(Lib. IV, Cap. IX, X, XI.)
_Dalla terza parte del_ Vulnera Diligentis.[693]
Seguita la declaratione del texto, quando il propheta Hieronymo,
essendo ginocchioni in judicio, si voltò ad parlare a Dio, dicendo:
_Dio tu mi dài la penitentia, per averti negato_.
Contiensi in questo capitolo, quanto epso Propheta fu d’animo
virile e di cor generoso nel sancto martyrio. Contiensi etiam el
parlare che fece ad ser Cecchone falso notaio — _Capitolo_ 11.
_Propheta_. Parlato, adunque, che io ebbi alli miei Tyranni et
Cruciatori le sopradecte parole del prefato testo, lassai di parlare
ad quegli, et humilmente voltai il mio sermone a Dio et dixi in questa
forma: _Dio, tu mi dài la penitentia per haverti negato. Io lo merito_
ec. Hor nota, figliuol mio, che altrimenti si debbe parlare a Dio et
altrimenti all’huomo,[694] imperocchè sempre a Dio si de’ parlare con
grande humilità et submissione: il che non sempre è necessario usare
inverso l’huomo, salvo ad chi si expecta, et nel modo et quando si
conviene. Per la qual cosa parlando io al Signore et dicendo: Dio,
tu mi dài la penitentia per haverti negato; venni humilmente (se ben
consideri) ad replicare la generalità della negatione di qualunque
mendacio, secondo che da te è stato dichiarato innanzi, senza
descendere ad alcuno particulare negamento.
_Agricola_. Io so bene, che gli era molta tua usanza di humiliarti
nel conspecto di Dio; come appare ne’ volumi delle tue predicationi;
ma alcuni de’ tua figliuoli spirituali harebbon voluto, quando
eri presente[695] li mali Presidi et Vicarii che ti interrogavono
et martoriavano, che tu havessi risposto loro parole mordaci et
increpatorie[696] senza tanti riguardi, nel modo che facevono gli
antichi nostri martyri, presente e’ tyranni: onde per questa ragione,
alcuni vanno dubitando _utrum_ se tu ti portasti valentemente o pur
poltronamente in battaglia, et non si sanno così bene risolvere.
_Propheta_. Differenti homini; differenti nature, pareri et instinti;
differenti tempi; differenti gesti, opportunità et modi di operationi;
_Scriptum est: tempus loquendi et tempus tacendi et cetera_. Et con
tucto questo è da notare, che in uno medesimo tempo et in una medesima
operatione, può esser lecito ad alcuno tacere et ad alcuno parlare,
et così in essa procedere l’uno in un modo e l’altro in un altro, per
respecto di differenti nature et pareri humani et instinti divini. Onde
tu vedi bene, che quando Sancto Valerio Episcopo e Sancto Vincentio
martyre, che erano stati presi et messi in carcere per la fede di
Christo, furono condocti dinanti ad Datiano; et che con molti modi epso
Datiano cercava far loro abbandonare la Christiana Religione; el beato
Valerio episcopo, _vir miræ innocentiæ_, quantunque fussi superiore
del beato Vincentio che era giovinetto, nientedimeno gli stava cheto
et non rispondeva cosa alcuna, come se gli fusse mancato l’animo et
non sapessi parlare, nè rispondere al tiranno. Et dall’altro canto il
beato Vincentio, chiesto licentia di parlare, rispose a Datiano le più
vivaci, le più pungitive et, per modo di dire, quasi le più dispectose
parole, che dire si possa, da fare quodammodo risentire et arrabbiare
una pietra, non che uno huomo. _Tamen_ l’uno et l’altro è canonizato
per sancto; nè mancho essential merito hebbe l’uno appresso di Dio
per tacere, che se havessi l’altro per parlare. _Item_ Jesu Christo,
quando fu preso, non rispose mai ad Herode, et poco a’ principi de’
sacerdoti et ad Pilato, et dolcemente, et anche con adiuratione.
_Tamen_ Paulo apostolo fece tucto l’opposito, presente Nerone, insieme
con Sancto Pietro; imperocchè dicendo Nerone ad quegli: _Quomodo
ausi essent, de regno suo milites alio Regi colligere_; respondit
Paulus: _Non solum in tuo arguto, sed de toto orbe colligimus milites
æterno Regi_. Respecto alla quale risposta, furno amazati inumerabili
christiani come testifica Lino papa, descriptore della lor passione.
Molti altri exempli et varie operationi virtudiose di Sancti potrei
addurti, che pretermitto per brevità. Dalle quali si può racchorre et
chiaramente conoscere che gli electi da Dio, nella via delle virtù
et della testimonianza della verità, caminano chi un modo et chi in
un altro, secondo differenti nature, pareri, tempi, opportunità et
divini instincti. Io, adunque, quando ero nelle mani de’ mia adversi,
et ch’ero martoriato et examinato da quegli; procedetti, parte secondo
la mia natura, parte secondo che mi dectava el mio naturale iudicio,
parte secondo che mi pareva richiedessi la opportunità del tempo,
del luogho et delle persone, et parte procedetti secondo el divino
instincto.[697] Et simile hanno facto gli altri gran Sancti di Dio
nelle loro adversità et grandissime tribulationi. Onde tu ben vedi che
sancto Paulo, nelle sue tribulationi, talhor si faceva Romano, talhor
Hebreo et Phariseo, _tamen_ senza mendacio; et quando usava uno termine
et quando un altro. _Item_ talhora malediceva il sommo sacerdote degli
ebrei dicendo: _Percutiet te Deus, paries dealbata_; et dall’altro
canto si excusa di quello che haveva decto ad epso sommo sacerdote,
dicendo: _Nesciebam, fratres, quia Princeps est sacerdotum._ Hor
eccho, adunque, ch’el mio procedere che feci nelle tribulationi, non è
stato disforme da quello de’ grandi Sancti passati; et però non posso
essere iustamente denotato di pusillanimità et di poco animo, così nel
naturale, come nel soprannaturale. Figliuol mio, se io fussi stato di
poco animo; io mi sarei fuggito quando gli adversi mia vennono la santa
Domenica dello Olivo per pigliarmi, che sai pure che io potevo, perchè
la Signoria mi decte nove hore di tempo ad potermi securamente partire
da Firenze, come è noto ad ciascheduno.[698] Ma io non volsi farlo; et
più presto volsi entrare nelle mani de’ mia adversi, che abbandonare
le mie pecorelle: adunque non fui pusillanime et di poco animo.
_Ulterius_, se io fussi stato di poco animo, et mancato ne’ tormenti;
io non harei increpato alcuni degli examinatori che mi martoriavono,
et maxime Piero di Bertoldo Corsini, che tanto mi molestava che io gli
facessi qualche miracolo et che tanto mi dava noia della città di Pisa,
dicendo, che io era uno ciurmadore. Al quale io risposi et dixi: che li
Fiorentini riharebbono la città di Pisa, ma che lui non si troverebbe
ad goderla. Et narraigli in proposito di questo, la figura di quello
che fu morto dalla calcha, il quale non credette ad Eliseo propheta,
come appare nel quarto libro de’ Re, al 7º capitolo. Et gli dixi che
egli non saria vivo nel 1500; et che questo era il suo miracolo, segno
et portento. Il che come sai, tucto si adempiette appieno. _Preterea_,
se io fussi stato di poco animo, io non harei composto in carcere
l’opere che io composi: le quali cose, acciò che sappi, excitorno
e’ mia adversi ad maggiore iracundia et odio inverso di me, maxime
perchè in esse si conteneva che io desideravo d’esser morto, et ch’io
confirmavo le nostre cose profetate esser state divine et non humane
ispirationi. _Preterea_, se io fussi stato di poco animo; io non harei
decto a’ mandatarii del papa, quando vennono da Roma per amazarmi, che
ciò ch’io havevo decto l’havevo hauto da Dio, come è decto innanzi.
_Preterea_, se io fussi stato di poco animo, io non harei detto allo
Episcopo de’ Pagagnotti, mentre che in piaza, coram populo, mi digradò,
le parole ch’io dixi. Imperò, mentre che quello faceva le ceremonie
della degradatione et che dixe: _Separamus te ab Ecclesia militante
atque triumphante_;[699] io arditamente gli risposi et dixi, che non
era suo officio di separarmi dalla chiesa triumphante, et replicai dua
volte la risposta dicendo: _Militanti sed non triumphanti: hoc tuum
non est_. Alla quale risposta epso si humiliò et dixe: _Amen, Dio ve
ne dia la gratia_. Et se bene ti ricorda, questo medesimo ti fu decto
da epso episcopo che anchor vive. _Preterea_, se io fussi stato di
poco animo; io non harei facto l’acto che io feci, la nocte che mi fu
dato el comandamento, et detto che io mi preparassi alla morte; perchè
havevo ad esser morto la mattina con Fra Domenico et Fra Sylvestro.
Onde io, come sa ciascheduno, sentendo questo, non me ne turbai niente;
anzi volsi la medesima nocte riposarmi alquanto et dormire un poco,
come quello che non stimavo il vivere al mondo cosa alcuna, nè più
me ne curavo che si curassi Dio. Et certamente tu leggerai forse di
pochi haver facto il simile; cioè che, sappiendo quello havere ad
esser morto infra poche hore, vogli prima tamen riposarsi et dormire
alquanto. Per tucte queste cose, adunque, et per molte altre che
potrei dire; si può cognoscer chiaramente quanto nelle mie grandi
tribulationi, et nella crudel morte che mi fu fatta fare cogli altri
mia carissimi fratelli, io fussi et d’animo virile et di cor generoso.
Ma ben sai, che io usai ancora alcuni termini di humilità; secondo
che cognoscevo esser expediente all’honor di Dio, alla salute mia
et al bene universale degli electi del Signore, alli quali qualunque
cosa acchaduta di noi, e’ pigliano in buona parte et cooperano loro
in bene: così alli captivi impugnatori, e’ pigliono in mala parte, et
resulta loro in male et peggio. Ma io voglio che tu sappi, che io usavo
anchora con li mia adversi examinatori certi dextri modi di parlare
pungitivo, et non pareva mio facto, et maxime inverso del falso notaio
ser Francesco di ser Barone, stipulatore et componitore de’ processi
falsi. Imperò, venendo tal volta quello con astutia al carcere,
solo, et per parlarmi, et per vedere se poteva haver da me più una
parola che un’altra, reprensibile da potersi adtacchare; io alle sue
domande et interrogationi, davo certe risposte corte et bifurcate, che
dall’un canto epso cognosceva che io le diceva in sua reprensione et
increpatione, et non per rispondergli approposito, et dall’altro canto
erano decte in tale modo, che pareva che indirectamente io gli havessi
risposto al proposito della sua domanda: et così si partiva da me
confuso.
Declaratione d’alcune parole, che dixe il propheta Hieronymo al
falso notaio ser Francesco di ser Barone, quando epso notaio andò
al suo carcere malitiosamente per interrogarlo. — _Capitolo_ 12.
_Agricola_. Io non so, Padre mio sancto, se uscirò troppo fuora
del proposito ad dirti una cosa che non voglio per niente tacere.
Imperò, e’ sono vivi ancora dua testimoni religiosi, cioè Frate
Francesco Funandoli et Frate Gabbriello di Lorenzo tintore da Prato,
ora predicatori, li quali parlarno al prefato ser Francesco notaio,
pochi giorni innanzi ch’epso morisse, mentre ch’era malato nella sua
villa di Monte Cucholi dove malamente perì. Imperocchè, andando questi
dua religiosi ad accattare del grano in elemosina, et passando dalla
casa della villa del detto falso notaio; epso gli chiamò, perchè era
sublevato in terreno, et gli fece sedere, et fece trovar loro da fare
colezione parecchie mele et un poco di vino con un poco d’acqua, et
incominciò a ragionare ad quegli de’ casi sua, et dixe loro che tu eri
stato uno grande rubaldo. Et dixe che venne non so che notte alla tua
prigione, per parlarti et interrogarti con astutia, come hai detto;
et ti domandò per quale causa tu cercavi fare venire e’ principi nella
Italia, et che tu gli rispondesti solamente questa parola et dicesti:
_Per gloria_. Hor dimmi, ti priego, dixe quello il vero?
_Propheta._ Così fu et dixe la verità. Imperocchè quando lo
sollecitavo con lettere il re di Francia, che dovessi venire in
Italia et restituire Pisa alli Fiorentini, et observare li capituli
et le promisse facte; et le lettere anchora che erano già scripte,
et volevo mandare a’ principi Christiani che dovessino fare Concilio,
per respecto de’ mali portamenti di papa Alexandro VI; acciò fussi et
per ragione naturale et in oltre per segno soprannaturale manifesto ad
tucto il mondo, come Dio ci haveva revelato et comisso che dicessimo
che quello non era Christiano nè vero papa: tucto facevo per gloria. Ma
che non fussi vero papa, _utrum_ se procedeva per defedo di eletione,
o veramente perchè Dio l’avessi dipoi riprobato et absoluto da tale
officio, per le sue enormi sceleratezze o veramente perchè non havessi
forma di christiano, cioè non baptezato, questo non è expediente
che dica.[700] Basta che Dio ci haveva così commesso come appare nel
processo di Frate Domenico da Pescia, cioè in quello che comincia così:
_In nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti. Amen_; et che finisce
così: _In simplicitate cordis mei, letus obtuli universa_.[701] Et
questa è una dell’altre gran falsità che usò di fare il decto malo
notaio nel processo; perchè non scripse di questa cosa, nel modo ch’io
aveva decto, come chiaramente si cognosce nel leggere il decto processo
di Fra Domenico. Perchè io dissi loro che questa cosa ci era stata
revelata da Dio, et descesi al particulare della revelatione; tamen
el captivo et falso notaio non misse questo gran particulare et magno
secreto nel Processo, con consentimento degli scellerati examinatori;
ma attese iniquamente ad caluniarmi, et ad scrivere di sua fantasia
molte et molte cose che della bocca mia non erano mai uscite, nè mai
erono state in mia volontà; et attendeva quanto poteva ad interpretare
ogni mio parlare in mala parte. Hora tu hai inteso come, per gloria,
scrivevo a’ principi che dovessino venire in Italia.
_Agricola_. Et per qual gloria _utrum humana aut divina?_
_Propheta._ Qui sta el puncto. Ma che dixe el notaio a’ sopradetti
frati circa ad questo?
_Agricola._ Dixe formalmente così: Ma io ch’ero captivo, quando Fra
Hieronimo dise per gloria, interpretai in me medesimo et dixi: per
gloria, _idest pro gloria humana._
_Propheta_. Ben la sua interpretazione non fu vera, perchè io lo facevo
per gloria di Dio, et non per mia humana gloria. Hor ecco, che già
tu hai inteso uno de’ modi delle sue falsificazioni per sufficienti
testimonii, et hai inteso una delle bifurcate parole ch’io usavo
inverso di quello. Et ben sai ch’io non gli dixi per qual gloria,
sì perchè non ne domandò, sì etiam perchè cognoscevo la sua mala
intentione, et con che malitia et iniquità et doppiezza veniva ad
interrogarmi: et però gli rispondevo con prudentia, et non mi venivo
ad laudare nè ad incolpare. Et così el captivo notaio rimaneva preso da
Dio nella sua astutia, _sicut scriptum est: capiam sapientem in astutia
sua._
_Agricola_. Certo che meritamente quello rimase preso nella sua
astutia, poichè veniva con animo d’interrogarti et intenderti
malamente. Ma e’ disse ancora a’ sopradecti religiosi, che inoltre
ti domandò et dixe: Non vi confessavi voi di questa cosa? Et che
tu rispondesti, che no. Et dixe che fuor di queste due cose, tu non
meritavi una scopata; et che per questo, quando si publicò et stampò el
processo, l’ebbe per male.
_Propheta_. Et dove si trova, che l’huomo sia tenuto ad confessarsi del
bene et delle cose che non sono peccati?
_Agricola._ Però dico io che lui pigliava la fallacie in ogni cosa.
Preterea e’ dixe ancora che ti rispose dicendo: Ben, come facevi voi
ad celebrare, che voi non vi confessassi di questa cosa? Et che tu
gli rispondesti formalmente così: _Quando l’huomo ha perso la fede et
l’anima, non si cura come l’anima sua vada, e può fare ciò che vuole et
mettersi poi ad ogni cosa grande._
_Propheta._ Che ti pare di questa responsione?
_Agricola._ Parmi una risposta mozza, nella quale al tucto resta
suspesa l’applicatione del particulare; perchè non per questo venisti
già a dire d’esser tu che havessi persa la fede et l’anima;[702]
et quanto ad questo la sententia è chiarissima. Ma ad che fine, gli
rispondesti tu in questa forma?
_Propheta_. Per dargli una gran coltellata ad traverso al volto,
che non paressi mio facto; perchè io volsi ch’egli intendessi ch’io
indirectamente dirizavo quel parlare ad lui proprio, il quale, per
haver persa la fede et l’anima, non si curava come la sua anima
andassi; et che per questo si metteva ad compiacere alli pessimi
examinatori, faccendo inverso di me ciò che voleva di gran male et
di gran falsificatione. Onde tu ben vedi, che nella mia suscriptione
d’alcun processo che hai letto,[703] appare che io do notitia delle
postille ch’esso falso notaio interseriva in epsi.
_Agricola_. Gli è poco tempo che io lessi, oltre al falso processo
stampato, che a Roma s’appella el bugiale, una examina quadripartita
de’ 21 et 23 et 24 d’aprile 1498,[704] la quale fu facta sopra e’ casi
tua; et appare in epsa la sustantia delle sopradette interrogationi,
tamen al tucto falsificate dal prefato notaio con sue postille,
delle quali postille tu ne dai chiarissima notitia, etiam nella tua
subscriptione che appare in epsa examina.
_Propheta_. Hor ecco, adunque, che per sufficienti testimonii, e per
la confessione del notaio, et per la mia suscriptione che hai decta;
tu resti al tucto certo della mia innocentia. Per la qual cosa gli
è da notare che, respecto al parlare della mia subscriptione della
examina de’ 21 et 23 et 24 d’aprile, non vengono ad essere autentici e’
sua processi, nè di valore alcuno; nè si debbe prestar fede ad veruno
processo che lui habbi stipulato o scripto, ovvero ne sia stato rogato.
Ma tu vedrai forse un giorno, io dico forse, essere tracte l’ossa sua
del sepulchro, che si sa di puncto dove che sono, et così quelle di
Alexandro Sexto et di alcuni altri; et esser facto tale cosa di quelle,
che ne resterà perpetua memoria in terrore et exemplo de’ mortali,
mentre che durerà el mondo.