PROCESSO DI LAMBERTO DELL’ANTELLA.

1.

_Copia d’una lettera di mano di Lamberto di Giovanni dell’Antella,

per mandare a M. Francesco Gualterotti suo cognato: havevala nella

scarsella, quando fu preso l’anno 1497_.[589]

Eximio Domino e Magnifico mio honorandissimo. Ricevetti la vostra de’

20 passato, risposta a più mia, e della causa principale più volte

scrittavi, mi rendesti risposta. La quale cosa a mio fratello et a me è

suta grandissima consolazione, per intendere che habbiamo qualche verso

a’ casi nostri; et come dite che io faccia con la penna, così farò et,

in tutto, seguirò vostro ordine.

M. Francesco: mio fratello et io siamo di cotesta patria ribelli per

un capo solo, e questo si è, per l’amicizia e per le opere fatte verso

Piero de’ Medici e fratelli contro questa repubblica; chè di niente del

passato ci vogliamo scusare.

Ma non sendo in noi altro peccato, a questo vogliamo riparare, et

altrimenti che dir peccavi, ma con l’opere; che se verso loro abbiamo

operato una oncia, per la salute loro; vogliamo, per la rovina e ultima

loro distruzione, operare cento libbre, ne’ modi e vie che per questa

si dirà: ma prima vogliamo intendiate la causa che a questo ci muove.

E prima: da mezzo settembre, sarà un anno in qua, da quella venerabile

testa di Piero de’ Medici siamo suti trattati in modo, che non che,

sendo noi amici suoi e chiamati da lui come fummo; ma, se fussimo

stati i maggiori nimici che havesse havuti in questo mondo, più non

ci poteva perseguitare; e per ultimo, il dì del _Corpus Domini_, addì

25 di maggio, qui in Siena, la notte, nel letto fece pigliar noi e

un nostro garzone, e subito fummo incarcerati e messi ne’ ferri. Pure

subito ne fummo cavati, perchè fu detto a Pandolfo Petrucci,[590] et

a lui n’increbbe, e fececi mettere in un altro luogo dove stemmo pure

prigioni, ma più honorevolmente. E quivi stemmo dodici giorni, e più

volte, per staffetta, mandò quella iniqua bestia, per farci perder la

vita, e farci gittare in un certo luogo che si chiama il Carnaio, che

mai più non se ne rivede, se non l’ossa di chi v’entra: si veniva per

la nostra fatica e fede; ma tutto volontà di Dio per farci ravvedere.

In capo di dodici giorni, se ne volemmo uscire; avemmo a fare un

contratto, dove ci obbligammo M. Alessandro ed io, in forma cameræ,

alla pena di f. 2,000, di non ci partir di Siena o del contado,

senza licenza e volontà di Pandolfo Petrucci: e tutto fu fatto per

sospezione che non ci venissi voglia di vendicarci. E nel detto

contratto, M. Alessandro, oltre all’obbligo in forma cameræ, s’hebbe

a far procuratore Pandolfo Petrucci a rinunziare il benefizio di S.

Romulo, qualunque volte lui o io ci partissimo, senza licenza sua, di

Siena; allora lui lo potessi renunziare. El detto contratto fu fatto in

prigione, e così in detto contratto si dice che fu fatto in prigione,

et come sostenuti a stanza di detto Pandolfo Petrucci, et a lui ci

obbligammo, che si mostra forzato.[591] A questa cosa desidererei,

Vostra Spettabilità ci facessi intendere, se questo contratto forzato e

fatto in prigione, et nomina l’esser fatto in prigione, è valido o no;

chè non sendo valido, piglieremo qualche partito.

Del detto contratto habbiamo voluto copia, mai l’abbiamo potuto havere,

perchè Pandolfo non lascia.

Questa presente lettera ho fatto pensieri vi presenti la Lisabetta mia

donna e vostra sorella; e, benchè lei sia in villa, credo piglierà de’

modi e vie. E se pure non l’appresenterà lei, vedrò farvela dare per

mano d’altra persona fidata; e così è di nicissità fare, rispetto che

di qualche altra lettera che v’ho scritte di qui, come si sia suto,

n’è suto dato qui notizia a Giacopo Petrucci, et è stato per farci male

capitare. Ho dubbio che tale avviso non venga da Marco Fantoni, vostro

compagno de’ Dieci, perchè la donna di Giacopo è sua sorella o carnale

o cugina; per tanto di questa o d’altra abbiate advertenza, come con

lui conferite; anzi in tutto da lui vi guardate, et per più conti. Chi

vi presenterà questa, richiederà la risposta.

Per venire a qualche effetto et conclusione, e per mostrarvi che mio

fratello ed io non vogliamo esser più amici di Piero de’ Medici; anzi

in tutto nimici capitali et maggiori che egli abbia in questo mondo,

perchè così vuole ragione, chè quanto più il vino è dolce tanto più

diventa forte; se si può trovar qualche via o modo, che noi possiamo

star costì o nel contado o in qualche luogo che noi possiamo parlare, e

non stiamo in pericolo, come al presente facciamo; che qui per rispetto

del contratto ci bisogna stare; se altro modo non ci è: pure, se voi et

gli altri che reggete e governate cotesto Stato, vorrete, non fo dubbio

che non troviate assai modi; chè se questo farete, da noi harete la

salute vostra, perchè tutte le sottoscritte cose vi faremo intendere.

E per farci nel principio: vi faremo intendere chi seppe tutta la

partita dell’Alfonsina,[592] et chi la servì di danari, et chi gnene

mandò poi a Siena.

Costì in Firenze è uno che recò le gioie che mandò la contessa a

l’Alfonsina, prima si partissi di Firenze l’Alfonsina; et sappiamo

chi gli è e chi le detti loro, cioè alla contessa o all’Alfonsina; che

questo tale servì poi a molte cose come intenderete qui di sotto.

Farovvi intendere di due che servirono di qualche centinaio di

fiorini Piero e Giuliano, per la impresa che fece poscia col Sig.

Virginio.[593]

1º Se ritroviamo quello che portò le gioie sopraddette, che credo di

sì, perchè so il nome e so di chi gli è huomo et quello che gli fu

dato dalla Contessa e dall’Alfonsina; troverete per suo conto molte

cose, perchè più volte è venuto a parlare a Piero et all’Alfonsina dove

sono stati, et massime quando il Sig. Virginio era con Piero, recò una

lettera che la vidi io. Chi se la scrivessi non so; ma la sollecitava

Piero che passassi innanzi, et Piero rispose et la risposta vidi: di

modo si può appresso interpetrare chi la mandassi, considerato di chi è

uomo et quello che diceva la proposta et la risposta, che tutto so. Ma

havendo lui, come credo sia facile haverlo, tutto si intenderà; e non

potendo haver lui, si può havere il principale, perchè per molti altri

capi è impaniato, come al tempo potrete intendere.

2º Farenvi[594] intendere chi sconosciutamente de’ vostri cittadini

è venuto a parlare con Piero, e di più d’uno, et più volte, e dove e

quando, e di qualcuno il dì appunto.

3º Farenvi intendere di chi, non molto tempo fa, ha mandato due

fortieretti pieni di cose sottili e di gran valuta, che gl’ha tenuti un

tempo occulti.

4º Farenvi intender chi spacciò di costì una staffetta, la domenica

mattina che fu tratto Bernardo del Nero Gonfaloniere di Giustizia et

sua compagni; et vedrete che gli fu dato l’ordine a Piero che venisse,

et quello havessi a fare; ma tutto governò, come fa et ha fatto dal

dì primo che nacque per infino a ora, l’altre sue cose; che se faceva

secondo l’ordine, mal per voi et per cotesta povera città.

5º Farenvi intender chi mandò uno a Roma, et chi egli era, et quando

partì di costì, et quando egli arrivò a Roma, et quello che venne a

fare; chè, infra l’altre cose, venne a sollecitar Piero che venisse a

l’impresa, et che facesse certe altre cose che tutto so; perchè questo

tale parlò prima meco che con Piero o con altri: et di tale venuta ne

seguì certe cose, che potrebbe un dì partorir qualche gran male, se non

ci riparate, et io tutto so.

6º Farenvi intender chi servì dei primi danari, per questa impresa

ultima, che venne qui a Siena, prima che venissi Piero, che gli

recò[595] il Protonotario Petrucci, per dare al Sig. Silvio Savelli et

altri.

7º Farenvi intendere a chi fu mandato lettera da Giacopo Petrucci, il

lunedì dopo la domenica di Lazzaro; et per detto Giacopo fu mandato a

chiedere a questo tale a chi gli scrisse, uno fidato, et credo che lo

mandasse, ma non so chi.

8º Farenvi intendere a chi fu dato, il sabato santo, lettere mandate

qui da Siena dalla Contessa; ma credo fussino lettere di Piero, et

dettonsi il sabato santo, la notte, o vero la mattina di Pasqua innanzi

giorno.

9º Farenvi intendere chi venne costì, subito che Piero arrivò qui a

Siena, et a chi e’ parlò per parte di Piero, et con che contrassegno,

et quello gli fu risposto, et quello che lui per parte di Piero

propose.

10º E per farvi in tutto manifesto che di Piero de Medici, mio fratello

ed io vogliamo in ogni parte esser suoi nimicissimi; oltre alle

soprascritte cose, se voi altri nostri Sig. et Maggiori ci ordinate

qualche luogo, dove noi possiamo star senza sospetto, che e’ non ci

faccia mal capitare, come potrebbe far qui; vi promettiamo et vogliamci

obbligare, che dal dì che siamo in tale luogo, infra 15 dì sicuro, di

far un’opera contro a detto Piero, la quale si potrà mandare per tutto

il mondo. E vogliamo si getti in forma che conterrà molte cose; in

fra l’altre, tutta la sua disutile vita et viver; tutto il pensiero

et l’ordine suo che egli ha disegnato di fare, se mai egli torna a

Firenze, et quanto intorno a ciò seguivano. Saranno cose verissime

et tutte cose che si toccheranno con mano, perchè fieno fondate sulla

verità; e saranno di tale qualità che tutti gli amici suoi son forzati

a diventarli nimici, et i nimici sua a incrudelir moltissimamente

contra di lui, et mai fidarsi di lui, et voler sempre con lui guerra

et non pace. Et oltre a questo, il popolo minuto costì et tutto il

contado se gli provocheranno in eterno contro inimici, et non tanto gli

amici e nimici e ’l popolo contado gli sarà nimico; ma tutto il mondo,

qualunque tale opera leggerà, se gli provocherà in tutto nimicissimo,

perchè così permetterà Dio et la ragione et la propria verità.

Sappiate che, se ci abbocchiamo con qualcuno deputato da cotesto stato,

vi faremo intendere dell’altre cose importantissime, et forse non manco

utile per cotesta repubblica, che le prime nominate; ma sono molte cose

che non si possono et non è bene scriverle, et a bocca, volendo, si

sopperirà. Et ancora vi vogliamo dire che se da pochi giorni in qua, in

qualche cosa ci siamo operati per Piero o in suo favore;[596] sappiate

che tutto s’è fatto per lo meglio et per non capitare male; perchè

qui siamo in preda, et bisognaci mostrar di fuora l’opposito di quello

che habbiamo drento, et se vorrete, i fatti et l’opere nostre tutto vi

manifesteranno.

Notificandovi in tutto che, se non ci riparate, havete l’argomento

in corpo, perchè gli amici sua non si stanno; e da noi se vorrete

ne saprete qualche parte, chi e’ sono et quegli che per lui si

travagliono: et havendone qualcuno certo, come intenderete per le cose

in questa dette; so che siate savissimi, et pensarete che faranno come

le ceriege, che l’una tira l’altra; così l’uno nominerà l’altro. Et se

non ci reparate a questa volta; loro resteranno e voi un dì et presto

ve n’andrete, et forse che non resterete per gl’avelli.

Et sappiate che uno di loro, non voglio per ora nominarlo, ma più volte

gli ho udito dire: che il ritorno loro, alle uccisioni degli huomini,

el 78 non fu nulla; e l’esilio de’ confini fu una piccola favilla di

fuoco, quello del 34, che fè il bisavolo suo, rispetto a quello che, se

e’ ritornono. faranno loro.[597]

Ancora vi faremo intendere il falso contratto della dote

dell’Alfonsina, tutto in che modo sta et dove fu rogato et chi lo fece,

et come lei di sua dote è pagata et non ha a aver niente.

M. Francesco, questa lettera a huomo d’Italia non havrei scritto,

eccetto che a vostra Spettabilità; perchè si ella venisse a notizia a

Piero, o qui s’intendessi, subito capitaremmo male. Pertanto so siate

savio, buono et prudentissimo, et governarete la cosa benissimo, et a

voi ci raccomandiamo.

2.

_Comento sopra la lettera di Lamberto, a dì 4 d’agosto 1497,

constituito alla presentia di tutto il numero degli Otto._[598]

Lamberto di Giovanni dell’Antella, examinato sopra una lettera di sua

mano propria e sua confessione, disse:

Sopra il 1º Cap. della lettera di sua mano disse:

1º Che Giovanni Cambi,[599] nel tempo che il sig. Verginio venne

all’Orsaia,[600] mandò a dire a Mª Alfonsina a Siena, per Luca

Speranzini suo huomo, che a Lucca era ordinato a’ Buonvisi che gli

pagassino ducati 400 in 500; et la detta Mª Alfonsina fece loro una

lettera che gli pagassino a Venturi da Siena. La qual lettera gli dettò

Lamberto,[601] et Mª Alfonsina, disse a Lamberto che questi danari

haveva ordinati Gio. Cambi, et che lui gli haveva mandato detto Luca;

et dice che detti Buonvisi non pagarono detti danari, perchè dissono

averli pagati a Giuliano dei Medici; et così dice Lamberto che Mª

Alfonsina gli disse: il cavallaro è tornato senza danari, perchè erano

suti pagati a Giuliano detto.

Item, dice sopra detto capitolo, che il sopradetto Luca recò lettere

a Madonna Alfonsina a Siena, nel posolino della cavalla, le quali Mª

Alfonsina lesse et referì et le mostrò a Lamberto; che dette lettere

contenevano che Piero sollecitasse lo andare innanzi, et subito le

mandò a Piero che era in campo verso Rapolano. Et il dì seguente

fu portata la risposta a Siena dove il detto l’aspettava, le quali

Mª Alfonsina dissuggellò et lesse et referì a Lamberto, che Piero

rispondeva a Firenze a chi gli aveva scritto, et che diceva: — Padri

miei, voi mi sollecitate che io venga innanzi et io lo farò; ma

desidererei bene intender da voi, se io vengo, quello che voi fareste:

et non gli referì altrimenti a cui lui scrivessi, et la detta lettera

mandò a Firenze per il detto Luca, nel detto posolino.

2º Sopra il IIº Capº disse, che essendo Piero a Galera, che quivi venne

a parlargli dua sconosciuti li quali furono Fantone di Bernardo Fantoni

et Francesco di Domenico Naldini; et non sa quello che insieme si

parlassino, et questo fu adì 10 di maggio 1496.

3º Sopra il IIIº Capº disse, che per ordine di Donato Benci overo della

donna, fu mandato due forzieri pieni di cose sottili, che erano stati

occulti un tempo, et andarono a Orvieto in casa M. Carlo Altoviti,

circa uno anno fa; et Antº di Bernardo del Proposto scrisse a Orvieto,

che detti forzieretti fussino dati al vetturale dell’Alfonsina.

4º Sopra il IVº Capº disse, che quando Bernardo del Nero[602] fu

eletto Gonfaloniere di giustizia, il medesimo dì in domenica, fu

spacciato Ungheretto per staffetta, et il lunedì entrò in Roma in casa

i Medici di Roma dove era Piero, della qual venuta si dimostrò assai

allegrezza. Et dico detto Lamberto, che mandò Bernardo del Fede a

trovar l’Ungheretto, per intender chi l’aveva da Firenze spacciato, et

che lui gli referì che Domenico Alamanni era andato per lui al Canto

alla Paglia et menatolo in casa Lorenzo Tornabuoni,[603] et quivi fu

spacciato; et dice ancora detto Lamberto, che arrivato che fu detto

Ungheretto in casa i Medici detti, subito vi venne Lionardo Bartolini,

et insieme con tutti dimostrò grande allegrezza.

5º Sopra il Vº Capº disse, che Fra Serafino frate di San Gallo fu

spacciato a Piero de’ Medici da Giannozzo Pucci;[604] secondo che gli

disse Fra Michele converso di Certosa, dicendoli che ancora lui era

stato spacciato dal detto Giannozzo.

6º Sopra il VIº Capº disse, che Noferi[605] Tomabuoni portò in casa

Piero de’ Medici a Roma 500 in 600 f. per questa impresa ultima, prima

che Piero venisse a Siena, et gli portò il protonotario di Petrucci a

Siena, per dare al Sig. Silvio Savelli et altri.

7º 8º Sopra il VIIº et VIIIº Capº disse, che da Siena fu spacciato

un famiglio dei Signori di Siena, da Giacopo,[606] il quale venne a

Gio. Cambi et disseli, per parte di detto Giacopo, che gli mandassi un

uomo fidato; et che il detto famiglio portò una lettera cucita nello

staffile. E capitando alla porta a S. Friano, il bastiere che sta fuora

alla porta lo fece passar Arno, et accompagnollo alla loggia de’ Pazzi,

et scavalcò all’hosteria: cavata la lettera dallo staffile, la portò

alla casa di Franceschetto et quivi la dette a una donna che era in

detta casa, et questa lettera fu data la notte del sabato santo.

9º Sopra il IXº Capº disse, che subito che Piero arrivò a Siena per

questa ultima venuta, che Fra Michele converso di Certosa fu mandato

a Firenze, et che parlò a Giannozzo Pucci col contrassegno d’uno

anelluzzo stiacciato, et disseli: — Piero mi disse che io vi dica,

che questo è il suo anello spezzato, et che egli è a Siena a ordine;

— et che Giannozzo li rispose: — Diteli che ne venga presto, che noi

siamo quei medesimi, et che facci quanto per Fra Serafino gli mandai a

dire; — et che tutto questo ha saputo dal detto Fra Michele, et ancora

dice che il detto Giannozzo gli rispose: Noi faremo quello che noi gli

abbiamo fatto intendere per Fra Serafino.

10º Sopra il Xº disse, che il detto Giannozzo mandò a dire a Piero,

che mandassi uno a Furli a trattar con Gio. de’ Medici, perchè si

unirebbono con lui; et mandovvi M. Luigi de’ Rossi: et che questo gli

disse Fra Serafino; et questo ritrasse da Fra Michele da Certosa, che

Giannozzo l’avea mandato.

11º Discorrendo sopra tutti gli altri disse, che il contratto della

dote dell’Alfonsina fu falsamente rogato, et che quello distese ser

Francesco da Pescia et rogollo ser Marco da Bracciano.

12º Item disse, che quando Piero de’ Medici venne con gli Orsini

all’Orsaia, che M. Bernardo Accolti lo servì di f. 200 larghi per

questa impresa: et questo hebbe da Piero de’ Medici proprio et ancora

dall’Alfonsina.

3.

_Copia sopra lo scritto di mano di Lamberto dell’Antella_.[607]

Mag^{ci}. Sig^i. Octo, e prima mi raccomando alle V. S. et pregovi

habbiate misericordia di me; chè la verità è che io sono venuto solo

per fare in favore e bene per questo Stato, et per fare contro a Piero

de Medici; sperando, per le opere mie, da questa Signoria trovare

gratia et misericordia. Et non sono suto mosso da nessuna altra causa

che questa, et che e’ sia vero, vedete che per insino, credo, del mese

di Gennaio passato, cominciai a scrivere a Francesco Valori, sendo

Gonfaloniere, et contro alla casa de Medici; et dipoi subito che fummo

a Siena, scrissi a Piero Corsini et pregalo[608] mi mandasse un fidato

a’ confini, che volevo conferire quanto ho scritto in quella lettera.

Et, non havendo da lui risposta, ch’era de’ X, di poi mi missi a

scrivere a M. Francesco Gualterotti, et scrissigli tre o vero quattro

lettere; pure mi rispose, et io non scrissi da Siena, per sospetto di

non vi capitare male, come ho detto; et presi per partito di scrivere a

Nofri de’ Rossi mio cognato, che venissi a Quercia grossa per conferire

con lui, perchè sapevo era amico del vostro stato: non volse venire,

chè arse la lettera. Veduto non havere altro riparo, et desiderando di

seguire tale opera, mi messi a venire, et mandare con la mia lettera

la donna, questa mattina; che havendo mandato per lei, sperando in Dio

et nella misericordia che ho visto hanno usato questa excelsa Sigª

a molti, credendo trovare da loro gratia et così spero. Ancora per

mia giustificatione voglio dire, s’io fussi suto mandato o venuto per

altro, harei menato altro cavallo che non ho, che non si regge; ma fu

solo mio motivo.

Et perchè hiersera mi fu detto ch’io scrivessi quello sapevo, oltre a

quello che per la lettera si era scritto; così farò.[609]

13º Et primo: a Roma venne, circa a mezzo novembre passato, Domenico

Alamanni; e subito ch’e’ venne si abboccò con Piero e col Cardinale;

durò molti giorni che sempre lui et Nofri Tornabuoni et Lionardo

Bartolini si rinchiudevano col Cardinale et con Piero, et stavansi alle

volte quattro hore o più: quello che si ragionassino o facessino non lo

so, chè tra loro non entrava persona.

14º Di poi, vi capitò Lionardo de Nobili el quale anche tenne una

stretta pratica con Piero et con Ser Antonio da Bibbiena, ch’era quello

che haveva tutti e’ segreti; et quando poi si partì da Roma et parlò

seco, che credo Bernardo del Nero fussi già gonfaloniere di giustizia,

partissi molto segreto: solo lo seppi poi parecchi giorni.

15º Quando Piero de’ Medici si fu partito per venire a Firenze, credo

fussi uno dì poi; sendo in Camera el Cardinale, lei[610] et Lionardo

Bartolini et M. Lodovico et Coppo da Monte Gonzi et io, si venne a

ragionamento di questa cosa di Piero; et ragionato di che gente egli

haveva, io dissi a Mª Alfonsina: e’ si dice che nessuno de’ nostri

Orsini non cavalcano. A che Lionardo Bartolini non lasciò rispondere

et disse: gli è il vero, et ènne cagione che egli hanno mandato un

loro fidato a Firenze a parlare a Bernardo del Nero, et hanno avuta

una risposta che gli ha fatto tirare adietro; e questo si è ch’egli

ha detto, che è buono amico della casa de’ Medici; ma che queste cose

vogliano tempo assai, et ch’e’ bisogna aspettare tempo, et lui sarebbe

sempre buono amico. Et per le parole che disse Lionardo Bartolini, si

dimostrava che ’l mandato degli Orsini fussi stato M. Agnolo da Tiboli

o uno suo fratello.

16º Ancora quando Bernardo del Nero fu tratto gonfaloniere di

giustizia, sendo in Roma Cicognano da Castrocaro, ne faceva gran festa

et a me disse: io son certo che Bernardo è grande amico della casa de

Medici. Domandandogli quello che ne sapeva, mi disse ch’a lui, Bernardo

avea fatto intendere certe cose, per le quali n’era certo; il che a me

non volse dire.

17º In questo tempo che in casa il Cardinale era tanta allegrezza di

questa lectione[611] di Bernardo del Nero e de’ compagni; mi disse

Antonio da Ricasoli, che Piero gli avea detto, che aveva chiaro per

se el Gonfalonieri et tanti de’ compagni, ch’erano abastanza in questo

tempo. Io non gli parlavo a Piero de’ Medici, et era parecchi mesi che

noi non gli avamo mai parlato, et Antonio da Ricasoli sempre cavalcava

seco et sempre era con lui et intendeva qualcosa.

18º Circa a mezzo maggio, mi mostrò l’Alfonsina una lettera che gli

scriveva la madre, et diceva che haveva avuto la sua lettera, et ch’el

libro che la voleva che chiedessi, per sua parte, a Niccolò et Piero

Ridolfi, che non lo aveva fatto; perchè era tempo a serbare gli amici

ad altro che chiedere loro niente: ma che stessi di buona voglia,

perchè presto ci verrebbe lei pel libro da sè. Et secondo mi disse

l’Alfonsina, questo libro è di valuta di più che f. 500 larghi, et

disse che se lo tenevono et da lui[612] non haveano havere niente.

19º In Calendi agosto, fece un anno, sendo a Bolsena Piero malato,

et noi vi stavamo con lui; v’era un contadino d’età di circa 50 anni

et, non sendo lasciato entrare dentro, disse alla guardia, che veniva

a parlare a Piero. Fummi detto et io lo feci venire, et dicendolo a

Piero, haveva la febbre; lui mi disse: intendi chi egli è, et quello

ch’ei vuole. Io lo feci. Disse essere mandato da Agnolo Fortini, et

che Agnolo lo mandava a fare intendere a Piero come era finito el tempo

del suo confine, et ch’e’ poteva tornare in Firenze: ma che non voleva

tornare nè fare altro, se non gnene faceva intendere, et ch’era parato

andare e stare et fare quello che a lui pareva, o voleva. Piero me gli

fece rispondere, che pigliassi quel partito che a lui fossi commodo

et quello che meglio gli metteva; et altro non gli volse rispondere,

che io sappia; et parlò anche con Giulio de’ Medici: credo gli dicessi

quel medesimo che a me. Il detto contadino aveva perduto per via la

berretta, et condussesi quivi sanza nulla in testa.

20º Io ho detto in su quell’altra lettera o examina, ch’ai 10 di

giugno, fecie un anno, che Fantonano e Francesco Naldini andorono

sconosciuti a Bracciano et a Galera, a parlare a Piero: presi errore,

chè fu a dì 10 di maggio, che fu un mese prima.

21º Ancora, Sig^i. Otto, vi dissi iersera ch’io credevo trovare modo

a fare, che Giacopo et Pandolfo Petrucci farebbono insieme quistione

et sarebbe la loro ruina; et questo dico per più ragioni: la prima che

per certi danari (e comprendo siano somma grande) pochi giorni fa, che

il figliuolo maggiore di Iacopo, presente molte persone, ebbe gran

differenza con Pandolfo et vennono a triste parole; da altro canto

Iacopo è grandissimo partigiano di Piero de’ Medici, Pandolfo non è

così; perchè quello ch’e’ fa, lo fa cacciato da Iacopo et per paura, et

disse e’ vorrebbe che Piero tornassi, per assicurarsi lo Stato. Et se

e’ tornassi, sarebbe peggio per sè; perchè io mi sono trovato presente,

che Piero ha promesso al protonotario figlio di Giacopo, che se mai

e’ torna, che al figliuolo di Iacopo soldato, darà quattro squadre di

cavalli; et oltre a di questo, a spesa de’ Fiorentini, a Siena o in su’

confini, terrà sempre gente d’arme assai; e’ quali habbino a ubbidire a

Giacopo, per rispetto di levare lo Stato a Pandolfo et darlo a Giacopo;

et gli ha promesso, se torna, di fare ogni sforzo che potrà, per fare

che Iacopo governi lui, et Pandolfo vadi sotto. Come sanno le S. V.,

Pandolfo oggi è il tutto et ha almanco quattro frategli maggiori di sè;

et Giacopo, che è il maggiore, non può oggi quasi niente et sta male

contento, et io più volte ne l’ho sentito dolere. Se Pandolfo sapessi

questa cosa, credo harebbono poca pace insieme, et a Piero de’ Medici

non darebbe mai più aiuto; et quando questa Signoria volessi, stimo

harebbono da lui ogni buon patto; perchè, come di sopra dico, Piero de’

Medici non gli sodisfà.

22º Quando io venni a Siena questa volta, mi disse Antonio

coltellinaio, che d’agosto passato, che viene a essere ora fa l’anno;

vi venne a casa sua di notte, in Siena, uno, dua volte a vedere s’io

v’ero; et poi intese, che era Lionardo Federighi; quello che si volessi

da me io non lo so, perchè non mi ricordo mai aver parlatogli a’ mia

dì.

23º Intorno a’ fatti ancora di Gio. Cambi, mi disse un Guerrino,

credo sia da Camerino, che ha tolto Piero de’ Medici per maestro del

figliuolo, che dicono è dotto; dissemi haver parlato con Gio. Cambi più

volte in Firenze, et che Giovanni diceva, il bisogno di Piero sarebbe

che 25 o 30 degli amici sua fussino cacciati.

24º A Siena mi ha detto, pochi dì sono, un Girolamo Cinuzzi sanese, che

aspettò Piero a Siena quando e’ venne qui, per fargli intendere cose

a suo gran proposito per ordine del vescovo dei Pazzi: et che lui fece

andare a Siena Antonio de’ Pazzi et accozzossi con Iacopo et Pandolfo.

Poi si partì il detto Antonio de’ Pazzi, che Girolamo Cinuzzi non lo

seppe, chè fu ordine di Giacopo et Pandolfo; non seppe intendere che

ne fussi causa; et dissemi el detto Girolamo Cinuzzi che aveva tale

commissione et ordine, che era la salute di Piero; et che aspettò Piero

a Siena per farglielo intendere, et che Piero non lo volse udire et

dissegli ch’e’ non bisognava. Ancora mi mostrò il detto Girolamo un

comandamento scritto per parte della Signoria, al tempo di Bernardo

del Nero, che durava otto giorni, che era per sua sicurtà; et dissemi:

questo non è fatto, o non si fè senza cagione. Non mi volle dire a che

fine; ma bene mi disse che aveva vòlto il vescovo a riunirsi con Piero,

et vollelo per fratello, in caso che e’ si voleva assicurare che Piero

non fossi loro inimico.

25º La partita nostra di prigione, fu più perchè ci trovavamo in

disordine grandissimo, et quivi sopportavamo spesa assai: solo per

la pigione fiorini uno e mezzo per il mese, et habiavamo assai altri

debiti; e Piero de’ Medici ci mandò a dire, per Antonio coltellinaio

et per il fratello, che noi facessimo ogni cosa per irlo a trovare e

uscire di prigione; et se per uscire bisognava danari, che di ogni

somma ci servirebbe, pure che lo andassimo a trovare; e mandocci a

dire, che se noi n’uscivamo et andavamo a trovarlo, che ben presto

tornerebbomo e lui e noi, che avevano grandissimo ordine di gente a

piè et a cavallo. Et noi per tal cosa ci mettemmo alla ventura; ma la

causa principale ne fu el debito che ci trovavamo et la spesa grande

che avamo addosso; chè se questo none fussi stato, mai haremmo fatto

tal cosa; ma cacciati dall’una e dall’altra, et con speranza che, se

pur si trovava che quello ci aveva mandato a dire Piero non riuscisse,

speravamo che lui nella casa e ne’ benefici del Cardinale, ci havessi a

dare qualche avviamento, che noi potessimo vivere honorevolmente.

26º E anche, vedendo noi che ’l partito, come savamo messi nelle

Stinche, s’era, se n’usciavamo, esser confinati; facemmo quel pensiero,

che se pure havessimo a stare a’ confini, in quel tempo che stessimo

fuori, Piero ci avessi a fare le spese et intanto assettare e’ fatti

nostri et che[613] de’ debiti: se avessimo pensato di havere a essere

ribelli, mai ci saremmo partiti.

27º All’uscita nostra; prima ne volemmo uscire circa a dì otto, et chi

ci aiutava, gli uscì la scala di mano, di modo l’avemmo a tirare dentro

et facemmone molti pezzi, et poi la gettammo in uno necessario che è

in Mallevato:[614] allora ci aiutava Andrea di Giovanni Pelacane, et

Antonio suo fratello, et Santi famiglio di M. Alessandro mio fratello;

et come dico quella volta non riuscì. Dipoi, la seconda volta, questo

Andrea Pelacane et il fratello non se ne vollono travagliare: facemmo

fare la scala e tutto ciò che bisognava, al detto Santi da Pontormo

famiglio di M. Alexandro, e lui solo ci aiutò e così n’uscimmo.

28º Hora, Mag^{ci} Si^i Otto, queste tutte scritte cose, insieme con

quelle della lettera di mia mano, che V. S. hanno scritto sopra tutti

e’ capitoli, è quanto io so et quanto io mi ricordo, tutte vere, et

così troverete.

29º Al presente voglio scrivere la vita et modi e costumi et pensieri

di Piero de’ Medici; ma prima ancora vi voglio dire questo, che se

questa Signoria o questo Stato se lo vuole levare dinanzi, vi credo

dare un modo molto facile; bench’io per me, quando ne avessi a dire mio

parere, conforterei et consiglierei questo Stato che se e’ vogliono in

tutto rovinare la casa de’ Medici, facessino ogni cosa di tenerlo vivo

per le cagioni che udirete. Et prima, se e’ vive, è impossibile che lui

et il Cardinale non habbino presto differentia insieme; et digià, poi

che il Cardinale tornò da Milano, vi sono stati molte volte presso, chè

sono stati più volte a di triste parole; et evvi in casa el Cardinale

qualcuno a chi e’ presta fede, che non attendono ad altrochè mettergli

in discordia. Et è forzato che e’ non possino insieme reggere, perchè

Piero vuole essere il maestro lui, el Cardinale non stima niente, et

qualche volta, presente ogni persona, sanza riguardo nessuno, Piero

a ogni parola del Cardinale s’oppone et dicegli parole che non si

direbbero a uno suo famiglio; et se pure e’ reggono, sarà causa Piero

che mal si potranno rilevare, perchè spende più lui solo che non fanno

tutti. Pure ch’ei possa havere danari et per ogni modo, ne piglia,

pure, che havere ne possa; et come viene danari nessuno al Cardinale,

bisogna ch’e’ n’abbi la parte sua; et siano quanti si vuole, che mai

gli tiene dua giorni addosso che sono giucati; ma non gli giuoca,

anzi gli getta. Et pensate si truovano debito f. 6000 e’ quali sono a

interesse a 20 p. cento, et la spesa grandissima che hanno non possono

reggere; perchè l’entrate loro sono molto indebolite, perchè nessuno di

loro non ha governo; et non spendono fiorino che non costi loro lire

otto, perchè chi gli provede gli fa entrare per l’uscio; et non hanno

più che impegnare, perchè hanno pegno le gioie, gl’arienti disfatti,

et le tappezzerie et cose sottile tutte pegno. Et se la fortuna loro

facesse che un dì el cardinale morisse, che e’ potrebbe esser, ch’è

malsano; Piero si condurrebbe a quello che e’ merita, che morrebbe di

fame.

30º Hora vegnamo al principio della vita, modi e costumi et pensieri

sua. Prima: l’usanza sua si è levarsi del letto a punto a l’hora di

mangiare, et come è levato, fa intendere che provvedimento v’è da

mangiare; se e’ v’è bene provvisto, mangia quivi, ma poche volte;

perchè quasi sempre se ne va a mangiare in casa Sanseverino, dove si

fa con magno piatto. Et non crediate che la sua sia bocca disutile,

perchè a pasto, non lo serve un cappone con qualche altra cosa; del

bere pochi huomini gnene passano, et a questa cosa della gola mette

diligenza. Dipoi il giorno si serra per qualche camera di quegli di San

Severino, dove sia qualche bella cortigiana, et anche ben volentieri

se v’è qualche bello ragazzo, et quivi si sta tutto el giorno a fare

buon tempo; e se vi si giuoca, vi sta più volentieri, maxime quando ha

danari: all’hora della cena pure mangia quivi, perchè per quel conto

v’è buona stanza. Come ha cenato, ha sempre seco qualche huomo di poco

cervello come lui, et vanno fuori parecchie ore della notte a casa le

cortigiane, a menarle a spasso la notte et anche sempre qualche bello

garzone con loro; e tutta la notte si riducono quando in un luogo,

quando in un altro a mangiare, bere, giucare, et fare altre cose

disoneste, pazze et triste; et fate conto di questo, che sempre un’hora

o dua il più, innanzi giorno, torna a casa a stare coll’Alfonsina; ella

poveretta mai non si rallegra che sta fresca.

31º Con lui non è bene nè conditione altre qualità di persone, che

qualche buffone pazzo, o qualche baro giuocatore, o qualche ruffiano.

32º (sic) O qualcuno che gli dia a ’ntendere d’essere gagliardo, pure

che siano huomini che gli menino innanzi cose che sieno secondo il

gusto suo; chè, come di sopra dico, a altro non pensa, se non alla gola

o al giuoco, alla lussuria d’ogni qualità e alle braverie la notte;

benchè lui sia el più vile huomo di Italia. Nessuno huomo da bene o

savio non gli piace.

33º Io gli ho udito dire più volte, che se lui havessi Mariotto

Barbieri e Golpino, non si curerebbe di star fuora; ora egli ha il

Golpino, bench’io credo che lui ne vorrebbe esser digiuno d’esservi

ito, perchè in quella casa pochi giorni vi durano e’ favori, chè ogni

cosa nuova piace loro; et so, che poco tempo fa e’ si trovava a Siena,

a piè et senza un soldo, et se e’ volle tornare a Roma, e’ se ne tornò

a piè; et per vivere, da chi accattò un carlino, da chi un altro. Fu

come di Bino cavallaro, che lo mandarono in tanti viaggi per tutta

Italia, con tanti pericoli che fu molte volte per mettervi la vita, et

di suo spese molti danari: mentre hebbono bisogno di lui non si diceva

altro che Bino; dipoi lo stratiorno come una bestia, di modo quando si

fece quella legge,[615] gli parve mill’anni lasciargli. Così si fusse

ella intesa per me, ch’io non sarei in tanti affanni.

34º El più ingrato huomo non ha tutta Italia: fàgli quanti piaceri

puoi, che lui sempre non ne fa conto nessuno, nè mai harai da lui una

buona parola. Di qualcuna ne voglio dire, et prima: egli hanno quel

frate che dette la cappa al Cardinale,[616] quando e’ si partì di

qui; per suo ristoro, e’ lo tengono peggio che per famiglio, et non ha

niente in dosso, scalzo e gnudo come più volte è suto cacciato di casa;

pure hora gli danno un poco di pane come gli altri famigli. Evvi stato

con lui un altro frate, che Piero gli mandò, più tempo fa, tutti a dua

a recare qui non so che lettere alla Lucretia sua sorella; chè a questo

habbiate avvertenza, che le scrive molto spesso; quello che le lettere

si contengono, io non so, ma so bene che se ne fa conto: et anche

quello altro frate, come non hebbono più bisogno, fu cacciato via. El

povero Buschetto che fu mazziere, che per loro ha avuto tanto male,

l’hanno cacciato più volte; ma lui fa come e’ cani, se Piero lo caccia,

e’ va a trovare Giuliano; e quando Giuliano, e’ va al Cardinale; et per

importitudine pure ha da mangiare. Tutti gli altri servidori vecchi,

pochi o nessuno non hanno; chè gli hanno trattati per modo, che è

bisognato vadino a stare altrove.

35º Un altro servidore haveva Piero, ch’era huomo da bene et haveva

seguitato Piero sempre, che uscì con lui di Firenze, et servivalo

delle credenze, et tagliavagli innanzi, et qualche volta cucinava

per la bocca sua, et vestivalo et spogliavalo; e, oltre a questo, più

volte andò a Roma e a Vinegia e altrove per danari, e arrecò più volte

parecchi migliaia di fiorini per volta, et con tanta fede et amore

lo serviva quanto era possibile: credo V. S. habbino di lui notizia,

che si chiama Francesco Nero lombardo et era di persone da bene. La

remunerazione ch’egli ebbe, fu ch’el suo Ser Piermatteo[617] se lo

rechò a noia, et Piero lo cacciò via vituperosamente, et tolsegli e’

panni et l’armi et ciò ch’egli haveva; et me richiese più volte che

io lo facessi ammazzare a uno mio famiglio: promissigli et fecimene

beffe. Pensate quello che farebbe, se e’ potesse, a quegli che si

tiene diservito, quando chi l’ha servito con tanta fede lo paga di tale

moneta.

36º Quello che gli hanno fatto a mio fratello et a me, per al presente

non ne voglio scrivere, perchè s’harebbe troppo che dire et sono la

maggior parte cose pubbliche; ma non è maraviglia, perchè si diletta di

stratiare gli huomini et maxime le persone da bene; chè quando può fare

qualche male o qualche danno e vergogna, e’ ne ’ngrassa, et molto più

a quegli che l’hanno servito: et fate questa conclusione, che chiunque

lo serve, lui non stima niente il servitio, perchè gli pare che ogni

persona lo debba servire et essergli obrigato per tributo.

37º Hora diremo parte de sua pensieri. Lui non vorrebbe tornare in

Firenze, se non per mezzo de’ potentati; perchè con cittadini non

vorrebbe obrigo, per potere tiranneggiare et fare a suo modo; et che

questo sia, io so che da poi che siamo con lui, da più persone gli è

stato ricordato più volte, ch’e’ sarebbe bene et suo bisogno di posare

et attendere a fare una costumata vita, et far vive le loro entrate,

et stare in pace et con riputatione, et sopratutto mostrare a questa

Signoria di volere essere loro buon figliuolo, et con l’opere et con

scriver loro qualche volta buone lettere, et chieder misericordia

et raccomandarsi: mai n’ha voluto far niente, anzi sempre drieto a’

Vinitiani, al Duca e al Papa che lo hanno uccellato come una bestia

che gli è; et ha havuto fede per mezzo de Sua Orsini. Et se questa via

o modo gli riuscissi o fussi riuscito, la prima cosa ch’e’ vuole si

è, che ser Giovanni[618] ritorni al luogo suo alle riformagioni, et

ser Piero et frategli al suo governo et loro officii et esercitio che

avevano prima, et con più riputatione che mai, come gli tiene hora che

altro bene che loro non vede. Et queste due cose di ser Giovanni et

de’ Bibienesi, farebbe solo perchè sa che a’ nimici et agli amici et

a tutte queste terre non potrebbono più dispiacere; et lui vorrebbe

mostrare, per questa via, a ogni persona, che e’ volessi fare a suo

modo, et non volere consiglio di persona: chè a me et ad altri più

volte l’detto, che mentre ch’ei vive, et maxime se torna a Firenze, che

mai non vuole consiglio di persona; che vuole capitare più presto male

per le mani et consiglio suo, che bene pel consiglio d’altri. Et non

è molto tempo, che sendo lui a Roma in Camera, che v’era el Cardinale

et l’Alfonsina et Lionardo Bartolini et M. Lodovico da S. Miniato

et altri, quivi si ragionava del tornare a Firenze; allora lo pareva

havere in mano dopo qualche ragionamento, et M. Lodovico si volse a

Piero et dissegli: — Voi tornerete a Firenze et farete uno bello stato,

et con uno maturo et buon consiglio di 25 o 30 cittadini farete la

pratica, et con loro consiglio governerete la terra. — Egli fece presto

una breve risposta, che gli fe dua fiche in sul viso, et disse: — Voi

doveresti intendere che io non voglio consiglio di persona. — Come

se costui fussi qualche savia testa, che se e’ governassi el più vil

castello che voi havete, et lo trovassi in pace e ordinato, in manco

d’un mese lo rovinerebbe et metterebegli in discordia.

38º Ma che bisogna di questo dirne più; non se n’è visto prova? Chè

gli rimase el più bello Stato, el meglio fondato di Italia, et in 31

mesi lo perdè et rovinollo; et tutto per le sua bestialità, homicidii,

tirannie et usurperie che e’ faceva; et crediatemi che molto peggio

farebbe se e’ tornassi; chè male per questa povera città et per molti

che ci sono, se e’ ci tornassi, de’ quali qui ne dirò. Prima se e’

tornassi, per forza, fa pensiero spianare queste case:

39º La prima e’ Nelli tutti, e’ Capponi la maggior parte, e’ Nasi

ancora buona parte, e’ Gualterotti, e’ Bardi, Pagolantonio Soderini e

’l figliuolo, e’ Giugni tutti, e’ Corsi tutti, e’ Ruccellai parte, gli

Scarfi, e’ Valori, e’ Pazzi, et degli Albizzi qualcuno, et moltissimi

altri spicciolati et maxime Girolamo Martelli.

40º Et non tanto l’animo et voglia di Piero sopra a questo caso; ma e

’l Cardinale disse a Bolsena, havendo la speranza, per la venuta dello

Imperatore che di già si trovava a Pisa: che se e’ tornavano, del 78

non era stato niente a l’uccisione, el 34 allo exilio dei confini

niente, appresso a quello che farebbono loro; perchè si volevono

assicurare di non esser mai più cacciati. Sì che vedete la loro buona

volontà et dispositione verso questo popolo. Al popolo minuto, in tutto

volevano levare l’arme di mano e torle loro; e qualunche e’ trovassino

che havessi provisto d’arme per far loro contro, punirlo et gastigarlo

per dare exemplo.

41º Di Lorenzo et di Giov. di Pier Francesco[619] fanno pensiero di

avere tutta la loro robba, et dicono che la si appartiene a loro per

certi capi tra Cosimo et Lorenzo vecchio; con questa fanno pensiero di

ringrassarsi; se già non si accordassino con loro.

42º Le entrate del vostro Comune si ritornerebbono negli Orsini et

nel sig. Bartolommeo D’Alviano, chè a tutti fa pensiero dare gran

condotta per ingrassargli et per havergli a suo proposito, et anche

al figliuolo di Jacopo Petrucci quattro squadre di cavagli, e a molti

fanti a piede ha promesso, a chi fare capitano della guardia e a chi

dare gran condotte, maxime a certi conestabili Corsi: pensate a quello

che saresti condotti in mano de’ Corsi, chè le vostre robe et case in

Firenze e in contado non sarebbon sicure, sotto cento chiavi, alle loro

mani!

43º Sappiate che la sua venuta, hora ultimamente, e’ poteva nel modo

ch’e’ venne, venire un mese prima, et con quella gente medesima, che

furno circa 1300 persone tra piè et a cavallo. Ma non volse venire,

prima perchè stette a bada et a speranza da’ Venitiani che l’havessino

a servire di gente a piè et a cavallo, et di danari; chè Ser Piero

tutto giorno scriveva di Vinegia, che e’ farebbono gran cose, benchè

Piero anche teneva pratiche grande col Papa, et al Duca, secondo si

vedeva che con forza voleva venire, per entrare come signore et non

come cittadino, per potere tiranneggiare a suo modo.

44º Et come sanno le V. S., Piero haveva fatto trarre fuori una boce

cheaveva migliaia di mogge di grano da’ Sanesi; sappiate ch’e’ non dice

la verità, perchè e’ Sanesi non havevono per loro, et se e’ non fussi

stato che dopo molti giorni che Piero venne qui, e’ venne una nave nel

porto di Talomona, che ne rechò parecchie centinaia di moggia, e’ si

morivono di fame. Et fatiche grandi gli fu, avere da loro tanto pane

che bastassi alla gente che haveva, tre dì; et se c’entrava dentro, ci

affamava affatto, perchè ci sarebbe piovuto tutto il mondo di gente, et

questo è il grano che e’ n’arebbe dato: chè sappiate che infra l’altre

sue virtù, rade volte dice uno vero, et non se gli può credere cosa

ch’e’ dica.

45º Ancora voglio fare intendere l’altre sue virtù. Sappiate che con

grandissima istantia richiese M. Alexandro mio fratello, che voleva

che traessimo veleno di bòtte,[620] quello che se ne volessi far non lo

so, ma M. Alexandro lo tenne a bada con dire che volevono essere bòtte

grosse, et quivi non era se non d’acqua, et lui gli disse che quelle

dell’acqua non erano buone.

46º E un’altra bella cosa: lo richiese che voleva ch’e’ facessino le

monete false et d’archimie. M. Alexandro gli disse, che sapeva fare

un ariento che era a 4 leghe et a ogni paragone si mostrava a 7, et

reggeva al martello et al fuoco et al dorare e a ogni altra cosa,

excetto che al cimento. E’ v’entrò su, et per ogni modo voleva fare

monete false; M. Alexandro lo trastullò tanto che gli uscì quella

fantasia: vedete che uomo da governare una città come questa!

47º Hora io voglio fare questa conclusione de’ fatti sua: egli non

ha cervello anzi è pazzo, et non ha danari se non debito, et non ha

riputatione, chè per tutto s’è fatto scorgere, et non ha amici perchè

qualunche lo pratica gli diventa nimico, et non ha credito perchè

pubblicamente è fallito; sicchè V. S. sanno che conto hanno a tenere

pubblicamente de’ fatti sua.

48.º Magn. Signori mia, quanto qui è scritto, tutto sono cose verissime

et certe, et così tutte quelle per via della lettera, et che da me

per ogni modo avete inteso; di niente manco, et credo che per quanto

qui ho scritto, giustificare V. S. che io in eterno sono et voglio

essere nimico capitale di Piero de’ Medici; che quanto non fussi mai

altro che questo tra noi, mai più non può essere se non guerra; et in

questo luogo sono, solo perchè venni nei terreni vostri, per fargli

male et per fare et per operare bene per questa repubblica e stato, chè

così è giusto. Adunque, Magnifici Signori, mi raccomando a V. S. et

vi prego habbiate misericordia di me, et che questa volta sia quella

che si verifichi quello che per tutta Italia si dice, che questa è la

casa della misericordia et che in tutto ci si vive ecclesiastico et

cattolicamente. Et però imitate l’opere del Nostro Signore, che San

Paolo lo perseguitò tanto, et subito che tornò a penitentia, lo prese

et perdonògli et amollo grandemente, et fu poi tanto gran servo et

tanto augumentò la fede. Ancora so che Cristo dice nel Vangelo, che si

fa più festa in paradiso, d’uno peccatore che torni a penitenza, che di

99 giusti che si salvino. Ancora so che dice nel Vangelo, che subito

ch’el peccatore torna a penitenza, Dio gli perdona, et non tanto gli

perdona, ma si dimentica e’ sua peccati.

49º Et però di nuovo, M. S. mia, vi voglio pregare; da poi che il

nostro Signore Iesù Christo così volentieri perdona, vi prego che

perdoniate a me; acciocchè lui nella vostra fine perdoni et habbi

misericordia di voi; et come più volte ho detto a V. S. et mostro

per più ragioni certissime, è horamai un anno appresso che[621] ci

convertimmo in tutto alla vostra fede, che ci partimmo da Piero de

Medici. Adunque, se siamo tornati a penitentia, è giusto ci sieno

rimessi e’ peccati; et se io sono venuto nel modo che io sono, n’è

stato causa le cagioni più volte dette et la confidanza che ho havuto

nella misericordia vostra, la quale, io so, havete usata a quegli che

io non sono in peggiore grado di loro.

50º Ancora vi voglio dire questo, che io ero in tutto disposto, che se

altro riparo non trovavo, di montare uno dì a cavallo, et venirmene

diritto a smontare alla porta del Palazzo et gittarmi nelle braccia

vostre et riferirvi tutto quello che vi ho riferito.

51º Benchè io sia presuntuoso, ricorrerò alle V. S. a chiedervi una

gratia; et questo si è, che ’l mio povero fratello che si truova a

Siena è infermo et è là in grandissimo pericolo, perchè diranno che

io mi sia fatto pigliare in pruova; che si trovassi qualche via o

modo, per via di salvo condotto, farlo segretamente levare, et lui v’è

fedelissimo servidore et nimico più di me di Piero, che non si può dire

più là. Certificandovi che quello ho scritto a ogni richiesta delle V.

S., lui lo scriverà et affermerà tutto essere vero; chè lo amore della

patria et la verità ci farebbe fare ogni nostra possa e gran cosa, per

salvare questa nella quale noi desideriamo questo resto della nostra

vita vivere et morire.

52º Sommi tornate a memoria dua altre cose che io voglio fare

intendere. La prima, che quando Piero faceva el provvedimento de’

danari, per venire qui a questa ultima impresa; Lionardo Bartolini

venne qui, un dì dopo mangiare, a lui, in camera, che io v’era; et lui

haveva havuto un poco di terzana et stavasi in sul letto, et Lionardo

gli parlò allo orecchio; et subito si gittò del letto et andonne in

camera del cardinale, che à sotto la sua; et io stetti un pezzo, et

venendomi voglia d’andarmene, presi la via della camera del Cardinale,

non sapiendo che Piero vi fussi: egli era quivi, et con lui al segreto

Michele del Becchuto. Quando Piero mi vidde, bollì ch’io l’avessi

visto; quello si facessino non so, ma stimo fussi per provedere a’

danari; ma per male hebbono ch’io lo vedessi.

53º Quando fummo presi a Siena, ch’eravamo in guardia di Ser Girolamo

del Dalphino, a stanza[622] di Piero come è detto; venne a Siena uno

Pratese che gli era suto tolto una mula et menatala, la qual mula ser

Girolamo l’haveva comperata et[623] buona derrata. Tornò uno dì nella

guardia dove eravamo, et era tutto mal contento; dimandandogli che

haveva, disse: mi bisogna rendere la mula, perchè è venuta una lettera

a Pandolfo da Pier Giovanni da Ricasoli, et Pandolfo vuole che io la

renda anche io. Gli dissi: oh! Piergiovanni è amico di Pandolfo? Lui

disse: da qualche dì in qua, sì; perchè nella impresa di Piero si portò

molto bene, ch’era commessario alla Castellina.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 89 / 142 题