prime, anche una edizione del 1495. Esse sono; 1º
Pregare Iddio che mandi buoni pastori; 2º Che ci faccia distinguere i
veri dai falsi profeti; 3º Che ci faccia conoscere come le cerimonie
esteriori, senza lo spirito interno, non hanno valore; 4º che ci faccia
amare la semplicità e sprezzare le cose terrene; 5º Che confermi questo
lume coi doni dello Spirito Santo. Queste regole sono per evitare le
tribolazioni; le altre cinque che seguono servono a sopportarle, quando
vengono. 1º Comunicarsi spesso; 2º Pregare assiduamente; 3º Pregare il
Signore che raffreni la potestà avversa; 4º Che la faccia finir presto;
5º Che faccia perfetti i buoni, e volga i peccatori a penitenza.
_Trattato sul mistero della Croce_. È una figura della Croce con alcuni
motti ed una breve spiegazione.
_Trattato del Sacramento e mistero della messa_. Son due pagine in cui
si ripetono cose già dette.
_Regole a tutti i religiosi, composte da F. Jeronimo e date ai suoi
frati_. 1º Povertà, 2º Castità, 3º Obbedienza, 4º Lasciare ogni
distrazione, 5º Fuggire le cattive conversazioni, 6º Continua orazione.
Alla fine di quest’opuscolo è una figura della scala della vita, i cui
gradini portano scritte le sopraindicate virtù.
_Esposizione dell’Ave Maria, ad istanza di certe devote donne._ È una
semplice dichiarazione letterale.
_Epistola ad una devota donna bolognese_. Dà alcune regole per la
comunione.
_Frater Hieronymus dilectis fratribus suis_. Esamina il perchè i suoi
frati sieno travagliati quasi tutti da doglie di capo: lo attribuisce
alla soverchia meditazione; onde raccomanda loro di serbar misura.
_Un capitolo fatto in San Marco il dì di Santa Croce_ (settembre 96).
Raccomanda il digiuno e l’astinenza.
_Epistoletta a uno familiare_. Son due sole pagine, in cui lamenta che
l’Italia non ha voluto ascoltarlo; onde i tanti guai.
[116] Un altro MS. di quest’opera, trovasi nella biblioteca di San
Marco a Venezia; cod. XLI, clas. IX. dei MS. latini. Sembra anch’esso
autografo; ma non è stato esaminato da alcuno, per la grande difficoltà
della scrittura. Noi lo pubblicheremo fra le cose inedite del
Savonarola, dopo averlo diligentemente riscontrato coll’altra copia,
certamente autografa, che si trova in fondo alla Bibbia magliabechiana.
Vogliamo notare alcune parole che, nel MS. Marciano, si trovano a pag.
50: «Non cogitant nisi præsentia, de futuris malis aut non habent fidem
firmam _aut, tanquam præsumptuosi, putant misericordiam Dei tam magnam,
ut_ SINE OPERIBUS _salvet homines_.» È sempre la idea opposta a quella
che formava la dottrina fondamentale di Lutero.
[117] Qui s’intende parlare della forma, e non delle opinioni di questi
autori, uno dei quali era cattolico, l’altro protestante.
[118] Proemio. Moltissime sono le edizioni del _Trionfo dello Croce_,
fatte nel quattrocento ed in tempi posteriori. Il Savonarola lo
pubblicò in latino, e subito dopo ne fece una traduzione, o piuttosto
una parafrasi italiana, da servire all’_universalità dei fedeli_. Noi
abbiamo seguito l’edizione italiana, perchè la forma ne è assai più
semplice e disinvolta; le formole scolastiche le quali, in parte, si
trovano ancora nell’edizione latina, sono qui abbandonate per meglio
adattarsi alla popolare intelligenza. _De veritate fidei in dominicæ
Crucis triumphum_, S. L. et A.; _Libro di F. Hieronymo dell’ordine dei
predicatori, della verità della fede sopra il glorioso trionfo della
Croce di Cristo_, con una prefazione di Domenico Benivieni. S. L. et A.
[119] Lib. I, cap. I.
[120] Lib. I, cap. II.
[121] Lib. I, cap. III e IV.
[122] Dal cap. V al cap. XIV.
[123] Proemio del secondo libro, vedi anche lib. I, cap. V.
[124] Lib. II, cap. I.
[125] Lib. II, cap. II.
[126] Lib. II, cap. III a VII.
[127] Cap. VIII.
[128] Fino al cap. XII.
[129] Cap. XV.
[130] Lib. III, cap. III.
[131] Lib. III, cap. VII.
[132] Lib. III, cap. IX.
[133] Lib. III, cap. XIII.
[134] Lib. III, cap XIV a XVI. Vedi anche lib. I, cap. X.
[135] Lib. IV, proemio, cap I e II.
[136] Stampato, vivente l’autore, era stato fatto sopra quello più
ampio di Pico della Mirandola, in forma assai compendiosa, per servire
al popolo. — L’astrologia è contraria alla ragione ed alla religione,
distrugge la libertà individuale e non riconosce la provvidenza divina:
tali erano i principali argomenti del Savonarola, che abbiamo ambe
altrove accennati.
[137] Lib. IV, cap. IV e V.
[138] Cap. VI. Abbiamo citato quasi testualmente le parole dell’autore,
le quali sono alquanto più prolisse, e perciò più esplicite ancora di
quello che non apparisce qui sopra.
[139] Con grande elogio ne parlò anche il P. Lacordaire.
[140] Nardi, _Storia di Firenze_, vol. I, p. 137.
[141] Si noti ancora qui, come queste parole son contrarie alla
dottrina fondamentale della Riforma: _giustificazione per la sola
fede_.
[142] Qui riferisce ad una predica antecedente; che fu da noi
riportata, e nella quale il Savonarola faceva intendere che, quando
fosse venuta la scomunica, egli avrebbe _dato volta alla chiavetta_.
Ma, come abbiam visto, un vero Breve di scomunica non era venuto, nè la
lettera ai frati della SS. Annunziata determinava alcuna accusa contro
la dottrina del Savonarola.
[143] La morte del Duca di Candia.
[144] Forse qui vuol riferire alla causa di Bernardo del Nero e degli
altri complici, che certamente il Savonarola credeva colpevoli, sebbene
non avesse fatto nulla per provocarne la condanna.
[145] Il Savonarola non intendeva di fare propriamente un miracolo;
ma bene credeva che, quando la salute della Chiesa lo richiedesse, il
Signore avrebbe, per mezzo suo, operato qualche cosa di soprannaturale:
e di ciò sembrava convintissimo.
[146] _Prediche XXII sopra l’Esodo e sopra alcuni Salmi_, fatte in
S. M. del Fiore, cominciando la domenica della Settuagesima, il dì
11 febbraio 1498; raccolte per M. Lorenzo Violi: Firenze 1498. Vedi
predica I.
[147] _Sermone fatto a molti sacerdoti, religiosi e secolari a San
Marco, a dì 15 febbraio 1497_ (stile vecchio). Trovasi, anche, insieme
colle prediche sopra l’Esodo.
[148] È ben lungi, però, dall’accennare ai dommi.
[149] _Prediche sopra l’Esodo_; vedi predica fatta la domenica della
Sessagesima.
[150] _Prediche sopra l’Esodo_, predica della Quinquagesima.
[151] Burlamacchi, 115 e seg.; Nardi, 140.
[152] Predica della Quinquagesima.
[153] Lett. dello Strozzi al Piovano di Cascina. Vedi Perrens, Doc. XV.
[154] Lettera ai Dieci, in data del 17 febbraio 1498. Vedi P. Marchese,
_Documenti_ ecc.
[155] Tutto ciò è minutamente raccontato in una lettera anonima,
intitolata: _Copia d’una lettera venuta da Roma, della predica di M.
Mariano da S. Ghallo, contro a Fra Girolamo_. Il Gennazzano aveva a S.
Gallo il suo monastero. Vedi Appendice.
[156] Fu stampato, vivente l’autore, S. L. et A. Vedi l’edizione
fattane da Audins de Rians, Firenze 1848. Egli lo credè scritto nel
1493, perchè il gonfaloniere Salviati che invitò il Savonarola a
comporlo, tenne quell’ufficio nel 93, e nel gennaio e febbraio 98.
Basta, però, dare un’occhiaia al trattato stesso, per vedere che
riferisce di continuo a fatti assai posteriori al 93.
[157] I trattati a cui riferisce sono: il _Trionfo della Croce; Della
semplicità della vita cristiana_; e _De veritate prophetica_.
[158] Sermone IV, _sopra l’Esodo_; fatto l’ultimo di febbraio, primo
giorno di quaresima.
[159] Nardi, _Storia di Firenze_, vol. I, pag. 138.
[160] Questo breve, sconosciuto finora, trovammo nel Codice Riccardiano
2053. Il Meyer pone la data del 28 Febbraio 98, ad un altro breve di
cui parleremo più basso. Vedi Appendice.
[161] _Prediche sopra l’Esodo_, vedi quella fatta il terzo giorno di
quaresima.
[162] Così chiamavansi allora i Dieci della guerra, secondo una legge
favorita dal Savonarola, nel principio del governo popolare.
[163] Qui riferisce a cagioni tutte politiche, come il desiderio di
mutare il governo di Firenze.
[164] Fra Bernardino da Monte Feltro, cacciato al tempo di Piero dei
Medici. Vedi Parenti, _Storia di Firenze_.
[165] Tutti questi discorsi son riportati dalla Pratica stessa, che si
trova nell’Archivio delle Riformagioni. Vedi _Frammenti di Pratica_,
come sopra.
[166] La Decima ecclesiastica e le cose di Pisa.
[167] Documenti del P. Marchese.
[168] Il Perrens volle da ciò trovare argomento a negare che quella
Signoria fosse veramente avversa al Savonarola; ma i fatti che
seguirono poi, rendono un tal dubbio impossibile.
[169] Burlamacchi.
[170] _Prediche sopra l’Esodo_, predica VII. Di questo sermone e del
precedente, parlò il Machiavelli nella sua _lettera ad un amico_,
scritta il giorno 8 marzo 1498. In essa egli non si mostra punto
favorevole al Savonarola; perchè, come altrove dicemmo, nella prima
giovinezza esso inclinò piuttosto verso gli Arrabbiati; e, solo in età
più matura, modificò il suo giudizio intorno al Savonarola. Ecco in
qual modo egli ne discorreva allora: «Trovandosi, adunque, il nostro
Frate in casa sua, chi avrà udito con quale audacia ei cominciasse
le sue prediche, e con quale egli le seguiti, non sarebbe di poca
ammirazione; perchè... cominciò con spaventi grandi, con ragioni, a chi
non le discorre efficacissime; mostrando essere ottimi i suoi seguaci,
e gli avversari scelleratissimi; toccando tutti quelli termini, che
fossero per avvilire la parte avversa e fortificare la sua; delle
quali cose, perchè mi trovai presente, qualcuna ritratterò.» E così,
ragguagliando minutamente, viene a dire: «e cominciò a squadernare i
libri vostri, o preti, e trattarvi in modo che non ne mangerebbero i
cani.» Intorno all’esserci chi volesse farsi tiranno, «tanto ne disse,
che gli uomini fecero, poi, il dì pubblicamene conjettura di uno, che
è tanto presso al tiranno quanto voi al cielo! Del Papa, poi, quello
ne dice, che di qualunque ne vogliate scelleratissimo uomo dire si
puote; e così, secondo il mio giudizio, viene _secondando i tempi_, e
le sue bugie colorendo.» Queste ultime parole, sebbene esageratissime
contro al Savonarola, ci dimostrano quanto grande dovesse essere allora
l’opposizione contro Roma.
[171] Predica XI.
[172] Predica XVIII.
[173] Predica VII.
[174] Predica XVI.
[175] Predica XII. Uno degli argomenti su coi tornò spesso in queste
prediche, fu il carattere _indelebile_ del sacerdote. «Il papa, esso
diceva, non può toglierlo; si porta anche in inferno; la scomunica
non rende inefficace l’amministrazione dei sacramenti: tale è anche
l’opinione di S. Tommaso.» Vedi prediche XII e XIII.
[176] Predica XIII.
[177] Vedi nel P. Marchese, Documento XX.
[178] Vedi nel P. Marchese il Documento XXI.
[179] Ciò conferma tutto quel che abbiam detto sul Breve di scomunica.
[180] «Ita turbamur, ut quieturi non simus, donec honorem Sanctæ hujus
Sedis, tot modis a tenui isto vermiculo, calore vestro, ulceratum,
consuluerimus.»
[181] La Decima ecclesiastica e gli aiuti a sottometter Pisa.
[182] «Tamdiu duraturo, quamdiu vestro isti monstruoso idolo favorem
praestabitis.» Il sig. Perrens pubblicò questo breve, senza data, dal
codice di S. Marco in Venezia; il Meyer vi pose la data del 26 febbraio
(vedi p. 145 nota 2). Ad ambedue questi autori, poi, era affatto ignoto
l’altro breve che noi abbiamo trovato nella Riccardiana, colla data del
26 febbraio, e che risponde meglio alla cronologia dei fatti; mentre
questo citato qui sopra, deve esser di qualche giorno posteriore al
26 febbraio; e risponde perfettamente a ciò che dice il Bonsi, nelle
due lettere del 7 e 9 mano: noi ne abbiamo trovato un’altra copia nel
Codice Riccardiano 2953, ma è pure senza data.
[183] Nardi, pag. 142. Di questa Pratica non abbiamo trovato altra
memoria che questa: «Die XVII 1497. Omnes, eodem die, decreverunt
Fratri Hieronymo, ut omnino a predicatione cessaret.» Vedi _Frammenti
di Pratiche_.
[184] Vedi P. Marchese, Doc. XXII.
[185] Non sarà forse inutile riferire qui alcune idee di F. Benedetto
intorno alla Chiesa; perchè esso è uno dei più fedeli seguaci del
Savonarola. (_Vulnera Diligentis_, L. I, cap. 9, Ms. magl., cl. 34,
cod. 7.) Uno degli interlocutori dice che «la Chiesa non è altro che
la congregazione dei fedeli, sive unitas justorum. L’altro domanda: —
Perchè non si dice absolute, Ecclesia est Papa? — Perchè il Papa non è
propriamente il capo primo della Chiesa, ma è Vicario del capo sommo
della Chiesa, il quale è Gesù Cristo; questi, non essendo restato
sulla terra, ha lasciato autorità al suo Vicario di potere legare e
sciorre, iustamente tamen et non iniustamente. — Adunque,» riprende il
primo interlocutore, «Gesù Cristo e i suoi eletti formano propriamente
la Chiesa; ed impropriamente si può dire: la Chiesa essere composta
da tutti coloro che credono. Con questo non si vuol dire che il Papa
non sia _aliquomodo_ Ecclesia; nè ancora che in quanto Papa possa
errare....» «Papa quidem canonice, ut oportet, dicendo rem ad fidem
et christianos mores pertinentem errare penitus non potest. Et ita
faciens, dicitur tota Ecclesia quæ errare non potest, virtualiter
in ipso Papa fecisse. Et breviter, tanto in sustantia è addire così,
quanto vulgarmente dire: el Papa in quello che, decidendo canonicamente
non erra, si dice essere tutta la Chiesa che non può errare, cioè
virtualmente nel Papa. Immo la Chiesa non può errare nel suo vero
membro, idest in qualunque vero cristiano. Imperò il cristiano, in
quanto cristiano, non può errare, come il Papa in quanto Papa è al
tutto impossibile che erri, e saría bestemmia dire opposite.» «Quando,
però, il Papa giudica in causa propria, come Alessandro VI quando
condannava _il profeta_ (intendi il Savonarola), perchè lo accusava
di aver fatto ingiusta opera; allora non è la Chiesa virtualiter che
giudica, ma il Papa in causa propria. Ed in questi casi può errare, o
per ignoranza, o anche per colpa; ed allora esso non è, se non putrido
membro della Chiesa....» «Ora, assimigliando la Chiesa a similitudine
d’un corpo umano, dico et concludo: La Santa Chiesa non avere, se non
uno capo asceso in cielo, e questo è Gesù Cristo figliuolo di Dio; e
non avere in terra, se non un collo, _dependente_ dal capo, e questo
è il Sommo Pontefice.» Questo linguaggio, sebbene rozzo ed incolto, ci
fa conoscere esattamente quali erano le idee dei seguaci del Savonarola
sull’autorità del Papa e sulla Chiesa.
[186] Ultimo dei sermoni sopra l’_Esodo_.
[187] Seguiamo la lezione del Codice Riccardiano 2053, seguita ancora
dal Meyer. Il Burlamacchi riporta una parafrasi di questa lettera,
chiamandola una _correzione al Papa_; altri contemporanei (come
vedremo più basso) la chiamarono una lettera terribile. Il Rudelbach
(_Savonarola und seine Zeit._, Doc. XII) segue una lezione anche più
ardita della nostra, ma non dice donde l’abbia cavata. Vi si trovano
fra l’altre, queste parole: «Io dunque sono apparecchiato a sostenere
questa verità, per la quale ora da voi sopportiamo tanti mali; a
provarla, dico, contro di voi e contro tutti li suoi adversari, e
con ragioni naturali e soprannaturali, col divino aiutorio. E saranno
queste cose in tal modo manifeste, ecc.»
[188] Teodorico Brie nella sua _Storia del Concilio di Costanza_
scriveva queste parole: «Nam et beata Petri cathedra, ut nosti,
plerumque pastore vacavit. Imo et ipsa, eadem quam et sponsam meam
nomino, sæpissime vacasti; nec propter hoc quisquam autumet, te non
mansisse sponsam meam. Sufficeret namquæ unus justus etsi omnes cæteri
essent hæretici, ut et ego sponsus tuus semper et essem et remanerem.»
In _Rudelbach_, pag. 32.
[189] Vedi P. Marchese, _Storia del Convento di S. Marco_, pag. 225 e
seg.
[190] Il Savonarola venne, nel suo processo, interrogato continuamente
intorno ai suoi rapporti con quel cardinale, e rispose che non aveva
avuto con lui alcun accordo; ma lo sapeva favorevole alle sue idee.
[191] _Raynald_, ad ann. 1492. Rimandiamo nuovamente il lettore al P.
Marchese, pag. 225 e seg.; tanto più che nel riportare il senso delle
sue parole, in una nota del nostro 1º volume, qualche errore di stampa
ha fatto credere che noi volessimo attribuire anche a lui l’opinione di
creder nulla la elezione del Borgia, cosa alienissima da uno scrittore
così scrupolosamente cattolico.
[192] Vedi queste lettere nell’Appendice.
[193] Francesco del Pugliese doveva scrivere in Inghilterra; un
amico del Savonarola, in Ferrara, doveva occuparsi di quella al re
d’Ungheria; Giovanni di Niccolò Cambi doveva scrivere in Germania. La
minuta di queste lettere fu scritta da frate Niccolò da Milano, che
da circa tre anni era segretario del Savonarola. Qui bisogna notare
che, paragonando la lettera del Del Nero con quella del Mazzinghi, si
troverà la prima assai più modesta; perchè il Mazzinghi (siccome dice
egli stesso nella sua deposizione) non s’era contentato di seguire la
bozza ricevuta, ma aveva voluto aggiungere di suo molte lodi in favore
del Savonarola. Vedi nell’Appendice le deposizioni di Simone del Nero,
del Mazzinghi, di Giovanni Cambi e di Roberto Ubaldini da Gagliano, che
era stato segretario del Savonarola, prima di frate Niccolò da Milano.
[194] Di queste _Lettere ai principi_, si è voluto da qualcuno
mettere in dubbio la incontrastabile autenticità; ma ne parlano le
_Deposizioni_ dei complici, ne parla il processo del Savonarola,
ne parla lo stesso fra Benedetto (nella parte III del _Vulnera
diligentis_), oltre moltissimi altri scrittori.
[195] La morte del figlio.
[196] Queste lettere furono pubblicate in parte dal Baluzio, in parte
dal Meyer; il quale, però, non avendo bene esaminate le _deposizioni
dei testimoni_, errò di molto nel determinarne la data. Le lettere ai
re d’Ungheria e d’Inghilterra sono smarrite.
[197] Questo viene confermato dal Comines, il quale descrive
minutamente lo stato in cui si trovava allora l’animo del re Carlo: «Si
avoit son cœur de faire et accomplir le retour en Italie, et confessoit
bien y avoir fait des fautes largement et les comploit....» Dice che il
Papa scriveva continuamente al re, e che gli mandò «quelque messager
secret, que je conduisis en la chambre du roy notre sire....» Ma il
re «avoit mis de nouveau son imagination de vouloir vivre selon les
commandements de Dieu, et mettre la justice en bon ordre et l’Eglise.»
S’era già messo a tuttuomo per volerne riformare gli abusi; «mais,»
così osserva il Comines, «il eust eu bien à faire, à ranger ces gens
d’Eglise.» Liv. VIII, chap. XVIII.
[198] Il P. Marchese suppone che il Cardinale, nel seguire l’esercito
francese che passava per Firenze, andasse a visitare il Savonarola;
nel processo di quest’ultimo è detto: «S. Piero in Vincola lo facevo
volto a ciò, e lo sapevo; perchè un ser Cristofano, che fu già del
Conte della Mirandola, venne con una lettera di familiarità di detto S.
Piero in Vincola, e dissemi che non passeria un altro dì che in Firenze
verria una squadra di Cardinali a fare Concilio: io, perchè lo tenevo
bugiardo, non risposi altro.»
[199] Questa è la ragione, perchè le lettere furono ritrovate nel suo
scrittoio senza data. Anche di quella al re di Francia non fu trovata
che la bozza. Il Baluzio pubblicò, nelle sue Miscellanee, le lettere al
re di Spagna ed all’Imperatore, tradotte in italiano da frate Ignazio
da Ferrara. Il Meyer ripubblicò queste due e l’originale latino di
quella lettera al re di Francia; anche il Perrens pubblicava in latino
questa lettera, credendo d’essere il primo. Quelle al re d’Ungheria e
d’Inghilterra sono smarrite; ma ripetevano certamente le stesse cose.
[200] Fra Marco della Casa, Burlamacchi, Razzi, Barsanti, P. Marchese.
[201] Paolo Somenzio da Cremona risedeva a Firenze; Giovanni Trachedino
era a Bologna, ed a lui facevano capo moltissimi degli agenti ducali.
In quei mesi di marzo e aprile il Trachedino scriveva lunghissime
lettere al Duca, parlando dei molti apparecchi che facevano gli
Arrabbiati contro al Savonarola, e del _buon volere_ della Signoria;
ripeteva continuamente aver ricevuto avviso: «che a Firenze bollino
l’animi de alcuni di quelli principali, che hanno fino ad ora
governato; et, sia per questa cosa del Frate, sia per altra causa, tra
pochi giorni se ne habbi a riuscire in qualche movimento o tumulto,
per mutare forse questo Stato in altra forma.» Un numero grandissimo di
queste lettere si trova nell’Archivio di Milano: ne daremo qualcuna in
appendice.
[202] Abbiamo altrove accennato a quella che fece un predicatore di
Santo Spirito.
[203] Si è preteso da alcuni che la sfida fosse partita dal Savonarola;
ma ciò è assolutamente falso. La narrazione di questo esperimento del
fuoco è stata travisata da tutti gli scrittori moderni e da gran parte
degli antichi. Noi crediamo d’averla messa, finalmente, nella sua vera
luce; valendoci non solo del Burlamacchi, Barsanti, Pico, Nardi, Cambi
ec.; ma principalmente del secondo Libro del _Vulnera diligentis_ di
frà Benedetto, e della _Giornata IV_ di Lorenzo Violi. Essi furono
testimoni oculari del fatto, onde le loro parole debbono avere
grandissima autorità; ed i loro scritti, insieme con altri documenti
originali, ci hanno permesso di rifare questa parte, finora, assai
oscura nella biografia del Savonarola.
[204] Nel processo a stampa, il Savonarola dice apertamente d’aver
fatto il possibile per trattenere frà Domenico.
[205] Burlamacchi. Vedi anche il Cerretani, che descrive minutamente
queste cene dei Compagnacci.
[206] Che l’esperimento del fuoco fosse voluto e ordito dalla Signoria
e da’ Compagnacci, vien messo fuori d’ogni dubbio dalle parole del
Violi e di frà Benedetto. Questi dice: «E volevano condurre, sotto
questo trovato, frà Hieronimo, in caso che facilmente potessi esser
morto dalli sua adversi, avanti avessi fine la disputa, o vero avanti
avesse effetto l’opera del miracolo, et tamen mostrarsi ignoranti
et innocenti.» (_Vulnera Diligentis_, lib. II, cap. 9.) Il Violi,
poi, dice espressamente che i Compagnacci «ordinorno con i frati
delli Zoccoli, che per invidia s’eran fatti contrari, che un loro
frate chiamato frà Francesco di Puglia, predicassi in contrario alle
cose che diceva frà Hieronimo, e messonlo in Santa Croce a predicare
pubblicamente e dire ec.» (Ms. magliabechiano a carte 39.) Vedi
nell’Appendice.
[207] Le conclusioni eran queste:
Ecclesia Dei indiget renovatione; flagellabitur, renovabitur.
Florentia, quoque, post flagella renovabitur et prosperabitur.
Infideles convertentur ad Christum.
Hæc omnia, autem, erunt temporibus nostris. Excommunicatio nuper lata
contra Rev. Patrem nostrum, fratrem Hieronymum, nulla est.
Non observantes eam, non peccant.
[208] Questo si trova detto espressamente nelle stesse Deliberazioni
dei Signori. _Deliberazioni_ 1497-8, a carte 27. Vedi nell’Archivio
delle Riformagioni.
[209] Il Burlamacchi, pag. 133, parla di queste assicurazioni date ai
Frati Minori: «Ed era, in fatti, stato promesso loro che in niun modo
v’entrerebbono. Imperocchè pochi giorni innanzi s’era fatta una cena
nel palazzo de’ Pitti, dove i più capitali nemici del Frate si erano
trovati; e quivi fu concluso che i frati Minori non entrerebbero nel
fuoco, e che sol bastava loro che i frati di San Marco si conducessino
in Piazza, che frà Domenico solo v’entrasse, il quale era da loro
chiamato il Fattoroccio!» Il Violi dice: «Messon su frà Giuliano
Rondinelli nobile fiorentino, uomo più presto di poco giudizio che
di prudenza assai; del quale questi nostri fiorentini maligni ne
possettono meglio disporre che del Pugliese predetto, e feciongli
dire che entrerebbe nel fuoco con frà Domenico.... E questa fu la
trappola e ultimo tradimento che questi fraudolenti usorno, come qui
di sopra io ti ho detto, che per venire all’intento loro fintamente
e fraudolentemente facevan dire a un lor frate, di voler fare quello
che lui non voleva fare. E da’ Compagnacci e da Doffo Spini capo loro,
era stato promesso che lo esperimento del fuoco non si farebbe, che
non faceva per loro a venire a simil prova; ma li promessono che al
Frate loro non sarebbe fatto nocumento alcuno, e che metterebbono tante
dispute e cavillazioni a campo, che al cimento del fuoco non si avrebbe
a venire: e bastava loro che quel Frate dei Rondinelli dicesse a parole
di volerci entrare, ma non in fatto nè in verità.» (MS. del Violi, come
sopra.)
[210] «Ad instantiam et requisitiones Dominorum Florentinorum.» Così
è scritto nello strumento stesso della Signoria, che il Meyer pubblicò
dall’Archivio delle Riformagioni; ma che pure era stato pubblicalo fin
dal tempi del Savonarola. Il Padre Marchese (Doc. XXIV) ne dette una
copia, alquanto diversa, che i Dieci mandarono a Roma: la firma del
Francescano, però, è dappertutto la medesima.
Quanto alle istigazioni fatte, a fin di persuadere il Francescano,
vedile in Frà Benedetto e nel Violi. Questi racconta ancora, che il
Doffo Spini soleva radunarsi con molti scioperati nella bottega di
Sandro Botticelli, e «quivi, ragionando più volte in su la morte del
Frate, Doffo disse che non fu mai intenzione loro, mettere il frate
di San Francesco nel fuoco, e che lo assicurarono di questo; ma che
bastava loro che gli facessi giuoco tanto che, col dilungare la cosa,
loro venissino a loro intento di spegnere queste cose del Frate.» Ciò
il Violi aveva letto in una cronaca di Sandro Botticelli, ora smarrita.
Anche fra Benedetto, come abbiam visto, affermava nella sua narrazione,
che si trattava d’uccidere il Savonarola. Pico suppone che le prime
istigazioni venissero da Roma; e certo allora vi fu grande intesa tra
gli Arrabbiati ed il Papa.
[211] Degli altri discorsi noi abbiamo dato solo un sunto, ma le parole
del Canacci abbiamo copiate letteralmente dalla Pratica, (_Frammenti
di Pratiche_, come sopra.) Queste parole del Canacci furono dal Nerli
(_Commentarj_, lib. IV) trasformate in questo modo: «Come dovesse
bastare che i due frati, per non gli mettere al pericolo di dover
bruciare nel fuoco, dovessero esser messi in un tino d’acqua che fusse
anche tepida, per manco offenderli; e uscendone asciutti, avrebbero
fatto miracolo soprannaturale.» Questa piacevolezza venne da molti
ripetuta; ma il Canacci era commosso dal pericolo in cui si trovava la
patria, e più disposto al piangere che al ridere.
[212] Le sue parole son le ultime che si trovano nella Pratica; sono
interrotte e poco leggibili.
[213] Burlamacchi. Vedi ancora il contratto, colle firme ed il discorso
del Savonarola, di cui si parla più basso.
[214] Lo disse anche nelle Lettere ai principi.
[215] Vedi nell’antico archivio Mediceo (Filza 69) alcune lettere di
Leonardo Strozzi al Piovano di Cascina, qualche brano delle quali fu
già pubblicato dal Perrens (vol. I. Appendice, pag. 492). Una di esse,
in data del 5 aprile, dice: «So che costì verranno mille novelle, et
voi desideroso saperne chiaro; dico di queste cose del Frate, che poco
d’altro ci si ragiona.»
[216] Questo fatto è confermato nei processi del Savonarola e di frà
Domenico.
[217] Vedi Burlamacchi, e l’opuscolo citato.
[218] _Risposta a certe obbiezioni, circa l’esperimento del fuoco_.
Questo discorso fu pubblicato, vivente il Savonarola, insieme col
contratto e le firme di coloro che s’erano offerti ad entrare nel
fuoco. Vedi anche frà Benedetto ed il Violi.
[219] Vedi il processo di frà Domenico.
[220] In questo modo, l’opuscolo citato sarebbe uscito alle stampe due
volte e in due modi diversi. La lettera di Leonardo Strozzi al Piovano
di Cascina (5 aprile), che più sopra abbiamo citata, lo conferma,
dicendo: «È uscita oggi fuora, nuovamente stampata, le medesime
conclusioni (sic) con aggiunta delle soscrizioni di quelli frati ec.»
[221] Vedi la lettera dei Dieci, nei documenti del Padre Marchese.
Documento XXIV.
[222] Una lettera dello Strozzi al Piovano di Cascina (6 aprile 1488)
dice: «Credo sia per aspettare, che da Roma sopravvenga breve o altro
impedimento; dalla banda di costoro (i frati di San Marco) era ed è
ordinato tutto: e se si farà, che stimo ormai di no, sarà non manco
bello a vedere l’ordine che il miracolo.» Dice che il Savonarola ha
predicato e confermato: «che il miracolo non potrebbe mai aver luogo
per incantesimi; e che, quando pure non avesse luogo l’esperimento,
non erano lontani altri segni soprannaturali.» Vedi questa lettera nel
Perrens; le medesime cose sono riconfermate dal Burlamacchi, pag. 123.
[223] _Deliberazioni dei Signori_ come sopra; è intitolata: _Contra
fratrem Hieronymum_.
[224] Sembra che il Papa mandasse un breve di proibizione; ma lo
facesse a bella posta arrivar troppo tardi.
[225] Burlamacchi, pag. 130. «Perciocchè ben si sapea, che la intenzion
degli avversari altro non era, che ammazzare il Padre frà Girolamo in
piazza!» E Frà Benedetto (_Vulnera Diligentis_, Lib. II, Cap. 9) dice
che volevano «far nascere nel popolo qualche stravagante discordia,
rispetto alle quali cose nascessi tumulto e nel tumulto fusse fatto
morto Fra Hieronymo con alcuni altri fedeli, dalla parte contraria.»
[226] Burlamacchi e Frà Benedetto.
[227] Vedi, fra le _Deposizioni_ o _Esamine_ dei complici, quella di
Francesco Davanzati.
[228] Burlamacchi. Il Savonarola nel discorso di cui si parla qui
sotto, dice: «Costoro volevano fare la cosa a 20 ore; io dissi di no,
perchè bisognava andare sobrii.»
[229] _Esortazione fatta al popolo in San Marco, il dì 7 aprile 1498_.
Vedila in fine delle prediche sopra l’Esodo.
[230] _Esortazione_ ec. Burlamacchi.
[231] Burlamacchi, Frà Benedetto.
[232] Burlamacchi, frà Benedetto, Violi.
[233] Nardi, _Storia di Firenze_. Sebbene il Violi dice che eran le
ore 21; noi seguiamo il Nardi che va d’accordo col Burlamacchi e con le
parole che dice il Savonarola nel sue discorso.
[234] Burlamacchi, 130.
[235] Burlamacchi, Violi, Frà Benedetto. Il Violi dice che i frati
Minori vennero dopo dei Domenicani; ma da tutti gli altri apparisce che
erano già nella loggia.
[236] Vedi Burlamacchi e Violi; ma per questi particolari, il più
minuto è fra Benedetto che si trovò presente a tutto.
[237] Il marzocco, come abbiamo detto, è il leone di marmo che trovasi
sulle scale esterne del Palazzo; il tetto dei Pisani era di faccia, e
propriamente dove è oggi la Posta.
[238] Burlamacchi, Violi, frà Benedetto, Nardi ec.
[239] Vedi gli scrittori sopra citati, ed il processo di frà Domenico.
[240] Tutto ciò viene minutamente raccontato da frà Benedetto.
[241] Ibidem.
[242] Il Burlamacchi ed il Violi raccontano che, quando lo Strozzi fu
chiamato, egli credette che doveva entrare nel fuoco; onde se ne mostrò
lietissimo e chiese la benedizione al Savonarola.
[243] Frà Benedetto, Burlamacchi e Violi.
[244] Frà Benedetto.
[245] Frà Benedetto è minutissimo nel narrare questi particolari, di
cui più generalmente parlano anche il Burlamacchi ed il Violi.
[246] Burlamacchi, frà Benedetto.
[247] Burlamacchi e frà Benedetto.
[248] Ibidem. Notevoli sono, fra le altre, queste parole di frà
Benedetto, nell’opera citata: «Ma noto ti sia questo gran segreto,
che pochi giorni passarono, dopo el tentato cimento, che più persone
andorono dal superiore spirituale della città di Firenze, per licenzia
e facoltà di farsi assolvere; perchè quelli tali avevano voluto
_manibus_ ammazzare, in quello dì del cimento, el profeta. E se tu
ti vuoi meglio certificare, va e domandane M. Bartolommeo Redditi che
ancora vive, al quale dal prefato superiore gli fu decto; e lui ne ha
renduto e del continuo rende verace testimonio.»
[249] Burlamacchi, Violi, frà Benedetto. Nel suo processo, frà Domenico
dice che egli non volea cedere questo punto, poichè frà Silvestro aveva
visto i loro angioli, e questi gli avevan fatto dire che entrasse nei
fuoco col Sacramento.
[250] Il Nardi dice che la pioggia impedì l’esperimento, e ciò venne
poi ripetuto da molti; ma il Burlamacchi, Violi e frà Benedetto, metton
fuori di dubbio che fu un ordine espresso della Signoria.
[251] «Ferno faccia di meretrice; perchè senza erubescenza alcuna,
andavano dicendo che avevano avuto vittoria e così scrissono lettere
per tutto.» Frà Benedetto, _Vulnera Diligentis_, L. II, cap. 7. Vedi
anche Violi e Burlamacchi.
[252] Burlamacchi, frà Benedetto.
[253] Ibidem.
[254] Burlamacchi. Questo fatto, si trova narrato in un gran numero di
manoscritti, che riportano anche la deliberazione stessa, la quale fu
pubblicata dal Perrens.
[255] Questi due Brevi furono pubblicati dal Quetif.
[256] Nardi, pag. 149; Burlamacchi, ec.
[257] Burlamacchi.
[258] Nardi, pag. 150. A questo proposito lo stesso autore osserva:
«Tanto fu sempre quest’uomo simile a se stesso, che mai dimostrò
sbigottirsi in alcun suo travaglio o pericolo.»
[259] Giovanni Cambi, _Storie_; negli Erud. Toscani, vol. XXII, pag.
119. Vedi nell’Appendice le deposizioni dei testimoni.
[260] Il ricovero dei trovatelli, accanto alla chiesa dell’Annunziata.
[261] Burlamacchi, pag. 136.
[262] Burlamacchi; frà Benedetto, _Cedrus Libani_: in questo poemetto
di cui si è altrove parlato, l’assalto del convento è minutamente
descritto. Anche dalle _esamine_ degli accusati si cava la narrazione
di tutti questi fatti.
[263] Questi fatti vengono raccontati assai minutamente dal Burlamacchi
e da frà Benedetto; ma essi esagerano di molto le cifre, per le quali
bisogna ricorrere all’esame degli accusati, ed al processo di frà
Domenico.
[264] Colui che aveva introdotto il maggior numero di armi fu Francesco
Davanzati. Vedi, nell’Appendice, le esamine di Luca della Robbia,
Bartolommeo Mei, Francesco dei Medici ecc. Vedi anche i processi dei
tre frati.
[265] Fra Domenico, nella sua sempre veridica confessione, dice che,
oltre quelle poche armi che servivano per accompagnare il Savonarola,
esso non sapeva che alcuna arme fosse nel convento, nè pensava a
ciò: queste armi, egli dice, non furono introdotte per ordine nè
saputa, come certo stimo, del P. Fra Hieronymo nè di mia volontà, el
quale sempre di tal cosa mi risi.» Lo stesso viene confermato nelle
_deposizioni_ o _esamine_ degli altri accusati.
[266] Nelle esamine di Lionello Boni e Bartolommeo Mei, si accenna a
queste due bombardelle: il primo dice di averne udito dir qualcosa,
all’altro _pare_ d’averle viste. Qualche moderno scrittore, avendo
a questo proposito trovato assai spesso la parola artiglieria negli
antichi autori, ha creduto che in S. Marco vi fossero cannoni! Ma
ciò, come vedremo, è una delle tante esagerazioni che corsero intorno
al Savonarola: la parola artiglieria significava allora ogni arme da
fuoco, ed in San Marco, al di là di 4 o 5 fucili, non si usò altra
artiglieria; giacchè le bombardelle, se pure vi erano, restarono
inutili.
[267] Esamina di Niccolò Calzaiuolo.
[268] Questo non apparisce chiaramente dalle deposizioni del frati
stessi; ma sì da quelle degli altri.
[269] Vedi la sua esamina. Questi è diverso da quell’altro Luca
d’Andrea della Robbia, di cui parla frà Domenico; esso era soldato e
combattè gagliardamente.
[270] _Cedrus Libani_ etc.
[271] Processo di frà Domenico.
[272] Burlamacchi, pag. 136; processo di frà Silvestro: la
dichiarazione di questo frate deve aver molto peso; perchè egli
cercava, nella sua esamina, denigrare la memoria del Savonarola. Vedi
anche la _esamina_ d’Alessandro Pucci.
[273] Burlamacchi e frà Silvestro, ut supra.
[274] Esamine degli accusati; processi; frà Benedetto, _Cedrus Libani_.
[275] Vedi il bando stesso nell’Appendice.
[276] Frà Domenico dice che, fino all’ultimo, egli non volle credere
che la Signoria favorisse veramente i nemici di San Marco.
[277] Questo fatto è minutamente raccontato nel Burlamacchi, Nardi,
e in tutti gli scrittori contemporanei. Vedi anche le lettere della
Signoria nel P. Marchese, documenti XXV e XXIX.
[278] Ibidem.
[279] Cioè dalla via del Maglio.
[280] Di questo fatto parlano il Burlamacchi e gli altri biografi,
come pure quasi tutte le esamine degli accusati. Frà Benedetto, nel suo
Cedrus libani, dice così:
E’ figli del Profeta eran, cantando
Le litanie avanti al Sacramento,
Di punto in punto el martirio aspettando.
Et io che fui presente a tal spavento,
Per voler che ’l Profeta non perissi,
Più presto d’esser morto ero contento.
Forza fu li inimici s’assalissi,
Da venti el più, e con doppieri accesi;
Acciò foco per foco si sentissi.
E’ volti delli avversi furno incensi,
E le lor teste percosse a tal forma,
Che furno espulsi et alcun morti e presi;
E discacciar sì pochi sì gran torma...
e così continua dicendo che fu miracolo divino.
[281] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_:
Ed io con alcun altri l’alta scorsa
Del tetto della Chiesa gittavamo,
Che dell’uscirne ai nemici fu forza.
L’arme e scuti a furia rompevamo,
Che lapide paria dal ciel piovessi:
Così lor forze indietro tenevamo.
[282] Ne parla il Burlamacchi, ne parlano parecchie esamine degli
accusati.
[283] Vedi nell’Appendice. Un altro bando dichiarava ribelli quelli che
andavano a San Marco; ma ciò non impediva che i fanti della Signoria
continuassero ad aiutare gli assalitori.
[284] Burlamacchi e le deposizioni dei testimoni.
[285] Burlamacchi; Esamina di frà Luca della Robbia, di Girolamo Gini e
di altri.
[286] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_, cap. VIII; dopo aver raccontato
il fatto conclude:
Allor cessò ciascun di far ripari,
Ogni uom di far difesa allor restò,
Per non volere al santo esser discari.
[287] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_, cap. IX.
[288] Burlamacchi; frà Benedetto, _Cedrus Libani_; Violi, giornata
quarta; Esamine degli accusati.
[289] Burlamacchi ed altri non lasciano alcun dubbio sul nascondersi di
frà Silvestro. Non ci è stato possibile trovare nessuna autorità, che
venisse a confermare un altro fatto di simile natura, raccontato prima
dal Vasari, e ripetuto poi da altri: che, cioè, il celebre pittore
Baccio della Porta, conosciuto più tardi col nome di frà Bartolommeo,
si trovasse allora nel convento, e per viltà si nascondesse. Questo
ci sembra assai poco verosimile: la resistenza fu minore assai che
non si disse; la più parte dei frati e molti dei secolari restarono
disarmati, obbedendo agli ordini del Savonarola; poteva Baccio fare lo
stesso. Frà Silvestro, è vero, si nascose; ma ciò fu solo per non venir
fatto prigione. Per essere imparziali, però, dobbiamo aggiungere come
dalle esamine degli accusati apparisce, che anche uno dei secolari si
nascose; onde il fatto di Baccio della Porta non sarebbe impossibile;
ma solo non ne trovammo menzione di sorta in tutti i processi. Il
Vasari, d’altronde, vissuto assai più tardi, non fu punto amico di San
Marco nè del Savonarola; è, quindi, un’autorità assai poco sicura in
questi fatti. Noi incliniamo a credere che la sua asserzione sia falsa.
[290] Vedi in appendice, la sua esamina.
[291] Burlamacchi; Violi, _Giornate_, gìorn. IV; frà Benedetto, _Cedrus
Libani_. Quest’ultimo dice:
El sangue iusto, o crudel, non dovevi
Concedere alle genti scellerate,
Che d’esser morto qui quasi ’l vedevi.
Parte di Juda furno tue pedate....
[292] Burlamacchi, pag. 143.
[293] Burlamacchi, frà Benedetto ec.
[294] Frà Benedetto, dopo aver minutamente descritto ogni cosa,
conclude:
Tremila, in circa, fu la gran canaglia,
Che menò via il pastor com’un agnello,
Per forza no, con persa lor battaglia.
_Cedrus Libani_, cap. X.
[295] Burlamacchi.
[296] Burlamacchi, ec. Il racconto di questa giornata è stato messo
insieme dalle opere del Burlamacchi, Pico, Razzi, Barsanti; ma
specialmente dal _Cedrus Libani_ di frà Benedetto, dalle esamine degli
accusati, dai processi, da varie deliberazioni della Signoria, e dai
documenti del P. Marchese. L’abbondanza dei materiali, in luogo di
agevolare, ha cresciuto assai le difficoltà. Tutti narrano i medesimi
particolari del fatto; ma ognuno in modo diverso, secondo che li ha
visti, o si rammenta, o gli conviene di dirli; perchè agli accusati
spesso faceva comodo alterare o diminuire la parte che essi avevano
avuta in quella giornata. Così, solo un esame diligente, faticoso e
minutissimo dei documenti, ci ha fatto pervenire a quella che si può
dire autentica narrazione dei fatti; perchè fondata tutta sopra il
riscontro fedele de’ testimoni oculari.
[297] Nardi, 154 e seg.; Burlamacchi; P. Marchese, documenti XXV e XXX.
[298] Vedi Comines, _Mémoires_, Lib. VIII, chap. XVIII. «Estoit le
plus deshonneste lieu, car tout le monde y pissoit et estoit rompue à
l’entrée.»
[299] Comines, _Mémoires_, Liv. VIII, chap. XVIII. Vedi le sue parole,
citale nel cap. 6 di questo libro. Anche il Guasconi, annunziando al
Mazzinghi la morte del re Carlo, diceva: «Et ora che ha mostrato dovere
fare qualchoxa li è mancato la vita.» Vedi la lettera nella esamina del
Mazzinghi.
[300] Vedi i loro processi nell’Appendice.
[301] Burlamacchi, pag. 144.
[302] Burlamacchi, pag. 145.
[303] Vedi i _Frammenti di Pratiche_ più sopra citati.
[304] Legalmente gli Otto avrebbero dovuto essere i giudici nel
processo del Savonarola.
[305] L’ufficio degli Otto scadeva alla fine di quello stesso mese
d’aprile; per i Dieci ci volevano, invece, altri due mesi.
[306] Così, almeno, parrebbe dal _Frammento di Pratica_ che abbiamo
avuto sottocchio.
[307] Vedi, tra i citati _Frammenti di Pratiche_, quello del 9 aprile
98.
[308] Vedi la deliberazione del dì 11 aprile 1498. Gli scrittori
variano nel determinare il numero degli esaminatori; il Nardi dice che
furon 12, il Pico 15, il Burlamacchi 16; noi abbiamo seguito l’autorità
incontrastabile della deliberazione della Signoria. (_Archivio delle
Riformagioni_.)
[309] Il Burlamacchi racconta il fatto e dice che fu Francesco
degli Albizzi; ma è caduto in errore, perchè noi troviamo il nome di
quest’ultimo in fronte al Processo stampato. Bartolo dei Zati è il
nome che, trovatosi nella commissione formata l’11 aprile, manca nel
Processo dove gli esaminatori sono ridotti a 16 da 17 che erano.
[310] Burlamacchi, Pico, Barsanti, ec.
[311] Ibidem.
[312] Ibidem, frà Benedetto, Violi, ec.
[313] Quindi l’idea d’un genuino processo, scritto da lui, è mera
ipotesi.
[314] «Inventum est, item, in posterioribus confessionum libellis
obtestatum, se vi tormentorum multa dixisse, et abalienari animo cum
torqueretur.» Pico pag. 83. Nel Processo stesso ve ne sono diverse
prove.
[315] Burlamacchi, pag. 145-6; Pico, pag. 77; Barsanti, pag. 315.
[316] Pico, Burlamacchi, Barsanti.
[317] Lorenzo Violi, _Giornata VI_. Vedi Appendice.
[318] Burlamacchi, Pico, ec.
[319] Burlamacchi, pag. 145-6, Pico, pag. 26.
[320] I più fedeli seguaci del Savonarola, quelli che meglio erano in
grado di conoscerne la dottrina, hanno scritto su questo argomento
volumi interi. Vedi nel Pico, cap. XVII; Frà Benedetto, _Vulnera
Diligentis_. Lib II, cap. 21 e passim; il libro III di quest’opera,
affatto sconosciuto e da noi trovato nella Riccardiana, discorre
lungamente sopra di ciò. Tutta la _VII Giornata_ di Lorenzo Violi,
anche ne parla a lungo. Vedi Appendice.
[321] Burlamacchi, Pico, ec.
[322] Burlamacchi, pag. 147; frà Benedetto, _Vulnera Diligentis_, Lib.
II, cap. 20. Ser Ceccone potrebbe esser quell’_amico segreto_ di cui
parlano il Franchedino e le altro spie del Moro, nelle molte lettere
che scrivevano. Vedine qualcuna in Appendice.
[323] Il Violi parla sdegnosamente di questa violazione delle leggi; e
così anche frà Benedetto.
[324] Ecco cosa dice a questo proposito il Nardi, _Storia di Firenze_.
«E io, per non essere accusato dalla mia istessa coscienza, reo
d’una verità da me taciuta, sono costretto a dire che un cittadino
grande e nobile, che fu uno degli esaminatori di detti frati, e come
inimicissimo loro a tale uffizio eletto; essendo egli, poi, stato
confinato con molti altri cittadini, dopo la tornata dei Medici nella
città; e ritrovandomi io in villa sua, ed essendo da me addomandato,
a certo proposito, sopra la verità dei detto processo; mi rispose
ingenuamente, presente la sua donna: esser vera cosa, che del processo
di frà Girolamo, _a buon fine, s’era levata qualche cosa e a quello
aggiunta qualche cosa_. Queste furono le sue formali parole della
risposta, le quali io non so se sono vere; ma so che veramente le
riferisco, e così credo appunto con verità riferire.» Vedi Burlamacchi,
Violi, Pico, ec. In generale, noi abbiamo sempre appoggiato la nostra
narrazione sugli autori contemporanei e documenti originali; ma in
questo capitolo, siamo stati più che mai scrupolosi, ed accertiamo
il lettore, che quasi ogni frase è appoggiata sopra un documento
originale.
[325] Più basso, vedremo che ripetè queste parole.
[326] Questo brano, nel processo a stampa, fu interamente tralasciato;
ma si trovava nella prima bozza che fu letta dal Violi. Vedi il brano
della _VII Giornata_, che riportiamo in Appendice.
[327] Vedi il processo in Appendice.
[328] «Nobis fuit cum homine patientissimi corporis et sagacissimi
animi, qui contra tormenta animum obdurasset, et veritatem multis
tenebris continue involveret; quique videretur ad hoc eo consilio
accessisse, ut aut simulata sanctitate æternum sibi nomen apud homines
pareret, aut in carcerem et in mortem iret: multaque et assidua
quæstione, multis diebus, per vim, vix pauca extorsimus; quæ nunc
celare animus erat, donec omnia nobis paterent sui animi involucra.» P.
March., Doc. XXXIV. È ben vero che la Signoria mentiva, quando diceva
il Savonarola _patientissimi corporis_; ma è singolare, però, che il P.
Marchese si adiri contro chi scrisse questa lettera, e quasi la chiami
ingiuriosa al Savonarola; mentre essa è certo uno splendido monumento
in onore della sua fama. E qui bisogna notare che alcuni degli
ammiratori del Savonarola, per soverchio amore, gli hanno fatto qualche
volta più torto che i suoi nemici stessi. Il Nardi, per esempio,
sebbene si confessi più volte poco informato intorno al processo del
Savonarola; pure credette di potere affermare che i tormenti furono
leggieri, e la sua autorità fu cagione che un numero infinito di
scrittori lo ripetesse, senza osservare che tutti i biografi, cronisti
e scrittori contemporanei affermano il contrario, e che il contrario
diceva la Signoria stessa.
[329] Processo.
[330] Nel processo si vorrebbe far credere che il Savonarola lo
leggesse egli stesso; ma dai biografi e dalle firme del testimoni
si cava il contrario. Uno dei testimoni era l’Adimari, e nella sua
sottoscrizione, egli dice: «lectis sibi suprascriptis» etc.
[331] Vedi nell’Appendice la _VI Giornata_ del Violi, documento
preziosissimo a ben giudicare il processo.
[332] Vedi _Vulnera Diligentis_, Lib. II; cap. 16 e seg., ove si parla
minutamente del processo. Vedi anche la terza parte dell’opera stessa,
che versa quasi tutta intorno al processo.
[333] Burlamacchi, pag. 146; Pico, pag. 79.
[334] Burlamacchi.
[335] Infatti, del processo si trovano due edizioni del secolo XV:
di una si può vedere qualche copia assai rara nelle biblioteche di
Firenze; dell’altra non conosco che una copia sola, posseduta dal
conte Carlo Capponi. Evidentemente questa è l’edizione fatta in fretta
dalla Signoria, e poi ritirata con pubblico bando. Sul principio
v’è scritto: «Questa è la examina et processo de frate Hieronymo da
Ferrara Savonarola, facta di lui da li spectabili e prudenti homini,
commissarii et examinatori de li signori Fiorentini, _per commissione
de la Santa Sedia Apostolica_ solenemente electi et deputati, come
in esso fidelmente appare.» L’altra copia, invece, dice: «dalli
spectabili et prudenti huomini commessari et examinatori delli excelsi
Signori Fiorentini, dalle loro excelse Signorie solennemente electi
et deputati.» Ora è da sapere che la Signoria voleva rimettere al Papa
tutto il carico e la responsabilità del processo; onde in una lettera
al re di Francia espressamente affermava che il Romolino ed il Turriano
avevano, per autorità del Papa, pronunziata la sentenza; e che la
Signoria non era di nulla responsabile: «Quo fit, ut nec mortis ejus
nos auctores fuerimus etc.» Vedi Padre Marchese, Doc. XLI. La sentenza
degli Otto diceva, presso a poco lo stesso. Ecco perchè, nel processo
stampato dalla Signoria, si trova la frase, _per commissione della S.
Sede Apostolica_, frase che manca nell’altro. Per la medesima ragione,
ancora, in fine del processo venne stampata la lettera del papa a
Francesco di Puglia, e l’altra ai Francescani. Chi poi avesse fatta la
seconda edizione, è difficile affermarlo; ma nel Burlamacchi, pag. 148,
si trovano queste parole: «Era nondimeno questo processo (falsificato)
molto leggieri, nè conteneva cosa di momento alcuno. Onde non volevano
pubblicarlo; ma comporne ancora un altro che avesse qualche apparenza.
Con tutto ciò permesse Iddio che fusse divulgato; perciocchè ser
Ceccone ne mandò una copia ad un suo amico che gli aveva data la
fede di non mostrarlo a persona; dipoi s’ingannò, dando (l’amico) il
detto processo alla stampa, acciò si divulgasse.» Questo passo, bene
considerato, spiega molte cose: spiega il secondo processo che fu fatto
dai Signori, scontenti del primo, e spiega la seconda edizione del
primo.
[336] Rimettiamo sempre il lettore alla _VI Giornata_ del Violi; ed
al _Vulnera Diligentis_, lib. II, cap. 17, intitolato: _Del numero
dei vari processi_, ec; cap. 18, intitolato: _Delle contradizioni et
falsità che sono nel processo stato stampato_. Dalle parole di frà
Benedetto risulta: che la prima bozza scritta, falsificando le risposte
del Savonarola, era molto diversa dalla copia che si pose in Palazzo;
e ciò viene confermato dal Violi che notò molte delle differenze
che vi erano. Questa seconda copia differiva ancora dal processo a
stampa; e lo stesso frà Benedetto riportò qualcuna delle differenze
che aveva notate, fra la copia messa in Palazzo e quella stampata;
come per esempio, il seguente brano, che manca affatto nella seconda:
«Cittadini mia, quando voi trovate questi inimici che non credono le
cose che io ho dette, e che abbino fatto qualche errore, castigateli
grandemente come inimici della fede di Cristo.» Egli osservò, ancora,
che la sottoscrizione del Savonarola, come pure quella dei testimoni,
erano state alterate; ma non dice il come nè il dove; onde ciò ch’egli
osserva intorno a questo proposito, rimane alquanto oscuro; ripete,
però, molte volte, che la vera sottoscrizione del Savonarola tornerebbe
tutta a suo onore. Neppure ci dice se quella sottoscrizione da lui
veduta era veramente autografa; e queste cose tutte non possiamo ora
verificarle, perchè il processo che si trovava in Palazzo fu bruciato,
al tempo dell’assedio di Firenze, come ingiurioso alla memoria del
Savonarola. Varchi, _Storia di Firenze_, ediz. Arbib, vol. II, pag.
365.
[337] Vedi i citati _Frammenti di Pratiche_, nell’_Archivio delle
Riformagioni_.
[338] Questo secondo processo fu trovato, per la prima volta, da noi.
Vedi l’Appendice.
[339] Il Nardi, p. 158, dice erroneamente, che furono letti i processi,
includendovi, così, il secondo processo che fece la Signoria, e
quello fatto, assai più tardi, dai commissari apostolici; ma questi
non avevano nessuna forma legale, e non potevano esser letti nella
Sala del Consiglio. Noi ci siam, poi, sempre più persuasi, che solo
il primo processo fu letto nella Sala del Consiglio, vedendo che le
parole che lo stesso Nardi fa dire al cancelliere, dopo la lettura, son
quelle medesime che trovansi scritte in fine del processo a stampa. E
qui ripetiamo, ancora, che il Nardi, minutissimo e coscienziosissimo
scrittore, è assai poco esatto e preciso, quando discorre di questi
processi: pare che egli ne scrivesse di memoria e molto tempo dopo
seguiti i fatti.
[340] Burlamacchi. Frà Benedetto dice che ne ebbe 33.
[341] Ne parla il Violi, e lo ripetono il Barsanti ed il P. Marchese.
[342] Frà Benedetto, _Vulnera diligentis_.
[343] Chiunque legge le due copie del processo, potrà facilmente
distinguere la vera dalla falsa. Se poi ci fosse bisogno ancora di
un’autorità, abbiamo quella gravissima di frà Benedetto, il quale,
nel lib. III del suo _Vulnera diligentis_, parla continuamente del
vero processo di frà Domenico; e a distinguerlo da ogni altro, ne
cita le prime e le ultime parole, oltre un lunghissimo brano che
nella copia alterata manca, quasi, del tutto. Vedi Frà Benedetto,
_Vulnera diligentis_. L. III, cap. 3 e 9; Riccardiana, Cod. 2985. Vedi
nell’Appendice I due processi.
[344] Vedi il processo, che, in questa prima parte, è senza data.
[345] Questo si ritrae dallo stesso processo di frà Domenico.
[346] Vedi nell’Appendice, il processo di frà Domenico.
[347] Vedi processi; esamine degli accusati; Burlamacchi; Machiavelli,
_Frammenti storici_; ec.
[348] Frà Benedetto parla di _qualche_ alterazione fatta nel processo
di frà Salvestro. Vedi _Vulnera diligentis_, Lib. II e III, nei
capitoli dove esamina i processi.
[349] Vedi il processo, nell’Appendice.
[350] Vedi nell’Appendice, l’esamina di 17 accusati.
[351] Andrea Cambini dice nella sua esamina, che neppure il Valori
avrebbe osato entrar nella cella del Savonarola, quando era occupato a
studiare.
[352] Vedi nell’Appendice.
[353] Frà Benedetto, _Cedrus Libani_.
[354] Ibidem. Vedi anche le notizie intorno alla vita di frà Benedetto,
scritte dal P. Marchese, _Scritti vari_.
[355] Vedi il Doc. XVIII, nel Perrens.
[356] P. Marchese, Doc. XXX.
[357] Perrens, Doc. XIX.
[358] Marchese, Doc. XXX e seg.; Nardi pag. 144-45.
[359] Ibidem.
[360] Documenti del P. Marchese. Molti e molti furono i consigli del
Savonarola, che si volevano praticare, nel tempo stesso che si cercava
la sua morte, o poco dipoi. Uno di questi fu il gonfaloniere a vita;
un altro fu quello di riformare l’amministrazione della giustizia.
Il Savonarola avea detto: «Formate una Ruota, o sia tribunale di
cittadini ricchi e ben pagati, acciò non siano corruttibili: se ora
non ci sono danari abbastanza, fate subito un buon giudice forestiero
delle appellazioni.» Il 20 aprile, quando il Savonarola cominciava ad
esser torturato di nuovo, venne fatta la provvisione che aboliva il
Bargello e ristabiliva il Capitano del Popolo ed il Podestà; volendo in
questo modo creare quello che il Savonarola aveva chiamato «un giudice
forestiero delle appellazioni.» Vedi la provvisione nell’Archivio delle
Riformagioni. — Non molto di poi, vennero di nuovo aboliti il Capitano
e Podestà; e fu fatta una nuova provvisione, che fondò la Ruota,
anch’essa consigliata dal Savonarola.
[361] Frammenti di Pratiche.
[362] Vedi nell’Archiv. delle Riformagioni, le deliberazioni del 30
aprile 98.
[363] Nardi, _Storia di Firenze_.
[364] Provvisione del 23 aprile 98. Ebbe negli Ottanta, 60 fave nere
contro 23 bianche; e nel Consiglio maggiore, 706 nere, contro 305
bianche. È noto che il bianco disapprovava.
[365] Nardi, _Storia di Firenze_.
[366] Ve ne erano quattro del medesimo nome, ed uno d’essi era anche
seguace del Savonarola. Il seguito della narrazione mostrerà di che
colore fosse quello di cui discorriamo.
[367] Le parole della Pratica son queste: «Saria bene di nuovo
esaminarli, perchè e’ _credono si sia avuta la tortura_; acciocchè,
andando a Roma, e’ si sappia ogni cosa che lui ha in corpo.» Archivio
delle Riformagioni, _Frammenti di Pratiche_.
[368] I nuovi Dieci erano stati eletti, quando si cominciò il processo
del Savonarola. Il Popoleschi, adunque, quando era gonfaloniere, si
faceva eleggere dei Dieci: sempre nuove e più enormi illegalità.
[369] _Frammenti di Pratiche,_ Archivio delle Riformagioni.
[370] P. Marchese, Doc. XXXVI-VII. Vi è la lettera della Signoria
all’oratore in Roma, scritta lo stesso giorno 5 di maggio; e la lettera
al Papa in data del 6, che comincia: «Cum torqueremus adhuc Hieronimum
Savonarolam, proximis diebus etc.» Altra prova, quando non vi fossero
le mille già addotte, che il Savonarola non fu torturato solo il 19
aprile, come dice il processo; ma s’andò continuando sino all’ultimo.
[371] Perrens, Documento XIX; Nardi, Burlamacchi, Marchese ec.
[372] Vedi: _Meditazioni sul Salmo XXX_. L’Audin de Rians, nella sua
bibliografia di edizioni del Savonarola, fatte nel secolo XV, numera
cinque edizioni italiane ed una latina di quest’operetta. L’originale
fu scritto in latino.
[373] L’Audin ne cita otto edizioni latine, cinque italiane, una
tedesca; e tutte del sec. XV. Anche questa meditazione fu scritta in
latino.
[374] Questa idea è in opposizione diretta colla dottrina di Lutero e
di Calvino. Lutero pubblicava il suo scritto _De servo arbitrio_, in
cui combatteva la libertà umana; Calvino andava ancora più oltre colle
sue idee sulla predestinazione.
[375] Ecco di nuovo assai chiara la dottrina cattolica.
[376] Cioè a dire, scolastico.
[377] _Christus canonisirt ihm durch uns, sollten gleich die Päbste
und Papisten mit einander darüber zerbersten._ M. Luther, _Vorrede über
Savonarola’s Auslegung des 51 Psalms_. Questa prefazione stampata nella
edizione tedesca delle opere di Lutero, si trova anche pubblicata in
latino.
[378] _Regola del ben vivere cristiano, composta mentre era in carcere_
ec. Firenze, 1498, 1529; Venezia 1547.
[379] Burlamacchi, Barsanti, ec.
[380] Ibidem.
[381] «Ma questo poco di originale qui, della sua esamina fatta da
Romolino, furno scritti etiam da ser Ceccone _et altri_, così sub
brevità, che erano presenti a tale esamine quando si faceva.» Violi,
_Giornata sesta_. Nel processo è detto qualche volta, espressamente,
che anche il cancelliere del Romolino scriveva; e frà Benedetto, nel
riportarne un brano, discorre così: «Non ti sia grave di leggere un
poco (te ne priego) le parole formali scripte da ser Lodovico Menelli.»
_Vulnera Diligentis_, Parte III, cap. 3. — Vedi anche il Processo
nell’_Appendice_.
[382] Nel Processo stesso è scritto, in margine, più volte: _tortura_,
torturato.
[383] Ecco queste parole, come si trovano nella III parte del _Vulnera
Diligentis_ di frà Benedetto, che le riporta da una copia di mano di
ser Ceccone, anch’essa falsata, secondo il solito sistema; ma in più
luoghi diversa da quella che diamo nell’Appendice: «_Jussus expoliari_.
Orsù uditemi. Iddio tu mi hai colto. Inginocchiasi. Io confesso che io
ho negato Cristo. Io ho detto le bugie. Signori Fiorentini, io l’ho
negato per paura di tormenti. Siatemi testimoni. Se io ho a patire,
voglio patir per la verità. Ciò che io ho detto, l’ho avuto da Dio.
Dio tu mi dai la penitenzia, per averti negato. Io lo merito. Io ti ho
negato. Io ti ho negato. Io ti ho negato per paura di tormenti, per
paura di tormenti. Erasi inginocchiato e mostrava il braccio manco
quasi guasto. Giesù aiutami, questa volta tu mi hai colto.» Tutto
questo, si riferisce sempre al lume profetico. Ricordiamo che questo
III Lib. del _Vulnera Diligentis_ di frà Benedetto, non è altro, in
grandissima parte, che un comento del terzo processo del Savonarola.
[384] In questo, come negli altri processi del Savonarola, si
può ritenere per indubitatamente vero tutto ciò che è a favore
dell’accusato, perchè di certo non fu inventato dagli esaminatori nè
dal notaio.
[385] Il Violi e frà Benedetto poterono, per mezzo della moglie di
ser Ceccone, avere di questo processo una bozza, di proprio pugno del
notaio. Questo non è certo il processo vero; perchè le alterazioni
erano fatte nel momento stesso che si scrivevano le risposte, le quali
venivano, poi, copiate e ricopiate, sempre con nuovi cambiamenti. E
così, nella prima copia vista da frà Benedetto, si trovavano diverse
domande e risposte, che mancano in quella che si pose in giro e che
noi diamo nell’Appendice. S’interrogò, per esempio il Savonarola; «se
aveva mai commessa sodomia;» e di ciò non v’è niente nella copia che
noi abbiamo. A tale proposito frà Benedetto dice: «La cosa è più vera
che io non dico, e non l’ho per terza copia; ma hollo letto in sul
proprio originale, cioè in sulla prima bozza che fece ser Ceccone,
quando scieglieva i capi di quello diceva frà Hieronimo.» Più basso
dice: «Et in quest’ultimo processo ch’ebbi l’originale proprio nelle
mani.» Altrove dice egli stesso che l’ebbe per mezzo della moglie di
ser Ceccone. Frà Benedetto, _Vulnera Diligentis_, Lib. II, cap: 16, 17,
18; Violi, _Giornate_ — Vedi Appendice.
[386] Vedi il Processo nell’Appendice.
[387] In fondo il Processo non v’è firma, e ve n’è una nel mezzo,
di cui nessuno vide mai l’autografo, e vi mancano affatto quelle dei
testimoni.
[388] A Milano ne abbiamo trovata una copia mandata al Duca.
[389] Burlamacchi, Barsanti, ec.
[390] Ibidem.
[391] Questa lettera si trova riportata nel Burlamacchi.
[392] Burlamacchi.
[393] Burlamacchi, Pico, Barsanti, Violi, frà Benedetto, ec.
[394] Il Burlamacchi, il Benivieni e moltissimi altri, annoverando
le profezie del Savonarola, ragionano minutamente di questa; e danno
molti particolari per accertare la verità del loro racconto. Si noti
che il Burlamacchi morì l’anno 1519; onde bisogna credere che i devoti,
e forse il P. Bottonio, abbia aggiunta quella parte del racconto, che
riguarda la verificazione della profezia. Vedi a questo proposito,
anche nel P. Marchese i _Documenti_, XLII e XLIII.
[395] Questa orazione si trova nel Burlamacchi, e fu stampata, anche,
insieme colla esposizione del _Miserere_.
[396] Ove ora è la Posta delle lettere.
[397] Nardi, Burlamacchi, Barsanti, Pico, e frà Benedetto nel _Cedrus
Libani_.
[398] Burlamacchi e Pico. Anche frà Benedetto, nella sua III parte del
_Vulnera Diligentis_, cita queste parole.
[399] Burlamacchi, pag. 160; Nardi 169; _Vulnera Diligentis_, Parte III.
[400] Burlamacchi ec. La sentenza stessa incomincia: «Vexilliter
Justitiæ et Octo viri Reipublicæ Florentinæ; omnes, excepto uno
Francisco Cino, in curia congregati.»
[401] È singolare che dopo un Processo politico, si dovesse condannare
il Savonarola, principalmente per la sentenza del Papa.
[402] Vedi l’Appendice.
[403] Burlamacchi ec.
[404] Leopardi.
[405] Burlamacchi, Barsanti, ec.
[406] Burlamacchi, Pico, Barsanti, Razzi, frà Benedetto, Nardi,
Guicciardini, Rinuccini, Cerretani, Parenti, Cambi, ec.
[407] Questo particolare è riferito dal Nardi, che ci si trovò presente.
[408] Burlamacchi.
[409] Frà Benedetto, _Cedrus libani_.
[410] Vedi sempre i medesimi autori citati più sopra.
[411] Pico, _Vita_ ec.
[412] Nardi, _Storia di Firenze_; Gio. Cambi, _idem_.
[413] Vedi i biografi citati, e i documenti in appendice.
[414] Come il celebrare la messa nel palazzo della Signoria, che venne
concessa, in vece, ai frati di San Miniato. Gli fu tolta, anche, la
direzione dei Buoni Uomini di San Martino.
[415] Nell’Archivio delle Riformagioni, v’è un gran numero di lettere e
deliberazioni a questo proposito. Ne daremo qualcuna nell’Appendice.
[416] P. Marchese, _Storia di San Marco_.
[417] Vedi le Deliberazioni della Signoria, dal 28 maggio all’8 giugno,
e quelle del 29 e 30 giugno: vedi anche P. Marchese, _Storia di San
Marco_.
[418] Nardi, Storia di Firenze.
[419] Cambi, _Storia di Firenze_, vol. II, pag. 134; nelle _Delizie
degli Eruditi Toscani_.
[420] Anche l’_Osservatore Fiorentino_ ricorda questo fatto
generalmente noto.
[421] P. Marchese, Documento XXXIX.
[422] Omnipedum nequissimum.
[423] Questa lettera fu pubblicata fra i documenti del Meier, che la
trovò nella Biblioteca del conte Bontourlin in Firenze.
[424] P. Marchese, Documenti, Doc. XL.
[425] Guicciardini, _Storia d’Italia_, ediz. Rosini, vol. III, pag. 15.
[426] Machiavelli, _Principe_, cap. VIII.
[427] Coll’andare del tempo non cessava; anzi cresceva quella
superstiziosa venerazione che i frati di parecchi conventi di Toscana
nutrivano pel Savonarola, adorando i suoi abiti, facendogli orazioni,
conservandone le reliquie, celebrando un ufficio per lui espressamente
composto, e nel quale lo chiamavano santo, martire e profeta. Questi,
veramente, non ardiremmo chiamarli discepoli del Savonarola. Un
_Officio proprio per fra Girolamo Savonarola e i suoi compagni_, fu
pubblicato dal conte Carlo Capponi, Prato 1860, edizione di soli 46
esemplari.
[428] Fu autore di molti scritti. Varchi, _Storia di Firenze_, ediz.
Arbib, vol. I, pag. 580.
[429] Vedi il _Discorso_ di Paolino Bernardini di Lucca, fatto in
questa occasione, e pubblicato dal Quetif. Vedi anche una lettera di
frà Vincenzo Ercolani perugino, che fu pubblicata dal signor Aquarone
fra i documenti alla sua biografia del Savonarola.
[430] _De Servorum Dei beatificatione_, vol. VIII.
[431] Il _Trionfo della Croce_, e la _Semplicità della Vita Cristiana._
[432] Questa lettera fu pubblicata molte volte, ma sempre
scorrettamente. Il Conte Carlo Capponi ne trovò l’autografo in casa
Gondi, in Firenze, e la pubblicò nel suo opuscolo: _Alcune lettere
di Frà Girolamo Savonarola_. Essendo però il medesimo di soli 80
esemplari, noi abbiam creduto di dover ripubblicare questa lettera; e
la riproduciamo fedelmente, per far conoscere anche l’ortografia del
Savonarola in quella età giovanile.
[433] Cioè: il mio mutato pensiero avrebbe impedito il mio atto. Questa
ragione che adduce pel suo silenzio, mostra chiaramente l’affetto del
suo animo.
[434] Qui riferisce all’operetta che diamo nel Documento II.
[435] Cioè: passeranno.
[436] Fu trovato dal C. Carlo Capponi, insieme colla precedente
lettera, fra le carte dei Grandi: non è l’autografo, ma un’antica
copia, mandata da uno dei Savonarola, che l’avea cavata da un libro di
famiglia e l’accompagnava con una sua lettera.
[437] Intendi, della medicina.
[438] Questa lacuna è nell’originale.
[439] Sottintendi, _quis_.
[440] Non odono.
[441] Qui intende i malvagi.
[442] Forse: advola.
[443] I cattivi.
[444] Zobia, parola di dialetto ferrarese, per Giovedì. Anche in
Toscana si usava dire dai contadini: Giodie, per Giovedì.
[445] Errore, invece di _settembre_.
[446] Queste son, forse, parole scritte dal Gondi cui fu mandato il MS.
[447] È senza data; la trovammo nella Riccardiana Cod. 2055.
[448] Nell’originale non vi è data.
[449] Codice Magliabechiano, MS. dei Conventi, VII, 15. Vi sono
anche Sermoni sul Genesi, ed altri molti. Il Codice IX, 28, anche dai
Conventi, contiene Sermoni sul Salmo _Quam bonus_ e sul Genesi. Son
due codici, non autografi, travati da noi quando era già cominciata la
stampa di quest’opera, e contengono, oltre ai Sermoni già pubblicati, i
primi, ma assai imperfetti abbozzi, di quelli inediti sull’Apocalisse,
sul Genesi, e qualche altro ancora. Non avendo potuto discorrerne nel
testo diamo qui un saggio della lezione sull’Apocalisse. Si vedrà che
son sempre le stesse idee del Savonarola; ma la compilazione ne è tanto
imperfetta, che appena può giovarne la lettura. Più compiuti sono i
Sermoni sul Genesi, e ne daremo altrove un saggio più esteso.
[450] Trovasi in un’antica biografia, scritta da un contemporaneo
del Savonarola. Vedi nella Magliabechiana, MS. dei Conventi I, VII,
28. Molte delle opere che cita questo catalogo sono ora stampate. In
una Miscellanea di cose attinenti al Savonarola, che è più moderna e
trovasi nel Convento di San Marco in Firenze, si parla di tre volumi
MS. di opere del Savonarola: il primo autografo, gli altri due copiati.
Secondo noi, il volume autografo è quello che citiamo nella nota al
documento che segue a questo; gli altri due sono i Codici dei Conventi
VII, 15; IX, 28, citati più sopra.
[451] Questa è la Bibbia postillata, che trovasi in Magliabechiana.
[452] Probabilmente, un quadro della Storia della Chiesa fino a’ suoi
tempi, per provare la necessità della sua missione.
[453] Forse un compendio del _Trionfo della Croce_.
[454] Forse un compendio dell’opera _De Regimine Principum_.
[455] Forse, quelli sull’Apocalisse, riportati nel Doc. IV.
[456] Di questi si è accennato nelle nota al Doc. IV.
[457] Qualche cosa simile al libro: _Della semplicità della Vita
Cristiana_.
[458] Due operette stampate a Venezia, come si dice nel testo.
[459] Sermoni sopra i Treni o Lamentazioni di Geremia. Vedine qualche
brano nel Doc. che segue.
[460] Intendi: _habet Frater Nicolaus de Aurifice_.
[461] Opera inedita che trovasi inedita nella Marciana di Venezia: la
daremo alla luce.
[462] Qui il nostro catalogo sembra accennare a qualche lavoro, diverso
da quello del Doc. IV.
[463] Se non vi è errore nel codice, si tratta di qualche scritto sulle
api, pigliando ad esempio la loro industria.
[464] Forse intende dire delle opere di Sant’Antonino.
[465] Intendi: _Super Arcam_.
[466] Forse: _Breviati_.
[467] Forse esposizione del Salmo che incomincia con queste parole.
[468] L’Autore spesso si ripete in questo catalogo.
[469] Una selva di Sermoni, stampata a Venezia, 1556; e di cui
l’autografo si trova nello stesso codice dal quale caviamo il documento
che segue.
[470] Qualche regola o guida pei Confessori.
[471] Forse il _Trattato sulla logica_, o qualche cosa di simile.
[472] Sulle occulte virtù delle pietre, il Savonarola parla spesso
nelle sue opere filosofiche.
[473] Nel testo abbiamo notato, come quest’opera fu dal Savonarola
compilata in due forme diverse.
[474] Il Codice trovasi fra le cose rare. Vedi carte 32, 33, 34.
[475] Questi Sermoni discorrono sulle Lamentazioni di Geremia: manca il
primo.
[476] Ciò farebbe supporre, che questi Sermoni siano antecedenti a
tutti gli altri a stampa: il Savonarola ancora non ardisce profetare.
[477] Forse intende dire dei frati, chiusi nei chiostri.
[478] Una parte del codice, da cui son cavati questi brani, fu stampata
a Venezia, 1586, col titolo: _Alcuni Sermoni sulla cantica_, ec.
In essa si trovano parimente mescolati il latino e l’italiano; ma
nell’autografo, però, si può vedere come la mano è sempre più rapida
nello scrivere latino.
[479] Per volgo.
[480] Magliabechiana. MS. dei Conventi, stanza I, scaf. I, palch. X, n.
32. Questo prezioso MS., lungamente smarrito, fu dopo molte ricerche da
noi trovato, quando appena era cominciata la stampa del nostro lavoro:
ce ne siamo perciò ampiamente giovati. Non era segnato nel catalogo
della biblioteca, ed era legato col titolo: _Savonarola, Apologia_. Il
Razzi, che conobbe personalmente il Violi, ci dice che questi occupò
assiduamente la sua vecchiezza a scrivere le _Giornate_; e, morto in
età di 80 anni, le lasciò incompiute; non potendo procedere più oltre
della tredicesima. Esso era figlio di Iacopo d’Andrea; nacque il 14
febbraio 1464; fu primo di sua casa ad essere squittinato ed approvato
agli uffici della repubblica.
[481] Questa lacuna è nell’originale.
[482] Idem.
[483] Carta 19.
[484] Leggendo più basso, si spiega di quali Prediche ragiona.
[485] Non si riferisce ad alcun luogo particolare; ma lo riportiamo
perchè utile a conoscere gli usi tipografici di quei tempi, ed il modo
che teneva il Violi nel mettere a stampa le opere del Savonarola.
[486] Codice Magliab., Cl. XXXVII, 288, a carte 9.
[487] Promette.
[488] Fiorino.
[489] Quest’affettuosa lettera noi trovammo nel Cod. Ricc., 2033.
Il chiar. conte Carlo Capponi, dietro nostra notizia, la pubblicò
insieme con altre lettere dello stesso Codice, nel suo pregevole
opuscolo: Alcune Lettere, ec. Ma non avendone egli stampato che soli 80
esemplari, noi crediamo di poterla pubblicare nella nostra appendice,
come tuttora ignota al pubblico, e degnissima certamente d’esser
conosciuta.
[490] Forse qui manca: causa.
[491] Qui l’originale ha «et e. e. e. e. et c. p. p.;» una delle
moltissime abbreviazioni del Savonarola, che senza grande esperienza
de’ suoi scritti ed un continuo riscontrare la Bibbia, non si possono
spiegare. — Non vogliamo in questo luogo tralasciar di parlare
d’un’altra lettera del Savonarola in data del 18 maggio 1493 trovata
recentemente nell’archivio di Lucca ed ora pubblicata nel Giornale
Storico degli Archivi Toscani. Si tratta di un parere dato alla
repubblica di Lucca, che chiedeva se si potevano ricevere gli Ebrei
prestatori. Il Savonarola dice che: gli Ebrei «non, sunt e civitatibus
Christianorum pellendi;» ma che, l’usura essendo proibita, non si debba
loro concedere alcuna facoltà di praticarla.
[492] Archivio delle Riformagioni, Dieci di Balia, Cl. X, Did. 3, num.
43. Filza 10, carte 155 _verso_.
[493] Cioè, da.
[494] Riccardiana, Cod. 2053, scorrettissimo.
[495] Il codice, assai scorretto, ha continuamente _superiositate_,
forse in luogo di _superioritate_, anch’essa parola che non è nei
classici. Allora non s’era anche, dal Bembo ed altri, proposta la
riforma par far scrivere correttamente i brevi papali.
[496] Archivio di Firenze, carte strozziane, cod. 133, fol. 23.
[497] Ci siamo indotti a pubblicare queste lettere dalla Signoria,
perchè scritte da Bartolommeo Scala cancelliere dalla repubblica e
padre dalla famosa Alessandra Scala, celebre erudito e letterato,
amico del Savonarola ed autore d’uno scritto in suo favore. Ancora
perchè questa disputa coi frati Lombardi, come si vedrà appresso, fu
di grandissima importanza nella vita del Savonarola. — Vedi due volumi
di lettere dello Scala, di scrittore moderno e recentemente acquistati
dall’Archivio di Firenze: lett. 414, 437, 479. Non vanno oltre l’anno
1493, in cui morì lo Scala; e riguardan tutte cose di ufficio.
[498] Questa lettera, come si vede, non riguarda solamente la
separazione; ma deve riferirsi anche alla prima chiamata del Savonarola
a Roma.
[499] Abbiamo copia di un gran numero di questi dispacci della corte di
Napoli ai governi d’Italia, scritti tutti dal celebre Giovanni Pontano
dell’Umbria. Questo che diamo come saggio, è indirizzato a Luigi de’
Paladini, ambasciatore a Roma.
[500] _Abbasciare_ per abbassare, nel dialetto napoletano.
[501] Ad ora.
[502] È noto l’odio degli Orsini contro al Borgia, ed i mali umori che,
per ciò, nacquero colla corte di Napoli, che li proteggeva.
[503] Di ciò s’è parlato nel testo.
[504] Giuliano della Rovere.
[505] Virginio Orsini.
[506] Ascanio Sforza, fratello dal Moro.
[507] L’ambasciator di Milano.
[508] L’imperator Massimiliano.
[509] _Stutare_ per spegnere, parola del dialetto.
[510] Codice Riccardiano 2022. Era nostro intendimento di pubblicare
un altro discorso del Nardi, dove si parla minutamente delle infamie
dei Medici, ed a quello accennavamo nella nota della pag. 57, vol. I;
ma, essendo stato pubblicato dal signor Gelli, nell’_Appendice alle
Letture di Famiglia_ (anno 1856); diamo, invece, quest’altro discorso
che, pure, riguarda i tempi di cui ragioniamo. Trattandosi del lavoro
d’uno scrittore classico, e non di semplice documento, abbiamo creduto
inutile riprodurre l’antica ortografia.
[511] Il re Carlo.
[512] Intendi, Lorenzo che fu padre d’Alessandro e Caterina de’ Medici.
[513] Vedi il prezioso codice riccardiano 2085, sconosciuto a tutti i
biografi del Savonarola. Riportiamo questi due capitoli perchè danno
grandissima luce a comprendere quale fosse l’indole delle visioni del
Savonarola e de’ suoi seguaci.
[514] Nel più fitto della notte.
[515] Di questo disegno dal Buonarroti, non so che altri abbia mai
parlato, nè dove si ritrovi.
[516] Il Savonarola chiamava _barbieri_ i Francesi e tutti coloro che
dovevano flagellare la Chiesa e l’Italia.
[517] Questo si potrebbe riferire alla prima bozza del processo, fatta
da ser Ceccone, e minutamente esaminata da Lorenzo Violi nelle sue
_Giornate_; me qui frà Benedetto vuol parlare di un processo autografo,
di cui egli ed altri sostenevano l’esistenza, come si vedrà altrove.
[518] Qui il Ms porta in margine: _1490 in Sermone 18_.
[519] Qui altra nota marginale: _Domenica secunda, in quadragesima_.
Forse vorrà riferire allo stesso anno 1490.
[520] Archivio delle Riformagioni; lettere dei _Dieci di Balía_, vol.
XIV, foglio 44, retro. Il documento della prima legazione, di cui
parlano minutamente tutte le storie, non abbiam ritrovato in archivio.
[521] Delle fortezze.
[522] Vespucci.
[523] Questo era necessario, non solo per passare in mezzo
all’esercito; ma, ancora, per difesa contro i nemici della repubblica e
tutti partigiani dei Medici, che tentavano d’ucciderlo.
[524] Altra lettera, in data del 19 giugno 95, trovasi a carte 18
dello stesso codice, e contiene il seguente paragrafo: «Habbiamo
inteso quello haveasi operato Fra Hieronymo, et ne habbiamo avuto
(_lettera_), et lui seguirà l’ordine impostoli; et voi, per nostra
parte, lo pregherete et conforterete a seguire questa sua sancta opera,
nella quale questa città e popolo ha grandissima fede et opinione;
et voi, ancora, vi sforzerete aiutarla per tutte quelle vie et modi
occorreranno alle prudentie vostre.»
[525] Ibidem, foglio 46.
[526] È la 464 nei due volumi di lettere della Scala, che si trovano
nell’Archivio delle Riformagioni.
[527] Si trovano nel codice Riccardiano 2053. Ivi è detto che furono
inviate, _post admissionem regni Neapoletani_.
[528] Così dice lo stesso codice Riccardiano.
[529] Osservare.
[530] Queste idee si trovano ripetute continuamente nelle sue prediche.
[531] Sottintendi: Vostra Corona.
[532] Da tutte queste lettere si vede, sempre, quanto fermamente il
Savonarola credesse alla sua missione profetica.
[533] Questa lettera, scritta in francese, venne tradotta e pubblicata
a Firenze assai scorretta, di che il Savonarola si dolse. (Vedi vol.
I, p. 344). La lezione che noi seguiamo è del codice Riccardiano 2053;
ed è una traduzione assai diversa. In fine di essa troviamo scritto:
_questa è a stampa più corretta_; ma noi abbiam creduto doverla,
nondimeno, pubblicare; sia perchè il Savonarola disapprovò quella a
stampa, ora divenuta rarissima; sia perchè ci parve che, in luogo di
_più corretta_ il codice dovesse facilmente dire _più corrotta_.
[534] Qui v’è nel Ms. _el quale_, che abbiam tolto, perchè
confonderebbe il senso.
[535] Sono le tre lettere inedite de noi pubblicate.
[536] Questo colloquio ebbe luogo in palazzo Riccardi, e noi ne abbiamo
ragionato.
[537] Abbiamo aggiunto questo _quando_, per rendere più chiaro il senso.
[538] Qui vuol dire; Giacchè sebbene molte ec.
[539] Qui ci siamo avvicinati alla lezione a stampa, essendo il Ms.
assai scorretto.
[540] Nel Ms. manca la data che si trova, però, nella rarissima
edizione già menzionata.
[541] Bacinetti, vassoi.
[542] Queste cifre son certo esagerate.
[543] Magliabechiana, Classe XXV, cod. 547.
[544] Per questi idiotismi, bisogna raccomandarsi all’intendimento del
benevolo lettore.
[545] Italia.
[546] Il Capponi era commissario al campo, insieme con Pier Giovanni
de’ Ricasoli.
[547] Pare che sia un epiteto dispregiativo, forse parola dell’antico
dialetto pistoiese.
[548] L’insegna di Firenze.
[549] Antonio Canigiani uno dei più valorosi commissari fiorentini.
[550] Qui doppio non sta nel senso di falso, ma di grande, verace,
forte.
[551] Altra insegna della repubblica, sotto forma di Leone.
[552] Lo imperatore.
[553] Vico Pisano.
[554] Rinuccio d’Anghiari.
[555] Pier Giovanni de’ Ricasoli.
[556] Essendo il Canigiani ritornato per assumere l’ufficio dei Dieci.
[557] Argutamente.
[558] Fraude, frode.
[559] Qui l’originale ha una lacuna.
[560] Vedi la nota 3 a pag. XCIV.
[561] Anche questa pare che sia una parola dispregiativa.
[562] A guisa degli schiavi.
[563] In coro, insieme.
[564] Qui si vede subito il Piagnone, che deve sempre ragionar di
profezie e profeti.
[565] Qui forse vuol dire: stia ciascuno ben lieto, perchè non sempre
vi sono profeti.
[566] I patti di accordo e sottomissione.
[567] Il Ms. ha una lacuna; forse dovea dire: _dorma, forma_.
[568] Questa parola manca nel testo.
[569] Fin qui le parole sono in bocca dei Pisani; ora l’autore ripiglia
il suo discorso.
[570] Che Firenze non s’accordi colla Lega.
[571] Abbiam pubblicato queste poesie, non già secondo l’ordine
cronologico, ma secondo che si trovavano nel codice: invertimmo
solo l’ordine delle due ultime, perchè ci pareva che il soggetto lo
richiedesse.
[572] Questa lettera e la seguente furono assai imperfettamente
pubblicate del Perrens e dal Meyer. Il primo le trasse dal Codice di S.
Marco a Venezia; il secondo dal Codice riccardiano 2053, ma con molte
lacune ed errori. Noi abbiamo seguito fedelmente la lezione del Cod.
riccardiano, sebbene neppure sia molto corretta.
[573] Questa è forse una citazione.
[574] Forse, _obstant_.
[575] Trovasi fra la lettere della Scala, più sopra citate, col numero
d’ordine 517.
[576] Questa lettera noi trovammo nel citato Codice Riccardiano, e
ne demmo copia al conte Capponi, che la pubblicò nell’opuscolo, altre
volte citato, di cui tirò solo 90 esemplari. Vogliamo qui rammentare
una lettera del Savonarola, in data del 13 maggio 1493, indirizzata
agli Anziani della repubblica lucchese, che lo avevano consultato
sull’ammettere in città gli Ebrei prestatori. Il Savonarola si
pronunziò per l’affermativa, sebbene con certe riserve. Quella lettera
fu pubblicata dal Bongi, nel Giornale dagli _Archivi Toscani_, Anno
III, Aprile-Giugno 1859.
[577] Secondo lo stile nuovo, 1496.
[578] Queste tre lettere si trovano nella Biblioteca di Modena, e
furono pubblicate nello stesso opuscolo del conte Capponi.
[579] È di assai poco momento; fa solo vedere che il Savonarola, nel
tradurre le sue opere quasi sempre vi faceva dei mutamenti: riferisce
probabilmente al Compendio di rivelazione.
[580] Cioè il primo getto del lavoro, e non le prove di stampa; come
anche a noi era sembrato, leggendo questa lettera la prima volta.
[581] Codice Riccardiano 2053.
[582] Trovasi nell’Archivio di Milano, la dobbiamo alla cortesia del
Sig. Danzi di Milano e del Padre Marchese.
[583] Questa parola manca nel MS.
[584] Si trovano autografe in un Codice posseduto dal conte
Giberto Borromeo a Genova. Ne avemmo notizia dal P. Marchese, e le
pubblichiamo, quasi unicamente, come curiosità letteraria, per dare
un’idea del modo come il Savonarola componeva. Ci siamo, poi, accertati
che sono primi abbozzi, paragonando alcune poesie già pubblicate, con
un esemplare delle stesse che si trova in questo Codice.
[585] Vedi i libri delle Deliberazioni, nell’Archivio delle
Riformagioni.
[586] Ciò dimostra in che concetto di dottrina e di amore alle cose
antiche, fosse tenuto il Savonarola.
[587] Questi è Marsilio Ficino.
[588] Accanto al convento di S. Marco, dove era anche il così detto
Giardino di S. Marco, in cui i Medici avevano raccolto un Museo di
statue antiche.
[589] Trovammo questo Codice, la prima volta, nella Biblioteca dal
march. Gino Capponi, Cod. XCIII, carta 94 a 101. Altra copia ne è nella
Magliabechiana di Firenze, Cl. XXV, 338.
[590] Era capo e quasi padrone della repubblica di Siena.
[591] Intendi: e però il contratto si mostra forzato.
[592] Alfonsina Orsini, moglie di Piero de’ Medici.
[593] Virginio Orsini.
[594] Il Ms. Magliabechiano dice: _farenvi_; quello della biblioteca
Capponi: _farovvi_.
[595] I danari.
[596] Questi Antella non erano di sicura fede.
[597] Che le uccisioni del 1478 (fatte in seguito alla congiura dei
Pazzi), e gli esili del 1434, (fatti, quando Cosimo bisavolo di Piero
tornò dal suo esilio) furono nulla, rispetto a quello che faranno essi,
tornando.
[598] Questa è la prima confessione o esamina.
[599] Uno dei congiurati, di quei cinque che furono condannati.
[600] Luogo tra Arezzo e Perugia, presso al Lago Trasimeno; lo chiamano
anche Ossaia.
[601] Lo stesso Lamberto dell’Antella.
[602] Quello che fu tenuto capo delle congiura.
[603] Uno dei cinque condannati.
[604] Un altro dei medesimi.
[605] Parecchi dei Tornabuoni furono implicati nella congiura, Cosimo
di Lorenzo riuscì a fuggire; ma i suoi beni vennero confiscati.
[606] Petrucci.
[607] Seconda esamina.
[608] Pregailo.
[609] Quel che segue continua la numerazione della prima esamina.
[610] La moglie di Pietro.
[611] Elezione.
[612] Sembra che sia qualche libro di Piero, che i Ridolfi ritenevano,
senza dovere aver nulla da lui.
[613] Una parte de’ debiti.
[614] Era nome d’un carcere, in Firenze.
[615] Legge che gli permetteva di ripatriare senza pericolo.
[616] Il cardinale fuggì da Firenze in abito di frate.
[617] Riferisce forse a qualcuno ch’era appresso a Piero.
[618] Il Nardi, _Storia di Firenze_, pag. 46, parlando della cacciata
de’ Medici racconta: «Il popolo minuto corse alle case di Ser Giovanni
Guidi notaio e cancelliere delle Riformagioni, e parimente alle case di
Bernardo d’Antonio Miniati, stato lungamente provveditore del Monte;
contro a’ quali il popolo, per più tempo avanti, aveva conceputo un
odio mortale, per essere costoro reputati sottili inventori delle molte
e incomportabili gabelle e gravezze poste alla città.»
[619] I loro cugini, che s’erano dati al partito popolare.
[620] Rospi, ranocchi.
[621] Presso che un anno.
[622] Ad istanza.
[623] A buona derrata.
[624] Archivio delle Riformagioni; _Deliberazioni dei Signori e
Collegi_, vol. 89, carta 35 retro.
[625] Magliabechiana, CL. XXIV, n. 288.
[626] Bartolommeo Giugni ch’è degli Otto nuovi.
[627] Il Breve latino si trova pubblicato nell’appendice del Perrens.
Questa traduzione italiana fu stampata nel secolo XV, e pubblicata
anche dal P. Marchese, il quale non volle credere che questo fosse il
solo breve di scomunica. Noi, leggendo i brevi posteriori dal papa e le
risposte del Savonarola, come pure le sue prediche, non ne trovammo mai
accennati altri.
[628] Magliab. Class. XXV, cod. 337; furono pubblicate dal signor P. E.
Giudici, nell’Appendice alla sua _Storia de’ Municipi italiani_.
[629] Archiv. delle Riformagioni, Deliberazioni dei Signori e Collegi,
vol. 89, carte 72.
[630] Domini Priores Libertatis.
[631] Archivio delle Riformagioni: _Minute di lettere ad ambasciatori_,
1496 e 97. Nell’antica classificazione il codice era segnato CL. X,
Dist. I, N. 98.
[632] Non altro.
[633] Non vi è stata discrepanza, circa l’effetto, il fine ultimo del
giudizio.
[634] Forse: dolosi, ingannatori.
[635] Per.
[636] Non potrebbe esserne più contento di quello che è.
[637] Riportiamo questo abbozzo di lettere, sebbene riguardi un tempo
posteriore, per dare un esempio delle molte altre che scrisse, e delle
pratiche che fece la repubblica veneziana, onde favorire il ritorno di
Pietro de’ Medici. — Vedi cancelleria ducale di Venezia; vol. 37 dei
_Secreti_, carte 3, a tergo. Vi sono parecchi altri di questi abbozzi.
[638] Vorrebbero i suoi amici. Forse anche: i suoi amici ricordano le
promesse da noi fatte.
[639] Forse: compresa.
[640] Quanto all’aiutare la libertà dei Pisani, lo abbiamo fatto in
ogni modo; e ci sarebbe caro riavere le spese incorse. Stando fermi
questi due presupposti, ci adattiamo a qualunque altro conveniente
partito.
[641] Queste cifre rappresentano il numero dei votanti nel Consiglio.
La repubblica di Venezia aveva tre surta di voti: il _sì_, il _no_,
ed il non sincero, per quelli che non erano abbastanza illuminati nel
soggetto.
[642] Magliabechiana, Cl. XXXV, n. 190.
[643] Lo scrittore di questa lettera era, come si vede, assai
ignorante: il lettore deve aiutarsi col suo buon senso.
[644] Il Savonarola.
[645] Non che dai poco ec.
[646] Non cessano di sollecitare.
[647] Qui il senso è molto oscuro; ma in sostanza vuol dire, che frà
Mariano dovea dimostrare l’errore di chi afferma che, sapendo d’essere
scomunicato, si possa continuare a predicare.
[648] Furono le sue parole.
[649] Ex abrupto erumpens in hæc verba.
[650] Forse, _sfogli_.
[651] Forse vorrà dire: quello avevano udito.
[652] È senza data.
[653] Cod. Riccardiano, 2033.
[654] Qui si riferisce chiaramente al Breve di scomunica da noi
riportato.
[655] Di queste lettere se ne trova un gran numero nell’Archivio di
Milano. Riportiamo solo queste due, per non moltiplicare i documenti;
giacchè i fatti in esse riferiti non sono, generalmente di grande
importanza al nostro proposito.
[656] Cioè: sieno d’accordo.
[657] Uno di questi amici segreti, era certo il notaio Ser Ceccone.
[658] Forse: per rispondere in buona parte dei denari; cioè pagare.
[659] Si trovano nell’Archivio delle Riformagioni, in un volume
intitolato: Lettere ed altri documenti, 1505 e 1519.
[660] Di questa lettera s’è ragionato nel testo.
[661] Anche di ciò abbiam tenuto discorso.
[662] Quando anche.
[663] Il re di Francia.
[664] Più che il far bene a noi, che siamo suoi alleati, dovrebbe
muoverlo il bisogno di provvedere all’onor di Dio.
[665] Dal MS. Magliebechiano più volte citato.
[666] Persone di credito.
[667] I frati Minori.
[668] Forse: senza mostrare però.
[669] Forse: venendo.
[670] Se diceva di sua volontà.
[671] È forse errore nel MS.; dovrà dire, ascoltavanlo.
[672] Questa Cronica di Simone Botticelli è smarrita.
[673] Non manca.
[674] La quale, però, aveva ordito tutto a danno del Savonarola.
[675] Come abbiamo detto altrove; piuttosto che processo, furono alcune
poche risposte scritte di sua mano, e nelle quali, come già aveva fatto
a voce, riconfermò la sua dottrina.
[676] Queste carte, che non erano veramente processo, par certo che
andassero bruciate: esse, per altro, poco o nulla aggiungerebbero alla
conoscenza dei fatti.
[677] Qui il Violi è tratto in inganno: furono due edizioni di uno
stesso processo, e non due processi diversi come habbiam già detto nel
testo.
[678] Come trattaste.
[679] Forse: davono, davamo.
[680] Forse: rinnovazione della Chiesa.
[681] Forse: come voi.
[682] Forse: che sì.
[683] Pianse pel dolore di avere, nel delirio della tortura, nominato
il cardinale di Napoli. Questo almeno si caverebbe del falso processo.
[684] Questo è falso, perchè il cardinale di Napoli lo aiutò nella
separazione dai Lombardi. Del resto, non fa maraviglia che il Violi lo
dicesse, perchè anche le carte viste da lui erano falsificate.
[685] Forse: la cui.
[686] È la seconda esamina fatta per ordine della Signoria.
[687] Questo è forse lo scritto che lasciò al carceriere.
[688] La Giornata seguente, come la terza parte del _Vulnera
Diligentis_, ragiona a lungo sulle interpretazioni allegoriche e
mistiche, da dare alle risposte del Savonarola.
[689] Vedi i due codici magliabechiani più volte citati.
[690] Penerà.
[691] Esaminando e riscontrando bene tutti questi discorsi, intorno ad
un preteso vero processo; si vede che sono ipotesi, e bisogne venire
alla conclusione che di vero non ci fu altro che le poche risposte date
a voce, nel primo giorno, e poi scritto di mano propria del Savonarola.
Più tardi esse furono bruciate; ed, in ogni modo, non aggiungerebbero
nulla a quello che già sappiamo del processo.
[692] In luogo di _osceno_.
[693] Codice Riccardiano 2985, carte 32 a 36.
[694] Qui incominciano quelle sottili distinzioni, di cui abbiamo
parlato nel testo.
[695] Quando eri in presenza delli ec.
[696] Imprecatoria.
[697] Ecco il divino istinto, introdotto a spiegare le risposte date
nel processo, come noi abbiamo già notato nel testo; e tutto ciò è
sempre appoggiato agli esempi cavati dalla scrittura.
[698] Queste parole sono scritte da frà Benedetto, che si trovò quel
giorno in convento.
[699] Altri storici riferiscono, che il vescovo dicesse solo: _ab
Ecclesia triumphante_.
[700] Qui, forse, l’autore vuol difendere il Savonarola dall’accusa,
che non considerasse valida la elezione d’Alessandro VI, perchè
simoniaca, sebbene riconosciuta poi dal consenso della Chiesa.
[701] Qui frà Benedetto cita la parola, per distinguere il vero dal
falso processo.
[702] Ecco un’altro dei sofismi, che pure erano frequenti e sinceri
nell’animo del Savonarola.
[703] La seconda esamina.
[704] La medesima.
[705] Abbiamo detto nel testo, come di questo processo si trovino due
edizioni nel tempo. Noi riproduciamo fedelmente, o quasi a fac-simile,
quella che è più rara e che noi crediamo fatta dalla Signoria: nelle
note registriamo quei passi, in cui l’altra edizione differisce da
questa. Poniamo fra parentesi solo alcune di quelle parole o periodi,
che più visibilmente ci paiono interpolate dal notaio ser Ceccone:
distinguerle e notarle tutte sarebbe impossibile.
[706] Nel secondo verso, l’altra edizione ha queste parole: «In dei
nomini amen. Anno domini nostri ab eius salutifera incarnatione M.
CCCC. XCVIII. In ditione die vero VIIII aprilis.»
[707] Queste parole: «Per commissione de la sancta Sedia Apostolica,»
mancano nell’altra edizione. Ciò, come abbiam visto, c’indusse a
credere che questa che diamo, sia la prima edizione, pubblicata in
grandissima fretta e poi soppressa dai Signori fiorentini. Quelle
parole, nondimeno, erano una evidente menzogna: il Savonarola era stato
preso il dì 8, l’esame era cominciato il 9; come v’era stato tempo
di ricevere commissione da Roma? O forse quella commissione s’era già
ricevuta, prima che il Savonarola fosse preso?
[708] Qui l’altro processo a stampa aggiunge queste parole: «La
infrascripta è la examina di Fra Hieronymo di Nicolo Savonarola da
Ferrara dell’ordine de predicatori, facta di lui dalli spectabili
et prudenti huomini commessari et examinatori delli excelsi signori
Fiorentini, delle loro excelse Signorie solennemente electi et deputati
cioè: