LII.

_Il Processo di frà Silvestro, in diversi punti alterato dalla

Signoria_.[874]

Io Frate Silvestro d’Andrea Maruffi da Firenze, de l’ordine de’

Predicatori, confesso et dico esser vero quanto apresso si narrerà.

Prima, quanto a’ mia sogni, e quali io referivo a Frate Iheronimo, et

de’ quali nella confessione sua si fa mentione; dico cusì, che io sin

da fanciullo, maxime in quel tempo che io aplicai l’animo a qualche

studio, cominciai a recitar la nocte quanto avevo lecto o udito el

dì; benchè non con molta frequentia. Di puoi, nella età de XIIIJ anni

varcati, mi feci frate di San Marcho, e per la religione e per lo

studio mi cominciorno e’ sogni a destare in muodo, che qualche volta

referivo tucte l’epistole di San Paulo. Una altra volta, a Vinegia,

dixi e recitai in sogno una predica tucta in tedescho, nel monasterio

nostro di San Domenico, che l’avevo udita da un frate tedescho del

medesimo ordine; presente frate Bernardo di Bardo da Firenze, e molti

altri frati, et presente el decto frate tedescho che aveva facta

decta predica. E così frequentissimamente referivo lectioni, prediche,

uficio, cose udite e lecte, comm’è testimonio tucto el convento nostro;

et cusì di tempo in tempo venni seguitando, fino a hoggi; benchè al

presente non li recito con quella vivacità che pel pasato, che mi

cavorono libre octo de sangue.[875]

Frate Iheronimo cominciò a predicare l’anno 1490 in San Marcho, e a

esporre la Epochalisse: e di puoi in Santa Maria del Fiore, dove e’

predicò la renovatione della Chiesa et l’altre cose sua: e predicando

io, in questo tempo medesimo, in San Gimigniano, e esendomi referito

tucte le decte cose che Frate Girolamo predicava, e maxime circha alle

sua profetie, n’ebbi grandissimo dispiacere, e difendevolo colla lingua

e non col cuore; comme vi ne farebbe fede Fra Malatesta,[876] comme in

quello tempo che io tornai da San Gimignano io non credevo alle cose

sua, ma credevo che fussi sotile inganno del dimonio. E dixilo a detto

Fra Girolamo doppo la tornata mia, insino a dirgli che mi pareva pazzo

e fuor di sè; con ciò sia che, sendo stato mio maestro, sempre m’era

parato che fussi stato alieno da queste cose, in tanto che egli aveva

facto e composto uno Tractato contro a’ predicatori delle novità. Mi

rispose, che predicava con buono fondamento, e che io sapevo che non

era pazzo o sognatore, e che non si meterebbe a dire tal cose senza

gran fondamento; et agiunse che io ne facesse oratione, e che messer

Domenedio mi spirerebbe a credere quello che fusse la verità. E così

facendo, o per la mia natura che io avevo di sognare, o perchè fussi

illusione diabolica, a me parve più volte essere ripreso da spiriti del

non gli credere: e così referendolo a lui, mi rispose, che certamente

Idio mi voleva bene. Maxime che in quel tempo lui mi rifiriva avere,

quando faceva oratione, uno segno da Dio quando le cose erano vere, che

si sentiva scolpito la crocio e ’l nome di Gesù nel pecto.

E così io le referiva spesso di questi mia segni; e lui mi diceva che

facendo oratione sopra queste cose nostre, se gli mostravano verità

e non sogni. E cusì, per la reverentia e fede grande ch’io gli avevo,

comminciai a credergli quello che e’ diceva absulutamente: niente de

meno spesso mi insorgevano dubitationi de no. E sempre mi diceva che

io stessi sopra di lui, ch’era chiarissimo che erano da Dio: e cusì mi

sono stato sino a uno mese fa, quando credendo e quando dubitando; ma

hora astutamente credo essere inganno. Tra gli altri sogni che io avevo

riferiti, e che sono suti predicati, mi ricorda che, ora dua anni,

tornando da Prato, e facendosi oratione in convento, la nocte innanzi

che se avessi a far la Signoria, mi parve vedere tucta l’aria piena

di spiriti buoni e cattivi, con fuoco e coltegli in mano; e finalmente

cacciati e’ mali spiriti, rimasono solamente e’ buoni. Il che io referì

la matina a Fra Domenico, e lui poi lo predicò in Palazzo; e disse

avergli veduti lui, secondo che m’è suto referito. L’ultimo sogno ch’io

facessi, fu la nocte precedente al dì che s’aveva a fare el fuoco;

ove mi parve vedere il fuoco in piaza, e che Fra Domenico ne uscissi

con l’hostia in mano, vestito di rosso; e del fuoco si facessi dua

parti, e uscitone puoi, si cantassi _Te Deum laudamus_; et cu’ l’olivo

si facessi pace universale. Questo è quanto mi ocurre dirvi circa le

profetie di fra Girolamo, e per quanto atiene a me.

Circa le intelligentie che si facevano in nel convento de San Marco di

citadini tra loro o col mezo de’ frati, dico: che dalla suscriptione

che si fece l’anno passato in fuora, per mandare a Roma, che io non

so altra espressa intelligentia, soscritione o ordine: et quella per

Roma io la seppi in questo modo. Essendo un dì nel chiostro con più

frati de’ nostri, fu decto che a Roma era ito una suscriptione di

ciptadini, i quali testificavano Fra Girolamo predicare falsa doctrina:

e per questo fu da’ medesimi frati giudicato essere bene farne una in

contrario; e cusì si ordinò una lectera al papa, in nome del convento,

in sur uno ruotolo di carta pecora; e mandossi per ser Philippo Cioni

e per ser Benedecto de Terrarossa, a’ quali si decte commesione che

atendesino a tale suscriptione, e fussino rogati di tucti quelli che si

suscrivesino. La quale dipuoi s’andò seguitando nel modo che ella s’è

trovata. E de’ frati v’atese Fra Ruberto da Gagliano. E io richiesi e

confortai molti a soscriversi: tra gli altri, Antonio Giraldi e Luca

d’Antonio degli Albizi; e’ quali non si volsono suscrivare dicendo,

che ella era a stanza di Francesco Valori; e me dissono che noi eramo

semplici e ingannati; alegandomi deto Luca la suscriptione del 66,

che pareva che fossi facta a buon fine, e dipuoi fu cativo. Ancora

Francesco del Pugliese, Iacopo et Alamanno Salviati, Francesco da

Sommaia et alcuni altri, di chi io non mi ricordo, mi disono che la

non piaceva loro; ma dapuoi che era principiata, erano contenti di

soscriversi; e cusì feciono. Intelligentia o ordine che si facessi in

San Marco, non ne so altro;[877] e se pure v’era, era fra ciptadini

medesimi, senza mia saputa o intervenimento.

Delie processioni, comunioni e altre cerimonie se ne faceva a San

Domenico e a San Marco, dove interveniva homini d’ogni sorta; ma non vi

si fece mai pratica di stato di nisuna ragione, ch’io sappi. Una delle

prime processione fu circa lo Advento pasato, dove si trovò Andrea

Cambini, el Grasso sensale di panni, Girolamo de’ Rossi da Pistoia,

Francesco de Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi e ’l Frate Barbieri,

Guasparri orafo: non mi ricordo nè credo fusino più, fra Girolamo,

innanze che ella si facessi, nello ospitio fece parecchi parole di

questa sustantia: cioè, che Dio era consueto a fare gran cose per lo

mezzo delle orationi; et avendo lui predicato la fede, la renovatione

della Chiesa, et altre sua cose, e provatele con ragione, e non essendo

credute, bisognava che Dio mettessi le mani a’ miracoli: e che Dio gli

farebbe in omgni muodo, ma che bisognava molte oratione fuor dello

ordinario; e ch’e religiosi, che v’erano, pregassino per la Chiesa,

e quelli secolari per la città, e fusino testimoni de quello aveva

decto. E cusi seguitò la processione, senza dire altro. Una altra se ne

fece in San Marco, dove fu circa a 40 persone d’ogni sorte de huomini

da bene. Di quelli mi ricordo, son questi: Piero Cinozzi, Francesco

di Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi, Filippo da Gagliano, Antonio

Berlinghieri, ser Nicholò Michelozi, Rinieri Tosinghi. In queste

processioni, si fermavano e’ frati in quattro parti del convento: nel

primo luogo si faceva oratione per la conversione degli infideli;

nel secondo, per la renovatione della Chiesa; nel terzo, per la

congregatione nostra di San Marco; nel quarto, per tucta la ciptà. Si

sono facte di puoi quattro volte queste processioni publicamente, doppo

la messa, per li chiostri e per chiesa e orto; e qui è stato sempre

parechi centinai di persone, cusì di huomini comme di donne.

Circa l’ordine di fare favore più a uno che a uno altro nel fare de’

magistrati: dico, non sapere che vi fussi alcuno certo o determinato

ordine, ma bene qualche volta ne’ chiostri e nella libreria è sentito

dire a molti cioè a uno Benedecto Buonvanni, Alexandro Nasi, Andrea

Cambini, a Ruberto Ridolfi e altri simili, che praticavano la casa: e’

sarebbe buono fare Francesco Valori gonfalonieri. E cusì ragionavano di

qualche uno altro per fare Signori; quali al presente non mi ricordo.

Ricordami che quando Francesco Valori era gonfalunieri de iustitia,

io intesi dire in San Marco, ne’ chiostri, da Giannozzo Pucci, che

Francesco Valori haveva decto, che non si facessi gonfalunieri Bernardo

del Nero. E nel medesimo tempo intesi dire, che Francesco predecto

voleva si dessi favore a far gonfalunieri Antonio Canigiani, e uno

altro che non mi ricordo chi: nè ancora mi ricordo de certo chi mi

dicessi questo; benchè stimo più presto Andrea Cambini che altri.

Anchora d’octobre passato, Francesco del Pugliese, per uno, mi disse

che Francesco Valori desiderava e faceva diligentia che Piero Corsini

fussi gonfalonieri de giustizia de’ novembre e dicembre passato; e

non essendo puoi riuscito, Francesco Valori mi disse un dì, averlo

hauto molto per male. Quando si fece la presente Signoria, mi ricorda

che io udie dire da più persone de quelle usavano in San Marco, e

nominatamente a Benedecto Buonvanni, a Andrea Cambini, Piero Cinozi,

Francesco de Lorenzo Davanzati, Ruberto Ridolfi, Giovanni di Lionardo

Carnesechi, Lionello Boni, che desideravano che Giovanni de Iacopo de

Dino di messer Guccio fussi facto gonfalunieri de iustitia, e non Piero

di Niccolò Popoleschi. Similmente mi narrò che quando fu gonfaloniere

di giustizia Piero di Daniello degli Alberti; che quelli che riferirno

in San Marco non lo volevano. D’altri favori o disfavori che fussino

facti a altri, non mi ricordo.

Circa il sapere il segreto delle Signorie prima fussino pubblicate;

dico che Andrea Cambini, quando fu facto gonfalonieri de giustizia

Bernardo del Nero, mi rifirì quella Signoria, dicendo averla intesa

da Francesco Valori, che era allora gonfalunieri. Una altra volta mi

rifirì quella Signoria che fu de genaio e febraio passato, quando fu

gonfalunieri Giuliano Salviati: ma de questa s’apose de la metà; e tra

gli altri mi si ricorda che nominò Alexandro degli Alexandri e Carlo

della Tosa, che puoi non furono. Più altre volte quelli che usavano in

San Marco ci referivano delle Signorie che e’ credevano che fussino;

e quando s’aponevano de tre o quatro, e rarissime volte de più che

la metà; come quelli che giudicavano dal vedere quelli che stavano al

segreto allegri o manenconosi, o per aver cusì desiderato. Alexandro

Nasi, quando era de collegio, essendo stato al segreto di una Signoria,

mi disse puoi: noi haremo buon capo e buon membri, ma io non voglio

rompere el giuramento. E tra gli altri particolari mi ricorda, che

mi disse: El capo non sarà amico del Valori, ma gli è homo da bene

et buono. E fu puoi quando sedè Paulo Antonio Soderini. Francesco

Carnesechi mi disse, quando fu facta questa Signoria: Io credo che noi

aremo Lanfredino de’ Signori. E io gli dissi: Sapetelo voi? Risposemi

de no. E Francesco Valori, mi ricorda che a una Signoria, prima che

fussi pubblicata (ma non mi ricorda quale; ma son certo che fu da

setembre in qua), mi disse: io ho paura d’una cactiva Signoria, e temo

de non essere confinato; che vorrei più tosto che mi fussi tagliato il

capo. Questi rubaldi debbono sapere questa Signoria da questi ministri.

E stimo mi nominassi allora messer Nicholò Altoviti e messer Francesco

Gaddi, de’ quali decto Francesco me n’aveva decto male, dicendomi che

eran dua ladroncelli; e vedevo manifestamente che voleva male a tucti

dua. Da messer Bartholomeo Ciai io non intesi mai segreto de nessuna

Signoria; ma bene lo viddi parlare una volta a fra Girolamo, e molte

volte con frate Malatesta. Altri segreti di Signoria non ho mai saputi,

che de sopra m’abbi decto.

Circa il prevedere in San Marco d’armi, mi ricordo che XV dì inanze

al caso, ci fu decto da uno de’ nostri portinari che una nocte ci

sarebbe scalato el campanile dalla compagnia de’ Compagniacci, per

fare vilania a Frate Girolamo. Stimo fussi Fra Barnaba de Cante o Fra

Bartholomeo Cavalcanti: onde nacque ch’e frati, per paura che cusì non

fussi, ordinarono, e io intra gli altri,[878] che la notte stessino 6

in 8 secolari, de quelli che vi usavano, alla guardia del campanile,

del chiostro e della porta, armati: e questa commessione fu data a

Fra Francesco de’ Medici; e per uno gli le dissi io. El decto Fra

Francesco mi dixe essersi fornito d’arme, con Francesco di Lorenzo

Davanzati, Giovanni Carnesechi e Giovanni Capelli: e’ particolari

arete meglio da fra Francesco. E più viddi una sera, inanzi al caso,

armati nella scuola del primo chiostro de San Marco; Cesare Stradi,

Nicholo calzaiuolo, Alesso Balduvinecti, Buoninsegna Buoninsegni, Piero

di Pagolo degli Albizi, e degli altri v’era, che io non mi ricordo.

Alexandro di Gino Ginori mi oferse alcuni scoppiecti, che aveva in

casa; e io lo rimessi a fra Francesco de’ Medici. Circa a quelli che

io viddi armati il dì della domenica dello ulivo, e de’ quali io mi

ricordo, sono questi: Francesco de Lorenzo Davanzati, che era armato

con coraza e celata, e tucta nocte stecte in casa in San Marco,

andando in qua e in là a solecitare quelli che erano nel convento,

che dovessino solecitamente guardare che nesuno intrassi drento nel

detto convento; Paulo calzaiuolo viddi trare saxi e scoppiecti; e

Agnolo d’Andrea della Robbia, che è soldato armato di tucte armi, et

con una roncha; et fece gran defesa, secondo mi fu referito. Jacopo

da Firenzuola traheva con lo scoppiecto; Zanobi rigatieri, fratello

dello spedalingo di Bonifazio, fu de’ primi a uscir fuora con circa 15

o venti compagni armati; e con lui conobbi uno Girolamo Gini merciaio,

et Bartholomeo Mei merciaio: e questo fu in su ’l primo rumore. Del

numero di questi che uscirono fuora al rumore, secondo mi fu riferito,

ne fu morto uno. Giovanni di Francesco di Dino di messer Guccio viddi

io solecitare e confortare quelli che erano alle guardie de quelli

luoghi de San Marco, dicendo: Guardate bene questa porta e quest’altra,

che persona non entri. De più nomi particulari non mi ricordo, perchè

poco mi rapresentai dove fusino. E frati, che erano armati, con questi

viddi Fra Francesco de’ Medici, uno Fra Giuliano d’Octaviano di Cesare

Petrucci, uno frate Philippo de’ Lapacini, uno frate Pagolo d’Antonio

di ser Bartholomeo de ser Giovanni, Frate Antonio e Fra Pelegrino,

conversi: questi mi rifirivano apunto gli altri ciptadini che v’erano

armati, perchè erano con esso loro.[879]

Circa a chi ritenessi Fra Girolamo il dì del caso, che non uscissi

fuora; dico che io lo viddi con uno crocifixo in mano, appresso al

capitolo del primo chiostro, dicendo: Lasciatemi andare, perchè

_propter me orta est hæc tempestas_. Aveva dreto e frati, che

cominciorno a piangere; e così de molti secolari innanzi, infra’ quali

era Giovambatista Ridolfi e Giuliano da Gagliano; e cominciorono ancora

loro a gridare: No, no, padre; comme faremo noi puoi? E cusì tucti gli

altri che erano presenti, e quali mi parevano tucti poveri homini.

Circa a quelli citadini che sono venuti a San Marco mentre erano de’

Signori, dico che mi ricordo certo di questi: Francesco Guasconi,

Dionigi Nasi, Berto da Filicaia, Lionello Buoni, Philippo Arigucci,

Francesco Rinuncini, Matteo di Noferi del Caccia quando era

gonfalonieri, Francesco del Pugliese, e Luca d’Antonio degli Albizi; e

quali tutti parlavano con Fra Girolamo: e ragionamenti di tucti io non

sapevo. Piero Cinozi vene anchora quando era de’ Signori, la sera de

berlingaccio; che prima v’aveva mandato una buona quantità di migliacci

facti in Palagio.

De altre pratiche di ciptadini, o ragionamenti particolari hauti in

San Marco de cose de stato, o atenenti al publico, cusì da’ frati comme

da’ secolari, dico che Fra Nicholò da Milano mi disse, già più volte,

che gli era necessario alla cità de Firenze fare uno dogie per quatro o

sei anni, o a vita; perchè a questo modo d’oggi ogni dì si muta stato.

Et entrato ne’ particulari, diceva che bisognava fussi qualche homo

buono, senza pasione, iustissimo, e amorevole della cità; dicendo che

se Francesco Valori non fussi stato bizzarro, comme era, e non avendo

figliuoli, sarebbe stato buono. Ancora nominava Lorenzo e Piero Lenzi,

e simili, senza molto parentado. Pier Antonio Carnesechi, Alamanno

e Iacopo Salviati, Alexandro Nasi, circa 4 mesi fa, mi dissono che

era bene tòrre el favore a Francesco Valori, perchè gli aveva troppa

autorità; et dissonmi che in questa opinione era ancora Lanfredino

Lanfredini. Il fine disono essere perchè non comandassi loro, e non si

facessi sì grande: stimo anchora in questa cosa fussi Piero di Paulo

degli Albizi. Filippo Arrigucci, quando era de’ Signori, venendo io

el sabato santo qui in Palazo a riconciliare dua o tre de’ Signori, mi

disse: Questo ribaldo dei gonfalunieri volle fare ieri tagliare a pezzi

parecchi ciptadini, e credo nominassi Francesco Valori; e dissemi gli

haveva voluti fare amazare in Santa Maria del Fiore, la matina quando

si predicava. E questa state passata Michele Niccolini, che fu de’

Signori in compagnia con deto Philippo, mi disse, Filippo avergli più

volte decto: S’io avesse compagnia, io gicterei el gonfalunieri (che

era Bernardo del Nero) a terra da le finestre. E disegli perchè Dio

voleva cusì. Et dimandandone io Fra Girolamo, se de questa cosa sapeva

cosa alcuna, e dicendomi di no;[880] io presumpsi che questa cosa

nasciessi da mona Camilla Rucellai, perchè Filippo gli prestava fede.

Hora due anni, quando Fra Girolamo era a Prato, secondo mi ricorda,

Piero de Lucantonio degli Albizi, Neretto Neretti, che allora erano

degli Octo, venono a Prato per Fra Girolamo, e cusì venimmo la nocte in

Firenze. E fu la decta venuta perchè predicassi in sul fare de quella

Signoria: de che si fece allora horatione.[881]

Quelli che venivano frequenti in San Marco e parlavano qualche volta a

fra Girolamo, et chi più e chi meno, et che gli reputavo amici di Fra

Girolamo, sono questi quelli de cui hora mi ricordo:

Francesco di Filippo Valori, Andrea di Antonio Cambini, Giovanbatista

di Luigi Ridolfi, Giovanni di Niccolò Cambi, messer Domenico di

Baldassarri Bonsi, Nicholò di Bartolommeo Valori, Antonio di Giovanni

de’ Giugni, messer Luca di Bartolommeo Corsini, Rinieri di Gio.

Francesco Tosinghi, Domenico di Niccolò Magaldi, Alamanno d’Averardo

Salviati, Iacopo di Giovanni Salviati, Francesco di Filippo del

Pugliese, Berto di Tedice da Filicaia, Giovanni e Nicolò di Bertoldo

degli Albizi, Giovanbatista Bartoli, Giovanni Lenzi, Bartholomeo di

Pandolfo Pandolfini, Simone d’Antonio Canigiani, Francesco Rinuncini,

Francesco de Lionardo Manelli, Francesco di Liunardo Boni, Marcello

Ventacci, Alexandro di Iacopo Alessandri, Bernardo de Inghilese

Ridolfi, Bastiano Locti, Lorenzo de Locto Salviati, Raffaello de

Alfonso Picti, Adovardo Rucellai, Lorenzo d’Antonio Rucellai, Giovanni

di Francesco de Dino Gucci, Piero Mascalzoni, Bernardo del Barbigia,

messer Antonio Malegonnelle, messer Enea della Stufa, messer Baldo

Inghirlani, messer Bartholomeo Redditi, messer Francesco da Iesi,

Antonio Berlinghieri, Francesco Zati, Piero suo figliuolo, Giovanni

Nelli, Girolamo di Francesco Inghirlani, Pier Pagolo Nerli, Pietro

del Benino, Bertoldo Corsini, Antonio di Bartolommeo Corsini, Andrea

Strozzi, Antonio Tornabuoni, Domenico di Bernardo Mazinghi, Francesco

di Lorenzo Davanzati, Giovanni di Filippo Cappelli, Alexandro Cappelli,

Cesare Stradi, Alesso Balduvinecti, Boninsegna Boninsegni, Piero

de Pagolo degli Albizi, Iacopo Manucci, Lionello Boni, Mazzeo, Lapo

Mazzei, Piero de Nicholò Cambi, Marchionne e Pagolo Dazzi, Alexandro

Rondinelli, Amerigo Corsini, Lionardo Cambini, Giovanni Nesi, Antonio

Lanfredini, Michele Strozzi, Lionardo Strozi, Maso de Bartholomeo degli

Albizi, Piero Cinozzi.

Li infrascripti sono quelli che qualche volta venivano a me e a degli

altri frati de San Marco, usando dire le infrascripte parole, non tucti

insieme, ma uno o dua per volta, in varii tempi. Le decte parole sono

queste, o cosa di simile efecto: Se gli Arabiati hanno una Signoria a

loro modo, e’ ci caccieranno da Firenze:

Francesco Valori, Andrea Cambini, Giovanni Cambi, Nerecto Nerecti,

Piero Mascalzoni, Bernaldo Ridolfi, Berto da Filicaia, Giovanni e

Nicholò di Tedice Albizi, Francesco de Lionardo Manelli, Raphaello

Picti, messer Baldo Inghirlani, Francesco Zati, Domenico Mazinghi.

Li infrascripti anchora gli reputavo nostri amici, e venivano qualche

volta a San Marco, e parlavano a Fra Girolamo; ma di rado e non sì

spesso come e sopranominati:

Messer Francesco Gualterocti, che questo carnovale venne a San Marco,

con Andrea Cambini e Nicholò Valori, e con Fra Girolamo siedono un buon

pezzo; Simone del Nero, Luigi de la Stufa, che parlò con Fra Girolamo

tre dì innanzi al caso del fuoco; Bernardo Nasi, che da tre mesi in

qua è venuto a San Marco, e parlato a Frate Girolamo 3 in 4 volte; e

una volta so gli parlò de uno suo figliuolo che si voleva far frate;

Pier Francesco Tosinghi, Tomaso Tosinghi, Giuliano Salviati, Paulo

Antonio Soderini, Luca d’Antonio Albizi, Piero Guicciardini, Lorenzo

di Lotto Salviati, messer Bartolomeo Ciai, Antonio de Simone Canigiani,

che veniva alle prediche, Nicholò Ugulini, Agnolo di Lorenzo Carducci,

Guido Cambi, Girolamo Ginori, Niccolò Cambini, Alfonso Picti, Alexandro

Acciaiuoli; ser Bastiano da Firenzuola, veniva spesso a parlare a Fra

Girolamo con lectare di ser Alexandro Bracci.

Tucti li infrascripti parlavano meco, quando a solo quando a dua, o a

tre per volta, in diversi dì mi disono quanto apresso: cioè, che non

darebono mai fave nere, alcuni dicevano a quelli che non credevano

a Fra Girolamo; alcuni, a chi volessi fargli male o cacciarlo via;

alcuni, agli Arabiati: perchè tucti non dicevano a un modo, e con

le medesime parole; ma lo efecto era el medesimo, de non dare loro

fave nere ai signori Octo e Collegi, e che agli altri ufici andavano

più larghi. E nomi lor son questi: Francesco Valori, Andrea Cambini,

Rinieri Tosinghi, Domenico Magaldi, Antonio Giraldi, Iacopo e Alamanno

Salviati, Francesco del Pugliese, Berto da Filicaia, Giovanni e Nicholò

Albizi, Francesco Boni, Marcello Vernacci, Raphaello d’Alfonso Picti,

Adovardo Rucellari, Alexo Balduvinecti, Piero de Paulo Albizi, Giovanni

de Iacopo de Dino, Benedecto Buonvanni.[882]

De’ religiosi amici di Fra Girolamo, di quelli mi ricordo:

Messer Iacopo Manelli, messer Castellano, messer Piero Maria da

Peruscia, vicario dello arcivescovo de Firenze, messer Marco Strozzi,

messer Domenico Benivieni, messer Giuliano canonico di San Lorenzo,

messer Amerigo de’ Medici, messer Ruberto di Niccolò Gherardini,

messer Francesco di Ceseri Petrucci, messer Girolamo spedalingo degli

Innocenti, messer Taddeo capellano de Sancta Maria del Fiore; e altri

preti, e’ nomi de’ quali non mi ricordo.

Quelli che avevano le chiavi del convento: Girolamo Benivieni, maestro

Domenico Benivieni, Piero Cinozzi, Girolamo de’ Rossi da Pistoia.

Maestro Antonio Benivieni l’ha tenuta sempre, secondo la consuetudine,

perchè è medico. Altri non aveva le chiavi.

Io Frate SALVESTRO d’Andrea MARUFFI da Firenze, frate dello ordine de’

Predicatori, confesso sponte essere la verità quanto di sopra nelle

presenti carte è scripto, cioè 8 carte de una mano, e dua carte scripte

di mia mano propria; e a fede del vero mi so’ soscripto de mia propria

mano.

. . . . . . .

A dì 27 aprile 1498; nel Segreto.

Frate Salvestro, tirato in su la fune, e puoi posto giù, disse quanto

apresso:

Quando si faceva la suscriptione per mandare a Roma, in San Marco

Francesco Valori mi disse: Ella sarà buona anchora ad altre cose. El

decto Francesco mi disse ancora un’altra volta: Io m’ò rechato molte

nimicitie per la morte de quelli cinque ciptadini; perchè trovandomi

nella pratica ove si tractò la morte loro, facendosi insulto alla

Signoria; io, che sino allora non avevo creduto che dovesino morire,

visto che io ne restavo in pericolo, e che m’era dato caricho per

quello acto del bosolo,[883] che io feci alli signori, volli che più

presto morisino loro che la facesino puoi fare a me. Quando a’ dì

proximi si fece quella pratica, per rispondere al papa, per le cose di

Fra Girolamo, nella quale molti parlorono in suo favore; Andrea Cambini

venne a me e dissime: E’ se n’è facto magiore aquisto, che avere

aquistata una cità.

Sopra l’opinione mia de facti di Fra Girolamo, dico essere ocurso, che

almanco 20 o 25 volte, quando lui aveva a predicare, pocho inanzi alla

predica, veniva a me in cella, e dicevame: Io non ho che predicare;

pregate Idio per me, che dubito che Dio non m’abbi abandonato per

qualche mio pecato. E diceva di volersi confessare; e cossì si

confessava; et niente de meno faceva di puoi de belle prediche. E

l’ultima volta che fece questo acto fu il sabato, quando puoi lasciò

le prediche la domenica in San Marco, questa quaresima. Finalmente dico

che Fra Girolamo ci à ingannati.[884]

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 114 / 142 题