Il secondo falso processo, fatto dalla Signoria e non pubblicato.[804]

A dì 21 di aprile 1498.

La infrascripta è la seconda examina facta in più giorni, come appresso

si vedrà, di fra Girolamo da Ferrara, dalli examinatori et commissari

che intervenneno alla prima examina, sanza tortura o lesione alcuna di

corpo.

Io fra Girolamo da Ferrara sopradetto, alle interrogationi di nuovo a

me facte, rispondo come appresso:

Lo intento mio dicho chio non lo comunicai mai, nè etiam me ne

confessai mai, non obstante che cotidianamente consagrassi et

comunicassi; et la ragione del non confessarmene era, sì per non mi

manifestare a persona, sì perchè non ne sarei stato absoluto, non

volendo lasciare la impresa; ma non ne facevo conto, atteso la cosa

grande a che io mi dirizavo: et quando l’homo ha perso la fede et

l’anima, e’ può fare ciò che vuole, et mettersi poi ad ogni impresa

grande.[805] Confesso bene hora di essere uno gran peccatore et vommi

molto ben confessare et fare gran penitenza.

Alla parte degli spiriti, che già si dissino essere in San Marco, circa

septe anni fa, et de’ quali io sono stato interrogato; rispondo: che

quanto alli spiriti io non li viddi mai. È vero che, in quel tempo,

alcuni de’ frati di San Marco dicevono sentire per il convento, di dì e

di notte, spiriti, in modo che tutti erano impauriti; ma io non ne vidi

altro segnio, se non che uno giorno, io fui chiamato a vedere uno de’

nostri conversi, il quale, alhora di nona, nella sua cella era legato

con le mani et piedi alla lettiera; et io lo vidi con la spuma alla

bocha, tutto insensato, come sogliono fare quelli che si dicono essere

spiritati. Durò questa cosa circa uno mese, et io andavo ogni sera per

casa facendo l’_asperges_, et dicendo orationi: poi el converso che

fu trovato legato, tornando poi in sè, diceva che gli pareva vedere

huomini a modo di Ghezi.[806] El medesimo disse un altro converso che è

morto.

Delli spiriti che si dicevano essere in Sª Lucia, non ve ne so dire

altro; se non che una volta che io vi sono stato, da più mesi in qua,

io vidi quattro monache che facevano e dicevano cose strane; et perchè

io, come ho detto, ci vo molto raro, non ne so altro: ma se ne domandi

fra Cristofano loro confessore.

Di danari o cose date a’ mia fratelli o parenti a Ferrara, dicho

che, più tempo fa, i danari che mi diè el conte della Mirandola a

dispensare, ne mandai solamente a mia madre fiorini 40 d’oro per suoi

bisogni, et a mio fratello detti un’altra volta fiorini octo.[807]

Et Pandolfo Ruccellai, prima fussi frate, ajutò una mia sorella per

maritarsi, di fior. 20, che era el terzo della dota. Altri danari o

cose non si troverà habbi mai dato a’ mia. Et si domandi Bartolomeo

Lapi el quale, trovandosi a Ferrara, soccorse e’ mia fratelli, l’anno

passato, di certo grano; et a me gli raccomandò, dicendomi che ero

troppo strano e crudele a non gli soccorrere, perchè sono molto poveri.

E’ ragionamenti havuti con messer Bartolomeo Ciai dicho, che di quelli

mi ricordo di certo sono questi: una volta mi ragionò de’ misteri

del Sacramento del altare; un altra volta mi chiese parere se doveva

fermarsi nell’ufficio che haveva; un altra volta, approssimandosi la

sua rafferma, mi pregò ne facessi fare oratione per lui. Poche altre

volte mi ha parlato da più mesi adrieto, et di che altra materia non mi

ricordo.[808]

Della monacha del munistero di Casignano, che si chiamava nel vulgo

la prophetessa, confesso che io feci opera con li Otto, chella fussi

rimessa nel munistero, per levarmi quello stimolo degli occhi. Di poi,

con il vicario passato del vescovo di Fiesole, m’operai che lui facessi

stare detta monacha stretta et non mi scrivessi contro.

Circa il segno della † et del nome di Jesu, che fra Silvestro dice che

io gli dissi havere scolpito nel petto mio; confesso esser vero che io

glene dissi, et feci opera per che me lo credessi, et dicevogli che era

per mia devotione; ma tutto fu una fintione che io feci per monstrargli

d’esser buono.

Il benedire, che fra Silvestro dice che io facevo di pater nostri et

altre cose simili, a S. Domenico di Fiesole, confesso esser vero che io

lo feci, et facevolo par satisfare a chi mi seguitava; ma me ne rimasi

poi per le parole di fra Domenico et fra Silvestro che me ne dissono

male.

Confesso anchora essere vero, che fra Silvestro mi disse, che lo

guardassi bene che le visioni che lui mi riferiva havere, che elle non

fussino sogni; ma io, come altra volta ho dicto, gne li persuadevo, et

così mi mostravo credere che elle fussino cose da Dio: non però che io

le credessi.

La visione di quello pontefice, che io disegnai già haver visto vestito

di biancho, con altre circonstantie; dicho che fu unamia fintione, per

darmi reputatione, et non che io in verità ne sapessi altro.

La cagione, perchè io mandai fra Malatesta et fra Ruberto Salviati

a Piero Popoleschi magnifico Gonfaloniere di Giustizia, quando era a

casa, a’ dì proximi;[809] fu per sbigottirlo et per tirarlo dal nostro.

Mandagli a dire che, siccome io havevo mandato a dire per Giuliano

Salviati a Bernardo del Nero, quando era Gonfaloniero, che non fussi

contro all’opera nostra, altrimenti che capiterebbe male; così mandavo

a dire lui che fussi contento non voler esser contro noi.

Del sapere el segreto della Signoria, prima chella fusse publicata, ne

dicho el medesimo chio ho detto altre volte: questo è che di raro io ne

intendevo qualchuno da fra Silvestro; ma io non vi attendevo et non mi

curavo di questi particolari, perchè, quando altrimenti havessi facto,

non si sarebbe concordato con la oppinione che io cerchavo s’havessi

di me, maxime che io reputavo che quelli che si coprivano sotto el mio

mantello, attendevano loro a cose simili; et io mi stavo sul generale,

rimettendomi alloro del particolare.

L’ardere della soscriptione[810] fatta per Roma, che io disse havere

designato di fare, fu perchè ci pareva che ne dessi troppo gran carico.

La predicha che io feci el dì della Ascensione passata, et nella quale

seguì quello tumulto; dico che io volsi predicare ad ogni modo per non

cedere, et tutto fu per mia caparbietà et subtile superbia; et benchè

sentissi el romore che se ne faceva, stimava fussino minaccia. Messer

Domenico Bonsi, Tomaso Soderini et Tomaso Capponi mi confortarono a

non predicare, et Tomaso Capponi[811] dicto mi sollecitò allora del

miracolo; Francesco Valori la pinse innanzi et me ne persuase: ma

quando mai non havessi detto cosa alcuna, medesimamente harei predicato

per le ragioni sopra dette.

In corte di Roma io havevo pochi amici, et vi tenevo poche pratiche, et

di quelle vi tenevo, mene riposavo di più sopra ser Alexandro Bracci,

el quale scriveva poi qui a ser Bastiano suo genero che poi tutto mi

riferiva, come altra volta ho detto.

Quando io dicevo più anni fa nelle mie predicationi: _Gladius Domini

super terram cito et velociter_; lo diceva sotto la generalità de’

flagelli che io reputo debbino venire alla Chiesa et all’Italia, per

l’ordine delle Scripture Sacre; non per revelatione, come altre volte

ho dicto. Et così non intenderò allora, per la passata del re di

Francia in Italia, della quale non sapevo altro, massime revelatione;

ma essendo poi venuto el re di Francia et essendomi ito la cosa bene,

me ne servì dappoi, dicendo: io lo predissi, quando non si vedeva

nugoli in aria, che così più volte ho usato dire.

. . . . . . .

A dì 23 d’aprile 1498 _de mane_.

La intentione mia, come altra volta ho detto, era che li cittadini i

quali io domandava buoni, governassino il tutto, o almeno delle quattro

parti le tre; et che li altri li quali erano domandati Arrabbiati

(benchè io mi guardassi di nominarli in quel modo, per mantener l’honor

mio), stessino senza governo più che si potessi, et attendessino

affar altro. Et questa era ancora la intentione de’ cittadini che mi

seguitavano, i quali habbiamo nominati in molti luoghi; et questo so

perchè et nelle predicationi et in particolari, li confortava a essere

solleciti al bene comune, il quale bene comune s’intendeva essere

el governo de’ predetti cittadini, con depressione delli altri. Et

ne ragionai alcune volte con Francesco Valori, parlando sempre in

generale, perchè così usavo, cioè che attendessi al ben comune, et

lui m’intendeva; et similmente ne ragionai alli altri prenominati:

tutti m’intendevano che questo ben comune voleva dire che favorissino

quelli che andavano secondo el proposito nostro.[812] Et anchora so

questo, perchè venivano et frequentavano le prediche et la casa, et

offerivano per questo la roba e la vita, et poi nelle pratiche io

sapevo che favorivano questa parte. Et questo intendevo qualche volta

da’ frati mia, et qualche volta da loro medesimi cittadini, massime

da quelli che io ho dicto che io usavo per mezani, et anchora qualche

volta da Francesco Valori el quale usava dire: questi ribaldi vogliono

guastare questa terra; et intendeva per questi rubaldi, quelli che si

domandavano Arrabbiati. Et dissemi qualche volta et mandommi a dire

per Andrea Cambini: io vorria fare le cose, cioè favorire et adiuvare

questo bene comune, cioè questa parte che habbiamo detto; ma niuno

mi seguita et io rimango qui solo; et questo diceva perchè li altri

cittadini che seguitavano la parte nostra, non si dimonstravano molto

favorevoli a lui. Et però io mavvedevo che non erano bene dachordo,

perchè mi pareva che ogniuno attendessi a grandigia, et che ciaschuno

volessi essere el primo et d’essere più tosto seguitato che seguitare

altri, maxime questi primi che habbiamo altra volta nominati. Et

parevami ancora che non si fidassino l’uno dell’altro et che andassino

con troppi rispetti; et però li confortavo et con prediche et in

particulare che stessino uniti, et io non attendevo ad altro che a

questo. Delle altre cose particulari non me ne curavo, perchè a me

bastava che tali huomini fussino bene uniti insieme; perchè, sendo così

uniti, sapevo che erano di tanto intellecto et prudentia, che haveriano

saputo guidare meglio di me et sanza me maggior cosa. Et in effecto

li nostri ragionamenti, perchè erano rari et brevi, stando io insulla

reputatione, erano sempre su questo generale di mantenere et accrescere

el bene comune; cioè che la nostra parte governassi, et laltra, di

quelli che si domandavano Arrabbiati, stessi bassa. Ma non fu mai mia

intentione, che totalmente fussi esclusa nè chacciata; perchè havevo

caro chella fussi uno obstaculo a questi maggiori della nostra parte,

havendo sospetto che, finalmente, questi cittadini maggiori prenominati

non pigliassino tanta forza, che si facessino poi uno stato fralloro

più stretto, et guastassino il Consiglio Comune.[813] Et credo certo

che, quando fussino stati ben dachordo, secondo la mia intentione, che

havrebbono havuto l’intento di havere el Consiglio al loro modo. Ma

fralloro vedevo molti sospetti, et anche li mediocri cittadini a me

affectionati, non si fidavano di quelli maggiori; onde dicti mediocri

cittadini qualche volta se ne dolevano mecho, dicendo che non andavano

bene a questo mio intento, come era Lionello Doni, Antonio Giraldi,

dalli quali poi intendevo che delli altri se ne lamentavano, che non

venivano a riferirmelo a me, perchè non mi potevano parlare.

. . . . . . .

A dì 23 d’aprile 1498, _da sera_.

Di nuovo, dicho chel mio disegno era di regnar[814] in Firenze, per

ajutarmi poi col mezo de Fiorentini, per tutta Italia; et voleva

che la parte che si diceva mia, de’ cittadini di Firenze, subjugassi

l’altra parte, col favor del consiglio, però, et col castigare i detti

dell’altra parte, quando havessino errato.

Di fare questo col arme, non havevo anchora pensato; ma quando fussi

bisognato, mi vi sarei volto. È ben vero ch’io havevo caro che i

mia stessino preparati con le arme et raccolti insieme; acciò che,

quando fussi venuto el bisogno, non havessino havuto a prepararsi, et

havessino potuto di subito rispondere ogni volta che glaltri si fussino

mossi; ma che e mia se movessino no, se non erano provocati; et havevo

disegnato che Francesco Valori fussi il primo et il capo di tutti, et

li altri andassino a casa sua, et però cerchavo unirli tutti allui.

Et, infine, pigliate che tutte le parole che io dicevo in pergamo,

di pigliare l’arme et di farle a ferri puliti, o daltre cose simili,

tendevano a questo fine di inanimire e’ nostri per fare forte et

gagliarda la parte di quelli che si dicevano mia, et che in ogni evento

la restassi superiore all’altra.

Della scomunicha del generale del nostro ordine, della quale io sono

domandato se io lhebbi, et perchè io non la publicai, et etiam non la

osservai; dicho; essere vero che io lhebbi et non la publicai, ma di

poi fu stampata et publicata;[815] et io non la observai, scusandomene

che non observando quella del papa, molto meno dovevo observare quella

del generale.

Quella poliza che fu appichata al pergamo in Santa Reparata, di febraio

proximo, che diceva: _Ego autem constitutus sum Rex_, dicho che io

non la ordinai; credo fussi opera di fra Domenico,[816] et crediate

che io non lharei mai attribuita a me, perchè, benchè io sia stato uno

gran superbo et uno gran tristo, non però fui mai tanto superbo chio

mattribuissi le cose o proprietà di Dio.

. . . . . . .

A dì 24[817] d’Aprile 1498. _Verbis_.

Di nuovo dicho, la mia intentione era, se veniva l’interdetto, che non

si observassi, et volevo obstare alla contraria parte, cioè a quella

che s’addomandavano Arrabbiati. Et principalmente io attendevo a questo

di havere una Signoria a nostro modo, et per questo mezzo sforzare

ognuomo ad non observare lo interdetto. Et, se pure non lhavessimo

havuta tutta detta Signoria a nostro modo; volevo io per tal modo

unire e’ cittadini, che et la Signoria et el popolo stessino sotto, et

con parole et con minaccj sforzassimo dicta Signoria ad non observare

dicto interdicto. Et quando pure questi che si domandavano Arrabbiati,

lhavessino voluto muovere contro a questo nostro intento; volevo che

la nostra parte prevalessi contro di loro, oltre alle minacce, con le

arme; et questa nostra intentione lhavevo predicata sotto coperta, per

tal modo, però, che mi intendevano. Et sapevo che Francesco Valori era

di questa intentione, perchè ragionando con lui qualche volta di questo

caso et d’ogni altro che potessi occorrere di pericolo; lui diceva

queste parole, cioè: io sono per mettere la vita, la roba, gli amici

et parenti, et obstare a questi rubaldi; ma voi aiutatemi con orationi

ed anche con le provisioni humane, exhortando masime Gio. Battista

Ridolfi, Pagolantonio Soderini, et Salviati, a seguitare questa nostra

impresa. Et dipoi in quest’ultimo mi disse: che io attendessi alla

impresa, et che Pagolantonio era disposto a mettervi la vita et la

roba et figliuoli. Et somni ricordato che, essendo Francesco Valori et

Gio. Battista Ridolfi nel nostro Chiostro di S. Marcho (la domenica

dell’ulivo, quando cominciò lo insulto contro a noi),[818] che io li

confortai tutti et due insieme, a uscir fuora et prehendere le arme et

congregare li amici, per obstare al popolo che già era mosso contro

di noi. Et perchè io sapevo che Gio. Battista era tutto nostro, non

dubitavo mai di lui, che non havessi a fare come io volevo, sendosi

maxime dimostrato el dì dell’Ascensione passata: vero è che io non

parlavo così largo con lui come con Francesco Valori. E’ quali Gio.

Battista et Francesco, poi che io glhebbi exortati alluscire fuora et

prendere le arme, mi risposono et dissono: noi saremo insieme. Et io

così li lasciai et mi credetti che fussino iti a fare tale effecto; et

aspettando che venissino a S. Marcho con le arme, et non venendo, et

udendo dire chel populo moltiplicava et che nessuno de’ nostri amici ci

soccorreva; mi spaventai et invasai per tal modo che, havendo io uno

Crocifisso in mano, in mezo de frati che facevano oratione; mi mossi

per andare verso la porta del chiostro, per vedere se potevo resistere

cogli amici o morire; ma non fui lasciato da molti seculari che vi

erano. Infra i quali mi ricordo di Francesco Davanzati et Gio. Battista

Ridolfi et altri assai, de’ quali al presente non mi ricordo o non li

conosco per nome; ma da detti Francesco et Gio. Battista lo potrete

sapere; et mi dicevano queste parole: noi non vogliamo che voi usciate

fuora, perchè senza voi non siamo nulla et vogliamo morire con voi. Et

maravigliami et mi sbigottj allhora, vedendo lì Gio. Battista, credendo

che fussi ito, come dissi, con Francesco Valori a fare quanto era

rimaso con loro.

Anchora venne una volta Luca di Antonio delli Albizi et Francesco

del Pugliese, sendo de’ Signori, di notte a S. Marcho, circa a hore

3 di notte; et parlarono con fra Silvestro nella sua cella, et poi

parlarono ancora mecho; et per quanto mi ricordo, i ragionamenti

furono in confortarci l’uno e l’altro a seguitare questa nostra opera,

offerendosi a fare ogni cosa per me, et che a ogni modo volevano che si

facessi el fuoco pel carnesciale presente.

Con Bartolomeo del Vantaggio ho tenuto pratiche di mandare lettere

a Roma, a più persone et maxime a Dino di Jacopo di Dino,[819] al

Cardinale di Napoli, et già a diversi Cardinali, quando io cercavo

la unione de’ conventi di Fiesole et di Pisa; el quale Bartolomeo più

volte disse, metterebbe la roba et la vita per me, perchè era molto mio

amico.

E perchè voi mi domandate che io dica ogni altra cosa che mi restassi

in petto, et in specie de pratiche tenute con cittadini o altri, et

che io l’apra et narri interamente; rispondo: come non mi resta altro

a dire; et, havendo detto cosa di che io ne merito mille morti, non

crediate che io ritenessi hora quelle cose che sono molto minore. Vero

è che io non ho molta memoria di cose agibili et maxime particularj;

et di questo me ne sono testimonio e’ frati nostri; però non vi

maravigliate se non ho detto così ogni cosa a un tratto. Ricordandomi

d’altro, lo dirò volentieri senza riservo alcuno, ec.

Io Frate Hieronimo di Niccolò Savonarola da Ferrara dello Ordine

de’ Predicatori, spontaneamente et sanza alcuna tortura, confesso et

affermo essere vero in tutto et per tutto quanto di sopra ho detto

et confessato, et si contiene nella presente carta et altre sei[820]

precedenti scripte tutte d’una mano; benchè in alcuni luoghi sono

alcune postille di mano di ser Francesco di ser Barone. Et in fede di

ciò, mi sono sottoscripto di mia propria mano,[821] questo dì XXV[822]

d’aprile MCCCCLXXXXVIII. Nel segreto della sala maggiore del Consiglio

di Firenze.

Quem Ferrara tulit, furia extulit, abstulit ignis,

Cuique urna est Arnus, ego ille Hieronimus.

3.

Il terzo falso processo del Savonarola, fatto dai Commissari del

Papa.[823]

A dì XX di maggio 1498.

L’esamina che seguirà qui appresso è di Fra Girolamo Savonarola, fatta

dal R. in Cristo Padre fra Gioacchino Turriani da Venezia, Generale

dell’Ordine di S. Domenico, e dal R. M. Francesco Romolino clerico

Ilerdense, Auditore del governatore di Roma, in questa cosa commissari

del Papa, sotto detto dì e anno;[824] et ancora in presentia di

Pagolo Benini, Biagio di Giovanni, dua del numero de’ Gonfalonieri

di Compagnia del popolo e Giovanni Canacci dei numero de’ XII Buoni

Uomini, e Piero delli Alberti del numero de’ Dieci di Libertà e Pace,

e Francesco Pucci del numero delli Otto di Guardia e Balía; deputati

a intervenire alla soprascripta Esamina, con e soprascritti commissari

apostolici.

Il ritratto fatto da detto fra Girolamo, secondo li interrogatorii

fattili, è questo:

Messer Francesco Romolino sopracripto interrogò a parole: Tutto quello

che voi avete confessato a questi Signori, e che è sottoscritto, è

vero, e che abbiate confessato per vero e non per tortura?

Rispose: è vero.

Di nuovo interrogato, se con lui avevano praticato o intervenuto, nelle

cose da lui confessate, altre persone ecclesiastiche;

Rispose: Hora ch’io mi sono partito, anzi pentito de’ mia peccati; io

dirò _coram Deo_, che mai mi dia salute, e siatemi testimoni; ch’io non

comunicai mai questa cosa con persona, eccetto che con quei tre frati,

cioè fra Domenico, fra Silvestro e fra Niccolò. Io havevo grand’animo,

e benchè io non confidassi potere condurre il Concilio, cercavo di

potere eccitare altri; epperò non mi sarei mai confidato con persona,

e quelli frati a cui io feci scrivere le lettere, lo feci far loro in

confessione.

Di nuovo domandato, se con Principi n’aveva tenuto pratica, e di quelli

ne’ quali aveva fiducia e perchè;

Rispose: co’ Principi o Signori d’Italia, con nissuno, perchè tutti

gli avevo per mia inimici, ma con oltramontani a questo modo: col Re

di Francia, per averli qualche volta parlato, avevo qualche fiducia;

nell’Imperadore speravo per havere inteso che facilmente si saria

tirato; il Re di Spagna, per havere inteso che era nemico della

Corte[825] e dei costumi e modi di essa, stimavo d’averlo; il Re

d’Inghilterra stimavo d’averlo, per avere inteso che era buon uomo; il

re d’Ungheria non conoscevo. Ma il mio fondamento era sui primi tre,

e stimava al tutto s’havessero a muovere, per i cattivi portamenti

della Corte: coi prelati di nuovo affermo non haver tenuto pratica

alcuna.[826]

Domandato de’ Cardinali che fussino suoi amici, e coi quali avesse

tenuto pratica alcuna;

Rispose: che aveva per suo amico il Cardinale di Napoli, benchè su lui

non confidasse molto; e benchè per suo mezzo avesse impetrato già e

ottenuto la separazione della Congregazione di Lombardia,[827] era suto

per mezzo di Piero de’ Medici; e che poi, partito Piero, stimava che

Piero e ’l Cardinale de’ Medici l’havessono provocato contro di lui. In

ultimo non aver tenuto seco pratica, nè con altri Cardinali o prelati,

per averli reputati suoi nemici.

Da M. Jacopo Mannelli intese che il Cardinale di Lisbona li voleva

bene; nientedimeno con lui non aveva mai praticato cos’alcuna.

Con M. Filino, di che fu interrogato; disse non haver mai tenuta

pratica alcuna, e chegli era nimico, e che di questo se ne domandasse

l’oratore di Ferrara e ser Alessandro Bracci.

Domandato, se fra Domenico e fra Silvestro li rivelavano le

confessioni; disse di no, e che fra Domenico non confessava.

Domandato circa la scomunica, di non averla osservata;

Disse; confesso aver fatto male ed essere peccatore; epperò domandava

misericordia.

Domandato circa l’aver detto che il Papa non era cristiano, nè

battezzato, nè vero Papa;

Rispose: non l’haver mai detto; ma che ben era una lettera nella sua

cella che lo diceva, e che lui l’aveva composta, la quale, dice però,

non pubblicò mai e che l’aveva abbruciata.[828]

Domandato che dicesse il vero, e non dicendo altro; M. Francesco

Romolino comandò che fusse spogliato per darli della fune. Lui,

mostrando grandissima paura, s’inginocchiò e disse: Or su uditemi;

Dio tu m’hai colto, io confesso che ho negato Cristo, io ho detto la

bugia. Signori Fiorentini, siatemi testimoni, che io ho negato per

paura dei tormenti; se io ho a patire, voglio patire per la verità;

ciò che io ho detto l’ho avuto da Dio; Dio tu mi dai la penitenza, per

haverti negato, io lo merito. In questo mezzo era spogliato, e di nuovo

s’inginocchiò, e mostrava il braccio manco, dicendo averlo guasto,

e del continuo diceva:[829] Io ho negato Dio per paura de’ tormenti.

Tirato su, diceva: Jesu aiutami, a questa volta tu m’hai colto.

Domandato sulla fune, perchè aveva ora detto così;

Rispose; per parer buono: non mi lacerate, che io vi dirò il vero

certo, certo.

Perchè havete negato ora?

Rispose: perchè io sono un pazzo.

Posto giù disse: Com’io vedo i tormenti, io mi perdo; e quando sono in

una camera con pochi pacifici, dico meglio.

Domandato, se il processo fatto da lui, in tutto e per tutto era vero;

Rispose era vero, e perche è vero confesserollo sempre.

Domandato, perchè poco fa l’haveva negato;

Rispose: io lo dissi, stimando forse che havresti paura a mettermi le

mani addosso, e però dissi quelle parole.

Domandato, se fra Silvestro li rivelava la confessione;

Disse che in particolare non gne ne rivelava; ma in generale, per

avventura, li può aver narrato alcune cose, non però che lui dicesse

averle in confessione. Et aggiunse che per sapere le cose di Firenze,

non li bisognava le confessioni di fra Silvestro; perchè non era cosa a

Firenze, che, per altri mezzi, non havesse notizia e possuto sapere.

Domandato in che modo;

Rispose: da’ cittadini, e da fra Silvestro quale praticava molto con

i cittadini, e per mezzo loro senza le confessioni le poteva sapere.

Oltr’a questo disse, che non si saria fidato di fra Silvestro, nè di

fra Domenico ad una simil cosa, perchè non lo scoprissero; massime

fra Silvestro, per esser lui huomo largo, e l’haveva per huomo

inconsiderato e non così buono, fra Domenico l’haveva per buono e

sincero. E disse: io ero il più tristo di loro, e per la mia sottil

superbia volevo esser tenuto profeta e huomo santo, e non mi confessavo

di questo peccato, per non mi scoprire; nientedimeno io sapevo ch’io

facevo male.

Dipoi detto M. Francesco, li fece leggere un’inquisizione formatali

contro, dov’erano più capitoli, e ad uno ad uno l’interrogò, s’era vero

quello che in detti capitoli si narrava.

1º Che nelle sue prediche aveva detto cose contumeliose contro il Papa

e la Sede Apostolica e che tendevano all’heresia;[830]

Rispose: che nelle sue prediche non haveva mai nominato il Papa; ma

haveva bene usato tal circustantie, che era possutosi intendere, ch’e’

diceva per il Papa; et ancora in segreto con alcuno haveva usato simili

parole, ma non in prediche.

2º Di non haver osservato la scomunica;

Disse: esser vero.

3º Che lui, fra Silvestro e fra Domenico si revelavano le confessioni,

uno all’altro;

Rispose: che lui non confessava, e non confessando non revelava; è

ben vero che stuzzicava Silvestro per intender da lui i casi segreti

occorrenti; ma non disse mai: rivelami confessioni; perchè io non mi

volevo scoprire.

4º Dell’haver detto d’haver visioni da Dio e parlatoli;

Disse: haverlo detto per honor suo e per reputazione.

5º Dell’haver predicato, indotto, e persuaso nuova forma di vita

cristiana e di sacrifizi, com’eretico e scismatico, dividendo la

inconsutile veste della Chiesa di Dio;

Rispose: questo non haver fatto;[831] se già non s’intendeva per

qualche ceremonia che lui ha predicato, e per haver ristretto la vita

de’ suoi frati e monaci; di altro non si ricordava, eccetto ancora non

haver temuto censure e scomuniche.

6º Dell’haver detto: il Papa non esser cristiano nè battezzato nè esser

Papa, nè avere obbedite nè osservate le censure;

Disse haver risposto di sopra a questa parte.

7º Dell’haver scritto lettere in vergogna del Papa, e concitato

Concilio;

Rispose: non haver scritto, ma havea fatto scrivere; ben haver

deliberato di farlo, com’haltra volta ho detto; ma che da poco in qua

haveva disegnato questa cosa del Concilio, e lui essere stato motore,

et havea messo su lui i cittadini che ne scrivessero, e non loro

lui.[832]

Domandato quello che credeva fare, e se vedeva quanti scandoli era per

generare;

Rispose: la mia superbia, la mia pazzia, la mia cecità m’imbarcorno a

questo, ed ero sì pazzo che io non vedevo il pericolo in che io ero, e

qui me ne sono accorto. Item disse: che s’era deliberato scrivere una

lettera al Papa, chiedendoli perdono e che voleva tornare a lui come è

scritto nel Vangelio del figliuolo prodigo.

8º D’aver predicato cose scandalose, e generato divisioni, e fatto

fazioni nella città di Firenze, e favorita la sua fazione;

Rispose: che quello ha confessato d’aver favorito la parte sua era

vero; ma non confortato l’omicidio. La guardia della Piazza di Firenze,

disse, la confortò e ne parlò con Francesco Valori, e tutto il suo

intento fu per tenere in tremore la parte contraria a sè.

Circa alla morte di quei cinque cittadini che furno morti d’agosto;

dico: ch’era contento che fussino morti e che fossero scacciati; ma

non se n’impacciò mai in particolare, e sapeva che Francesco Valori

v’era caldo; e che mandò a raccomandare Lorenzo Tornabuoni a Francesco

Valori ma freddamente, in modo che Francesco potè intendere che non se

ne curava; chè quando voleva una cosa di Francesco Valori, gli mandava

a dire: io la voglio; quando non se ne curava, gnene mandava a dir

freddamente; e stimava questa ambasciata gnene mandasse per Andrea

Cambini.

Circa il volere mandare nel fuoco fra Domenico con il Corpus Domini in

mano; confessò esser stato sua pazzia, superbia sottile o presunzione.

Domandato, se era consacrata; disse di sì; chè tolse un’ostia

consacrata da uno de’ suoi frati, e che del non consacrare suo non

se ne dubiti; perchè il non consecrare dice che era maggiore e doppio

peccato, e che così dicevano i dottori. Dello scandalo che seguì, il

dì che fu assaltato e poi preso; dice che, invaso, uscì di sè, visto i

suoi portarsi freddi; e aggiunse: volete voi vedere, ch’io fui pazzo?

che havevo havuto tempo dalla Signoria dodici ore per andarmene, e non

me ne andai.

Circa all’aver detto: Dio, s’io mento tu menti; disse non si ricordare

appunto quando, e in che termine lo disse; ma se gli è scritto, io

l’ho detto, la mia superbia m’accecò; ben so che quando io lo dissi, mi

sforzai di dirlo in cosa vera.

Circa alli spiriti di S. Lucia, dice non ne sapere il particolare,

perchè non praticavavi. Circa l’aver detto: se la Vergine Maria

e l’Angelo ci dicessero: — Queste cose non sono vere, — non li

crederò; dice lo disse per confermare le cose sue e per superbia.

Item soggiunse: le cose di fra Silvestro m’hanno ingannato, perchè mi

parevano vere, benchè qualche volta ne dubitavo; ma poi entravo lì con

l’ingegno e le facevo verisimili.

Essendoli detto: che in questa parte di fra Silvestro si contradiceva;

Rispose: non v’essere contradizione, dicendo le cose referiva fra

Silvestro li aguzzavano l’ingegno, e se ne serviva. Item disse di

sopra:[833] che le visioni poteano essere da Dio e dal Diavolo.

Da poi fu licenziato, con dirli che pensasse la notte, per dire il dì

seguente il vero et lo intero.

. . . . . . .

A dì XXI di maggio.

Fra Girolamo soprascritto, dinanzi a’ soprascritti datoli il giuramento

per M. Francesco soprascritto, et domandato se tutto quello haveva

confessato prima a’ Fiorentini, et di poi ieri a lui, era vero.

Rispose: R. Monsignore, quello che io dissi hieri a lei, io lo dissi

com’huomo appassionato, e che volevo strigarmi da una gran briga;

perchè queste passioni temporali, solo a vederle, mi sono più che ad un

altro dieci tratti di corda. Tutto quello ch’io scrissi e fu scritto la

prima e la seconda volta fu vero, e ho da ringraziare que’ cittadini

che andarono meco dolci; e se in principio non dissi l’intero, fu

perchè io andavo velando la mia superbia; ma visto quella dolcezza che

mi usavano, mi disposi poi a dire il vero; e se vi pare che io abbia

detto poche cose, non ve ne maravigliate, perchè le mie cose erano

poche e grandi. Quello che io dissi ieri, negando e ridicendomi, fu

per paura; feci male e ne chieggo perdono a quella Signoria: sono stato

un cattivo, voglio salvar l’anima mia e scaricar la coscienza, e così

ratifico e ratificherò di mia mano, e perchè altre volte mi offersi,

quello che avevo detto breve e oscuro meglio dichiararlo, e così mi

offero ora.

Dopo queste parole, detto Fra Girolamo sottoscrisse a tutto quello che

aveva detto hieri, che l’aveva scritto il Cancelliere di M. Francesco

Romolino. IO FRA JERONIMO DA FERRARA.[834]

Di nuovo, sendo domandato delle cose minori et non le confessando;

rispose queste parole: Io ho dato un milione di ducati; credete che io

non terrei ora un ducato, sarei pazzo.

Domandato se haveva mai detto che Cristo fu un uomo come gli altri, e

che a lui saria bastato fare il simile;

Rispose: che questa cosa saria da matto; fu una cosa m’appose il Ponzo.

Se volevo esser profeta santo e savio, non crediate che io havessi

detto una cosa simile, che era contraria a questo mio intento. E perchè

di queste parole se n’allegrava M. Piero Beccanugi; disse: non se li

poteva prestar fede, perchè li era avversario.

Domandato di quelle parole hebbe già a dire di Maometto;

Disse: che e’ fu huomo grosso, e che a lui saria bastato l’animo,

quando havesse voluto ingannare, di fare una cosa più simile alle cose

di Dio, e haverla condotta meglio che non fece Maometto. Questo, dice,

lo disse in pergamo, et che la legge di Maometto fu legge bestiale.

Domandato che pratica aveva già avuto di donne, e quello haveva già

avuto da loro per via di revelazione;

Disse: che nel principio, quando cominciò ad affermare queste cose,

parlò di donne, e da loro ebbe delle cose le quali poi predicava sotto

nome di revelazione, per suo cervello; ma in questo ultimo non ha

parlato loro, perchè aveva questo rispetto in questo ultimo, che non

voleva donne si potessero avvantare di avergliene detto. Le donne dalle

quali ebbe dette cose sono: M. Vaggia Bisdomini, M. Camilla Rucellai,

M. Bartolommea Gianfigliazzi, la quale aveva sua devozione e sua

spiriti, secondo diceva; ma a questa non prestava molta fede, chè mi

pareva pazza.

Domandato, se haveva fatto confessare da’ sua frati e assolvere, non

ostante la scomunica, e che ei conoscessi e sapessi che la scomunica

valessi, e che coloro fussero irretiti nella scomunica;

Disse: essere vero.

Domandato di nuovo, con minacce di fune, sopra la pratica del Concilio,

che ne dicesse loro il vero con chi l’haveva praticata e comunicata;

Rispose: O frate, ove sei tu condotto! E cominciò a piangere e dolersi,

e disse: quando io penso com’io sono in questa cosa entrato, non posso

fare che non mi dogga, che vi sono entrato non so come, me lo pare

sognare; e finalmente narrò la cosa a questo modo:

Questa parte del Concilio, io l’ho trattata da tre[835] mesi in qua e

non prima, e venne da mia gran superbia; e venendomi quella fantasia,

pensai come l’havessi a condurre, e dissi: in Italia non posso aver

mezzo co’ Veneziani, nè con Milano, meno col Re di Napoli è debole, e

i Fiorentini non sono d’accordo; co’ Cardinali, que’ che sono a Roma

non è da fidarsene, perchè andrebbono a pubblicare al Papa. Però mi

voltai fuori d’Italia, e questa è la pura verità, stimando che gli

Oltramontani vi dovessero condescendere, per haver esosa la corte; e

per il primo era il re di Francia col quale ho qualche credito, e così

cominciai con quella lettera ch’io feci scrivere a que’ cittadini,

dei quali io mi fidai perchè erano di quelli che mi credevano; e

lo messi loro in confessione perchè, scoprendosi la cosa innanzi al

tempo, conoscevo che si faceva scandalo. E discorsi[836] che col re di

Francia erano i cardinali San Pietro in Vincula e San Malò, e quali in

questo caso haveriano fatto il volere del Re. E San Pietro in Vincula

lo facevo volto a questo e lo sapevo, perchè un ser Cristofano, che fu

già cavaliere di corte della Mirandola, venne a me con una lettera di

familiarità di detto San Piero in Vincula, e dissemi che non passeriano

molti dì, che in Firenze veneria una squadra di Cardinali a far

Concilio: io perchè lo tenevo bugiardo e versipelle, non li risposi

altro particolare. Ben ebbi caro quello che mi disse, e presupposi,

per le lettere di familiarità mostrommi, ch’ei havesse detto quello per

il Cardinale di S. Piero in Vincula; e così feci concetto che ’l re di

Francia havesse a muovere a questa cosa S. Piero in Vincula e S. Malò.

A S. Malò ho scritto qualche volta, non di pratica di Concilio; ma lui

non mi rispondeva, ma quando scriveva a Niccolò Alamanni, quando era

qui, li commetteva: raccomandatemi a Fra Girolamo. E quando S. Malò

fu qui, mi venne a visitare e mostrommi stimare, e presemi per mano e

fra l’altre cose mi disse: non vi par che la Chiesa abbia bisogno di

reparazione?

Dell’Imperatore stimavo, anzi speravo quello c’ho detto di sopra, e

stimavo lui havesse a muovere il Cardinale Burgens il quale, quando

fu qui, mi venne a parlare in S. Marco, e dissemi male del Papa, e io

il simile a lui e dettili una lettera di mia mano al re di Francia,

scrittali per le cose d’Italia e de’ Fiorentini.

Al Cardinal di Napoli non scrissi mai di simil cose; ma speravo bene

da lui, perchè intendevo era in differenza col Papa. Filippo Valori

mi disse già haver praticato uno scisma contro questo Papa, con più

Cardinali, tra’ quali era il Cardinale di Napoli, ch’era malcontento

per aver aspirato al Papato e ancora aspira.

Di nuovo, interrogato che uscisse più oltra, massime circa Napoli,[837]

il quale M. Francesco molto l’interrogava;

Di nuovo disse: al Cardinale di Napoli non havere mai scritto, nè fatto

scrivere per questa cosa.

Di nuovo interrogato;

Disse: al cardinale di Napoli havere scritto, non già espressamente,

acciocchè se le lettere fussino prese non si sapesse; ma li diceva

ch’era tutto suo, e che in ogni faccenda che bisognasse era per

fare ogni cosa per lui, e che lui scriveva così in genere, e che

l’intendeva.

Domandato perchè l’intendeva;

Rispose: per quello aveva inteso da Filippo Valori, e che Filippo

li aveva detto male del Papa in nome del cardinale. Con Filippo,

dice, si allargava, perchè l’aveva per suo amico, e per uomo savio;

e quando era a Roma li aveva scritto più lettere, parlandoli molto

bene del cardinale di Napoli. Poi soggiunse: la fantasia mia era che

il cardinale di Napoli ragunasse gli cardinali amici, ed io tenessi

edificato questo popolo, perchè, bisognando poi, i cardinali fussero

venuti qui e fattoci il Concilio.

Item disse: che un Michelangiolo da Orvieto, huomo del cardinale di

Napoli, fu già qui a lui, e li parlò in nome di detto cardinale; ma che

ancora lui non haveva pensato di muovere il Concilio, ma che altri lo

movesse, e lui poi seguitarlo e aiutarlo, e che l’effetto era che il

cardinale di Napoli movesse al Concilio quei cardinali che lui potesse,

e quelli altri dei principi soprascritti si movessero e unissero qui a

Firenze, e qui si facesse Concilio.

Di nuovo, domandato circa le lettere del concilio e scritte perciò, e

circa ai particolari più oltra;

Disse: che al detto Cardinale n’haveva scritto, ma non espresse e

sotto coverta generale, e che mandava le lettere sotto le lettere di

M. Alessandro Bracci, che le dava a ser Bastiano, e ancora per via

de’ Gaddi e di Braccio del Vantaggio, e per mano de’ medesimi aveva

le risposte; e che la risposta del Cardinale era: che fra Girolamo

attendesse a dar fuoco alla cosa, e stringessela; ma che le sue parole

erano generali, e che da lui ha avuto circa quattro lettere di questa

materia.

Al cardinale di Lisbona, disse haver scritto qualche volta, ma non in

particolare di questa cosa, e haveva in opinione che il re di Spagna

l’havesse a muovere. Il cardinale di San Giorgio, dice, li mandò

già a parlare per M. Niccolò Deli, dicendoli che era tutto suo, e

offerseli;[838] ma, disse, non si saria fidato di questa cosa, di San

Giorgio. In ultimo disse: che il capo di questa cosa, secondo il suo

giudizio, aveva da essere il cardinale di Napoli, il quale era di poi

per tirare degli altri cardinali.

Di nuovo minacciato, disse: Napoli, Napoli, e che con lui e con gli

altri cardinali ha avute le pratiche sopraddette.[839]

Fu legato e tirato su, et hebbe un tratto di fune; e domandato di più

cose da M. Francesco, disse direbbe il vero; dipoi passò giù.

Domandato, se era vero quello haveva detto, e voleva ridirsi di

nuovo;[840]

Rispose: questo che io ho confessato è vero, e che io ho avuto qualche

pratica col cardinale di Napoli; e con San Piero in Vincola non ho

tenuto altre pratiche, perchè non bisognava sovvertirlo.[841]

Domandato delle confessioni, d’averle sapute da fra Silvestro o altri;

Disse: che a fra Silvestro non haveva detto: ditemi la confessione

del tale; perchè voleva mi tenesse buono; ma domandavo in genere e

con astuzia, non di cose di libidine o altri peccati simili; ma che mi

ragguagliasse delle cose circa lo stato, e questo per due conti: l’uno

per sapere chi erano mia amici, l’altro per potere poi dire simili

cose, e parerò d’essere un profeta.

Di nuovo, domandato e minacciato che dicesse il vero;

Disse: in presenza di tanti io non posso dire, e in presenza di pochi

dico meglio. Ed essendoli detto che, in presenza di tante migliaia di

persone, in pergamo, parlava sì animosamente;

Rispose: allora io ero signore.

Domandato, se crede in Cristo, mostrandoli che se ne dubitasse, visto

quello che lui ha fatto;

Rispose: e’ può ben stare, credere in Cristo e fare quello che ho fatto

io, com’il Demonio; _Demones enim credunt et contremiscunt_.

Domandato, se ha usato incanti;

Rispose: che se n’è fatto sempre beffe, e non gli ha mai usati.

Di nuovo tirato su e datoli un tratto di fune, poi posto giù, dopo che

vi fu tenuto assai bene, e dinuovo domandato, se è vero quello che ha

confessato;[842]

Disse: tutto essere vero e confermò ogni cosa.

Di nuovo domandato, circa il risapere le confessioni da tutti i suoi

frati;

Disse: che in genere li haveva domandati dei peccati che regnavano, non

alla scoperta nè in particolare, perchè da loro saria stato reputato un

tristo.

Di nuovo, domandato circa la pratica del Concilio;

Disse: che confermava il sopradetto di Napoli, e che San Piero in

Vincula li scrisse già una lettera, dicendoli che lo voleva per amico,

rispetto alle cose qui di Firenze; e che più lui non cercava altramente

la pratica con S. Piero in Vincola, perchè sapeva era ben disposto.

Domandato, chi fu quello, in verità, che li pose innanzi le cose della

profetessa, di che nella prima esamina si fa menzione;

Disse: fu M. Alessandro Tornabuoni e non M. Luigi, e che equivocò per

errore.

Confessò essersi impacciato circa ai frati di Vallombrosa, per farli

separare dal generale.

Item, havendo predicato e detto che, posto alcuni fondamenti, a chi

teneva ostinatamente che la scomunica valesse, fusse eretico; domandò

di questo essere assoluto e tiene la scomunica valere.

. . . . . . .

Addì XXII di maggio, a ore 13.

Fra Ieronimo soprascritto, domandato, a parole, dal sopraddetto M.

Francesco Romolino, senza il generale e col giuramento, se le cose

dette fino a qui sono vere;

Rispose: ogni cosa è vera, eccetto quello haveva detto del Cardinale di

Napoli, la qual cosa disse haver detto per paura.

Domandato che cosa era, disse: dell’haver tenuto pratica col Cardinale

di Napoli o altri Cardinali del Concilio, che non l’ha mai tenuta con

persona, se non com’haveva detto prima che ieri; e che pensando alla

confessione, vedeva che non poteva essere assoluto e voleva ridirsi;

e un riscontro ne dava, che si sappi da fra Niccolò da Milano suo

cancelliere, che non ha mai scritto lettere di questa cosa; e fra

Domenico e fra Salvestro che sapevano questa mia fantasia, non lo

potranno dire.

Di Ser Cristofano Cancelliere della Mirandola, Burgens, Lisbona, che se

gli mostrasse amico, e del Cardinale San Giorgio, tutt’esser vero.

Il Cardinale Orsino, quando venne qui travestito, disse, l’andò a

trovare a San Marco; e andandolo stuzzicando e interrogando come

credeva le cose sue havessino a succedere, lo richiese di predizione;

al quale, dice, rispose in generale, e parveli si partisse mal

satisfatto di lui.

L’Arcivescovo di Firenze, disse, li ha scritto più volte, e datoli

tutta l’autorità sua.

Domandatoli, come haveva comunicato la parte del Concilio con fra

Silvestro, e fra Domenico;

Disse: l’haveva fatto a parole.

Per comandamento di detto M. Francesco, fu citato dal cursore del Papa

ch’era quivi, cioè ad crus, cioè per domani a conchiudere et ad udir

sentenza;

Rispose: Io sono in prigione, s’io potrò, io comparirò.

Di nuovo, domandato circa li spiriti di S. Lucia;

Disse: se ne domandi il confessore loro; e ridendo, narrò che una volta

vi andò col crocifisso in mano, e che una di quelle monache, spiritata,

li tolse il crocifisso di mano e gettognene via, dicendoli: frataccio!

E presolo per la cappa, li cominciò a dare in modo, ch’hehbe che fare a

sbrigarsi da lei, e non vi tornò poi di quel pezzo.

Di nuovo, sottoscritto il Processo fatto dal cancelliere di M.

Francesco, dov’erano scritte le soprascritte cose.

. . . . . . .

Detto dì XXII, a ore 24.

Nell’Alberghettino, in presenzia di Giovanni Baldovinetti, Lionardo

Gondi, Giulio da Castiglione, Giovanni Canacci, Biagio di Giovanni

d’Agnolo, ser Francesco Fortini, ser Francesco di ser Barone.

Fra Hieronymo, domandato dai soprascritti che aprisse meglio quello che

haveva promesso di aprire, circa le cose della città;

Disse: Che si facesse presupposto che lui e i cittadini della sua

setta attendevano principalmente a tre cose. La prima: che il Concilio

fosse ben fornito di loro partigiani, per havere a lor modo gli

offizi, o almeno il più, e in specie le sei fave della Signoria Dieci

e Otto. E io non entravo nè m’impacciavo di particolare, per la mia

superbia; e facevo come fa un Signore che ha un capitano nel quale

si riposa, ed il mio capitano era Francesco Valori ed io sopra di

lui mi riposava. La seconda: che si procedesse rapidamente contro gli

avversari nostri, quando però havessino errato; ma ogni piccolo errore

fusse riconosciuto. La terza era, che stessino uniti e avvisati e

provvisti con l’arme; non che si muovessino i nostri, ma se gli altri

si volessino muovere, per poter rispondere.

Domandato, quello haveva pensato di dire o fare, non riuscendo le cose

temporali per lui promesse e presto, come pensava uscirne;

Rispose; e’ non ci mancava modo; perchè questi presti di Dio, si

possono in terra allungargli.

. . . . . . .

Addì XXIII di Maggio detto.

F. HIERONYMO, F. DOMENICO, F. SALVESTRO, a ore 22, furono degradati e

poi arsi in Piazza dei Signori.

IL GENERALE, M. FRANCESCO soprascritti dettero sentenza rogata per Ser

Rinieri da S. Gimignano.

Il tenore della sententia fu che, come Commessari Apostolici, havendo

inteso i soprascritti haver fatto i delitti sopra narrati, nelli

interrogatoi fatti a F. Hieronymo a dì XX; e trovato loro essere

eretici e scismatici, et haver predetto cose nuove, giudicarne dover

essere degradati e consegnati, o vero lasciati in mano del giudice

secolare. Così seguì.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 110 / 142 题