_Carità verso il prossimo quanto essenziale al cristiano, e
massimamente nelle calamità d’una peste. Obbligazione de’
secolari in tempi tali di soccorrere il prossimo. Varie maniere
di esercitare la carità. Confraternità della misericordia. Lode
di chi assiste alla cura de’ suoi parenti infermi._
Sempre siam tenuti ad avere in noi la regina di tutte le virtù, cioè la
_carità verso Dio e verso il prossimo nostro_, e ad esercitarla secondo
le occasioni; ma nessun tempo ci è, in cui sia più da accendersi in
noi e da praticarsi questa celeste virtù, quanto ne’ tempi della
pestilenza. Allora il bisogno della repubblica e dei privati suol
giungere al sommo; e però il dar loro quel soccorso che ognuno può
secondo le forze e il grado suo, non è per lo più solamente una lodevol
cosa, ma è anche un’obbligazione precisa, ed obbligazione non solo
di cittadino, ma ancora di cristiano. Tutti siam tenuti a difendere
ed aiutare la patria nelle necessità, per un patto stabilito dalla
natura e dal diritto delle genti, allorchè entriamo nella società degli
altri uomini. Ma molto più, e più largamente fu, ed è imposto a noi
questo debito dalla legge santissima di Cristo, legge a noi mandata
dal cielo, spezialmente per introdurre e dilatare fra gli uomini lo
spirito della carità. Nulla più ci comanda, o ci raccomanda il nostro
divino Salvatore e maestro, per bocca sua e degli apostoli suoi, quanto
l’amar Dio, e dopo Dio l’amarci l’un l’altro, l’aiutarci, e il mettere
anche la vita nostra in soccorso de’ nostri fratelli, sì se vogliamo
distinguerci dalle bestie irragionevoli, dai gentili e dai pubblicani.
E il suo santo apostolo Paolo scrive che potremo forse avere molte
e molte virtù, e divozioni; ma che se non avremo ancora, e in primo
luogo, la carità, noi non saremo niente buoni e nulla faremo di bene;
perciocchè in questa virtù è riposta l’essenza, non che la perfezione
della vita cristiana. Amare Iddio, e amare il prossimo per amore di
Dio, sono i due precetti massimi della nostra santa legge, e chi gli
eseguisce sarà salvo, sarà beatissimo. Il perchè, ben considerate
le angustie, alle quali in tempo di peste è soggetta la patria e il
prossimo nostro, ognuno dee allora maggiormente ravvivare in sè le
fiamme santissime della carità, e fissarsi bene in mente e in cuore che
quello è più che mai il tempo di farsi conoscere per buon cittadino
alla patria, e per vero seguace e discepolo di Gesù all’afflitto
prossimo suo. Divozione più accetta a Dio in que’ tempi, nè che tanto
possa impegnare la divina sua misericordia a preservarci illesi, anche
in mezzo agl’infermi e ai cadaveri, non ci è, quanto questo applicarsi
alla carità verso la patria e verso i nostri fratelli, con far del bene
e porgere aiuto, per quanto sarà in nostra mano, ai corpi e alle anime
loro.
Da questi principj deriva l’obbligazione che hanno i nobili cittadini,
e i meglio stanti di far certe guardie ed ufizj che non possono farsi
dai poveri e dagli artigiani, perchè intenti a guadagnarsi il vito, e
che debbono farsi da gente piena d’onore, la quale si presume incapace
di lasciarsi corrompere. Quindi anche viene l’obbligo de’ medici,
cerusici e d’altre persone, di assistere allora in persona ai bisogni
del pubblico. Chi fa questo, senza fallo esercita un atto di nobile
carità cristiana; e indirizzando a Dio l’offerta di tali sue fatiche
in pro del suo prossimo non si può dire quanto sia per dar gusto al
nostro comun padre Iddio. Tutti gli altri poi, se hanno sentimenti di
vera carità verso Dio, debbono anch’essi in qualche altra guisa porre
in opera la carità verso il pubblico e verso i privati, impiegandosi o
colla persona o colle facoltà, e meglio poi se in tutte e due queste
forme, per sovvenire agli altrui bisogni. È incredibile la spesa
che allora dee fare un comune. E come farla, se mancassero i fondi
e l’erario del pubblico, e non soccorressero i cittadini? Bisogna
allora alimentar tutti i poveri, mantenere i lazzeretti, provvedere
agli altri infermi, pagar medici, cerusici e tanti altri o ufiziali o
serventi. Mille altre cure ed impensati aggravj si debbono sostenere,
uno però dei quali non vo’ lasciar di accennare, cioè, che non pochi
degli operai, degli artigiani e de’ servitori restano allora senza
traffico e senza padroni che li licenziano, riducendosi con ciò alla
mendicità e per conseguente al bisogno di essere nutriti dal pubblico.
Ora in tali casi non è solamente un consiglio, ma è un precetto
chiaro chiarissimo della dottrina cristiana, registrato da tutti i
teologi che cadauno, secondo la sua possibilità, ha da concorrere al
mantenimento degli altri cittadini bisognosi e impotenti a guadagnarsi
il vitto in sì miseri tempi, ed è tenuto in coscienza a contribuire
in aiuto altrui il suo superfluo, e talvolta ancora parte di ciò che è
a lui necessario, se fosse in urgente ed estremo pericolo di morir di
fame e di stento uno de’ nostri fratelli in Cristo. Anzi in sì gravi
bisogni hanno i maestrati da fare quanto possono di bene, e usare gran
carità insino ai poveri Giudei, creature anch’essi di Dio e prossimi
nostri. Santamente fecero in Roma nel contagio del 1656 que’ maestrati
nell’aiuto che diedero anche agl’infelici Ebrei, fra i quali poi fu
osservata, per attestato del cardinal Gastaldi, questa carità, cioè che
quei d’altre città d’Italia sane spedirono non leggieri soccorsi di
danaro all’università appestata degli Ebrei di Roma. Sicchè chiunque
ha viscere di carità cristiana e stimolo d’onore, come può essere
che potendo soccorrere non soccorra al miserabile e compassionevole
stato di tanti suoi concittadini, che non per loro colpa, ma per la
costituzione del tempo, si veggono esposti ogni momento a morir di
fame o pure di peste, e a cagion della loro miseria? Perduto è quello
che si dona al lusso e ai peccati: non è così di ciò che s’impiega in
sollevare le altrui calamità. Prescindendo anche dalla legge cristiana,
non ci può essere secondo le leggi del mondo azione più gloriosa ed
eroica che il sovvenire ai bisogni della patria e del prossimo. Quanto
più dunque dovrà ciò farsi da chi seguita Cristo, il quale nel dì del
giudizio null’altro più dimanderà agli uomini, quanto se abbiano usata
carità e misericordia verso dei bisognosi? Oltre a ciò egli ha detto
in S. Giovanni al cap. XIII, 35 (e ce ne abbiam da ricordare tutti, e
sempre) che un distintivo d’essere vero cristiano e suo buon seguace,
consiste nell’amarci l’un l’altro. _In hoc cognoscent omnes, quia
discipuli mei estis, si dilectionem habueritis ad invicem._ E questo
santo amore, senza il quale non saremo riconosciuti nè dagli uomini,
nè da Dio per veri cristiani, non ha già da essere un amor di sole
parole, ma un amore di fatti; e ce ne avvisò il suo diletto discepolo
Giovanni nella epist. I, cap. III, 18, con quelle parole: _Filioli
mei, non diligamus verbo, neque lingua, sed opere et veritate._ Cioè:
_miei cari figliuoli, amiamoci non colle parole, e colla sola lingua,
ma colle opere e colla verità._ Certo poteva il Signore Iddio fare
che chi ora è comodo e ricco, nascesse, e durasse per tutta la sua
vita nel numero dei pezzenti e del povero volgo. Non l’ha fatto per
sua bontà. Ora che ingratitudine non sarebbe mai, se in così evidente
incredibile necessità i benestanti non sovvenissero col superfluo loro
ai bisogno e ai guai dell’infelice plebe? Questa giustizia l’esige Dio;
questa gratitudine l’aspetta quel benefico Signore da tutte le persone
comode, e da quel remuneratore potentissimo ch’egli è; non mancherà
poi di ricompensarla con centuplicata mercede in terra, difendendo
spezialmente la vita dei caritativi, e poi d’infinitamente premiarla,
quando a lui piacerà, nel suo beatissimo regno.
La carità è ingegnosa allorchè ci sta nel cuore; e però sarebbe
superfluo l’insegnar qui ad alcuno, come si debba o si possa giovare in
tempi di peste al prossimo nostro. Dirò nulladimeno che primieramente
bisogna di buon cuore concorrere alle collette, che facesse il pubblico
di letti, biancherie, legnami, vettovaglie, danari, ecc. Girolamo
Previdello, legista reggiano, nel suo Trattato della peste tiene con
Baldo, che nessuna persona, quantunque privilegiatissima, sia scusata
da queste collette e nè pure gli ecclesiastici, i quali però s’intende
che debbono essere regolati in questo dai loro prelati. Poscia sarà un
bell’impiego della carità il ritenere per amore di Dio que’ servitori
che già si avevano in casa, senza ascoltare l’interesse o la politica
del mondo che forse in quelle strettezze e timori consiglierebbero
il licenziarli. Diventerà ancora assai meritorio presso a Dio il dare
allora (senza che se ne abbia bisogno) da lavorare ai poveri, acciocchè
si guadagnino il pane, ad oggetto appunto di far loro del bene; perchè
se ben paresse agli occhi del mondo interessata questa azione, pure
agli occhi di Dio comparirà per un atto di lodevol carità. Chi poi
prendesse ad alimentare allora alcuni determinati poveri (e i parenti
spezialmente, se ne avessero bisogno) scaricando i conservatori del
pubblico dal peso d’essi, e dandone loro contezza, acciocchè non
cogliesse tal gente anche la limosina altronde; certo è che di lunga
mano più inviterebbe sopra di sè le benedizioni di quel gran Dio che
ama e consiglia tanto la beneficenza verso il prossimo. Molto più si
farebbe, ricoverando povere fanciulle rimaste orfane, e perciò in
pericolo di perdere l’onestà e la vita, e il vescovo spezialmente
accudirà e farà accudire a questo, con provveder poscia dopo la
peste, per quanto potrà, al sostentamento e all’asilo di quelle che ne
avessero bisogno. Che se il Signor Iddio preserva qualche terra o parte
del paese, hanno gli abitanti d’essa da tenere sempre davanti agli
occhi le calamità de’ vicini infetti, e inviar loro quell’ajuto che
possono. Queste son divozioni sode, perchè la carità è la principale
delle virtù e la regina delle divozioni. In una parola, con danari,
vettovaglie, mobili, medicamenti, ecc., si può allora porgere soccorso
al bisogno e alle infermità altrui; e il non porgerlo per timore che
possa poi mancare un giorno a sè il bisognevole, sarà talvolta un poco
fidarsi di Dio, e un consigliarsi colla sola avarizia e col troppo amor
di sè stesso. Se non faremo allora del bene al prossimo, quando poi
vorremo noi fargliene?
E perciocchè alcuni appunto ci sono che in tempi di pestilenza credono
che loro debba mancar la terra sotto i piedi, e non si saziano d’unir
vettovaglie, quasichè il cattivo influsso avesse a durar degli anni;
anzi si trovano di quelli che sol pensano a far traffico e guadagno
delle disgrazie altrui, dovranno i parochi e predicatori raccomandare
anch’essi a tutti, sia chi si voglia, il non nascondere e non incarire
i grani, essendo obbligo di peccato grave il vendere allora e a giusto
prezzo, l’annona superflua al bisogno suo. Troppo è facile in sì fatte
congiunture che la povera gente muoia di fame e di disagio. Uniscasi
appresso coi magistrati il vescovo zelante, per adunar limosine e
apprestare ogni aiuto al prossimo, studiandosi, se mai si potesse,
di raccogliere in un luogo solo tutti i mendicanti, e di alimentarli
ivi, siccome ancora d’impiegare in varj ministeri, necessarj allora al
pubblico, le persone che restassero senza padroni, o senza mezzo di
procacciarsi il vitto coll’arte ed impiego loro consueto. Tanto pur
fece S. Carlo, concorde coi maestrati nella peste di Milano, avendo
egli procurato un luogo fuori della città a tre o quattro cento di
questi poveri artisti e servitori sfaccendati, con alimentarli dipoi
e farli regolare come se fossero stati entro d’un monastero. Oltre al
soccorso ch’egli contribuiva del suo, inviava poi gli stessi poveri
ordinati in ischiere per le vicine terre, cantando le Litanie ed altre
orazioni col crocifisso avanti, per eccitar maggiormente i fedeli a
far loro larghe limosine. E perchè venuto il verno, non si trovava
provvisione per vestirli e difenderli dal freddo, non potendo sofferire
il pietoso padre di vederli patire, trovò finalmente un buon partito,
che fu di pigliare tutte le tappezzerie, portiere, padiglioni e quanti
altri panni e drappi egli aveva in casa, non riservando per sè e per la
sua famiglia, se non da mutarsi una volta; e questi panni e drappi di
varj colori fece convertire tutti in vesti per quei poverelli. A tanto
ancora si ridusse il santo e caritativo cardinale che si privò infino
del proprio letto per soccorrere alle necessità del suo dilettissimo
popolo.
Dovrà dunque il vescovo tener conto esatto di tutti quelli che avran
bisogno d’aiuto, inchiudendo in questo numero anche i monasteri ed
ogni altro ecclesiastico povero, per provvedere a ciascuno, secondo
che potrà il meglio, anteponendo sempre i più miserabili e bisognosi
agli altri. A questo effetto sarà non solo utile, ma ancora necessario
l’instituire una pia confraternità, che si chiamerà _della misericordia
o della carità_, o pure instituirne molte, cioè una per quartiere,
ufizio di cui sia il visitare i poveri e gl’infermi, e l’invigilare
ai lor bisogni, l’avvisarne i deputati e il raccogliere limosine di
danari, farine, pane, vino ed altri commestibili, o pur di biancherie,
vesti, mobili, ecc., per poi distribuirle ai lazzeretti, ovvero ai
bisognosi della città e de’ quartieri, e per mantener loro medici,
cerusici, spezieria, ecc. Medesimamente si arroleranno a questa divota
compagnia tutti quegli dell’uno e dell’altro sesso, che, animati dallo
spirito di Dio con particolar vocazione, si offeriranno al servigio
degli appestati e de’ lazzeretti. Nella pestilenza che accadde a’
tempi di S. Cipriano in Cartagine, per quanto narra Ponzio Diacono,
il santo vescovo esortò ognuno agli ufizj della carità, in maniera
che tutto quel buon popolo infervorato si accinse ad aiutarsi l’un
l’altro. Appresso _distributa sunt continuo pro qualitate hominum atque
ordinum ministeria. Multi, qui angustia paupertatis, beneficia sumtus
exbibere non poterant plus sumptibus exibebant, compensantes proprio
labore mercedem divitiis omnibus cariorem_. Non si ammetteranno però se
non persone che sieno dabbene, e dalle quali si possa ragionevolmente
sperare fedeltà e carità. Ogni paroco descriverà nella sua parrocchia
quei che si esibissero a questo santo impiego, e ne darà nota al
vescovo, il quale secondo le occorrenze destinerà loro gli impieghi.
Leggiamo del suddetto S. Carlo che osservatasi dalle finestre
dell’arcivescovato una fanciulla, poco lontana dallo spirar l’anima, a
cui la madre presente non osava accostarsi, nè porgere aiuto, il santo
Cardinale avendo egli medesimo veduto il misero stato della povera
figliuola, mosso a compassione di lei, fece chiamare una vergine di S.
Orsola, che già se gli era offerta per somiglianti bisogni, e la mandò
a soccorrere l’infelice moribonda. Entrò coraggiosamente la vergine in
quella stanza, e levando di mezzo a due fratelli morti l’agonizzante
zittella, la lavò e le fece altri fomenti, con che si riebbe, in
guisa che dopo varj altri ajuti fu condotta al lazzeretto e restituita
in perfetta sanità. Altrettanto fece nella peste di Lione del 1629,
per attestato di Teofilo Rinaldo, un’onesta e generosa vedova, per
nome Giovanna Mauris, che inteso esser morti di peste i genitori
d’un bambino lattante, corse in quella casa, e preso l’abbandonato
fanciullo, diede poscia a lattarlo ad una capra.
La distribuzione delle limosine si farà non dal paroco, ma dai capi
d’essa confraternità, o da altri conosciuti per molto fedeli e savj.
Che se il paroco dovrà farla egli, abbia in sua compagnia qualcuno
d’essi confratelli o altre persone timorate di Dio. E si ricordi
ai raccoglitori e distributori che sarebbe reo di colpa mortale chi
dispensasse, o ritenesse per sè tali limosine senza necessità, essendo
questo un rubare a quei che hanno vero bisogno. Dovrà poi il vescovo,
quando la necessità il richiedesse, permettere che s’impieghino in
sollievo de’ poveri alcuni legati annui, destinati ad altre opere
pie. Raccomandi ancora, se ne conoscesse il bisogno, ai maestrati e
deputati, di non lasciar mai abbandonato alcuno o sospetto o infetto,
finchè sia vivo, perchè il fare altrimenti è un’indicibile crudeltà.
Di più raccomandi loro che per quanto si potrà, non impediscano che
i figliuoli ai genitori, i genitori ai figliuoli, e i parenti ai
parenti servano nell’infermità o nel sospetto di peste, essendo ciò un
ufizio di gran carità e pietà. Anzi accadendo pur troppo che allora
molti si avviliscano, e dimentichi delle leggi della natura e molto
più di quelle della carità, pensino a salvar solamente sè stessi nel
naufragio, senza badare nè al pericolo nè al bisogno de’ loro più
congiunti, sarà cura dei parochi e predicatori il raffrenare, per
quanto potranno, una tale mostruosità, con rappresentarne la bruttezza,
e con inculcare a tutti il debito della gratitudine, e i bellissimi
e santissimi insegnamenti della carità cristiana. Ci avvisa qui S.
Antonino che il non somministrare quando si possa agl’infetti le
cose necessarie al corpo e all’anima loro, _est contra charitatem,
humanitatem, et cristianam pietatem._ E giacchè il Signor Iddio (non
si può ricordare abbastanza) nel finale giudizio più d’ogni altra cosa
ci chiederà se avremo esercitate le opere della misericordia verso
il prossimo nostro, quanto più sarà inesorabile il suo sdegno contra
chi nè pure avrà aiutato i congiunti che noi più degli altri dobbiam
amare e soccorrere; e quanto più perdonerà il Dio della carità, e darà
premj di vita eterna a coloro che, coraggiosi e fedeli, senza lasciarsi
atterrire nè da pericoli, nè da incomodi, nè dall’aspetto della morte
terrena, avranno assistito con santa unione e pazienza alla cura e al
bisogno de’ lor genitori, figliuoli e parenti?
A questo proposito non sarà grave ad alcuno l’intendere ciò che scrive
uno degli antichi storici italiani, cioè Matteo Villani, il quale
descrivendo la spaventosa peste de’ suoi giorni, accaduta nel 1348,
così parla: _Tra gl’infedeli cominciò questa inumanità crudele che i
padri e le madri abbandonavano i figliuoli, e i figliuoli le madri e
i padri, e l’uno fratello l’altro e gli altri congiunti; cosa crudele
e maravigliosa, e molto strana della barbara natura, ma molto più
detestanda tra i fedeli cristiani, nei quali, seguendo le nazioni
barbare ed infedeli, questa crudeltà si trovò. Essendo cominciata nella
nostra città di Firenze, fu biasimato da discreti la sperienza veduta
di molti, i quali si provvidono, e rinchiusono in luoghi solitarj
e di sana aria, forniti d’ogni buona cosa da vivere ove non era
sospetto di gente infetta. Ma in diverse contrade il divino giudizio
(a cui non si può serrar la porta) gli abbattè come gli altri che non
s’erano provveduti_. _E molti altri, i quali si disposero alla morte
per servire i loro parenti ed amici malati, camparono avendo male; e
assai non l’ebbono, continuando, in quel servigio: per la qual cosa
cadauno si ravvide, e cominciaro senza sospetto ad aiutare e servire
l’un l’altro; onde molti guarirono; e guarendo erano più sicuri a
servir gli altri._ Anche Evagrio nel lib. 4, cap. 28, della Storia
narra che in una gran peste molti servendo ai suoi parenti malati,
benchè desiderassero anch’essi di morir con esso loro, pure non
s’infermavano punto. L’ordine poi della carità richiede che si aiuti
prima il padre e l’avolo che gli altri parenti; prima i figliuoli che
la moglie; prima i parenti che gli amici; prima chi è posto in estrema
necessità spirituale, che il costituito in sola estrema necessità
corporale. Finalmente per animar sempre più il popolo a soccorrersi
caritativamente in occasione sì propria e di sì grave bisogno, potrebbe
il vescovo far dare alle stampe cose pie, spettanti a simili calamità,
come un’omelia di S. Gregorio Nazianzeno, due sermoni di S. Gregorio
Nisseno intorno al soccorrere i poveri, un sermone di S. Cipriano della
mortalità, ed uno sopra la limosina, e così altre omelie del Crisostomo
e d’altri SS. Padri che inspirassero e dilatassero la santissima virtù
della carità ne’ fedeli, e tutte tradotte in italiano, affinchè il
latino non ristringesse il frutto a quei soli pochi che l’intendono.