Per non ingrossare soverchiamente questo volume, abbiamo dovuto
tralasciare la pubblicazione di molti documenti, e di parecchi scritti
originali del Savonarola, uno dei quali, che avevamo anche promesso,
era l’_Esposizione di Abacuc_. Quest’opera si trovava in un codice
della Marciana di Venezia, e dovemmo superare infinite difficoltà, per
aver copia d’un manoscritto che i più abili si dichiaravano incapaci
di leggere. Pare che sia un autografo disteso in grandissima fretta;
certo non somiglia gran fatto agli altri manoscritti del Savonarola.
Riscontrammo questa copia, coll’altra certamente autografa, e che
trovammo più tardi in fondo alla Bibbia magliabechiana insieme con
moltissimi altri opuscoli, i quali potrebbero formare un discreto
volume di operette inedite del Savonarola, delle quali diamo qui sotto
i titoli.
Nei fogli che precedono la Bibbia, vi sono le _Regole per la
interpetrazione della Sacra Scrittura_, e l’applicazione di esse
fatta ai primi capitoli della Genesi. Seguono alcune _Considerazioni
religiose_, ed un breve scritto sulla _Passione del Signore_. Sono
tutte in latino e fanno 18 colonne d’un manoscritto così piccolo, che
una mano ordinaria avrebbe avuto bisogno d’uno spazio, per lo meno,
quintuplo. Nel medesimo carattere sono i seguenti trattati che si
trovano in fondo alla stessa Bibbia.
_Cantica Canticorum Salomonis_ (da col. 2 a 17);
_Moralitas super 16 cap. Ezechielis_ (da col. 18 a 20);
_Expositio in Abacuc prophetam_ (da 20 a 32);
_Circumferatur Arca, idest Crucifixus qui est forma Christianorum_
(sono appunti di Prediche, vanno dalla col. 32 a 33);
_Privilegia Ordinis ex Mari magno Sixti IV_ (col. 33 bis).
Segue un’esposizione dell’Apocalisse; un sermone evangelico;
un’esposizione del Salmo 54, in cui si ragiona della vera nobiltà e
termina alla colonna 45.
Seguono, poi, questi altri sermoni:
_In Solemnitate Omnium Sanctorum_ (col. 46);
_In commemoratione omnium fidelium_ (col. 46 a 52);
_Die S. Andræ_ (col. 52. a 56).
Segue un trattato, _De ambitione_, poi altri, e finalmente:
_Quæ hodie sunt regulæ pugnandi optimæ_ (col. 61 a 65).
_Conditiones huius vitæ_ (col. 65);
_De Veritate_.
Alcuni di questi opuscoli sono semplici abbozzi, o contengono idee
che si trovano ripetute nei lavori già stampati; altri sono lavori
compiuti e meritano di essere conosciuti. Noi ce ne siamo valsi nella
compilazione di questa biografia; ed una scelta dei migliori fra
di essi, è già pronta per essere pubblicata, in un volume di _Opere
inedite o rare_ del Savonarola, non appena tempi più tranquilli lo
permetteranno.
Per nostro consiglio e sotto la nostra direzione fu fatta del pari
una copia diligentissima, non solo di tutti i trattati, ma anche di
tutte le postille marginali di questa Bibbia; lavoro che richiese molto
tempo e moltissima spesa, e che ora si trova nelle mani di un letterato
inglese che avrebbe in animo di tradurlo e pubblicarlo in Inghilterra,
dove gli studi biblici hanno assai più favore che presso di noi.
Comunque sia di ciò, se non tutti, parte almeno di questi scritti del
Savonarola, verranno certamente alla luce.
La mancanza di spazio ci ha impedito, ancora, di pubblicare la
corrispondenza degli agenti del Duca di Milano, che noi potemmo cavare
dagli archivi, allora imperiali, mediante la rara cortesia del dottor
Dansi, che seppe non solo vincere difficoltà quasi insuperabili; ma
volle ancora farne di sua mano la copia e donarla a noi generosamente.
Questa corrispondenza, però, che al nostro proposito non era di grande
importanza, come abbiamo già detto, verrà pubblicata ben presto
nell’_Archivio Storico_ di G. P. Vieusseux, tanto benemerito delle
lettere e degli studi storici in Italia.
Conchiudiamo finalmente la serie dei nostri documenti, con una
singolare e notevole testimonianza, data intorno al Savonarola da
uno scrittore contemporaneo, in un Ms. slavo del secolo XVI. Dobbiamo
questo documento alla cortesia del dottissimo sig. Sceviref, professore
nell’università di Mosca; il quale, possedendo il Ms. stesso, volle
favorirci di una traduzione che riportiamo fedelmente, insieme con una
notizia intorno a quell’antico scrittore. Questa notizia è cavata da
una _Storia della letteratura russa_, scritta in italiano dallo stesso
Prof. Sceviref, in compagnia del Prof. Rubini. Speriamo di vedere ben
presto pubblicata quest’opera, di cui molto ci fa sperare la dottrina
degli autori.
. . . . . . .
Segue le notizie intorno a Massimo Greco, e brano di un suo scritto.
«Massimo Greco, monaco del Monte Athos, chiamato Monte Sacro; nato
nella città di Arto in Albania, fece i suoi studi a Parigi presso il
famoso ellenista Lascaris, poi nell’Università di Padova, in Firenze,
in Venezia dove conobbe il celebre Aldo Manuzio. Abitava il convento
Vatopedo del Monte Athos, quando nell’anno 1506 fu chiamato in Russia
dal gran principe Basilio, il quale gli confidò la sua biblioteca
ricca di manoscritti greci, latini, giudaici e slavi. Massimo corresse
i libri liturgici, ne tradusse molti dalla greca nella lingua slava,
e lavorò ad una fortissima e variata polemica contro le varie sètte
che minacciavano l’ortodossia russa. Scrisse molte epistole allo zar,
ed ai bojari, decise molte quistioni che gli furon proposte dai suoi
contemporanei. Era quest’uomo fonte immensa di vasta erudizione e di
una teologia sana ed illuminata; e pertanto, modello di critica, egli
fu in Russia vittima dell’ignoranza del secolo, vittima delle cabale di
corte; soffrì l’esilio, fu martire, e infine canonizzato dalla chiesa.
Solo nella sua cella, senza pietoso aiuto che gli porgesse pane; privo
d’ogni consolazione cristiana, scriveva con un pezzo di carbone, su
bianco muro, una cantica sacra allo Spirito Santo.
«Bella e piena di una fervida eloquenza è la sua orazione diretta
contro i tiranni del secolo XVI.[990] Questo monaco ci lasciò più di
150 opuscoli riuniti in un solo codice manoscritto, che si stampa
adesso dai dotti professori dell’accademia ecclesiastica di Kazan.
Fra questi opuscoli, se ne trova uno intitolato: _Sopra il perfetto
vivere monacale_. Qui, discorrendo dei vari conventi che conobbe nelle
contrade latine, parla prima di Parigi, come centro dei studi teologici
e di ogni civiltà umana; poi ragiona di Firenze, ed ecco quello che ne
dice:»
«Firenze è la più bella e la più buona di tutte le città d’Italia ch’io
vidi. Vi è un convento di monaci chiamati predicatori di Dio, la chiesa
del quale è dedicata all’apostolo ed evangelista San Marco. Questo
convento ebbe per suo abbate un vero monaco, Girolamo, di nascita e
di dottrina Latino; ma ripieno di ogni sapienza dello spirito della
Scrittura Santa e di ogni dottrina esterna, vale a dire filosofia:
uomo santo, acceso di un zelo divino. Vedendo che la sua città era
soggiogata da due vizi: il vizio di sodomia e la corruzione della
giustizia, riunita coll’usura disumana, pensò Girolamo colla parola
ammaestratrice, ispirata dalle Scritture Sante, portare un soccorso
morale ai suoi concittadini e distruggere affatto la perversità dei
loro costumi: con questo scopo cominciò a predicare nella chiesa di
San Marco. Molti uditori di ogni specie, fra i quali vari nobili, i
primi cittadini della città, si affollavano intorno a lui: fu amato
da tutti; fu pregato di continuare le sue prediche in quella chiesa
cattedrale. Predicò Girolamo ogni domenica, ogni giorno festivo, tutti
i giorni della quaresima, esponendo la sua parola ammaestratrice
da una tribuna alta, ove restava per lo spazio di due ore e più;
ed ebbe la sua parola tanta forza nel popolo, che la più gran parte
della città volle seguire le sue salutifere dottrine, e dai costumi
libidinosi ed immondi passò alla castità e purezza; la corruttela della
giustizia, riunita all’usura, si trasmutò in giustizia, misericordia e
carità; i cittadini, volendo imitare quel Zaccheo citato nel Vangelo,
distribuivano i loro averi, per le mani del loro maestro, ai poveri
bisognosi. Potrei citare moltissimi esempi della correzione che
produsse il predicatore, nei costumi del popolo; ma per non essere
noioso coi miei racconti, ne citerò uno solo, di una povera vedova, che
basterà a provare la forza che ebbe la parola di questo uomo ispirato
da Dio, sopra lo spirito del popolo Fiorentino.
»Un ragazzo, figlio di una povera vedova, trovò nella strada un sacco
di danaro con 500 monete d’oro, e lo portò alla sua madre. Vedendo
questo denaro, la vedova non sentì nessuna gioia, malgrado che potesse
per mezzo di quello, uscire dallo stato della sua miseria: non celò
il danaro trovato; ma lo portò al predicatore della città, dicendo: —
Ecco, santissimo padre e maestro, guarda: il figlio mio trovò questo
sacco per strada. Prendilo e, come tu sai fare, trova quello che
l’aveva perduto: rimettigli il suo avere; affinchè non senta un dolore
sconsolato per la sua perdita. — Il maestro ammirò la probità della
vedova, e data a lei la sua benedizione, la congedò.
»Un giorno, avendo terminato in chiesa il suo insegnamento, disse,
alzando la voce: — Se qualcuno ha perduto denaro, che esca nel mezzo
e dichiari la quantità del denaro perduto, la forma del sacco che lo
conteneva, il giorno della perdita; e dopo queste indicazioni, riprenda
il suo. — Un giovane uscito dalla folla, rispose esattamente a tutte
queste domande. — Ecco, giovane, — disse il maestro, — il tuo perduto
avere, e la povera vedova che lo ritrovò per strada; non dimenticare
che essa ti salvò da una grande sciagura. — Il giovine prese cento
monete d’oro e le recò alla vedova, con un grandissimo piacere. Questa
vedova merita di essere più lodata di quella citata nel Vangelo.
Potrei, ripeto io, citare ancora molti memorabili racconti, che furono
tanti frutti dell’insegnamento divino di questo uomo; ma, avendo paura
di parere troppo lungo, passo alla fine che ebbe la santa predicazione.
»Una metà della città si rese docile alla dottrina di Girolamo e
cambiò i suoi costumi; l’altra metà, non solamente rimase sorda e
disubbidiente alla sua parola, ma era piena d’inimicizia contro di
lui; e per fargli un’ingiuria pubblica, contaminò collo sterco umano
la tavola, dove soleva appoggiare le sue braccia, quando, stando in
piedi, spandeva alla gente le onde del suo eloquente insegnamento. Ed
egli, imitando in tutto la dolcezza e la pazienza del nostro Signore,
soffriva tutto, non bramando altro che il miglioramento degli uomini.
Con questo scopo inveì ancora contra coloro i quali, essendo investiti
dei poteri clericali, non seguivano le orme degli Apostoli e non
curavano il gregge di Cristo. Senza paura svelava egli i loro vizi, e
spesse volte diceva: — Se fossimo vissuti secondo il Vangelo del nostro
Signore G. C., i popoli eterodossi, vedendo la nostra vita simile a
quella degli angeli, si sarebbero convertiti al nostro Dio; e questo
ci sarebbe di una grandissima salvazione, e ci porterebbe il godimento
dei beni eterni; ma ora, vivendo contro la legge divina, nè correggiamo
noi stessi, nè abbiamo cura della correzione altrui. — Che altre parole
possiamo udire dal Giudice giusto se non quelle già dette? — Guai a
voi, dotti e farisei ipocriti, che chiudete agli uomini il regno del
cielo: non ci intrate voi, e ne impedite l’ingresso agli altri. —
Queste parole pervennero sino al Papa, ai cardinali ed a tutto il clero
che l’attorniava. La dottrina di Girolamo fu odiata da loro fin dal
suo principio: lo chiamarono eretico, bestemmiatore e adulatore. Da
Roma gli venne l’ordine di non continuare la predica, come, secondo gli
Atti dei SS. Apostoli, a loro pure fu proibita la predicazione del nome
di Gesù Cristo. L’ordine diceva: che, se egli non cessava la predica,
era anatemizzato come eretico. Ed egli, non solamente non seguì il
consiglio degli improbi; ma acceso di maggior zelo, dichiarò la loro
epistola irregolare ed ingiusta; perchè gli proibiva di adempire al suo
dovere d’insegnare in chiesa ai fedeli; e con maggior forza continuò
a svelare i loro vizi. Senza dubbio, così penso io, si risolvette
fin d’allora, a ricevere la morte per la fede e la gloria di Dio, se
necessità vi fosse. Uno che si accende di zelo per Dio, spregia non
solo i beni, ma pure la vita. Testimonio ne sono le parole di Cristo
che disse: Volendo gustare la morte, per la gloria del mio Padre e per
la salvezza dell’uomo, bramo di tutte le mie brame di mangiare questa
Pasqua con voi. Così parlò pure San Paolo, uno dei più fervidi zelatori
di Cristo: Voglio sciogliermi dal mondo ed essere con Cristo; ed
altrove: La vita mia è Cristo, e morire, per me, vuol dire acquistare.
»Il Papa non cessò mai di perseguitare Girolamo, volendo cacciarlo dal
suo pergamo; ma egli, sordo alle minaccie, continuò ad ammaestrare il
popolo, ed a svelare l’iniquità del Papa. I nemici, però, avevano già
deciso la sua morte e la eseguirono in questo modo. Avendo scelto un
generale, per nome Gioacchimo, lo mandarono a Firenze, munito dalla
potenza papale, di togliere a Girolamo il posto di Abbate del convento;
di giudicarlo e condannarlo a morte con fuoco, come spergiuro e
calunniatore della chiesa apostolica Romana. Arrivato a Firenze, mostrò
il generale ai capi della città le bolle del papa; chiamò Girolamo al
giudizio, e come un martire l’espose alla tortura. Arditamente rispose
il giusto alle calunnie dell’improbo giudice; ma falsi testimonii,
scelti fra la gente scontenta delle sue predicazioni, accumularono
calunnia sopra calunnia; e su questo falso fondamento lo condannarono
a un doppio supplizio; e insieme con lui altri due uomini santi, suoi
coadiutori: tutti e tre furono impiccati e poi bruciati. Tal fine
ebbero questi tre santi monaci, e così fu ricompensata dallo sleale
Papa la vita loro esemplare. Sul trono papale regnava allora Alessandro
uscito di Spagna, il quale colla sua iniquità e malvagità, superò ogni
delinquente.
»Quanto a me, mi allontano talmente dalla sentenza di quegli sleali
giudici, che sarei pronto, con tutta la gioia del cuore, assimilare
quei tre monaci agli antichi difensori della fede cristiana, se non
fossero Latini. Io vidi in questi santi monaci, come negli antichi,
uguale zelo per la gloria del nostro Signore G. C., e per la salvezza
e correzione dei fedeli: nè ciò ho sentito da altri; ma l’ho veduto
coi miei proprii occhi, essendo stato più volte presente ai loro
insegnamenti. E non solo riconobbi in loro lo stesso zelo, che negli
antichi, per la vita che menavano secondo la fede; ma anche la stessa
sapienza, lo stesso spirito; uguale arte nell’indagare il senso
delle Scritture Sante, uguale ampiezza di ogni dottrina esterna,
principalmente in Girolamo. Egli alle volte, rimaneva due ore di
seguito, ed anche più, sulla cattedra sua, spandendo a largo fiume le
sue dottrine abondanti; nè cavandole già da un libro tenuto nelle mani,
ma svolgendole tutte dal tesoro della sua immensa memoria, nella quale
si celava uno spirito affatto divino, e perito nell’arte di svelare le
Scritture Sante.»