_Breve discorso di Iacopo Nardi, fatto in Vinegia dopo la morte di
papa Clemente VII, l’anno 1534, ad istanza di alcuni gentili uomini
viniziani; per informazione delle novità seguite in Fiorenza, dall’anno
1494 insino al detto anno 1534._
Volendo intendere bene le cagioni delle novità fatte in Firenze l’anno
1494, e della cacciata della famiglia de’ Medici ed ordinazione del
governo libero, è necessario presupporre che quella città, dalla
inclinazione dello imperio sino a questi prossimi tempi, sia vivuta
libera e sia stata governata dai suoi medesimi cittadini e mediante la
forma d’un governo universale, fuora che alcuna volta per brevissimi
intervalli di tempo: quando per quietare le discordie civili ha
volontariamente chiamato governatori forestieri; e similmente quando fu
una volta tiranneggiata per spazio di dieci mesi da Gualtieri nominato
volgarmente il duca d’Atene.
Ancora è da sapere che i magistrati capi della repubblica, eletti dal
Consiglio Generale, furono varii in diversi tempi; perchè prima fu
governata dai Consoli, secondariamente dagli Anziani, ultimamente dai
Signori Priori, il qual magistrato ebbe principio l’anno 1282, ed il
fine nell’anno 1532, quando fu annullato da Papa Clemente.
Oltre a questo è da notare che, essendo i Fiorentini molto inclinati
alla mercanzia ed agli esercizi, per non disviare tutti i cittadini
insieme, in un tratto dalle faccende, dividevano tutto il numero di
quegli in due, e talora in tre parti; cioè scambiavano detti Consigli
ogni anno due o tre volte, come fanno al presente i Lucchesi, per
non affaticare sempre e’ medesimi cittadini. E per questa medesima
cagione avvenne in successo di tempo, che per non affaticar tanto il
Consiglio, si cominciò a creare i magistrati non giorno per giorno,
come prima, secondo el bisogno; ma tutti ad un tratto e per più tempo,
come di tre anni una volta, inborsando et serbando tutti gli eletti
in diverse borse, sotto sicuri serrami, e di quelle poi traendo alla
giornata gli officii, secondo che era il bisogno. Il quale modo di
eleggere si chiamava volgarmente _squittinare_, e la fatta elezione
similmente lo _squittinio_; i quali vocaboli tanto significano quanto
in lingua latina _scrutari, et scrutinium_. Questa variazione e nuovo
modo di creare i magistrati corroppe assai i costumi degli uomini,
dando cagione di vivere più licenziosamente, essendo sicuri che essendo
stati una volta eletti ed imborsati, ad ogni modo, qualunque si fusse
la vita loro, avevano a conseguire gli onori. Questo errore similmente
aperse in futuro la via all’ambizione e sètte cittadinesche, al tempo
massimamente che si avevano a fare detti squittinii, procacciando
ogni uno per sè e per gli amici suoi, per avere favori e grazia per
l’avvenire, con quegli i quali, tempo per tempo, avevano a sedere ne’
magistrati.
Governandosi la città di Fiorenza in questa forma, e truovandosi l’anno
1433 in assai buono e pacifico stato, tra gli altri cittadini era assai
reputato Cosimo de’ Medici, ed amato per la sua ricchezza dalla plebe
e favorito nella repubblica da quelle generazioni de’ cittadini che
manco potevano; il quale favore cominciato già in Giovanni suo padre,
il detto Cosimo si studiava continovamente d’accrescere con ogni specie
di liberalità; onde venendo in sospetto e conseguentemente in odio,
e massime alla parte de’ più nobili e reputati cittadini, fu mandato
finalmente in esilio a Padua l’anno 1434. Ma essendo, poi, stata
tratta a sorte della medesima borsa dell’usato squittinio, una signoria
d’uomini amici di Cosimo, preso che ebbe l’officio, subitamente rivocò
quello dallo esilio; la quale cosa presentendo la parte adversa, prese
l’arme per farli resistenza con la forza, del qual movimento furono
capi: M. Rinaldo degli Albizzi, M. Palla Strozzi, e Ridolfo Peruzzi.
Ma l’autorità di Papa Eugenio, che a tal ora si truovava in Firenze, fu
tanta che, posate le armi, si fece la pace, la quale non fu osservata,
ma furono mandati in esilio tutti i sopraddetti con grandissimo numero
d’altri cittadini.
Tornato Cosimo, crebbe in assai riputazione; ed acciò che a lui ed alla
sua setta non avvenisse a tempo d’una nuova signoria quello che era
avvenuto a’ suoi avversarii, arse le borse del vecchio squittinio e,
fatto il nuovo, le riempiè di uomini della sua setta, e specialmente
di persone nuove le quali, per mantenersi in stato, avessino a
dependere da lui. E così mentre che egli durò in vita, riprese più
volte autorità nella repubblica, essendo prorogata sempre la balía
alla sua setta; e più volte fece nuovi confinati, e sempre de’ più
qualificati cittadini della città, per assicurarsi. Successe Piero suo
figliuolo, governandosi con le medesime arti, ma non con la medesima
virtù e felicità; sì che ebbe assai travagli, e fu abbandonato da gran
parte de’ suoi seguaci, i quali non volevano che la balía cuntinuasse
in pochi cittadini; nè che il magistrato de’ signori Priori e de’
Collegi fusse fatto per quegli che ne aveano autorità dalla balía, che
volgarmente si chiamavano gli Accoppiatori, il quale magistrato era
stato deputato a tempo di Cosimo. Vennesi per tanto all’armi l’anno
1466, e della parte avversa furono capi M. Luca Pitti, M. Diotisalvi
Neroni e Niccolò Soderini; ma per intercessione de’ religiosi ed altri
buoni cittadini, si posaro l’armi e si fece la pace, la quale punto
non fu osservata: perchè Piero, avendo ripreso le forze, s’imparentò
con M. Luca; e gli altri sopradetti con i loro seguaci furono mandati
in esilio; e fu tanto breve l’osservanzia della pace, che mentre
si celebravano gli officii divini e facevasi una grande e solenne
processione, per rendere grazie a Dio della fatta pace, dai fautori di
Piero de’ Medici erano fatti prendere ed incarcerar molti delli loro
avversarii. Onde per tali accidenti confermò Piero lo stato, e, rimosso
il rispetto de’ suoi emuli, crebbe in maggiore riputazione che il
padre.
Rimasono di Piero duoi figliuoli, Lorenzo e Giuliano, i quali furono
assaltati l’anno 1478, da una congiura della famiglia de’ Pazzi e
Salviati ed altre case nobili; onde in tanto travaglio rimase ferito
Lorenzo e morto Giuliano, il quale lasciò un figliuolo naturale, nato
dopo lui, chiamato Giulio, il quale fu, poi, Papa Clemente VII.
Il prefato Lorenzo fu capo dello Stato, con maggior autorità che alcuno
de’ suoi passati; perchè, mediante la morte di suo fratello, emulo
della sua grandezza; e per la rovina dei Pazzi ed altri nobili, rimase
libero più che mai da ogni opposizione de’ grandi cittadini: sicchè
l’adversità e l’empito della fortuna lo condussono a maggiore altezza.
Così visse insino all’anno 1492, e lasciò tre figliuoli di Madonna
Clarice degli Orsini sua donna: Piero e M. Giovanni già cardinale, che
fu poi Papa Leone, e Giuliano il quale fu padre naturale di Ipolito
Cardinale de’ Medici. Piero sopradetto, dopo la morte del padre, tenne
lo stato fino a dì 9 di novembre 1494, nel quale tempo fu cacciato
di Firenze egli ed i fratelli; primieramente perchè, arrogandosi la
famiglia de’ Medici ogni dì maggiore autorità, cominciava già ad essere
molesta ancora alli suoi seguaci medesimi; secondariamente perchè
detto Piero, per essere di natura altiero, ed altri suoi poco civili
portamenti, era diventato universalmente grave ad ogni uno. Ma quello
che diede occasione alla sua rovina, fu la venuta del re Carlo VIII
in Italia, allo acquisto del regno di Napoli; e la cagione principale
fu lo sdegno grande che prese la città, che detto Piero avesse dato le
fortezze di Pisa e Livorno, Pietrasanta e Serezzana in potere del re;
onde era seguita la ribellione di Pisa e più altri luoghi.
Perchè è da sapere che lo Stato de’ Medici, dall’anno 1479 fino a
quel tempo, era stato sempre in lega con il re Ferrando di Napoli
e suoi successori, a defensione degli Stati; e così aveva congiunto
con esso le forze, per opporsi alla venuta de’ Francesi. Ma dopo la
rotta la quale ebbono i Ragonesi a Rapale, Piero detto fu mandato
dallo Stato ambasciatore al re con altri cittadini sino a Pontremoli,
per placarlo; e così si gettò in grembo al re; e per riconciliarlo ed
assicurarlo, li dette in poter suo ed in pegno le sopradette fortezze,
senza consentimento de’ suoi compagni oratori e della Signoria; perchè
i castellani che le tenevano, a sua complacenzia le consegnorno a’
mandati del re, secondo che a lui fu grato. Per la qual cosa, essendo
poi detto Piero tornato; e visitato il sopradetto dì, da mattina, la
Signoria; e tornando dopo mezzogiorno per riferire e dare conto, dopo
le cose fatte, secondo che prima aveva detto che farebbe; ma in verità
(come poi s’intese) per insignorirsi del palagio; ed, o per forza o
per amore, inducere la signoria a fare parlamento, e dare nuova balía
ai suoi amici e confidenti, come altre volte s’era usato di fare; non
fu ricevuto in palazzo, ma da’ Collegi, per ordine de’ Signori, li fu
chiuso la porta sul volto: e così, sollevandosi tutto il popolo, ed
egli vedendosi abbandonato dagli amici, el medesimo dì con ambedue i
fratelli se ne andò fuora di Firenze e si ridusse a Bologna.
La Signoria, quattro giorni avanti che Piero tornasse dal re, avea
mandati a sua Maestà nuovi ambasciatori, la quale era in Pisa, per
farla amica della città; e fra essi fu Frate Jeronimo da Ferrara
dell’ordine de’ predicatori osservanti, che essendo venuto in Fiorenza
l’anno 1488, aveva separati dalla congregazione di Lombardia circa
quaranta frati, ed aveva riformato in più vera osservanza il convento
di San Marco di Firenze e di San Domenico di Fiesole; e dato principio
a quella Congregazione di Toscana che, poi, fu per lui e per gli
altri moltiplicata, ed ancora dura; perchè era riputato uomo di santa
vita, molto dotto e grande predicatore; e perchè, sino avanti detto
tempo, esponeva la Scrittura, interpretando le profezie, e predicando
la rinnovazione della Chiesa, aveva grande audientia; e perchè chi
ode volentieri le cose nuove, pare che le desideri ed appetisca. Era
costui, fino al tempo di Lorenzo de’ Medici, chiamato il predicatore
de’ disperati e malcontenti; perciò che sempre pare che così fatti
uomini, come desiderosi delle novità, sieno più inclinati alla
curiosità delle cose future; e l’opinioni che di lui s’avevano erano
molto diverse. Andarono gli ambasciatori e, mediante l’opera del detto
Frate che ancora da parte di Dio lo[511] riprendeva e persuadeva, lo
placorono. Così fu ricevuto in Fiorenza onoratamente; e si feciono seco
i capitoli dell’accordo; e tra l’altre cose si dispose che, dopo lo
acquisto di Napoli, dovesse rendere tutte le fortezze ai Fiorentini;
nel quale maneggio d’accordi non è da tacere un animoso detto e fatto
di Piero di Gino Capponi, uno de’ sindachi deputati per la città a
trattare le convenzioni con la sua maestà. Essendo nato certo disparere
tra le parti, perchè i sindachi non volevano consentire a certe
condizioni, il re si rizzò da sedere e, venuto in collora, disse:
se voi non volete essere contenti, io farò dare nelle trombe; ed il
sopradetto Piero senza rispetto gli rispose; e noi faremo dare nelle
campane; e così dicendo, strappò in più parte i capitoli che aveva in
mano, e, partendosi in fretta colli compagni, fu richiamato; e così
fu conchiuso l’accordo, e sua Maestà n’andò alla volta del Regno di
Napoli.
Dopo la partita di Piero, e poichè il re si partì da Firenze, per
vigore di legge fatta per la via del Parlamento, erano stati creati 20
cittadini con piena autorità e balía da dovere durare uno anno; per
riformare la città di nuovo governo, la quale dopo la partita del re
era intenta ad un tale effetto. Ma, per li dispareri de’ cittadini,
erano in grande confusione; perchè i nimici de’ Medici temevano che
quella fazione non ripigliasse le forze, e gli amici temevano di non
essere rovinati dagli avversari, ordinandosi qualche così fatta forma
di governo, che quegli vi avessero entro maggiore parte di loro;
e così, durando lungamente in tal contrasto, era necessario che si
venisse all’armi, e che una parte distruggessi l’altra con totale
rovina della città.
Ma, come dispose la divina bontà, le predicazioni e conforti del
soprannominato frate furono di tal efficacia, ch’egli persuase la
concordia e la pace universale fra’ cittadini, ed un modo di governo
comune a tutti; e così fu creato il Consiglio Grande, con altri
ordini in buona parte a similitudine di quello di Vinegia; nella quale
ordinazione, circa i particolari, si disse in quelli tempi, che molto
era stata utile l’opera di Pagolo Antonio Soderini il quale, poco
avanti, era stato Ambasciatore appresso quella illustrissima Signoria.
Alle medesime persuasioni del Frate, il quale continovò sempre il
predicare, si fece la pace universale fra i cittadini; la legge della
oblivione delle ingiurie pubbliche e private; la legge dello appello
delle sei fave, cioè che dalle deliberazioni della Signoria contro
a’ cittadini beneficiati ed atti al governo, i quali sono simili e
proporzionati a quella generazione de’ cittadini che propriamente
in Vinegia si dicono gentiluomini, si potesse appellare al Consiglio
Grande. E per le sue persuasioni ancora, l’officio della Balía rinunciò
innanzi all’anno; lasciando la loro autorità liberamente al Consiglio
creato da loro, come di sopra è detto. Furono finalmente fatte più
leggi per riformare la città di buoni costumi; regolossi la superfluità
degli ornamenti delle donne massime e de’ fanciulli; ed altre cose
utili per la città e secondo la religione; provedessi ancora per legge,
sotto gravissima pena, che non si potesse fare più parlamento, e che
ogni autorità finalmente resedesse nel Consiglio, quanto ad ogni parte.
Fu similmente ordinato il Consiglio de’ Richiesti o vero degli Ottanta,
nel quale Consiglio con Signori e Collegi insieme, si facessino le
elezioni degli ambasciadori e commessarii; s’approvassino le condotte
de’ soldati, fatte dal magistrato de’ Dieci della guerra; e così
s’approvassino tutte le provisioni e leggi avanti che si proponessino
nel Consiglio Grande. In questo tale Consiglio medesimamente si
praticavano e deliberavano la guerra e la pace, le triegue e le
confederazioni, e simil cose appartenenti al governo della repubblica.
Dopo l’acquisto del reame di Napoli, l’anno 1495, tornando il re Carlo
verso Firenze per passare in Lombardia e tornarsi in Francia, la città
fece gran provvedimento di gente; nondimeno, per non correre quelli
pericoli i quali aveva prima corso, alloggiando sì grosso esercito,
li rimandò ambasciadori e con essi il sopradetto Frate Jeronimo,
a domandarli che non passasse da Firenze, e la restituzione delle
fortezze. Così se ne andò per la maremma di Siena e di Pisa, e le
fortezze promesse rendere, poi che fusse tornato in Francia, il che
poi non fece; allegando volere tornare in breve tempo in Italia, per
racquistare il regno il quale già s’era ribellato; onde, prorogando
e differendo (perchè la Italia aveva già mutato faccia), le fortezze
furono date per danari a diverse persone, da quelli che le tenevano:
cioè a’ Genovesi, Lucchesi e Pisani, i quali Pisani subito alla venuta
del detto re s’erano ribellati; e così fallì il re doppiamente le
promesse fatte a’ Fiorentini, una volta in Firenze e l’altra in Siena
a’ detti nostri ambasciadori.
L’anno 1497 seguente si trovò la città in grandi travagli, sì perla
guerra di Pisa venuta in protezione de’ Viniziani, sì per l’insulti
di Piero de’ Medici il quale, d’aprile l’anno del 1496, venne
inopinatamente sino alle porte con molti cavalli, con le forze degli
Orsini ed altri amici, e tornossi indietro senza frutto, non truovando
quella disposizione la quale da alcuni suoi amici gli era stato
persuaso; e così ne’ medesimi tempi o poco poi, la città fu molestata
in Romagna ed in Casentino da’ Veneziani, e talora dal Duca di Milano
per tirare quella nella lega.
Aveva predicato il sopraddetto frate Jeronimo, quasi continovamente
nella città sino alla quaresima dell’anno 1497, secondo l’uso
fiorentino; e benchè avesse giovato assai a’ buoni costumi, aveva
provocato a sdegno Papa Alessandro, perchè predicava la rinnovazione
della Chiesa, e parevagli che troppo acerbamente riprendesse i mali
deportamenti degli ecclesiastici; onde ne fu scomunicato con tutti
i suoi auditori, per la qual cosa la riputazione li mancava. Ma la
cagione principale alla sua rovina fu, che avendo fra Domenico da
Pescia suo compagno, detto in pergamo ch’era apparecchiato ad entrare
nel fuoco a confermazione della verità delle cose predicate da frate
Jeronimo, con qualunque persona che sostenesse il contrario; fu trovato
un frate di san Francesco osservante fiorentino, il quale si offerse:
ed essendo finalmente condotta in piazza, ove era ordinato il fuoco,
l’una e l’altra religione, si consumò il tempo in controversia e
cavillazioni; dicendo il frate minore che credeva avere ad ardere,
perchè non era certo della verità; e fra Domenico voleva, entrando
nel fuoco, portare il corpo del nostro signore; la quale cosa i
minori negavano, dicendo che, ardendo quello, ancora che fusse cosa
naturale, ne seguiterebbe scandalo nella fede: per questi dispareri
pertanto non seguì l’effetto. Onde per queste e simili cagioni,
presono gli adversarii animo ad offenderlo, e gli amici lo perderono
al defenderlo; in tanto che la domenica dell’Olivo, la gioventù che
aveva massime dispiacer del predicare del frate, come a’ suoi modi
del vivere contrario, e massime una certa sorte e compagnia di giovani
nobili chiamati i Compagnacci, presono l’armi e andarono a San Marco,
seguitati da gran parte della plebe e da chi gli era contrario; e
combatterono la chiesa, la quale era difesa da molti de’ suoi seguaci,
insino a tanto che la Signoria vi mandò suoi commessari, ai quali Frate
Jeronimo si rendette, e fu menato in Palazzo insieme con Fra Domenico
da Pescia e Fra Silvestro fiorentino.
Papa Alessandro, udita la novella, si riconciliò con la città e mandò
subito un suo commessario, il quale esaminò e tormentò più volte detti
frati, e publicò i processi che appariscono; e finalmente a dì 23 di
maggio 1498, essendo stati publicamente digradati, furono impiccati ed
arsi sulla piazza, e la cenere gettata in Arno.
Nel medesimo dì che fu tale esecuzione, quelli che avevano perseguitato
frate Jeronimo, perchè si trovavano l’armi in mano, e gli avversari
erano sbattuti, pensorono di mutare lo stato; ma confidando di poter
ciò fare altra volta, per non mostrare di avere rovinato il Frate a tal
effetto, se ne astennero, ed altra volta mancò loro l’occasione. Ove
è da notare, che tutti quelli e’ quali senza simulazione credevano al
Frate, tutti amavano di necessità lo stato universale come introdotto
e persuaso da quello, e fussero stati di qualunque fazioni si volessi
per il tempo passato. Ma quelli ch’erano inimici del Frate, cioè che
non gli prestavano fede, non erano già di necessità tutti inimici di
quello governo; conciò sia che la maggior parte degli avversari de’
Medici amasse il Consiglio, ancora che non credessino al Frate; e tali
erano gli umori che allora vegliavano in quella città, della quale non
si potriano intendere le azioni, se non vi si fussino manifestati i
fondamenti e principii di quelli.
Nel detto anno del 1498 si mandò il campo a Pisa con infelice
avvenimento; fu poi travagliata la città da’ Vitelleschi con ribellione
di terre; e finalmente l’anno 1501 molestata dal Duca Valentino e da’
medesimi Vitelleschi; onde seguirono altra volta le ribellioni d’Arezzo
ed altre terre. Ma, ritirandosi da parte il Valentino, ad istanzia del
re Luigi XII col quale la città era confederata; si ricuperò in pochi
mesi ogni cosa col favore del medesimo re, secondo la capitulazione.
L’anno 1502 parve alla città che fosse utile creare il Gonfaloniere di
Giustizia a vita, ammaestrata dai disordini passati; e così fu creato
messer Piero Soderini, uomo per la sua integrità e virtù degnissimo
di ogni loda. Nel magistrato di costui si riordinò molto la città,
risecando le spese e facendo vive le entrate, e riebbesi Pisa e le
altre cose perdute, eccetto Serezana.
L’anno 1512, papa Giulio, riputandosi offeso dalla città e massime dal
Gonfaloniere, per avere ceduta ad istantia del re, la città di Pisa al
Concilio il quale si gli era ordinato contro; per tirare la città nella
lega seco e col re cattolico, mandò a’ danni di quella il Cardinale de’
Medici suo legato, con Don Ramondo di Cardona e lo esercito spagnuolo
il quale prese e saccheggiò la terra di Prato. Per la quale cagione
si cominciò trattare e conchiudevasi l’accordo; ma alcuni cittadini,
l’intenzione de’ quali era il mutare lo Stato, trassero di Palazzo
per forza il sopradetto messer Piero Soderini, e rimisseno i Medici in
Firenze, con condizione che avessero a riavere e’ loro beni e vivere
privatamente come gli altri cittadini; e così si conchiuse la lega
ed il governo non fu alterato, se non che in luogo di messer Piero
Soderini fu fatto Gonfaloniere Giovambattista Ridolfi uomo nobile e
molto riputato, e così seguitavano le cose, se i fati non avessino
disposto altrimenti.
Ma a dì 11 di settembre 1512, il Cardinale de’ Medici e Giuliano,
con il favore de’ soldati e loro seguaci, contro alla data fede,
armata mano occuparono il Palazzo e costrinsero la Signoria a fare
parlamento; e così presono il governo della città, amministrando la
repubblica in quello modo che aveva fatto Lorenzo loro padre, sino
a tanto che detto cardinale il seguente marzo fu creato Papa Leone
X, e rimase nel governo Giuliano il quale, poco poi, essendo stato
fatto capitano della Chiesa, lasciò capo dello Stato Lorenzo, che fu
figliuolo del soprannominato Piero de’ Medici loro maggiore fratello;
al quale Lorenzo, Leone dette il ducato d’Urbino; e morendo[512] lasciò
dopo di sè Alessandro suo figliuolo naturale, a chi papa Clemente
dette lo stato di Firenze: e così lasciò una figliuola legittima di
ottima indole e molto amabile, che fu donna del secondogenito del re
di Francia, Enrico duca d’Orliens. Ma perchè le azioni di Clemente
sono fresche alla memoria degli uomini, non mi accade distenderle più
avanti.