(Vol. I, pag. 408.)
_Poesie di Giovanni, sarto fiorentino_.[543]
1.
Nesuno lodi l’uomo se nol pruova,
Perchè molti in proferte sono amici,
E molti cittadin cerchan gli ufici,
Drento in Firenze, e non è chosa nuova.
Anchora assai assai se ne truova,
Che non voglion lasciare le pendici,
Nè vedere in volto e’ lor nemici;
Ma rubare in Firenze ben gli giova.
E per lor patria non vogliono affanni,
Ma starsi in pianeline lieti e sani,
In chappuccio e ’n mantello chon be’ panni;
E non si churan vinciere e Pisani,
Come fa el famoso Piergiovanni,
Ed il nobile Anton de Chanigiani,
Che presso e lontani,
Anbo e dui se ne vanno di puntino,
Ove gli manda el popol fiorentino.
E s’i’ non è latino,
Questo verseggio col buon naturale
Ch’è meglio che un solo accidentale.
2.
Chi non ama suo patria con gran zelo.
Da le’ non merita aver grande honore:
Questo ch’i’ parlo qui, fia el vangelo
Di san Giuanni con sommo valore;
E s’i’ son vecchio chol chanuto pelo,
Però i’ do di questo el ver sapore,
E dicho e chonfermo giustamente
Che chi ama sua patria ben prudente,
Non debba rifiutar chosa nesuna,
Chella sua patria nelle man gli dia;
Ecchi questo non fa, male raduna
La sua maladetta fantasia.
Qui non vi mostro il sole pella luna,
Ma in favore della patria mia
Parlerò qui d’alchuno cittadino,
Che non ama el gran popol fiorentino.
E quando è fatta a loro la lezione
D’andare in alchun luogo di periglio,
Loro si fanno al giocho del fellone
Non si curando punto el gran giglio.
Però qui dicho chon chiara ragione
Che chi none ubidiscie el gran chonsiglio,
E stie dove lo manda, fuori o drento,
Privare si vorebbe in u mumento.
Chi star non vole a ubidienza
È maladetto daddio e dal mondo.
Però, famoso popol di Fiorenza,
Quando chol tuo Chonsiglio ben giochondo,
Da’ gli ufici chon tua potenza,
Chi gli rifiuta mandagli nel fondo,
E ma’ più non gli dar tuo fava nera:
Or nota questa chiosa bene intera.
Così chantando, mie rima ragiona
Del mie Firenze che aspetta e roia;[544]
Ello imperadore in persona,
È giunto a Milan per darci noia;
E mentre questa chosa attorno suona,
El Fiorentino chon solenne gioia
Sentì, cho modo superbo e villano,
Chome lo ’nperadore è a Milano,
Chondotto lì dal Ducha e i Veniziani,
Mostrando allui che Talia[545] bella
Presto si dare’ nelle suo mani,
No rimanendo città e chastella
Che nollo segua per monti e per piani:
E chon questa speranza montò in sella,
E presto se ne venne in verso Sena,
Guidato chome matto da chatena.
In questo tempo morì Pier Chapponi
Qual era in champo degnio chommessaro.
Allora e’ Fiorentini superni e buoni
Fecion pensieri chon magnio riparo,
Mandarne un altro di gran condizione,
Ricco d’ogni vertù e non avaro,
E darlo per chompagnio a Piergiovanni,[546]
Istato commessaro ben du’ anni,
Reggiendo chome anchudine al martello,
Non estimando periglio o disagio.
E mentre che di lui qui favello,
Real chonsiglio si fecie in Palagio,
Di fare un commessaro tutto snello;
Eperò chon misura vanno adagio,
Sentendo la venuta de’ taucci,[547]
Che del venir bisogni che si crucci.
Or mi bisogna tornare a Firenze,
Che molti giorni fecion gran chonsiglio,
Adoperando molte sapienze,
Per volere salvare el magnio giglio;[548]
E finalmente chon magnificienze
Preson partito chon alegro piglio,
Di fare un commessar sanza paura,
Che fussi riccho e pieno di misura.
E finalmente e Signori e Chollegi,
Chol valoroso numer degl’Otanta,
Chonsiderando agl’uomin bene egregi,
Preson partito, come proprio chanta
El verso mio, che mostra e’ pregi
Del popol fiorentino che non vanta,
Ma fa cho’ fatti ogni gran chosa bene.
Ora nel mie chantar dirlo chonviene,
Chome d’ottobre proprio, a giorni sei,
Fu fatto chommessaro gienerale,
Nel millequattrociento novanzei,
Anton de Chanigian tutto reale,[549]
Padre de’ buoni e nimicho de rei;
Lo quale è doppio[550] d’ogni naturale,
Ornato e di virtù e discrezione;
Nimicho a morte del pinzocherone.
El quale ben prudente e moderato,
Montò a chavallo chon perfetto amore,
Perchè della suo patria è sviscerato;
E però vie chavalcha con furore,
Per mantener di Firenze lo Stato.
La Lega non teme nè ’nperadore,
Questo famoso Anton de Chanigiani,
Ispecchio ver de’ Fiorentin sovrani.
Lo qual prudente, chon gran vigoria
Al Ponte ad Era n’andò ben sovrano,
Non dubitando della gran balía
De’ Veniziani o Ducha di Milano.
Chosì, chon giusta e retta fantasia
In chanpo stae, chome qui parliano,
Non dubitando della Lega grande,
Che l’ali inverso Pisa male spande,
Perchè à sete di pigliar marzoccho;[551]
Però mandan lo ’mperio[552] a Livorno,
Credendo a quello dare scarcho roccho.
E chi v’è drento velocie e adorno,
Trattò lo ’mperadore chome scioccho,
In modo tale che fecie ritorno
Inverso Pisa, pieno di vergognia,
Chome fa l’uomo che in vano sognia.
Chosì tornando, sanza fare acquisto,
Lo ’nperadore n’andò inverso Vicho;[553]
Allora el Fiorentino ben provisto,
Mandò in Val di Nievol, chom’i’ dicho,
Alchun degnio guerrier di virtù misto,
Fra quali ben v’andò, chom’i’ ripricho
Qui nelle rime valorose e pronte,
Come v’andò Rinuccio degnio chonte.[554]
Allor lo’ nperadore chon prestezza,
Imediate si misse affuggire,
Perchè chonobbe la sua matezza,
Che nella Italia lo fecie venire.
Chome re di Francia, lu’s’aprezza,
Credendo chome lu’ farsi ubidire;
Dipoi assagiando el Fiorentino,
Si misse in fugga come huom meschino
Così interverà a ciascheduno
Che vorae Firenze superare.
Iddio bene il mostra non digiuno,
Perchè ognuno si possa saziare,
Che Firenze gentil, prima che gnuno,
Debba sopr’alla terra gierminare.
E mentre questi versi chiaro feci,
Drento in Firenze si ferono e’ Dieci;
E fatto fu Antonio di Simone
De valorosi e veri Chanigiani;
Però n’andoe chome vuol ragione
A ritrovare e’ chompagni sovrani.
Preso l’uficio chon gran discrezione,
Rimase cho’ chonpagni bene humani,
E però bene ornato e tutto chiaro,
Piergiovanni[555] sol fu commessaro
Di tutto quanto il fiorentino chanpo,[556]
Chome cholui che è tutto reale,
E ma’ nel mondo non farebbe incianpo.
Or sendo chommessaro gienerale,
Chome dragone menava gran vanpo
Per vinciere el Pisano, ma reale
Nelle cholline di Pisa n’andoe.
Or udirete quel che sequitoe,
Benchè di punto non dirò la storia,
Perch’i’ non vidi ciaschuna battaglia;
Ma dalla lungha senti’ la vettoria
Del magnio chommessaro di gran vaglia.
Anchora vore’ fare gran memoria,
Mostrando de’ soldati la puntaglia,
A parte a parte sichondo ragione,
Mostrando el nome ella chondizione
D’ogni soldato che serve marzoccho.
Ma prima vore’ dir de’ chondottieri,
Parlando in salato[557] e none scioccho,
D’ogni gran chonestabil volentieri;
Ma prima quel ch’adopera lo stoccho
Mi pare di parlarne più mestieri,
E po’ che modo gientile e mirabile
Nominerò ciascun chonestabile.
Però a ciaschedun soldato mostro
Che sanza el loro aiuto, far non posso
La charta biancha nera chollo inchiostro,
Perchè da povertà i’ son perchosso,
E quando cholle rime i’ ben giostro.
Rompo e’ panni ch’io porto adosso,
E molte fiate mi mancha el vitto,
E questo è ’l proprio ver com’i’ ò scritto.
Or su, or su, or su, soldati mia,
Date aiuto amme chon grande amore,
In modo tal, che la mia fantasia
Iscriva ben di voi a tutte l’ore.
Chosì prometto, con gran leggiadria,
Di lasciar tutta l’arte del sartore
E fare questa storia insino al fine,
Po’ che son prese tutte le cholline.
Dimostrerò el modo ella forma
Della presura di ciaschun chastello,
Perch’i’ non voglio che marzoccho dorma
Nè nessun suo soldato magnio e bello;
E però chon amor sequirò l’orma
D’ogni chondottier, chom’i’ favello,
E d’ogni chonestabil dirò anchora
Cho rima ben pulita, alta e dechora.
Ora qui mostro il champo che si parte,
Vinto di Pisa ciaschuna chollina,
In modo che’ figlioli del gran Marte
Vanno alle stanze con somma dottrina,
De’ quali empiere’ dumila charte,
Cho rima bene ornata e peregrina,
Non dire’ ma’ de Pisani gl’inganni.
Or torno al commissaro Piergiovanni,
Rimasto chommessario sol soletto,
Partito el degnio Anton de Canigiani,
Huomo gientile nobile e perfetto:
Ormai non vo’ più che s’alontani
El mie chantare, che mostra in effetto
Chi vende el sipolchro a pagani,
Che fu el Pisano del sangue di Giuda,
Chome la rima mia par chonchiuda.
Or mancha Vicho, Cascina e Pisa
Da ripigliare, chome qui vi parlo;
Bench’io qui chonoscha alla ricisa
Ch’anchora non verrà l’ottavo Charlo,
E sella Lega grande ne fa risa,
Io rido dillei e posso farlo,
Perchelle ha auto pocho onore
E valuto nello lo ’nperadore.
Hora qui finirò el chantare honesto
A onta e dispetto de’ tiranni,
E onor di Firenze rubesto,
E del buon chommessaro Piergiovanni
Sichondo, terzo, quarto, quinto e sesto
Istato chommessaro, senza inganni;
E mai non à fatto ignuna fralda[558]
E qui finischo la storia salda.
Finis addi 31 di dicembre 1496.
Io Giovanni nè ser nè messere,
Ma sarto fiorentino sono adesso;
Ecchieggo a ogni dotto, miserere
D’ogni fallanza ch’i’ ò qui chomesso.
3.
Quasi e’ più vorebon l’uova monde,
E vorebono el torlo e non l’albume;
Quest’è el pinzocheron di mal chostume,
Che va chol collo in sen facciendo l’onde;
E sempre suo malizie ben naschonde,
Mostrando di piata un largo fiume,
E schoprire l’altar nascoso, e lume,
Cholle sue choscienze tutte tonde;
E ride chon teco, chome chosa iscioccha;
E setti fidi ti piscia po’ i’ mano.
Io dicho qui zara a chiunche toccha,
O prete o frate o secholare strano,
Sia chi vuol, che non terrà la boccha
Al popol fiorentino alto e sovrano.
Questo veggo ciertano,
Che chi al popol vorà porre il freno,
Chadere lo vedrò in un baleno.
Ma Giesù Inazereno,
Sia sol quello che chonducha al porto
Ogni Fiorentin chol suo chonforto.
4.[559]
A questo modo bisognia che ’npari
L’uomo che vuol volare sanza l’ali,
Chon pocho senno e mancho danari;
Però bisognia che ’l Pisano chali,
Cho ferri a piedi giù nella sentina,
Po’ ch’è stato cagion di tanti mali.
Ella famosa patria fiorentina,
In alia stae chome bel falchone,
Ella Lega niente lo domina,
Nè teme lei nella suo quistione;
Però non creda nessun sottoposto
Uscire delle branche al gran lione;
E chillo inganerà, tornerà tosto,
A suo dispetto, sotto el suo artiglio,
Chome Cristo superno à ben disposto.
Che ’l valoroso e trionfante giglio,
Nel fine superi ogni suo nimicho,
Per volontà d’ogni divin chonsiglio:
E se Vinegia chol sir Lodovicho
Credesin ne lor fine prosperare,
E’ son n’un grande eror chom’i’ ripricho.
Or mi bisognia, alquanto, ritornare
Al mal Pisano del diavolo roccia
Che gli bisognia sottoposto istare:
Chome fae ’l pulcin sotto la chioccia,
Chosì stara’ el Pisan traditore,
Mal somigliando lo re d’Antioccia.
Pur à speranza che lo inperadore
Liberi Pisa chogli ebrei taucci,[560]
Lo quale in Talia aqquista poch’onore;
Però bisognia che nel fin si crucci
Chon chi l’ha messo nella pazza impresa:
Non sono stati luchesi o meucci[561]
Ch’or ànno questa matta ragnia tesa;
Ma sono stati el Ducha e Viniziani,
E’ qua’ ruineranno alla distesa.
Chome son ora e malvagi Pisani,
Che stanno sottoposti[562] degli schiavi,
Anzi inchatenati chome chani.
E però, sottoposti, state savi,
E non tentate mai la fortuna
Che chon giustizia afonda molte navi;
Però, nesun si volti chome luna,
Che d’ogni mese si fa nuova e vecchia;
E però buon lettore qui raduna
Lo ’ngegnio tuo, e porgi qui l’orecchia
Chome mie rima di punto l’accienna.
Or qui nel pistoiese ben ti specchia
Che sta ben saldo e punto non tentenna,
Però impara chontado e distretto.
Or chiamo Dante che diacie a Ravenna;
Chiamato, lui mi mandò choretto[563]
El gran Petrarcha, chon Giovan Bocchaccio.
Quando i’gli vidi, presi gran diletto,
E lor di fatto mi preson pel braccio;
Allora io pieno di temenza,
Lì mi trovai legato cho lor laccio,
E però dissi chon grande avertenza:
O lumi veri d’ogni humano lume,
Nati nel vero circhul di Fiorenza,
Chon dolcie modo e chon dolcie chostume,
Chome chonviensi a ogni buon cristiano.
Allora l’uno e l’altro ben prosume
Che ’l mio ingegnio non è sì sovrano,
Che possa ogni chosa recitare;
Pure ogni uno mi strinse la mano,
E chomincioromi a dimostrare,
Che ’l bel chonporre sì non era mio;
Ma era di Giesu che non appare
A l’uomo iniquo, maladetto e rio;
Esse l’uom sa el preterito e ’l presente,
El foturo sa solo el vero Iddio.
I’ credo bene che spessamente
Lui rivela alchun suo sagreto,
Perchè si predichi a l’umana giente:[564]
Ora ciaschuno qui chol volto lieto,
Non che d’ogni tempo è alchun profeta;[565]
Io qui chollo ingiegnio iscrivo e mieto
El frutto di Giesu chon faccia lieta,
Perchè dua poeti chon buon zelo
M’hano chiarito la chosa sagreta.
Dettomi ciò, tornaron nel gran cielo
A dimorare cho gli angioli buoni;
Ed io vecchio chol chanuto pelo,
Chonposi questo cho mie gran sermoni,
Chom’io scrivo benignio e chortese,
Proprio in Pistoia, chome parragoni
El verso mio che mostra palese
Del mese di novembre chon valori,
Chom’io vidi a tredici del mese
Undici degni pieni di sprendori;
Ma dua apresentavon la gran possa
De’ Fiorentin: quest’erono e’ retori,
Chon un gonfalonieri in prima mossa,
E’ qua’ di punto qui nomineroe
A ciascheduno ch’è in charne e ’nossa,
Cho l’alma insieme, chome mostreroe,
Cho mie velocie e trionfante rima
Or è quel tenpo ch’i’ dichiareroe
E primi degni di pregio e di stima,
Qua’ sono una choppia di Bernardi
Ornati di vertù in parte prima.
El primo e principal ch’i’ vo’ che guardi,
Qual è de Pistolesi chapitano
E chommessaro, cho’ tutti è riguardi.
Quest’è de’ Nasi gientile e sovrano,
Vero rettore, sanza usar malizia,
E ma’ nel mondo non fe’ chosa in vano.
Di po’ lo segue, pieno di giustizia,
El famoso Bernardo Chanigiani,
Figlio del buon Simon, choe s’inizia
Cho’ versi mia gientili e sovrani,
Che or dirano e’ nomi de Signori
Del seggio pistolesi, tutti humani.
Or porgiete gli orecchi, buon lettori,
Chom’i’ chomincio al gonfalonieri,
Ornato bene di tutti sprendori:
Chosì cho versi valorosi e fieri,
Preghiamo sempre Iddio checciaiuti.
Ora vi mosterò qui volentieri
Pagolo gientil de’ Ben Voluti;
Di poi, degli Ambruogi Antonmaria
Vidi giochondo, cho’ modi saputi;
Drieto lo segue chon gran leggiadria,
El nobile Bernardo de Ciellesi;
Doppo allu’ vidi fralla Signoria
Giovan Chiariti, chome ben chonpresi;
Di po’ Giovan di Nichola di Baldo
Vidi de’ signior Perolaciesi.
Chosì scrivendo, chollo ’ngiegnio chaldo,
Vidi di Pier di Lenzo Federigo;
Po’ vidi anchora, valoroso e saldo,
Tre altri siri, chome proprio rigo;
Fra qua’ chonobbi Giovan Chantunsanti.
E mentre el mio ternale bene sbrigo,
Isquadro ben, cho’ mi’ occhi galanti,
El valoroso e degnio Atto d’Andrea;
Di poi, risguardando più avanti,
Chol mio ’ngiennio che chiaro vedea,
El buon Guglielmo di Nanni Mazzei.
E mentre la mie rima ben premea
E’ versi dolci nimici de rei,
Pur aggio ben chiariti tutti a nove,
Chome tu, buon lettore, intender dei,
Dalle mie rime che son fatte nuove,
Pel popol pistoiese ben fedele,
Chome si vede nelle lor gran pruove.
Or torno a Pagol di mastro Michele,
E al gran Nicholaio Bracciolini,
Ch’ognuno andò al popol non crudele,
Inbasciador pe’ Pistoiesi fini.
Omai qui chiarire ben vi voglio
Chome Bernardo di Giovan Nutini
Lì mi provide sempre d’ogni foglio,
Chome huomo gientil tutto da bene.
Mentre ch’i’ scrivo un pocolin mi doglio
Di quel ribaldo pazzo da chatene,
Che mi ruboe e’ versi primai,
E quali ora mi danno gran pene;
Anzi mi danno affanni e gran guai,
Perch’io non ò a mente tutti e’ nomi
De’ Dieci e de’ Collegi. Or noterai
E’ versi mia, che parano domi
Dalla mia superbia e della stizza;
O pure el mio ’ngiegnio vuol ch’i’ tomi,
E per la retta via mi dirizza;
Acciò ch’i’ mostri qui, chon dolcie amore,
Che più la voglia chel saper m’anizza.
Or torno a Firenze, di sprendore
Quanto posso ornato e volentieri,
Perchè piatoso el veggo a tutte l’ore.
Ora mi par che ser Filippo Ghieri
Teneva di Pistoia il gonfalone,
Quando fu fatto il solenne pensieri
Di mandare a Firenze cho’ ragione,
A chonfermare e’ chapitoli loro;[566]
Chonfermi questi, chon gran discrezione,
El magnio pistoiese, alto e dechoro,
Tornò a chasa benignio e chortese.
Di po’ tornato, sanza far dimoro,
El valoroso popol pistoiese
Fecier in Pistoia una grande alegrezza
E questo fu a tredici del mese,
Drento in Pistoia chon gran gentilezza,
Nel mille quattrocento novanzei,
Del mese di novembre, cho’ larghezza:
E questo vidi ben chogli occhi miei,
Prima la magnia e grande precissione,
Che chonsolava e’ buoni e anche e’ rei;
Perchè fu fatta chon gran divozione,
Chon tutto el solenne cherichato,
Tanto che ’n terra venne san Zelone.
Di poi vidi el gran duomo parato,
Cho’ chose ricche d’ariento e d’oro;
Po’ vidi el gran sa’ Jachopo smaltato,
D’argiento fino, chon degnio lavoro:
E questo vidi propio la mattina.
Po’, dopo desinar, sanza demoro
Si chominciò chon vertù ben divina,
Chom’io mostro gientile e reale,
Tutta la festa da sera e divina,
La quale nel cielo impirio tutta sale:
Chosì ciaschuno chon dolcie maniera,
Facievan festa tutta trionfale.
E quando fu aparito la sera,
Le tronbette sentì cholle canpane,
Tanto tremavo insino alla pantera.
Di poi archibugi e cierbottane,
Tanto pareva nuovo Mungibello,
O ver Livorno cholle gienti strane.
5.
Qui ben dimostro, acchi à gran dottrina,
Com’ò fornito el presente ternale,
Per onor di Pistoia alta e reale,
Dov’ogni gran giustizia ben domina.
E mai la lealtà in lor declina,
Anzi si fa gagliarda e trionfale;
Però chonfermo gientile e morale,
Che Pistoia è tutta fiorentina.
I’ dicho e’ preti, e’ frati, e’ secolari,
Sono ischorporati di marzoccho;
E per marzoccho fanno ogni ripari,
Chol senno, cholla lancia e chollo stoccho;
E però Pistoiesi none avari,
Per vostra fedeltà el vero loccho;
E non chome iscioccho,
Honoro voi cholla faccia lieta,
Sichome sarto e non chome poeta.
Anchor el mie pianeta,
Non vuol che questa chosa punto do....;
Però vi priego che si getti in f....[567]
Io Giovanni nè Sere nè Messere,
Ma sarto fiorentino sono adesso;
Ecchieggo a ogni dotto miserere
D’ogni fallanza ch’i ho qui chommesso.
Finis, a dì 30 di novembre 1496.