_Rimedj curativi della peste. Nessuno specifico e sicuro finora
trovato. Periodo delle pestilenze in una città, principio, mezzo
e fine e lor diversi effetti. Medicamenti come trovati efficaci
in una peste e non in altre. Salassi e medicine solutive, rimedj
allora o pericolosi o nocivi._
Veniamo ora a trattar dei medicamenti e rimedj per curare chi è già
infetto, cioè preso dal morbo pestilenziale. Per tempo sono obbligato
anch’io ad intonare quella spiacevol sentenza, cioè: che non si dà
antidoto alcuno specifico, il quale per sua particular qualità sia
atto a preservare ogni persona dalla peste, e che molto meno si
dà alcun determinato rimedio per guarire chi è già colpito dalla
medesima. Perciò tutto quello che ha mai saputo pensare e suggerir
qui la medicina e la sperienza, consiste in certi rimedj generali per
espugnare la malignità dei veleni contratti e resistere alla putredine,
che per analogia possono anche servire contra la peste. Nè c’è da
maravigliarsene da che l’arte medica con tutti i suoi studj nè pure ha
trovato finora rimedj specifici a tanti altri mali e malattie di molto
minor importanza e malignità che non è il crudelissimo della peste.
Ora anche la curativa può ben vantare per questo morbo un’infinità
di rimedj, pubblicati già in varj ed assaissimi libri che trattano
della pestilenza; ma di nessun d’essi può dirsi con sicurezza: Questo
guarirà. Anzi è da por mente che tanto nella preservazione, quanto
nella cura ad uno gioverà un rimedio che nulla poi servirà ad un
altro ferito del medesimo male, perchè concorre il temperamento e la
disposizione interna delle persone a fare che sia giovevole ad uno
e inutile nello stesso tempo ad un altro il medesimo rimedio. Anzi
si osserva che alcuni medicamenti provati efficaci in una peste, non
servono poi in altre, essendo che quasi ciascuna peste ha qualche suo
proprio e particolar sintoma diverso da quei delle altre. Forse ancora
è avvenuto, ed avverrà, che un medicamento sia stato e sia per essere
utile tra i Franzesi, Tedeschi, Inglesi, ecc., e questo non riesca
poi tra gl’Italiani; oltre al vedersi che ce ne vengono proposti dagli
autori di quei che sono d’indole contraria per preservare e per guarire
dalla stessa stessissima peste; riflessioni tutte che rendono anche
me perplesso e timoroso nel trattar qui dei rimedj. Ma finalmente un
pessimo rimedio potrebbe essere il non voler nè pure tentare veruno di
tanti rimedj che veggonsi ancor qui lodati dai medici saggi.
Credono alcuni che non si trovi, se non tardi, rimedio alla peste,
e che appunto i contagi facciano tanta strage prima di cominciare
a cedere ai medicamenti, perchè non si giunge a scoprire il
proporzionato, se non dopo molte esperienze. Dissi che così credono
alcuni; ma non dirò già che sia certa questa opinione, perchè non ben
sussiste che tardi si trovi il rimedio; ma sussiste più tosto che non
si trova giammai. In qualsivoglia peste v’ha delle cose strane, la
cagion delle quali non si sa rinvenire, almeno con sicurezza, potendo
essa attribuirsi alle qualità meno o più fiere del male, alla buona
o rea disposizion dell’aria e de’ corpi, o pure a un complesso e
concorso d’altre sconosciute circostanze che la man di Dio unisce per
gastigare i cattivi e purgare la terra. Per altro son da avvertire
tre tempi diversi di qualsisia peste, cioè il principio, mezzo e fine.
Nel principio o sia nell’accessione di questo malore, un solo, o pochi
almeno saran quegli che porteranno la peste in una terra o città e la
parteciperanno a chi disavvedutamente con esso loro tratti. Costoro
quasi infallibilmente morranno o perchè non sarà conosciuto per tempo
il male, o i rimedj non avran forza, o nè pure s’applicherà loro alcun
rimedio essendo tutti sul principio d’un contagio pieni più di spavento
che non s’è all’arrivo d’un fiero esercito di nemici in paese disarmato
e che gode da gran tempo la pace. Se però conosciuto tal disordine,
con pronte ricerche e rigorosissime determinazioni, verranno scoperte
e serrate quelle case, e sequestrate persone e robe che possano aver
portata o contratta l’infezione, con separar le famiglie sospette dal
commercio degli altri, e si provvederà coi profumi alle case e robe
loro; la peste sarà soffocata e forzata a cedere e morire, potendosi
con ciò tuttavia preservare la Città, perchè il veleno non è peranche
invigorito, nè dilatato.
Il mezzo, o sia lo stato della pestilenza è quando essa ha preso
possesso delle città e scorre liberamente, atterrando chi le capita
alle mani, e facendo girar le carrette senza riposo. O sia che
allora l’aria stretta delle contrade s’imbeva tutta di quegli aliti
e vapori mortiferi, cagionando con ciò tanta carnificina; o sia che
difficilmente possano le persone, almen popolari, guardarsi allora
dall’ambiente o contatto di qualche aria, persona o roba infetta; o sia
in fine che il veleno pestilenziale si trovi allora nel maggior suo
auge, malignità e furore; certo è che in tale stato di cose i rimedj
non sembrano aver forza e difficilmente si veggono guarir gl’infermi.
Anzi è stato osservato che alcune persone, benchè si tenessero chiuse
nelle lor case, nè conversassero con alcuno, pure se per altri lor
disordini o casualmente venivano assalite da una febbre, non si
fermavano qui, perchè la febbre degenerava poscia in peste. Del pari
scrivono alcuni che altri mali spontaneamente allora si mutavano in
pestilenza: il che però potrebbe essere stato cagionato o dalla visita
di qualche medico, o da altre persone o robe infette, senza che se ne
accorgessero i poveri infermi. Nel fine poi, o sia nella declinazion
del contagio, il male così facilmente non si comunica, nè passa
dall’uno nell’altro della stessa famiglia, e gl’infetti facilmente
guariscono, riducendosi le morti a poco a poco in nulla. Può essere
che dopo avere il morbo perduto il suo pascolo con essersi perduta
tanta gente, venga egli meno, non già perch’esso manchi di malignità,
ma perchè manchi a lui la preda; ovvero che restando solamente in vita
quei che sanno ben difendersi o col ritiro o con altri preservativi,
e quei che hanno (e non son pochi) un temperamento talmente opposto
alla qualità del male che anche in mezzo agli appestati e senza alcun
preservativo, non ne risentono danno; può, dico, essere che il morbo
non trovi finalmente alcuno, sopra cui infierire; nè fomite o esca,
ove più attaccare il suo incendio; o non gliel lasci trovare il buon
governo de’ maestrati, i quali non ommettendo diligenza e premura
alcuna di profumi, sequestri ed altri mezzi, si studino di conservare
illesi quei che fin allora son campati.
Contuttociò non sembra nè pure improbabile che il veleno stesso della
peste possa andare a poco a poco smarrendo il suo vigore dopo alcuni
mesi di dimora entro d’una città, tanto che si lasci vincere o dalle
naturali forze dei corpi umani, o da quelle de’ medicamenti che dianzi
nel suo furore valevano poco o nulla. Anche il morbo gallico sul
principio e per molti anni, era quasi immedicabile o certo faceva dei
terribili danni. Va esso a poco a poco perdendo la sua rabbia, e si
lascia medicare con facilità, benchè la calata in Lombardia di tanti
eserciti dalla parte del Rodano ne abbia tornato ad inferocire alquanto
gli spiriti dal 1701 fino ai dì nostri, siccome ho inteso dire ad
eccellenti medici che l’hanno osservato. Non m’arrischierò già di dire
che passando il veleno pestilenziale da tanti in tanti altri corpi si
vengano a poco a poco a rintuzzare le particelle acute, fiammeggianti
e maligne che il compongono; perciocchè so che se da quella città,
in cui esso finisce, passerà ad un’altra fin’allora intatta, si
vedrà ch’esso ivi sarà quel vigoroso tiranno di prima. Ma dirò bene
che per un vento, il qual venga a soffiare in quella città, portando
seco o nitro o zolfo o altri effluvj e vapori, correttivi dell’aria e
contrarj al veleno pestilenziale che vien creduto da alcuni formato di
particelle d’arsenico o napello o aconito, questo potrà infiacchirsi,
e divenir tale che dia poi luogo ai medicamenti, o non sia ivi tanto
attaccaticcio, o non conduca sì facilmente alla fossa. Ovvero potrebbe
immaginarsi che tali venti e vapori, senza cangiar punto la qualità
di questo veleno, cangiassero la costituzion dell’aria e de’ corpi
umani di quella città, onde eglino da lì innanzi non sentissero sì
presto, nè provassero così fiero questo crudelissimo morbo, rendendosi
disposti a maggiormente resistergli. Così qualora accade che, contro
il costume ordinario, infierisca più una peste in tempo di verno che
di state, probabilmente ciò verrà de qualche pernicioso scirocco che
ostinatamente allora soffj, e con alterare e mettere in moto il sangue
e gli umori, faccia strada alle devastazioni del veleno pestilenziale.
La tramontana molte volte ha snervata o fermata affatto la peste. Guai
se da qualche cagione esterna, operante o nell’aria, o ne’ corpi,
o pure contro le particelle del fermento contagioso, non venisse
indebolito e finalmente estinto questo morbo: non si rimarrebbe esso
mai di fare strage nelle città finchè vi fosse popolo. E pure si sa
ch’esso dopo il periodo d’alcuni mesi per l’ordinario si estingue, e
che talvolta un improvviso gran freddo l’abbatte affatto.
Comunque sia, Bernardino Cristini scrive che nel contagio di Roma
del 1656 sul principio si adoperavano vari rimedi, ma indarno tutti.
Sospetta egli che non giovassero agl’infermi del lazzeretto, perchè
non erano ministrati al debito tempo dai serventi, impauriti dal
pericolo della morte; ed aggiunge che non si può esprimere qual fosse
il disordine dei cerusici; ma che nel progresso del male cominciò egli
con altri medici a far di belle cure e a guarir non pochi appestati.
All’incontro il cardinale Gastaldi nella descrizione di quella peste
medesima, ove egli sostenne la prefettura dei lazzeretti, attesta
essere stati di gran lunga più i guariti ne’ lazzeretti romani per
benefizio della loro natura che i risanati dal sapere e dalle ricette
dei medici. Quegl’infermi che aveano gagliardìa di spiriti vitali,
espugnavano il contratto veleno per mezzo di ascessi o sudori, effetti
tutti della loro benefica natura, benchè poi paressero ridonati
alla vita dal possente aiuto delle medicine; ed appunto anche senza
medicamenti guarirono molti dai buboni. Di più scrive egli essersi
conosciuto alle prove che niuno seppe trovare un vero e specifico
antidoto contro quella pestilenza; che i medicamenti giovevoli agli
uni, riuscivano poi nocivi ad altri; e che meno degli altri medici
conobbero o seppero medicare tal morbo quei che si credeano più
barbassori nella professione medica; e in fine che tanti bei rimedi
e consigli suggeriti dai libri de’ medici, o dalla loro viva voce,
o mandati anche dagli stranieri a Roma in soccorso di quella misera
congiuntura, più tosto portarono confusione che sollievo; e ancorchè
per avventura avessero giovato in altre pesti, in quella si trovarono
vani, e talvolta ancora dannosi.
Queste sono cattive nuove. Contuttociò non bisogna perdersi d’animo.
Certo io per me sono abbastanza persuaso (e di questo sentimento sono
anche tutti i medici, non ciarlatani nè ipocriti, ma galantuomini),
cioè che la guarigione de’ mali venga per lo più dalla natura, vera
medicatrice d’essi, qualora è alle sue forze permesso il fare le
separazioni ed espulsioni de’ cattivi umori, nel che consistono le vere
crisi. Ma credo ancora del pari che il dotto e giudizioso medico possa
contribuir molto alla salute degl’infermi, prescrivendo opportunamente
rimedj che aiutino i movimenti regolati della natura, e che in certo
modo la correggano se talvolta ella sceglie le strade non convenienti,
o pure se caccia fuori con disordine gli umori confusi e non peranche
ben separati. Perciò siccome può essere che alcuni medici romani si
facessero vento alla barba con troppa facilità nell’attribuire a sè
la guarigione di tanti, così può darsi caso che anche il cardinale
Gastaldi si dilungasse alquanto dal vero nell’ascrivere al solo
benefizio della natura ciò che ancora fu benefizio d’alcuni medicamenti
opportunamente dati e trovati buoni in quella occasione. Passiamo
dunque avanti per consultare ancor qui la medicina, di cui in fine,
non ostante tutta la sua incertezza e debolezza, si dee fare anche ne’
tempi di peste un gran capitale.
Ma prima d’accennare ciò che può essere utile, convien dire quello
che può nuocere. Il Mercati, il Mercuriale, il Foresti, il Massaria,
Zacuto Portoghese con altri insigni medici sostengono che si abbia da
cavar sangue nel principio del male agli appestati, mettendo mano a
vari raziocini e testi de’ medici antichi, e il Settala cita anche la
sperienza sua. Certo non è improbabile che in qualche peste ciò sia
stato di giovamento; io però inclino a credere che queste lodi del
salasso sieno procedute dall’osservazione di soli pochi casi che non
bastano a fissare una decisione legittima, o pure che s’esso giovò,
fu per cagione de’ sintomi e non della peste medesima; e però quando
non ne apparissero chiari da un’accurata inspezione i suoi buoni
effetti, quanto a me senza fallo non mi lascerei allora cavar sangue;
e quando la sperienza non gridasse in contrario, consiglierei anche
a tutti gli altri il non lasciarsi aprire la vena in casi tali: sì
se fanno conto della loro pelle. Un’altra folla d’eccellenti medici,
fra’ quali il Fracastoro, il Cardano, il Fernelio, il Platero, il
Salio, il Riverio, il Barbetta, il Doleo, il Sorbait, il Waldschmidio,
e per tacer di tanti altri, il celebre nostro Falloppio, asseriscono
che questo è un colpo mortale, recando non solamente ragioni e testi
migliori, ma anche la sperienza, vera maestra in simili dispute. Il
Falloppio scrive che nella lunga peste che dal 1524 durò in Italia
sino al 1530, morirono tutti coloro a’ quali fu cavato sangue; e
molti, che se ne guardarono, salvarono anche la vita. Anche il Pareo
interrogò una gran moltitudine di medici e chirurghi trovatisi nella
peste del 1565, che infestò quasi tutta la Francia, e n’ebbe per
risposta che nessuno campò dopo il salasso, risanati all’incontro
moltissimi coll’uso de’ soli alessifarmaci. Lo stesso fu osservato in
altre pestilenze dall’Andernaco, da Arrigo Fiorentino, dal Dodoneo,
Minderero, Hildano, Gesuero, Bauhino e da altri assaissimi rinomati
fisici, che per brevità tralascio. E per parlare de’ contagi più
recenti, abbiamo anche l’attenta osservazione del Diemerbrochio, il
quale ci assicura che chiunque ferito dalla peste de’ suoi giorni era
salassato, indubitatamente e presto moriva. Anzi osservò egli di più
che gl’infermi d’altri mali, se si lasciavano aprir la vena, poco dopo
venivano presi dalla peste; e che anche a moltissimi dei sani dopo
il salasso incontrò la medesima disgrazia. Misera condizione degli
uomini, diventando carnefici nostri quei che sono scelti per conservare
la nostra vita. Abbiamo ancora dal Cristini che nella peste di Roma
del 1656 fu perniciosissima la cavata del sangue, notizia confermata
medesimamente dal cardinale Gastaldi con dire essersi avverata anche
allora l’osservazione del Falloppio, il quale narra che un medico
famoso de’ suoi tempi fece cavar sangue a mille appestati, e che
appena due scamparono dalla morte. Aggiunge però il Gastaldi che fu
meno dannoso il taglio della safena per alcuni pletorici e robusti.
Finalmente anche nella nostra città, grassandovi la peste nel 1630,
fu stampato un avvertimento in cui si faceva sapere come osservato in
varie città che il cavar sangue e dar medicine da purgare il ventre,
affrettava irremissibilmente la morte ai malati, e probabilmente
uccideva alcuni che sarebbono guariti. Il punto è importantissimo,
e però mi son qui diffuso. Tuttavia concepisco io molto bene che in
alcune pesti la sperienza possa far conoscere utile la cavata del
sangue, almeno per le complessioni pletoriche, e solo in principio,
o pure quando il morbo cagionasse sintomi di pleuritidi o altre
infiammazioni: al che i saggi medici porranno ben mente. Il moderno
contraddittore d’Ippocrate, Michele Sinapio, scrive che a quanti
della corte del principe di Radzvil, ambasciatore di Polonia a Vienna,
fu aperta la vena nella peste dell’anno 1679 tutti guarirono, morti
all’incontro quei d’essa famiglia che se ne astennero. Aggiungo di più
insegnare il Sidenham che il salasso, purchè fatto con larga mano e
replicato più volte, prima che escano fuori i buboni, giova assaissimo;
e nuoce solo il cavarne poco, o pure l’aspettare a cavarlo dopo
l’uscita dei tumori. Cita la sperienza sua e l’autorità di Leonardo
Botallo. Così egli; la disgrazia però si è che lo stesso Sidenham
in fine, vedendo, che questo suo metodo zoppicava forte, abbandonò i
salassi, e si diede anch’egli ai sudoriferi, che trovò meno pericolosi
e più utili. In una parola, ci vuol qui gran cautela trattandosi d’un
rimedio che può essere anch’egli pestifero.
La medesima ragione ha poi fatto che anche il cavar sangue colle
ventose e colle sanguisughe o colle scarificazioni, venga riprovato
da qualche eccellente medico, tuttochè Galeno conti una storia
d’una scarificazione ben fortunata in una gamba, da cui poscia han
preso motivo altri di lodare un tal tentativo ne’ tempi di peste,
con citare anch’essi dal canto loro qualche prova fortunata. Oltre
a questi pericolosi rimedi chirurgici, è da avvertire il pericolo
medesimo in un altro che è farmaceutico. Certo non meno de’ salassi
ha fatto conoscere la sperienza che le medicine solutive del ventre
in tempi di peste, e prima che la natura avesse sciolto il morbo
degl’infermi, erano veleni, conducendo in breve alla morte con una
diarrea che teneva lor dietro: il che si verificava eziandio nei
corpi pieni di mali umori; essendosi all’incontro osservato che la
stitichezza del ventre non noceva ad alcuno. Imperocchè non hanno
le medicine purgative ingegno da scegliere e votare con distinzione
gli umori, nè hanno forza di purgarci dagli umori cattivi, potendo
anzi con gli scioglimenti e con le precipitazioni che cagionano
corrompere i buoni, e dissipare ed infettare gli spiriti, i quali
nella pestilenza, più che in qualsivoglia altro male, bisognerebbe che
fossero puri e vigorosi. Perciò Ippocrate, Cornelio Celso, il Fernelio,
il Saraceno, il Fracastoro, il Palmario, il Cardano, l’Acquapendente,
il Barbetta, ed assaissimi altri de’ più rinomati medici, riprovano
colla sperienza alla mano in tempo di peste i purganti; e nel secolo
prossimo passato le infelici prove d’alcuni insegnarono troppo agli
altri di astenersene, per non accrescere i mali della pestilenza.
Anche il Marchino e il Grillot lasciarono memoria che nella peste
di Firenze del 1630 e 1631, e in quella di Lione del 1628 furono
perniciosissimi i purganti. Aggiungono che i salassati morirono quasi
tutti: il che ci fa svanir fra le mani l’autorità del Rondinelli, da
cui nella Descrizione della medesima Peste di Firenze fu notificato
ai posteri essersi allora _veduto per isperienza che nel principio
del male, mentre l’ammalato aveva buone forze, quegli a chi si cavava
sangue la maggior parte guarivano, se bene fosse apparito o il bubone
o il carbonchio, con questa eccezione però di farlo parcamente, e
molto meno di quello che per l’ordinario si farebbe, ecc._ In fatti lo
stesso Rondinelli scrive altrove che fu proibito assolutamente il dar
medicine, _siccome il cavar sangue_; poichè per esperienza si vedeva
che tutti quelli che in casa loro o altrove l’avean fatto morivano; e
in Firenze non ne campò niuno. È ben vero che quando la natura sfogava
da per sè, o pel naso, o venivano alle donne le solite purghe, purchè
non in quantità straordinaria, nell’uno e nell’altro caso era segno
di salute. La conclusione pertanto si è non essere molto da fidarsi
di chi ha cotanto esaltato i salassi e gli evacuanti, anche violenti,
per chi è preso dal morbo pestilenziale, mentre nè pure i lenienti
e nè pur le pillole di Rufo sogliono allora se non recar nocumento
a chi è già infermo. Non sono tanto pericolosi allora i cristeri, o
sia i lavativi; anzi per parere d’alcuni riescono utili. Ma perchè
l’uso loro vien riprovato dalle ragioni d’altri, e, quel che è più, da
sperienze in contrario, perciò converrà andar cauto a valersene. Così
gli emetici, o vomitori, anche stibiati, de’ quali son tanto amici i
chimici ed alcuni oltramontani ed empirici, per disgrazia talvolta di
chi in loro s’incontra, benchè dal cardinale Gastaldi venga scritto che
talora parevano giovevoli nella peste di Roma, dati nel principio del
male, tuttavia per l’ordinario in tempi di peste si son fatti conoscere
per aiutanti e sergenti della morte. Così attestano insigni autori. In
somma egli è una gran felicità rincontrarsi in medici che rendano, se
è possibile, agli infermi la vita; ma non è minore o è anche maggior
felicità il trovar medici i quali sappiano non levar la vita ai miseri
infermi, che pure tanto si fidano del loro aiuto. Passiamo ora a rimedi
più accettati in tempo di peste, perchè conosciuti per giovevoli, o
almeno per non nocivi.